Print
Current News
Diego Bolchini - 
    
Il 10 maggio Kenya e Ghana sono stati i primi due Paesi a depositare gli strumenti di ratifica dell’AfCFTA, l’area continentale di libero scambio. L’annuncio reso alla fine di marzo dal presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, sta dunque generando i primi effetti istituzionali concreti. Il 21 marzo 44 Paesi africani (su 55) avevano siglato a Kigali in Ruanda – a margine di un vertice dei capi di Stato dell’Unione africana – un accordo per creare un’area di libero scambio di beni e servizi sul Continente.  Su un piano concreto, il documento firmato a Kigali può davvero rivoluzionare il futuro degli africani? Per una analisi preliminare, vediamo alcuni fatti e dati.

Dati e numeri del commercio africano
Secondo alcune stime, oggi solo circa il 15-18% degli scambi africani avviene tra Paesi africani, i quali commerciano due volte di più con l’Occidente che all’interno dei loro confini. Si consideri anche – come termine di riferimento addizionale – l’interscambio commerciale in essere tra la Repubblica popolare cinese e il continente africano, aumentato annualmente del 20% negli ultimi 15 anni. Ne discende che l’idea di un ‘mercato unico africano’  si pone in un’ottica di nuova centralità intra-continentale.

I paradossi dello status quo sono in taluni casi marcati. Secondo Inye Briggs, principal Trade regulatory officer presso l’African Development Bank, spedire un’autovettura dal Giappone ad Abidjan (Costa d’Avorio) costa oggi 1500 dollari, mentre muovere lo stesso veicolo da Abidjan ad Addis Abeba (Etiopia) verrebbe a costare 5000 dollari. Analogamente, se occorrono solo 28 giorni per muovere un container da Shanghai in Cina al porto di Mombasa in Kenya, ne occorrono addirittura 40 perché lo stesso container raggiunga Bujumbura in Burundi dal Kenya. Con costi sette volte superiori.

Grandi assenti e dimensione di mercato
A fronte dei 44 Paesi firmatari dell’accordo sull’area di libero scambio continentale non si possono dimenticare le defezioni di peso: manca la Nigeria, la prima potenza economica del Continente, un Paese da quasi 200 milioni di abitanti, apparentemente divisa tra aspirazioni continentali, interessi nazionali e strategie locali.

E’ assente anche il Sudafrica, già l’economia più sviluppata del Continente, l’Esse del gruppo Brics, ora in relativa stasi/stagnazione e con un tasso di disoccupazione attestato a un preoccupante 26,7%.

Non hanno firmato l’atto di nascita della zona di libero scambio commerciale neanche Paesi quali l’Eritrea, il Burundi, la Namibia e la Sierra Leone (dotata, come noto, di rilevanti ricchezze minerarie).

Nonostante queste defezioni, si parla comunque di un (potenziale) mercato comune di diverse centinaia di milioni di persone, con singoli Paesi in forte proiezione positiva. Si pensi al Kenya, economia di riferimento nell’Africa orientale, con una crescita media attesa superiore al 6% nei prossimi cinque anni.

Tra obiettivi e criticità
L’obiettivo temporale auspicato è far entrare in vigore l’intesa entro la fine del 2018, accelerando la creazione di un’area di libero scambio continentale. Alcune potenziali difficoltà di percorso e di attuazione sono tuttavia evidenti. La prima, di tipo giuridico-legale, afferisce a possibili rallentamenti dell’iter e dell’esito delle ratifiche nei Parlamenti nazionali dei Paesi firmatari.

La seconda, di natura economico-finanziaria, è relativa al fatto che attualmente in Africa oltre 400 milioni di persone si ritiene vivano sotto la soglia della povertà. Di fatto, esisterebbe quindi una massa critica grande demograficamente quasi come l’Europa (500 milioni di abitanti) che potrebbe non sfruttare appieno le dinamicità sistemiche e virtuose esprimibili dall’accordo. Questo anche per quanto riguarda la mobilità delle persone, considerando ad esempio il protocollo per il libero movimento delle persone, firmato da 27 Stati a Kigali.

A questi dati vanno aggiunti fattori modificativi di lungo periodo quali il trend climatico che sta impattando soprattutto il Sahel. Qui la maggior parte della popolazione vive dell’agricoltura e si registrano periodi siccità di proporzioni e durata sempre più considerevoli. Tali elementi naturali generano inoltre tensioni anche sociali che si riverberano talora in conflitti come, per esempio, in Sud Sudan.

Conclusioni
Il sogno di un Mercato unico africano è oggi, dopo la firma di Kigali, diventato più concreto? Difficile fare previsioni di breve termine. Per certo, come estensione e magnitudine potenziale, l’accordo è il più ampio mai sottoscritto dopo la nascita dell’Organizzazione mondiale per il commercio. E le aspettative sono elevate nel medio-lungo termine.

Alcuni elementi ideologici e di visione strutturata paiono infatti sostenere l’alta ‘valorialità’ del progetto. Non può essere dimenticato che l’AfCFTA è – come recita il comunicato ufficiale dell’Unione africana – uno dei progetti bandiera dell’Agenda 2063[1], la visione di lungo periodo dell’Unione africana per un Continente finalmente integrato, prospero e pacifico.
Si pensi anche ad una certa narrativa, che appare fortemente sospinta dalla elites locali africane, di un nuovo ed auspicato “pan-africanismo” economico. Si arriverà anche a vero e proprio un pan-africanismo politico in chiave sovra-nazionale, oltre le normali dinamiche intergovernative? Ai posteri e agli africanisti del futuro l’ardua sentenza.

[1] Assieme ad altri progetti quali l’integrated high speed train network, l’African virtual and e-University, e la formulation of a commodities strategy.

Diego Bolchini è analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa.