Monday 10th Dec 2018

Come rilanciare il progetto di integrazione europea, in tempi di disaffezione per l’Europa unita: l’Ue naviga a vista e in gran tempesta e la marea nazionalista e sovranista si prepara alla risacca nelle urne delle europee del 2019. L’Istituto Affari Internazionali lo ha chiesto a ragazze e ragazzi, studenti o neolaureati di tutte le università italiane, che hanno concorso con le loro idee alla prima edizione del premio IAI, iniziativa nata con lo scopo di coinvolgere i giovani nel dibattito sulla politica europea e internazionale. Queste le loro idee:

Unione di stati ma non (ancora) di intenti

Virginia Volpi -

Cos’è per me l’Europa? È il motivo e il mezzo dell’Erasmus a Strasburgo. È la notte del 23 giugno 2016, quando il Regno Unito oscillava tra Leave e Remain. È la tesina di maturità “Charlie Hebdo e la libertà di espressione”, l’Interrail in Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, mentre Orbán innalzava muri.

È il viaggio nel Cie deserto di Lampedusa, all’indomani della morte di 368 migranti. Affogati nel Mediterraneo per un rimpallo di competenze tra Malta e Italia.

È Aquarius e la catena di naufragi, in quello stesso mare di rimpalli burocatico-amministrativi, in un contesto italiano ed europeo nettamente diverso.

L’Europa è nata per rendere la guerra “non solo impensabile, ma materialmente impossibile”.

Lo scopo fondante e fondativo è realizzato: guerre nell’arena europea non ce ne sono più state. Morti nell’arena europea purtroppo sì: 34.361 è il parziale bilancio degli identificati.

Cosa è andato storto, in un percorso complesso ma sempre virtuoso e mai precipitoso?

Difficile rispondere per una ventenne, nata in un’Europa già costruita.

Objet politique non identifié
L’Europa non è né una organizzazione internazionale classica né uno Stato. Jacques Delors la definiva “objet politique non identifié”: unica, senza precedenti, ma debole. Non essendo uno Stato, non ha la competenza delle sue competenze: quel che può fare è gentil concessione degli Stati membri (principio di attribuzione).

La cessione o la condivisione delle competenze presuppone, inoltre, il principio di leale collaborazione tra Stati ed Unione, stabilito dai Trattati, e la comunione di intenti tra Stati membri e Unione.

Ed è qui che qualcosa si è rotto.

Partiamo dall’ingresso: lo Stato che vuole diventare membro deve essere genericamente “europeo”, rispettare i “tre criteri di Copenaghen” e l’articolo 2 del Trattato sull’Unione (rispetto di libertà, democrazia, uguaglianza; presenza di uno Stato di diritto, diritti umani).

L’Unione non ha obblighi né limiti di tempo: accoglierà il Paese quando e se opportuno; divenuto membro, lo Stato ne rispetta basi, contenuti e prospettive.

Come garantire che l’unione di intenti persista?
Lo strumento principe è la procedura dell’articolo 7 del Tue: consente di constatare il rischio o la violazione dell’articolo 2. Comporta un iter complesso, quindi interviene su situazioni già compromesse.

Nel 2014 la Commissione ha introdotto il Nuovo quadro giuridico per la salvaguardia dello stato di diritto: un dialogo rafforzato con lo Stato per fronteggiare “minacce sistemiche”, che possano ripercuotersi sugli altri membri e sull’Unione stessa.

La Polonia ha ricevuto quattro raccomandazioni prima che la Commissione presentasse al Consiglio la proposta motivata per avviare l’articolo 7: tredici leggi polacche minano lo stato di diritto, la legittima e indipendente revisione costituzionale, la separazione dei poteri.

Intanto, in Ungheria, Viktor Orbán ha fatto approvare dal Parlamento, di cui detiene i 2/3, un testo di modifica della Costituzione che mette a repentaglio la separazione e il reciproco controllo dei poteri: per giudicare gli atti amministrativi statali si istituiscono tribunali speciali, con giudici nominati dal governo.

Il filo rosso che collega la Polonia all’Ungheria, passando per Repubblica Ceca, Austria e Slovacchia, è la presunta difesa dell’identità nazionale, associata alla religione cristiana e ipoteticamente minacciata dagli immigrati.

Il testo ungherese recita: “collocare cittadini stranieri sul territorio del Paese è vietato, salva l’autorizzazione del Parlamento”.

Così l’Ungheria si oppone a George Soros, all’accoglienza, all’Europa. Fa fronte comune con i Paesi del blocco di Viségrad contro quella riforma del 2016 del regolamento di Dublino, approvata dal Parlamento europeo ma in stallo in Consiglio e bloccata dopo la notte del Consiglio europeo del 28 giugno scorso.

La riforma avrebbe aiutato i Paesi frontalieri, tra cui Ungheria, Italia e Grecia, eliminando il criterio del Paese di primo ingresso e ripartendo i migranti in piccole quote obbligatorie, in funzione di Pil e occupazione.

11 settembre 2018, risoluzione Sargentini
Sessantanove “capi di accusa” contro l’Ungheria, 448 voti favorevoli su 693 eurodeputati che per la prima volta votano sull’attivazione del meccanismo previsto dall’articolo 7 del Tue, relatrice la verde olandese Judith Sargentini.

