Sunday 21st Oct 2018

Eleonora Ardemagni -
    
Dopo un mese di interruzione, i bombardamenti sauditi-emiratini sulla città (600 mila abitanti) e la provincia yemenita di Hodeida sono ripresi il 27 luglio. Gli Emirati Arabi Uniti, con l’appoggio di milizie locali, avevano lanciato il 13 giugno l’operazione ‘Golden Victory’, con l’obiettivo di riconquistare la città dello Yemen sul Mar Rosso, occupata dagli insorti huthi sin dal 2015. I filo-emiratini avrebbero recuperato l’aeroporto, preparandosi ad avanzare in città, in direzione di quel porto da cui entrano l’80% delle importazioni nonché degli aiuti umanitari.

Per un mese, Hodeida è rimasta sospesa tra diplomazia e battaglia. Merito dell’ostinazione diplomatica del nuovo inviato dell’Onu, l’inglese Martin Griffiths, che fa ancora la spola tra Sana’a, Aden, Riad e Mascate. Dall’altro lato, la coalizione saudita-emiratina ha avvertito, stavolta, la responsabilità di una probabile catastrofe umanitaria, con la guerriglia huthi che non ripiega ma prosegue a usare mine e ad arruolare minori, come già denunciato dalle Nazioni Unite. É l’aspetto meno mediatizzato del conflitto, se paragonato alle tante vittime civili dei bombardamenti sauditi.

L’attacco huthi a una petroliera saudita del 25 giugno scorso peggiora il quadro e potrebbe internazionalizzarlo: il petrolio dell’Arabia Saudita non transiterà più nello stretto del Bab el-Mandeb (da cui in totale passano circa cinque milioni di barili ogni giorno), fino a quando lo stretto non tornerà sicuro.

Milizie, numeri impari
Sulla carta, non c’è partita. I miliziani huthi sono stimati fra i tre e i cinque mila, contro 1500 Forze Speciali della Guardia presidenziale emiratina alla guida di 20/25 mila yemeniti, tra soldati e ´uomini in armi`. Infatti, il fronte anti-huthi, ovvero le ‘Forze di Salvezza nazionale’ comandate da Tareq Saleh, nipote del defunto presidente, è come sempre eterogeneo e si dividerà a obiettivo raggiunto.

Ci sono gli esperti soldati della disciolta Guardia repubblicana rimasti fedeli a Saleh, le tribù locali della ‘Tihama Resistance’ (dal nome della piana dell’ovest su cui sorge Hodeida) e la ‘Brigata Al-Amalaqah’ (ovvero ‘i giganti’, secessionisti meridionali di osservanza salafita). La Tihama è poi una regione prevalentemente sunnita (a parte il gioiello Zabid, patrimonio dell’Unesco ora minacciato, già capitale dell’imamato sciita), quindi distante dalla rivendicata identità sciita zaidita degli huthi, alleati di Iran e Hezbollah.

Negoziati e distanze
Il presidente riconosciuto Abd Rabu Mansur Hadi chiede il ritiro incondizionato degli huthi dall’intero governatorato di Hodeida, mentre gli EAU lo esigono dal porto e dalla città. L’Onu supervisionerebbe il porto, ma non si esprime su chi, nel frattempo, governerebbe la città: gli huthi accetterebbero la proposta in cambio della fine dell’offensiva su Hodeida , ma non vogliono cedere il controllo della città.

Tuttavia, per Arabia Saudita ed EAU, Hodeida non può rimanere agli huthi: le implicazioni sono già troppe. Le tasse commerciali sui prodotti in ingresso dal porto e il contrabbando rappresentano le principali fonti di finanziamento per la guerriglia huthi: per la coalizione, riprendere Hodeida significherebbe tagliare le linee di comunicazione fra la costa e le terre del nord controllate dagli insorti sciiti.

Fondamentale per la sicurezza marittima e commerciale, Hodeida sta diventando il primo grande avamposto filo-iraniano sul Mar Rosso. Inoltre, c’è il terminal di Ras Isa (60 km a nord) che esporta il petrolio light estratto a Mareb. Dunque, se anche l’opzione diplomatica dovesse prevalere nel breve periodo, la battaglia urbana per Hodeida potrebbe essere soltanto rimandata, poiché di rilevanza davvero strategica.

Arabia ed Emirati in competizione
Di certo, sarà interessare studiare i futuri equilibri geopolitici di Hodeida. Infatti, la città è sul Mar Rosso, quindi si affaccia su un’area a forte influenza saudita: Riad è doppiamente interessata a liberarla dagli huthi, dal momento che i mega-progetti infrastrutturali del principe ereditario Mohammed bin Salman nasceranno lungo le coste e sulle isole del Mar Rosso.
Tuttavia, gli EAU, e non l’Arabia Saudita, sono i protagonisti della campagna di terra per Hodeida: i soldati speciali di Abu Dhabi non hanno soltanto capacità militari superiori a quelle dei sauditi, ma sono stati anche in grado di forgiare sul luogo (come già ad Aden e in Hadhramaut) un network di clientela tribale-militare, coinvolgendo secessionisti del sud (dispiegati ‘fuori area’), tribù locali e salafiti. Quindi, le milizie che combattono oggi per Hodeida sono già filo-emiratine e diventeranno il security sector di domani, che risponderà informalmente ad Abu Dhabi.

E poi c’è la questione del porto: non è solo una disputa fra huthi e monarchie del Golfo. É già accaduto ad Aden, Mukalla e Al-Mokha: gli emiratini controllano, di fatto, i porti di tutte le città che hanno recuperato agli huthi o ad Al-Qa’ida nella Penisola arabica (Aqap). Data la posizione di forza, Abu Dhabi potrebbe applicare lo stesso schema a Hodeida, che però è in ‘zona d’influenza’ saudita. Emiratini e sauditi dovranno dunque trovare un compromesso per il porto.

Intanto, nel sud, meno operazioni terrestri a guida emiratina contro Aqap, causa fronte ovest: la battaglia per Hodeida ha già prodotto un risultato.

Eleonora Ardemagni è ricercatrice associata presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), Gulf and Eastern Mediterranean Analyst per la Nato Defense College Foundation. Collaboratrice di AffarInternazionali e di Aspenia online.

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