Thursday 20th Sep 2018

Eloisa Gallinaro - 
    
“Thank you Zimbabwe”. Le prime parole del neo presidente Emmerson Mnangagwa, affidate a Twitter dopo la vittoria di misura nelle elezioni del 30 luglio contro lo sfidante Nelson Chamisa, e divenute il logo dell’account presidenziale, non sono solo una scontata frase di circostanza. Come conferma il resto del ‘cinguettio’: “Anche se siamo stati divisi nelle urne, siamo uniti nei nostri sogni. Questo è un nuovo inizio. Uniamo le nostre mani in pace, unità e amore, e insieme costruiremo uno Zimbabwe per tutti”.

E’ l’1:06 della notte del 3 agosto, poco dopo che la Commissione elettorale ha ufficializzato il risultato assegnando a Mnangagwa un risicato 50,8%, che gli consente di evitare il ballottaggio con il capo dell’opposizione del Movimento per il Cambiamento democratico (Mdc), che ha ottenuto il 44,3%. E il successore di Robert Mugabe deve dare un segnale per accreditarsi come interlocutore e presidente di tutti e rimediare al disastro dei tre giorni precedenti, che hanno fatto temere il caos, più che dare il segno di una nuova era, subito dopo le consultazioni, le prime senza l’ormai ex padre-padrone del Paese, Mugabe.

Tattiche e strategie del nuovo presidente
Ma a chi è  indirizzato davvero il post? È una mano tesa alla recalcitrante opposizione per rendere credibile il nuovo corso democratico e assicurarsi un percorso di governo non troppo accidentato? È un messaggio in codice ai militari che controlla o dai quali è controllato? È un ultimatum alla fronda interna del suo partito, lo Zanu-Pf, che non gli consente larghi spazi di manovra? Difficile, in questi primissimi giorni, decifrare tattiche e strategie dell’uomo che ha preso il posto di Mugabe sullo scranno più alto del Paese già da novembre, ma che solo ora può fregiarsi della legittimazione popolare che però, come spesso in Africa, non gli è sufficiente per gestire davvero il potere.

Il primo agosto, a tempo di record e a conteggio ancora in corso,  la Commissione elettorale presieduta da Priscilla Chigumba annuncia la vittoria nelle legislative dello Zanu-Pf, il partito che fu di amugabe e che ora è (o sembra essere) di Mnangagwa, ma ritarda la comunicazione del risultato delle presidenziali  il cui conteggio, invece, sembra già essere stato completato. Tanto basta.

I giorni della rabbia e dell’incertezza
Esplode la rabbia dei sostenitori dell’opposizione, le strade di Harare – roccaforte dell’Mdc – divengono un campo di battaglia, l’esercito spara e lascia sul terreno sei morti, Chamisa rivendica la vittoria, grida ai brogli e si sveglia anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che chiede ‘moderazione’. Sembrano già lontane le lunghe file pacifiche ai seggi di qualche giorno prima, con la gente che, dopo decenni di voto pilotato e maggioranze bulgare, spesso estorte con la violenza, vuole ancora tentare di dire la sua.

Mnangagwa, nella scomoda posizione di presidente in pectore ma anche presidente uscente – la ‘sostituzione’ di Mugabe avvenne senza sangue ma comunque manu militari – sembra non sappia dove mettersi le mani, nonostante la sua proverbiale attitudine a galleggiare nelle acque agitate del Paese dell’Africa Australe. Promette un’inchiesta sull’intervento dei militari mentre la repressione delle manifestazioni è ancora in corso e in contemporanea parla di democrazia e libertà di espressione. Poi, il giorno che lo vede vincitore, tenta di riprendere le fila.

Mnangagwa tra aperture e repressione, Chamisa non cede
Le elezioni sono state “libere, eque e credibili, come abbiamo sempre promesso”, scandisce, forte anche dei 144 seggi conquistati all’Assemblea nazionale che gli garantiscono la maggioranza assoluta. Questo è “un giorno di lutto per la democrazia… I risultati sono falsi e non verificati” ribatte Chamisa, 35 anni in meno del suo rivale e una gran voglia di non dargliela vinta. Lo sfidante sconfitto convoca una conferenza stampa per gridare le sue ragioni ma la polizia in assetto anti-sommossa la blocca e costringe i giornalisti ad andarsene, dopo che il giorno prima ha fatto irruzione nel quartiere generale dell’Mdc, arrestando 18 persone e sequestrando computer e documenti.

A quel punto la confusione è totale: il ‘coccodrillo’ , come è soprannominato Mnangagwa dai tempi della guerriglia contro l’allora Rhodesia bianca di Ian Smith, rassicura tutti, si rivolge direttamente a Chamisa – “hai un ruolo cruciale da svolgere” -, ma non convince e, soprattutto, non spiega chi ha ordinato a esercito e polizia di intervenire come nei momenti peggiori dell’era Mugabe. Lasciando così aperti gli interrogativi su chi governa davvero in Zimbabwe.

Il ruolo dei militari e del partito
“I militari lo hanno messo al potere, lui deve rispondere a loro”, taglia corto Gladys Hlatywayo, analista politico ad Harare, parlando con l’Associated Press. Difficile dargli torto, considerando, per esempio, che dal dicembre 2017 il vice di Mnangagwa nello Zanu-Pf nonché vice presidente è il generale Constantino Chiwenga, già comandante delle forze di Difesa dello Zimbabwe sotto Mugabe, nonché regista della sua deposizione. E che ad annunciare l’operazione fu il generale Sibusiso Moyo, divenuto ministro degli Esteri di Mnangagwa.

A complicare il futuro del nuovo leader zimbabweano ci sono i dissidi all’interno del partito e la decisione di Chamisa di perseguire le vie legali e istituzionali per far ricorso contro i risultati. Per non parlare dell’urgenza di risollevare il Paese da una crisi economica che ha portato alla fame l’ex granaio d’Africa nel quale la disoccupazione sfiora il 90%, la riforma agraria voluta da Mugabe ha tolto la terra ai farmer bianchi senza darla davvero ai neri facendo crollare la produzione e l’iperinflazione ha reso il dollaro Usa l’unica moneta utilizzabile.

L’obiettivo del neo-presidente è di riconquistare la fiducia degli investitori internazionali, se sarà in grado di dare stabilità al Paese. E un segnale chiaro l’ha mandato,  rispondendo alla previsione della Banca Mondiale secondo la quale lo Zimbabwe può diventare un Paese a medio reddito in un decennio: “La Banca Centrale ha ragione. È ora di lavorare insieme e tornare agli affari”. L’ha fatto con un tweet, naturalmente, sulla scia di colleghi ben più potenti che quando devono dire qualcosa di impegnativo lo fanno solo così, evitando dichiarazioni complicate in conferenze stampa e possibili  imbarazzanti domande di giornalisti scomodi.

Eloisa Gallinaro, giornalista.

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