La procedura è avviata, Orbán è imperturbabile: la proposta motivata del Parlamento deve ottenere l’approvazione dei 4/5 degli Stati membri; basteranno i Paesi Viségrad a salvarlo.  Se qualcuno mancasse all’appello, si constaterebbe il rischio di violazione dell’articolo 2, ma non l’esistenza della violazione per la quale serve l’unanimità.

L’Europa a due velocità nei fatti
Da un lato, la lentezza dei processi delle Istituzioni europee e l’ incapacità di risposte e proposte;  dall’altro, la velocità del ritorno al nazionalismo di alcuni Paesi europei, con  effetti-domino. Giungendo al paradosso: per riaffermare l’identità nazionale, Paesi caratterizzati da nazional-populismo promuovono un’alleanza inter-nazionale con altri Stati europei volenterosi di supremazia nazionale.

Che cosa si è rotto?
La visione comune: gli obiettivi dei singoli Stati europei non corrispondono più a quelli dell’Europa unita.

C’è stata una vera integrazione?
La risposta lampante è la Brexit: ha asfaltato la strada dell’uscita dall’Unione.

Illuminante la vicenda dell’Aquarius: Catalogna, Paesi Baschi, Corsica, che rivendicano identità e autonomia, hanno fatto a gara per accoglierla.

Esemplificativa l’attribuzione delle competenze: poche quelle esclusive dell’Unione, creando problemi come una politica monetaria dell’Eurozona non accompagnata da una politica economico-fiscale.

Chiarificatrice la quantità di Protocolli, che consentono ad alcuni Stati di rimanere fuori da Schengen o di rifiutare la moneta unica.

Si è sottovalutata la questione “percezione e mala informazione”?
I Paesi europei ma non europeisti sono tutti beneficiari netti: ricevono dall’Europa più di quanto versano; i Paesi che rifiutano i migranti sono quelli che ne ospitano di meno.

Nessuno dei 28 Stati membri dell’Ue raggiunge il “livello di sostituzione”, un tasso di fertilità di 2,1 figli per donna. Di migranti regolari abbiamo bisogno: sono giovani e propensi a lavori sgraditi agli italiani.

Cosa è mancato?
Una classe dirigente europea che portasse avanti una politica europea propositiva, formando un’opinione pubblica europea. Classe dirigente e discussioni sono ancorate ai confini nazionali.

Che fare?

  1. 1. Consolidare la pratica degli Spitzenkanidaten
  2. 2. Rilanciare le liste transnazionali: non redistribuendo i 73 seggi vacanti del Regno Unito in maniera transnazionale si è persa una grande occasione.
  3. 3. Creare un quotidiano, anche online, che veicoli la corretta informazione europea e comunichi l’attività dell’Unione.
  4. 4. Potenziare l’insegnamento di educazione civica europea, formando docenti e studenti già dalle superiori.

“Non ci sarà pace in Europa se gli Stati verranno ricostituiti sulla base della sovranità nazionale […] gli Stati europei sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la necessaria prosperità e lo sviluppo sociale. Le nazioni europee dovranno riunirsi in una federazione”.

Jean Monnet lo aveva capito nel 1943.

Virginia Volpi

Virginia Volpi ha studiato Scienze Politiche a Pisa e svolto un periodo di studio Erasmus a SciencesPo Strasburgo. Ha coordinato la logistica della Summer School della Scuola di Politiche.

 

Ripartire dalle anime e dai territori

Sara Candido –

“C’era una volta l’Europa”, verrebbe da dire. Ma il sogno europeo appare come un sogno spaccato. Un sogno nato da un incubo, dall’orrore, dal sangue di milioni di vittime che hanno trovato la morte negli anni più bui della storia. Un sogno che ha avuto origine ed ha creato idee profondamente umane che avevano e hanno a che fare con la condivisione culturale e sociale, con la libertà di muoversi attraverso i confini, con la volontà di rivendicare i propri diritti e la dignità di cittadini.

L’Europa unita mi piace paragonarla a un secondo illuminismo che ha modellato la mentalità, le abitudini, la letteratura e le arti non solo di un continente ma dell’intero mondo.

Solo i sogni sono perfetti. Nella realtà applicativa ed empirica sono molte le vicende che fanno da ostacolo ai progetti e agli obiettivi.

Un sesto senso europeo
Mi ritrovo italiana nel 2018. Di nuovo. Non più europea.

La questione migranti; l’apparente interminabile ascesa dei nazionalismi dal 2014; la chiusura delle frontiere e la minaccia dell’uscita del Regno Unito dall’Ue; l’islamofobia; la forbice sempre più divaricata tra i nord e i sud; la rottura di un blocco di Paesi dell’Est che vedono in Bruxelles la nuova Mosca; il baratro della Siria, dell’Iraq e della Libia. E poi c’è la Russia, un abisso enorme sul quale abbiamo l’intenzione di affacciarci.

Spaccature! Alcune grandi, altre apparentemente trascurabili. Ma diventa fondamentale assestare anche quelle più piccole, cioè quelle per le quali anche noi cittadini possiamo dare il nostro contributo.

