Thursday 20th Sep 2018

Giovan Battista Verderame - 
    
Stupisce la levata di scudi contro il documento di lavoro con il quale la Commissione europea ha messo sul tavolo alcune ipotesi operative per cominciare a dare qualche seguito concreto alle conclusioni del Consiglio europeo del 28 giugno in materia di migrazioni. Il principale se non unico aspetto di quel documento sul quale si è concentrata l’attenzione non certo benevola di alcuni ambienti politici e anche governativi del nostro Paese, e dei mezzi di informazione che fanno ad essi riferimento, è stato quello dei 6.000 euro a persona che la Commissione si offre di dare, traendoli ovviamente dal bilancio comunitario, ai Paesi che accettino di accogliere i migranti. La cifra appare invero modesta rispetto al costo complessivo che comporta l’accoglienza dei migranti, ed in questo senso si presta a critiche anche aspre (s’è parlato sdegnosamente di “elemosina”), ma le proposte prospettate dalla Commissione vanno viste e valutate nel loro insieme.

Il Vertice europeo è il punto di partenza
Andiamo con ordine. Il punto di partenza non può che essere il Consiglio europeo del 28 giugno. Il risultato più evidente di quella riunione, al netto delle affermazioni più o meno di rito sulla necessità di un approccio globale al problema delle migrazioni e sulla solidarietà per l’Italia e “per gli altri Stati Membri in prima linea”, è stato l’accantonamento definitivo di ogni speranza di meccanismi obbligatori di ripartizione dei migranti. Tutta la questione della condivisione del peso dell’accoglienza è stata ricondotta a un esercizio puramente volontario, al quale sappiamo fin d’ora che solo pochi Paesi sono disposti a partecipare e che comunque è totalmente respinto da quelli del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria) e da quelli dell’Europa centrale sempre più attratti nella loro orbita, a cominciare dall’Austria che ha appena assunto il suo turno di presidenza del Consiglio dei Ministri dell’Unione.

Pochi giorni prima del Consiglio europeo, inoltre, i ministri dell’Interno avevano chiuso, a loro livello, il discorso su una possibile modifica del Regolamento di Dublino per inserire qualche elemento di flessibilità nel rigido principio secondo il quale la responsabilità dei richiedenti asilo incombe esclusivamente sul Paese di primo arrivo.

La riforma del Regolamento di Dublino impantanata
Certo, la proposta di compromesso che al riguardo aveva elaborato la presidenza di turno bulgara era molto al di sotto delle aspettative dei “Paesi di prima linea”, e in particolare dell’Italia. In sostanza, la proposta bulgara, partendo dal concetto di “quota sostenibile” di migranti per ciascun Paese, definita in base ad una ponderazione della popolazione e del prodotto interno lordo, prevedeva una prima fase di ricollocamento volontario tra il 120 e il 140% di tale quota, con un sostanzioso sostegno finanziario per lo Stato in difficoltà.

A partire dal 140% il Consiglio sarebbe stato chiamato a decidere su misure obbligatorie di ricollocamento che, nel caso esso scegliesse di “decidere di non decidere”, sarebbero scattate comunque al raggiungimento del 160%, a meno di una decisione contraria, questa volta a maggioranza qualificata (il cosiddetto reversed qualified majority vote). In questo modo, non solo l’asticella dell’obbligatorietà sarebbe stata piazzata a un livello molto più alto di quello originarieramente proposto dalla Commissione, ma sarebbe aumentata anche la possibilità che decisioni contrarie del Consiglio impedissero all’intero meccanismo di entrare in funzione.

Non stupisce, quindi, che tutto il fronte dei Paesi mediterranei fosse contrario. Solo il Consiglio europeo avrebbe potuto riaprire il dossier spingendo per soluzioni più equilibrate, ma l’opposizione del Gruppo di Visegrad – in questo interpretando forse i desideri nemmeno troppo riposti anche di altri Stati membri – deve averne convinto i membri che si sarebbe trattato di un esercizio inutile che avrebbe fatto drammaticamente emergere l’assoluta inconciliabilità delle posizioni.

