Thursday 20th Sep 2018

Antonio Amatulli –

La decisione del governo italiano di chiudere i porti all’Aquarius con i suoi 629 immigrati a bordo, presenta aspetti poco chiari. Le dichiarazioni ufficiali in merito non hanno aiutato a capire il movente di tale risoluzione e la discussione che ne è seguita appare molto confusa.

Se infatti si ritiene che il problema sia legato all’alto numero degli sbarchi in Italia, non si capisce perché questa presa di posizione così dura - col rischio di mettere in pericolo la condizione di salute delle persone a bordo - avvenga in questo momento, con cifre in netto calo negli ultimi anni: 76% di sbarchi in meno rispetto al 2017 e 72% in meno rispetto al 2016. Una situazione che per il governo sarebbe stata facile controllare e migliorare, implementando le politiche di collaborazione con la Libia e tentando di stringere accordi per il rimpatrio – altrimenti non possibile - con altri Paesi dall’Africa subsahariana. Anche se, occorre pure dire, i risultati positivi ottenuti sono frutto di una linea molto pragmatica che mette in secondo piano la questione umanitaria. I centri di detenzione libici ospitano i migranti in veri e propri lager, in cui le violazioni ai diritti umani sono state ripetutamente denunciate.

Salvaguardia dei diritti umani che però – almeno stando a questa vicenda – non appare priorità neppure di questo governo.

Se invece si ritiene che il problema sia rappresentato dai costi che il nostro Paese, impegnato in prima linea, deve sobbarcarsi da solo nell’indifferenza degli altri paesi europei, occorre fare un discorso più ampio. Innanzitutto, se la maggior parte degli ingressi in Europa avviene via mare da Paesi come Italia e Grecia, non sempre questi nuovi flussi danno luogo a una presenza destinata a radicarsi sul territorio. Ad esempio, tra i migranti giunti in Italia nel 2012, solo il 53,4% era ancora presente al primo gennaio 2017. Dunque, il grosso dei problemi relativi all’aumento consistente delle proporzioni del fenomeno migratorio negli ultimi anni - costi sociali e problemi di integrazione per la rapida mutazione demografica in atto - sono accusati e sentiti di più e più a lungo da quei Paesi che sono destinazioni finali dei migranti.

La popolazione della Germania tra il 2015 e il 2016 è cresciuta di ben 2 milioni. Se consideriamo il numero totale di immigrati, provenienti da paesi Ue e non – UE, è il paese europeo con il maggior numero di cittadini stranieri: 18.6 milioni nel 2016, pari al 22,5% della popolazione. Seguono il Regno Unito (quasi 9 milioni, circa il 13,84 della popolazione), la Francia (7 milioni e circa l’11% della popolazione) e la Spagna (circa 5,3 milioni, circa l’11,3% della popolazione). L’Italia ne ha 5 milioni in tutto, l’8,33% della popolazione totale. In più c’è da aggiungere che in Paesi come Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, lo Ius soli - il diritto di cittadinanza a stranieri se nati sul suolo nazionale – seppur con diverse sfumature, fa sì che sia presente anche un alto numero di cittadini di origine straniera che hanno acquisito la cittadinanza.

I costi dell’immigrazione sostenuti ogni anno in Francia ammontano a 30 miliardi di euro, in Germania la spesa per il biennio 2016-17 per welfare e servizi legati a politiche di integrazione è stata di circa 50 miliardi di euro. L’ Italia spende 14,7 miliardi di euro con un saldo tra spesa pubblica e benefici imputabili agli immigrati che risulta positivo di 3,2 miliardi. Una cifra analoga a quanto al nostro Paese serve poi per sostenere le spese relative all’emergenza profughi. Benefici e costi dunque si compensano.

La portata del fenomeno migratorio degli ultimi anni ha in ogni caso posto grandi interrogativi e problemi identitari un po’ ovunque. Fino ad un ripensamento dell’idea stessa di multiculturalismo, l’idea cioè di riconoscere all’interno di uno stesso paese, l'identità culturale e linguistica di ciascuna delle diverse componenti etniche. La Merkel ha dichiarato il multiculturalismo fallito, premendo sull’esigenza per gli immigrati di integrarsi e adottare cultura e valori tedeschi. Macron ha addirittura affermato che la Francia mai è stata e mai sarà multiculturale. Entrambi in ogni caso ribadendo la condanna della violenza e dell’imposizione dei propri valori agli altri.

Un dibattito vero su che tipo di Paese si voglia per il futuro e su come gestire e inquadrare i cambiamenti demografici in corso è invece assente in Italia.  L’inserimento di un numero maggiore di giovani migranti nel nostro mercato del lavoro – che spesso svolgono lavori a bassa qualifica e dunque non in reale competizione con gli italiani – potrebbe ad esempio contribuire positivamente al finanziamento del sistema di protezione sociale del nostro Paese che è il secondo più vecchio al mondo. 

Prese di posizione come quelle assunte dal governo italiano nella vicenda dell’Aquarius, non solo potrebbero essere pericolose in quanto mettono a repentaglio la vita delle persone, ma potrebbero risultare fini a se stesse. Con l’aggravante di isolare il nostro Paese a livello internazionale.

È invece attraverso politiche europee che si potrebbero mettere a punto soluzioni durature per arginare il problema migratorio. Accordi con i Paesi dell’Africa subsahariana, sorveglianza sui centri di detenzione per garantire il rispetto dei diritti umani, pattugliamento delle frontiere, stanziamento di maggiori risorse per accoglienza e rimpatri, investimenti per promuovere lo sviluppo nei paesi crocevia dei traffici, sono passi che potrebbero avere maggiore efficacia ma attuabili solo congiuntamente.

A meno che l’Italia non voglia rinunciare ai propri doveri di accoglienza, con a quel punto le probabili ritorsioni degli altri Paesi europei. Accettando inoltre di rivedere, con coerenza, anche i propri diritti all’emigrazione dei quali, ieri come oggi, ha abbondantemente usufruito.

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