Recupero dei luoghi
Unita non vuol dire standardizzata e annichilita. Le differenze morfologiche, storiche e politiche saranno i ponti che saneranno le distanze a cui prima ho accennato e che hanno diviso gli europei e depauperato le occasioni di scambio e crescita.

Una ferita sanguinante è rappresentato dall’abbandono dei luoghi. Sono italiana e vengo dalla Calabria. La mia speranza è che i territori come il mio possano nutrire un sentimento più vasto, e che i calabresi (e non solo) si sentano europei e, forse, questo può accadere grazie al recupero dei luoghi.

L’abbandono ha molte facce e le facce hanno diversi colori e sembianze. La Calabria, come tante regioni del nostro continente, è stata teatro di violente migrazioni. Sono le migrazioni di ieri e di oggi che ricordano a tutti noi le fatiche degli uomini e delle donne deradicati dai loro Paesi e lo spaesamento che tocca tutti i sensi, i gesti, i riti, le emozioni di chi “deve” trovare il proprio spazio esistenziale in luoghi che non sono loro e dei quali non hanno memoria. Li vivono con il perenne anelito al ritorno alle loro origini. Dove, purtroppo, ad aspettarli (in caso di effettivo ritorno) vi saranno le rovine del passato. Che si traducono inevitabilmente nelle macerie disintegrate del presente.

Le rovine e le macerie sono vive perché conservatrici del “Genius loci” che è parte integrante del processo di arricchimento e della prospettiva di scambio culturale che l’Europa dovrebbe perseguire e incoraggiare per un duplice obiettivo:

  1. 1. Arrestare il processo di svuotamento e abbandono che alcune zone come la Calabria stanno subendo. La conseguenza più terribile di tutto questo è non solo la potenziale perdita della cultura e della memoria dei luoghi da parte di chi è costretto a lasciarli, ma anche un costante e perpetuo impoverimento di una porzione di cultura europea.
  2. 2. Restare! Restare in questi luoghi. Si può affermare un’utopia delle piccole cose che richiede pazienza e cura, circospezione e tenacia, attenzione e apertura, senso di responsabilità e discorsi che includano un’idea di Europa.

Anima dei luoghi
Il “Genius Loci” è lo spirito del luogo, che viene tramandato di generazione in generazione. Significa elaborare programmi turistici rispettosi della cultura locale, capaci di unire visitatori e popolazione, per un arricchimento reciproco, a tutto vantaggio del territorio.

Significa dare una possibilità di ripartenza alla stagnazione produttiva delle piccole e medie imprese dei territori come l’Italia, attribuendo ai prodotti tipici regionali un trampolino di lancio verso nuovi mercati.

Una rinnovata attribuzione di dignità ai luoghi ormai abbandonati porterà una più compiuta modernità ai territori come la Calabria che, anziché sentirsi parte di un’idea più generale, continua ad essere una “terra inquieta” per usare le parole di Vito Teti.

C’è una ricchezza che non viene trasformata, che non dà risorse, e dalla quale invece può avere origine un’opportunità, finalmente di integrazione e di sincronizzazione con altre zone più fortunate del Continente.

Come il mito greco raccontato da Omero ed Esiodo racconta il rapimento della principessa Europa da parte di Zeus, la migrazione da Oriente a Occidente, e la scoperta di quest’ultimo a cui venne dato il nome della protagonista del mito, così oggi l’Unione europea dovrà farsi carico di quei luoghi che per tanti motivi sono rimasti indietro rispetto all’idea di integrazione e rispetto al sogno di unione e libertà.

Memoria che diventa speranza
“Restare” in questi luoghi deve avere una valenza dinamica. Il viaggio della speranza non va compiuto più soltanto fuori, ma verso il posto in cui si è nati. Chi resta sta compiendo quel viaggio della speranza che prima si compiva fuori. Con la differenza che questo viaggio debba avere l’idea di appartenenza a un sistema sociale, economico e politico che è l’Europa e che è presente per tutti quelli che desiderano tutelarne e sfruttarne le ricchezze.

Sogno un’Europa dove i luoghi dell’abbandono riprendono vita nelle mani di giovani europei. Luoghi che da paesi disabitati diventano centri nevralgici di riscoperta, di scambio e di accoglienza. Luoghi in cui viene immaginata la vita. Di nuovo.

La mia Europa non si limita a commemorare. La mia Europa ha tante anime. E ciascuna di esse vive.

Sara Candido

Sara Candido è laureata in Economia alla LUISS Guido Carli di Roma, dove attualmente si sta specializzando in Corporate Finance.

 

Una nuova narrativa per rilanciare l’integrazione

Giovanni Santambrogio -

Considerando che sono nato il 30 maggio 1993, l’Europa per me significa la normalità. Non solo l’Europa, ma anche la stessa Unione europea e una serie di vantaggi oggi garantiti ai cittadini europei. Do per scontato la pace, perché non conosco la guerra; do per scontato il cibo in tavola, perché non conosco la fame; do per scontate democrazia e prosperità, perché non conosco totalitarismi e miseria.

