Monday 12th Nov 2018

Martine Cristofoli -

Con il titolo originale “Ma vie de courgette” il film d’animazione diretto dal giovane regista vallesano Claude Barras e scritto da Céline Sciamma, aveva conosciuto un successo incondizionato a La Quinzaine des Réalisateurs dell’ultimo Festival di Cannes. Ora, dopo aver riportato ben 18 premi in Festival internazionali, di cui 5 Premi del pubblico, doppiato in italiano e con il titolo  “La mia vita da Zucchina”, è sugli schermi europei e conosce uno stragrande gradimento di pubblico.

Il film d’animazione dell’anno, che si ispira ai  400 colpi di Truffaut,  è candidato per la Svizzera all’Oscar per il miglior film straniero nella categoria d’animazione e anche  ai Golden Globes. È un film delizioso, ma anche amaro, che sa toccare i cuori e commuovere lo spettatore per la sorte di bambini, gli orfani, che hanno perso uno dei beni essenziali della loro vita: i genitori.

Claude Barras nella sua stop-motion riesce a narrare con bravura e sentita partecipazione umana la storia di Icare e dei suoi compagni. Il film è tratto dal libro di Gilles Paris “Autobiographie d’une Courgette” (La mia vita da Zucchina, ed. PIemme).

“La stop motion - ci dice il regista - è un ibrido: da un lato è animazione e dall’altro è quasi un film classico ma al rallentatore. L’animatore prende il posto dell’attore in un certo senso. Recita il ruolo del personaggio tramite la marionetta e può girare 3-4 secondi di film al giorno. Abbiamo filmato parallelamente su 15 set con 10 animatori”.

E parlando dell’équipe aggiunge: “Abbiamo vissuto uno «spazio-tempo» molto speciale. Innanzitutto perché abbiamo lavorato a Lione, dove ci siamo trasferiti per quasi un anno di preparazione e per i 10 mesi delle riprese. Abbiamo vissuto fuori dalla vita normale, quasi come una piccola tribù autonoma e i nostri personaggi sono diventati dei compagni di cui in un certo modo abbiamo vissuto le avventure. Una cosa ancora più strana che abbiamo constatato è che nell’équipe si sono verificate le stesse cose che raccontiamo nel film”.

Icare, bambino di 9 anni,  vive in un orfanatrofio dove è stato portato dopo lo sfacelo della sua famiglia. Il padre ha abbandonato il tetto coniugale e la madre alcolizzata è stata uccisa involontariamente da Icare. La vita d’orfanatrofio è dura. Però ci sono anche momenti di distensione, quelli con i compagni con i quali si condividono ricordi tristi, ma anche quelli gioiosi. Icare non solo se la cava, ma trova anche l’amicizia della bella Camille, e un padre adottivo comprensivo e generoso. 

Da Cannes avevo scritto: ”Ben confezionato e ancor meglio orchestrato, i personaggi hanno la fisionomia dei tipi da videogame. Pur se non  è un’animazione per bambini piccoli, cattura l’attenzione del pubblico per tutti i cento minuti della sua durata. Proiettato alla Quinzaine des Réalisateurs in una sala al completo, è piaciuto e ha riscosso consensi e applausi. Lo si attende anche sui nostri schermi”  Sono contenta che ora  sia in programmazione  e che in tanti possano vederlo.

Martine Cristofoli

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