Ci si è così dovuti accontentare di una volontarietà nella ripartizione dell’onere dell’accoglienza destinata ad avere scarsissime applicazioni, mentre il discorso sulla riforma di Dublino è stato rinviato al Consiglio europeo di ottobre, condizionandolo, però, con una torsione delle procedure legislative dell’Unione di cui appare difficile valutare la portata giuridica, ma che è certamente significativa del clima e della volontà politica imperante tra gli Stati membri, a una unanimità che, date le premesse, appare praticamente impossibile da raggiungere.

I margini di manovra ridotti della Commissione
In queste condizioni, cosa altro poteva fare la Commissione se non cercare di costruire su quello che il Consiglio europeo le aveva consegnato? I capi di Stato e di Governo avevano ipotizzato la creazione di “centri sorvegliati” nei Paesi che accettassero di istituirli, dove distinguere i migranti irregolari da rispedire indietro (se possibile, e non si tratta di un “se” di scarso peso) da quelli in diritto di protezione internazionale. La Commissione ha proposto di prenderne a carico i costi di funzionamento e di mettere a disposizione squadre di personale di supporto per lo svolgimento delle pratiche di identificazione e valutazione delle situazioni singole e per l’organizzazione logistica degli sbarchi e degli eventuali rimpatri. L’errore tattico della Commissione è stato forse quello di quantificare, in questo quadro, solo il contributo per migrante (i famosi 6.000 euro) sul quale hanno finito per accentrarsi l’attenzione e le polemiche.

In realtà, nelle conclusioni del Consiglio europeo del 28 giugno vi è un “non detto” che ne condiziona la reale portata. Anche se la lettera delle conclusioni autorizza a distinguere fra il salvataggio dei migranti ed il loro trasferimento in “centri sorvegliati” istituiti negli Stati membri, è evidente la tendenza di molti a ritenere che essi non potrebbero che essere istituiti nei Paesi di sbarco o di primo arrivo (e si ricorderà che a caldo il presidente francese Emmanuel Macron obiettò che la Francia non è né l’uno né l’altro). Tutto l’esercizio è quindi molto aleatorio.

Altrettanto aleatoria appare l’altra parte della strategia delineata nelle conclusioni del Consiglio europeo, e cioè l’individuazione nei Paesi terzi che ne accettassero l’istituzione, e in cooperazione con l’UnHcr e l’Oim, di “piattaforme regionali di sbarco” nelle quali sbarcare i migranti soccorsi nelle acque dei Paesi terzi coinvolti. Qui, a parte il fatto che al momento nessun Paese della sponda sud del Mediterraneo sembra disponibile ad ospitare strutture del genere, c’è anche il problema della collocazione successiva dei migranti di cui fosse stato accertato il diritto alla protezione internazionale, che difficilmente potrebbe essere fatta altrimenti che su base volontaria. E si torna così al punto di partenza.

Sbagliare bersaglio
In queste condizioni, prendersela con la Commissione significa sbagliare bersaglio. La chiave per un approccio veramente solidale al problema delle migrazioni resta saldamente nella mani dei capi di Stato o di Governo e le pulsioni nazionaliste che sempre più si esprimono nel Consiglio europeo non lasciano sperare che quella chiave essi vogliano utilizzarla.

Intanto la pressione migratoria si sposta verso la Spagna, a conferma del fatto che le migrazioni sono un fenomeno complesso, nel quale la dimensione securitaria e di contrasto ai traffici di esseri umani è solo una componente. Il controllo delle frontiere marittime dell’Unione non si fa sul Mediterraneo, dove il soccorso ai naufraghi è comunque un dovere, ma a terra, nei Paesi di origine dei flussi e in quelli di transito. A scorrere la tabella dei contributi nazionali al Trust Fund per l’Africa non sembra che la consapevolezza della necessità di impegnarsi nell’assistenza ai Paesi africani per accrescerne lo sviluppo e creare così le condizioni perché gli africani restino a casa loro sia sufficientemente diffusa in molti Paesi membri.

Giovan Battista Verderame è Ambasciatore d’Italia

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