Ovviamente, pace e prosperità non sono prerogativa esclusiva dei Paesi membri dell’Unione europea. Va tuttavia sottolineato che non vi è alcuna regione al mondo dove un gruppo così numeroso di Stati abbia raggiunto un livello così alto e diffuso di ricchezza, pace, stabilità democratica e giustizia sociale.

Tuttavia, l’Europa e l’Unione europea si trovano oggi in pessimo stato. La scadente gestione della crisi, in particolare, ha creato l’ambiente ideale per la crescita di movimenti nazionalisti ed euroscettici, bravi ed opportunisti ad incanalare il diffuso malcontento sociale nei confronti di Bruxelles. L’Unione è oggi da molti percepita come una tecnocrazia chiusa nella sua torre d’avorio, interessata unicamente al proprio perpetuarsi.

Dove si è sbagliato?
In molti credono che la crisi economica, peraltro non originatasi in Europa, sia la causa della crisi politica in cui versa l’Unione. Personalmente, mi trovo in disaccordo. A cavallo tra i due millenni, infatti, le difficoltà nel far rispettare le regole comuni (la cosiddetta enforceability) avevano già portato a galla le contraddizioni strutturali dell’Unione e la bocciatura della Costituzione europea ha costituito già di per sé un eloquente campanello d’allarme. Sta di fatto che l’Unione si trovava in una situazione che necessitava un certo ripensamento del proprio funzionamento, e forse della propria ragion d’essere, ben prima del 2008.

Durante gli anni della crisi, l’Unione ha senza dubbio commesso errori di metodo nel tentativo di risolvere la situazione venutasi a creare. Le politiche di austerity attuate in risposta alla crisi economica non solo non hanno funzionato, ma hanno contribuito a peggiorare la situazione. In ogni caso, l’errore maggiore è stato di natura concettuale, nella definizione stessa, e quindi nell’interpretazione, della crisi solo attraverso una lente strettamente economica. Così facendo si è favorito quel meccanismo che ha portato all’ascesa dei movimenti nazionalisti ed euroscettici.

Per questo, è opinione diffusa che la crisi economica abbia generato quella politica. Non solo, le due crisi sono state trattate in maniera sequenziale: per risolvere la crisi politica è prima necessario risolvere quella economica. Ciò evidenzia, una volta di più, l’errore concettuale di non aver capito come le difficoltà economiche non abbiano che esacerbato una pre-esistente crisi politica.  Ci si può spingere fino alla parziale inversione del nesso causale: l’incapacità dell’Unione nell’adeguare le proprie capacità politiche a quelle economiche ha ostacolato la risoluzione della crisi economica.

Come migliorare?
Paradossalmente, il più grande errore commesso dall’Unione risiede nel suo più grande successo.
Nelle idee dei grandi padri fondatori, il progetto d’integrazione europea costituiva essenzialmente un progetto di pace e, in maniera minore, di prosperità. Ambedue gli obiettivi possono dirsi relativamente raggiunti. In questo senso, l’assegnazione del Premio Nobel per la pace all’Unione europea nel 2012 rappresenta il culmine del progetto europeo.

Avrebbe però dovuto rappresentare anche un monito. In genere, una volta che un progetto compie gli obiettivi per cui era stato pensato può ritenersi concluso, a meno che non riesca a reinventarsi. Ed è qui che l’Unione ha sbagliato: ha fallito nel darsi una nuova ragion d’essere quando la precedente, gradualmente, veniva meno e nel reinventarsi adattandosi ai cambiamenti che l’hanno circondata. In sostanza, non è stata in grado di sviluppare una nuova narrativa di ampio respiro e di lungo periodo che ne giustificasse tanto l’esistenza, quanto gli sforzi per continuare sul cammino dell’integrazione.

Ci siamo sentiti ripetere che l’euro andava salvato per la paura di cosa sarebbe potuto succedere. Ma la paura dell’ignoto non basta quando il presente non è di alcun conforto. Per anni è stato detto cosa bisognasse fare, ma mai il perché: tattica senza strategia. Ed è esattamente in queste situazioni che fioriscono i movimenti nazionalisti, capaci di riempire questo vacuum strategico con risposte tanto semplici ed irrealistiche, quanto per questo attraenti.

Un modello in sei princìpi
Quale può dunque essere la nuova narrativa europea?

Per quanto una nuova risposta non possa esclusivamente attenersi a vecchi princìpi, questi ultimi non sono certo per ciò stesso privi di valore. In particolare, la pace e la sua promozione non devono essere dimenticate. A livello geopolitico, inoltre, l’Unione europea rimane l’unica opportunità per molti Stati membri di poter far valere la propria voce nei grandi fora internazionali. Detto questo, quello che serve veramente all’Unione è però un ideale, qualcosa che muova “cuore e menti”.

In un mondo dove il capitalismo nella sua versione finanziaria aggressiva continua a scavare un solco irreversibile tra ricchi e paria; dove la democrazia rappresentativa e la giustizia sociale sono messe a repentaglio dai nuovi ‘uomini forti’; dove proprio chi fugge dalla miseria viene preso come capro espiatorio e massacrato dalla gogna sociale e dove gli Stati Uniti hanno oramai perduto quell’autorità morale quali garanti dei diritti umani, l’Unione europea dovrebbe ergersi a protettrice, al suo interno, e promotore, al suo esterno, di un particolare modello di democrazia, di tradizione illuminista e, quindi, intrinsecamente europeo.

Tale modello dovrebbe articolarsi lungo sei principi: i) difesa della pace; ii) non aggressività in politica internazionale; iii) giustizia sociale; iv) promozione dei diritti civili; v) modello di sviluppo ecosostenibile che miri alla redistribuzione delle risorse; vi) partecipazione, intesa anche come non-esclusione e, quindi, come riconoscimento delle diversità.

Il momento non è chiaramente dei migliori. Se c’è un aspetto positivo dell’attuale questione migratoria in Europa, però, è che pone finalmente l’attenzione sulla crisi politica. Allo stesso modo, si tratta di un ideale difficile da ‘vendere’ e poco comprensibile a coloro che ancora soffrono gli effetti della crisi. Ma d’altro canto, servono risposte complesse a sfide complesse.

Giovanni Santambrogio

Giovanni Santambrogio si è laureato all’Università degli Studi di Milano in Scienze internazionali e istituzioni europee, ed è iscritto al secondo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università di Bologna. Ha pubblicato “Leaving the Euro: a Feasible option for Italy?”...

Serve una dimensione comune dell’istruzione

Francesco Garibaldi –

Nel 2018, il dibattito sovranazionale in corso nelle istituzioni dell’Unione europea è stato monopolizzato soltanto da stringenti temi economici e politici. Il futuro non è roseo: l’impasse in cui versa il progetto di unificazione europea che vedeva in Altiero Spinelli uno dei padri fondatori è la conseguenza di una deficienza di stampo identitario. Ancora oggi, la maggior parte dei cittadini italiani non si considera “europea” ma soltanto “italiana”.

La verità è che le istituzioni cardini dell’Europa come entità sovranazionale – dalla Comunità del carbone e dell’acciaio (Ceca) dei primi anni Cinquanta sino all’Unione europea del 2018 – non hanno adeguatamente provveduto ad istruire il populus degli Stati membri sugli sviluppi avvenuti nelle istituzioni europee. Una dimensione comune europea dell’istruzione non è mai stata realizzata: i Trattati cardine dell’Unione, tra cui quello di Maastricht e di Lisbona, menzionano questo argomento in maniera sommaria. Nelle politiche comunitarie riguardanti l’istruzione sono stati commessi gravi errori che hanno influenzato la storia del nostro continente.

Tra i banchi di scuola
Si può affermare che la manifesta crisi identitaria e culturale in cui la Ue versa sia causata anche dalla mancata attuazione di una strategia condivisa da parte di tutti gli Stati membri per un sistema comune d’istruzione. Un’identità europea può essere realizzata solo se tutti gli abitanti dell’Unione conoscono le istituzioni europee e sono informati sulle loro attività in modo da essere consapevoli del dibattito sovranazionale, dei problemi, ma anche dei punti di forza e delle possibilità che le politiche di Bruxelles e Strasburgo offrono. Consapevolezza è conseguenza di istruzione.

Dai Trattati di Roma del ’57 ad oggi, nessuno tra i ministeri dell’Istruzione degli Stati membri – della Comunità europea (Ce) prima e dell’Ue poi – ha mai ricevuto direttive vincolanti dalle istituzioni europee su come informare i propri cittadini su temi riguardanti l’Europa stessa. Durante i vari processi di allargamento, le istituzioni sovranazionali non hanno mai richiesto ai nuovi Stati membri di sottoscrivere come condizione di adesione all’Unione l’inserimento dell’insegnamento della materia “Europa” nei rispettivi sistemi di istruzione nazionali.

Ai nostri giorni, nella scuola italiana l’insegnamento di temi riguardanti l’Europa viene impartito in modo sommario e superficiale: non esiste una materia specifica su questo tema negli istituti italiani delle scuole primarie e secondarie di primo grado. L’Europa è solamente studiata in maniera approssimativa dal punto di vista economico e politico durante le ore della materia “Storia” nelle scuole secondarie di secondo grado.

Primi e ultimi della classe
Il deficit educativo su questo tema è comune anche agli altri principali Stati membri. In Germania, dove esistono sostanziali differenze nei programmi di insegnamento fra gli Stati federali, il processo di integrazione europea non è insegnato come una materia indipendente. Nonostante ciò, la situazione in Germania è senz’ombra di dubbio rassicurante per quanto riguarda il processo di europeizzazione dei giovani. Dal sito del ministero dell’Istruzione tedesco si evince che la Germania “sta lavorando a livello pedagogico per incentivare lo sviluppo di programmi che si occupino della scolarizzazione dei bambini in merito alle istituzioni europee”.

Anche in Francia l’Europa viene insegnata solamente nell’orario di “Storia”. Lo studio del processo di avvicinamento all’Ue parte già dalle scuole elementari nelle classi di “Cours moyen deuxieme annee” (dai 9 agli 11 anni). Anche nel secondo ciclo scolastico, il “Collège”, i temi europei sono approfonditi rimanendo in ambito storico. Pure nelle varie diramazioni dei licei francesi, l’insegnamento del processo di integrazione europea e i suoi valori sono insegnati con modalità comparabili a quelli dei licei italiani sempre all’interno della materia “Storia”. Tra gli altri Paesi fondatori del proegetto europeo, spicca il paradosso belga dove, per la sua frammentazione territoriale, linguistica ed educativa, ogni regione può scegliere come organizzare le materie d’insegnamento agli studenti, tra cui il tema europeo, con conseguenti disparità nell’informazione ricevuta dagli studenti.

I pregi di educare all’Europa
Per riparare ad una comune lacuna educativa, l’Europa dovrebbe seguire una strategia semplice: raccontare sé stessa. La storia del processo di integrazione, il funzionamento delle istituzioni, le opportunità che l’Ue offre al singolo individuo ma soprattutto l’attualità europea, con precise spiegazioni delle grandi sfide che l’Unione sta fronteggiando in questi anni, su tutte il tema delle migrazioni, con le sue cause e conseguenze.

Una politica di istruzione comune dovrebbe essere programmata ed implementata a livello europeo vincolando tutti gli Stati membri al suo rispetto. I cittadini dell’Ue hanno diritto ad una corretta informazione per poter valutare con onestà intellettuale cosa accade oltre i loro confini nazionali, all’interno delle istituzioni europee e nei luoghi dove l’Europa incontra altri continenti ed altre realtà, come nel Mediterraneo. Un sistema educativo comune a tutti gli stati Ue avvicinerebbe le istituzioni europee ai cittadini, compresi i più scettici, benzina dei populismi contemporanei, disinnescando il corrente ritorno al nazionalismo nei singoli stati.

Senza dubbio, questo programma risulterebbe più incisivo se si riuscissero a coniugare spiegazioni semplici ma efficaci, adeguate agli studenti contemporanei, sfruttando gli strumenti messi a disposizione dalla digital transformation. Video sintetici e divertenti, diffusione di messaggi attraverso i social networks, utilizzo di grafica innovativa (per esempio con i meme): mezzi che potrebbe essere sfruttati dai decisori politici per spiegare ai cittadini di domani cosa l’Europa è stata ieri, cosa è oggi, quali sono le sue implicazioni, i suoi punti di forza ed i limiti e cosa potrà essere in futuro.

Fine ultimo? Far sentire il cittadino europeo informato e di conseguenza partecipe all’ideale sovranazionale, per evitare che il processo europeo perda centralità e venga abbandonato.

Una educazione europea è quanto mai necessaria: la Commissione europea dovrebbe implementare questa politica contribuendo alla costruzione di un’istruzione sovranazionale comune. L’introduzione della materia “Europa” nelle scuole di tutti i Paesi membri è quindi una proposta che ha lo scopo di aumentare la consapevolezza dei cittadini e di migliorare la Ue cercando una via di uscita dall’attuale stallo.

Francesco Garibaldi

Francesco Garibaldi è laureato in International Relations (Global Studies) alla LUISS Guido Carli e ha trascorso un periodo della sua carriera universitaria in Finlandia.Interessato alle questioni del Mediterraneo e del Medio Oriente, si è avvicinato allo studio della lingua araba trascorrendo...

Per un’Unione all’altezza delle sue sfide

Veronica Sacco -

Ci sono diversi modi di concepire l’idea di Europa e ne esistono altrettanti in riferimento all’Unione europea, ma vi è tra esse un comune denominatore: le unità di cui sono composte, ovvero popolazioni tra loro tanto simili quanto differenti che, tra guerra e pace – a volte carnefici altre volte vittime -, indiscutibilmente abbiamo una storia che ci fa onore. Non necessariamente ciò che si possa definire “Europa” debba per forza essere delimitato da un guard-rail di linee politiche ed economiche.

L’Europa siamo noi con le nostre abitudini e tradizioni; nessuna legge che ci delimita, piuttosto mani che si tendono in cerca di una stretta di mano o pronte a premere il grilletto. Il salto di qualità è stato proprio raggiunto con il passaggio da Europa al vero e proprio progetto di integrazione europea che esprime chiaramente la volontà di sigillare un patto di pace e di fedele alleanza tra quelle stesse mani, così da unirsi sotto un’unica bandiera.

Un settimanale per l’Ue
Al fine di rafforzare un senso comune di appartenenza europea proporrei una rivista settimanale dell’Ue, con articoli che trattino ciò che accade nelle istituzioni europee, recensioni di libri e pubblicità su vari eventi e concorsi. Tale rivista dovrà essere tradotta in ognuna delle 24 lingue ufficiali dell’Ue. Per quanto riguarda il lato economico, sarebbe simbolico che venisse finanziata dai Paesi membri tramite budget comune.

Avete presente la quantità di giornali che vengono distribuiti ogni giorno presso la Tube londinese? Ecco, qualcosa di simile. Tutta la popolazione di ogni età e classe sociale deve avere l’opportunità di leggere ciò che accade nel proprio Paese, in Europa e nel mondo, a titolo completamente gratuito ovunque si trovi.

Nel migliorare l’Ue vorrei che venga inoltre presa in considerazione di un “approfondimento” dell’integrazione nell’istruzione e nella ricerca scientifica. Vorrei vedere emergere delle vere scuole europee dove gli Erasmus siamo possibili anche nei licei, così da poter migliorare anche l’apprendimento delle varie lingue Ue. Creare una maggiore interdipendenza tra i ricercatori di ogni Paese membro e finanziare progetti con fondi comuni.

“Un incontro di pugilato con guanti glacé”
“La diplomazia assomiglia ad un incontro di pugilato con guanti glacé, nel quale il suono del gong viene sostituita dal cincin dei bicchieri di champagne”, diceva il presidente francese George Pompidou. Nel corso della storia del continente europeo possiamo trovare molte similitudini tra i vari cammini che gli Stati hanno intrapreso, ma altrettante differenze sono presenti. Noi popoli dell’Unione europea siamo un fulgido esempio a livello globale di come la diversità possa cooperare al tavolo della diplomazia; potremmo considerarla come un vaso di Pandora che riesce sicuramente a contenere molti conflitti e tensioni tra gli Stati, ma riserva come dono la speranza di una cooperazione per il mantenimento della pace.

Se è vero che il sistema internazionale è anarchico, ciò non esclude il fatto che vi possa essere un gigante della diplomazia che possa contribuire a creare un ordine globale. L’idea di Ue come potenza “civile” non vuol dire definirla un attore debole, anzi – data la situazione internazionale di equilibri di potenza che stiamo vivendo – è proprio il momento di far emergere come mai è stato fatto questo gigante della diplomazia, portando avanti un modello alternativo di potenza che, seppur spogliato dell’esercito, gioca il suo ruolo da protagonista senza l’uso delle armi. L’Ue ha dato già la prova di essere in grado di svolgere tale ruolo in modo eccezionale, dove neanche gli Usa sono stati in grado di fare con il loro hard power.

Una responsabilità a cui non possiamo sottrarci
Un problema di emergenza che sicuramente non è possibile trascurare è la questione migratoria, in cui l’Europa è chiamata a svolgere un ruolo da protagonista e non può di certo permettersi di ritirarsi dal palcoscenico.

Abbiamo una responsabilità storica verso il continente africano: non ammetterlo non porterà ad una risoluzione del problema. In un momento in cui l’Onu è il grande assente, bisogna ripassare il copione e svolgere un ruolo di prim’ordine nella mediazione così da poter comunicare in modo pacifico da una sponda all’altra del Mediterraneo. Occorre sollecitare una cooperazione tra i Paesi membri dell’Ue sia con l’Unione africana, sia con ogni singolo Stato coinvolto in questa infinita gestione della questione migratoria.

Ritengo possa essere efficiente e risolutivo creare un vero e proprio budget europeo rivolto all’accoglienza dei rifugiati. La migrazione non è niente di nuovo sul nostro continente, anzi è un fenomeno che ha tracciato le rotte della nostra storia e per cui non possiamo assolutamente girarci dall’altro lato. Siamo popoli europei, e come tali siamo popoli migratori, cosicché spesso siamo stati accolti e altre volte siamo stati chiamati ad accogliere. Riconosciamo con fermezza che fenomeni come la migrazione, o anche la stessa amata globalizzazione, siano fattori irrefutabili nel nostro trascorso storico e del nostro presente; la prova ne sono i nostri occhi blu e la nostra pelle olivastra.

“Io credo nelle fate”
L’Ue ha bisogno in questo momento di un forte carburante; il combustibile migliore sono tutte quelle persone che ancora credono fortemente nella concezione di Europa unita e nel progetto d’integrazione. Il meccanismo è lo stesso che teneva in vita le fate di Peter Pan… finché tutti ci credevano, esse continuavano a vivere; nel momento in cui si smetteva di credervi, le fate morivano. Per ogni persona che perde fiducia nel progetto di Unione europea, una stella della nostra bandiera si affievolisce.

Veronica Sacco

Veronica Sacco è laureata in Scienze storiche all’Università degli studi di Roma Tre, dove attualmente sta concludendo la specialistica in Relazioni Internazionali. La sua tesi triennale “Khomeinismo: Rivoluzione e tradizione” è stata pubblicata dalla casa editrice Arduino Sacco Editore.

Dallo smarrimento al riscatto della politica

Alberto Cerri –

“Quello di un’Europa sempre più unita è precisamente l’impossibile che dobbiamo tentare con tutte le nostre forze. E se si pensa al mondo che cambia e ribolle intorno a noi viene spontaneo chiedersi: Europa, se non ora, quando?” (Giorgio Napolitano).

Se dovessi raccontarlo nella forma di un noto mito platonico, potrei certamente affermare di aver scelto, tra i numerosi “paradigmi delle vite” che il generoso grembo di Lachesi mi offriva, il destino dell’europeista convinto. Insieme a me, Lachesi aveva voluto che la stessa sorte fosse offerta a molti altri fedeli compagni, tutti accumunati da un unico orizzonte di responsabilità condivisa. Oggi, quella responsabilità condivisa è il motore del nostro agire in difesa dell’Europa.

È fuori d’ogni dubbio che il progetto europeo stia attraversando un momento di profonda crisi esistenziale, e che il carattere strutturale della crisi richieda un onesto sforzo di comprensione. La realtà contemporanea è divenuta infatti straordinariamente complessa, senza che noi fossimo in grado di opporvi un’adeguata capacità di analisi. Il risultato è quello che vediamo: un’anacronistica regressione che avviene in uno stato di smarrimento collettivo.

Di questa regressione, la battuta d’arresto del progetto di integrazione europea rappresenta uno dei campi di prova più evidenti. Essa non riprenderà senza prima l’ammissione di essersi smarriti nella disorientante complessità della nostra epoca

La crisi dello Stato-nazione
Nazionalismi aggressivi, xenofobia e chiusura delle frontiere ci sembrano categorie fuori dal tempo, forse appartenenti a un passato che molti europeisti credevano archiviato. E anche a ragion veduta, dato che il processo di integrazione europea le escluderebbe per definizione. È doveroso pertanto interrogarsi sul motivo del loro ritorno, andando alla radice del problema: l’erosione dello Stato-nazione. Il paradigma di Westfalia agonizza, per inadeguatezza, di fronte alle sfide globali del XXI secolo: i disperati movimenti migratori, i cambiamenti climatici e le indifferenti dinamiche del mercato e della finanza globale escludono soluzioni di carattere nazionale.

Ma c’è dell’altro. Con l’avvento della globalizzazione, la deregolamentazione delle forze di mercato e l’internazionalizzazione dei flussi hanno provocato un mutamento nei rapporti di forza tra politica ed economia, fino a rendere la politica ancilla economiae.

Posta in condizione di sudditanza e limitata nella capacità di intervento, la politica si è rivelata incapace di gestire le crescenti interdipendenze globali, che hanno progressivamente sottratto agli Stati-nazione una componente cardine della loro sovranità nazionale: la sovranità economica.

Come controspinta, gli Stati-nazione hanno bilanciato questo vuoto di sovranità attraverso l’esercizio di una robusta sovranità culturale. Il progressivo attecchimento dell’autoritarismo in Europa dimostra una realtà politico-sociale ormai radicata, che ha saputo cementare la propria ragion d’essere e nella letargia delle sinistre europee e nello sfruttamento di quella che Martha Nussbaum chiamava “emozione primitiva”[1], la paura.

La convinzione infondata di un’invasione in corso e dei rischi di perdita della propria identità culturale porta alla luce un contesto in cui “la retorica e la politica lavorano sulle idee di cosa sia pericoloso, rilevando il pericolo dove davvero c’è, ma anche costruendo la percezione del pericolo dove non c’è”.

La crisi antropologico-culturale
Uno dei terreni di scontro su cui si gioca la tenuta di legittimità del progetto europeo è senza dubbio la sfida migratoria, la cui portata ci impone una reinterpretazione in senso estensivo del concetto di allargamento, che da classico concetto territoriale (secondo l’articolo 49 Trattato sull’Unione europea) diviene con tutta evidenza demografico.

La questione migratoria non può dunque ridursi ad un semplicistico discorso di “regolazione”; il problema deve essere affrontato da una prospettiva più ampia e complessa, mettendo al centro l’integrità di quel complesso di valori culturali e sociali cui l’Unione si informa e che ora sembra aver smarrito (o dimenticato).

La storia europea, costruita sull’armonizzazione delle differenze tra popoli, e l’evoluzione del suo diritto, dilatato per includere la tutela dei diritti umani e la libera circolazione delle persone, si infrangono oggi contro lo spesso vetro dell’ipocrisia, contro l’immagine di un’Europa virtuosa solo sulla carta. “Continuare a ripetere che i fondamenti morali della costruzione europea, il suo carattere distintivo […] stanno nella promozione dei diritti dell’uomo e contemporaneamente negare gli obblighi che la difesa di questi diritti comporta, è per una istituzione politica uno dei mezzi più sicuri per perdere la propria legittimità”[2] fa notare con spirito critico Étienne Balibar.

La crisi politica
In un contesto in cui l’economia, la finanza e il diritto si aprono ad un’avanzata interdipendenza, la politica ristagna su base nazionale. Il vuoto di una politica all’altezza del cambiamento sistemico in corso, in grado di governare un’economia insubordinata e consapevole di dover ritornare ai singoli, continuerà a produrre quel disordine complesso di cui si è provato a dare conto in queste poche righe.

La politica è il rimedio allo stato confusionale europeo, purché cessi di essere pavida nei confronti delle ingenti difficoltà del nostro tempo e metta a fuoco l’interesse europeo. L’Unione europea non può tardare oltre nel prendere le distanze dalla tecnocrazia che è divenuta, fatta di austerità e severi conti di bilancio, per divenire un’arena politica di confronto dialettico. La politica ha una responsabilità collettiva, quella di farsi europea. Per noi europei e per quelli che lo vogliono diventare.

[1] M. C. NUSSBAUM, Emozioni politiche, Società editrice il Mulino, Bologna, 2013, p. 385.

[2] cfr. É. BALIBAR, Crisi e fine dell’Europa?, Bollati Boringhieri editore, Torino, 2016, p. 173.

Alberto Cerri

Alberto Cerri è laureato in Politiche europee e internazionali all’Università Cattolica e alla Martin-Luther-Universität Halle-Wittenberg. Frequenta la School of Government della LUISS.

Comments powered by CComment