Monday 10th Dec 2018

Augusto Orsi da Locarno – 

La commedia-dramma “Tutti lo sanno” scritta e diretta  con discreta bravura dal regista iraniano Asghar Farhadi ha fatto l’apertura fuori concorso della 71. edizione del Festival di Cannes ed è stata salutata da una buona critica. Da metà novembre è nelle sale italiane  e il pubblico la  gradisce.  

La storia di Laura e  dei suoi intrighi familiari, portati allo schermo con vis drammatica e sensibilità dalla bella e brava Penelope Cruz, durante il  rapimento della figlia adolescente Irene, venuta in Spagna dall’Argentina con sua madre per il matrimonio di una zia,  ha due aspetti fondamentalmente diversi: quello della commedia, leggera, gioiosa e spumeggiante, prima della scomparsa dell’adolescente, (notevole per brio e coralità le sequenze del matrimonio)  e quello dal clima cupo fatto  di sospetti, accuse e di lacerazioni  familiari durante le ricerche della ragazza rapita. Mentre la prima parte si snoda con  i ritmi giusti della commedia sociale,  grazie anche alla buona  interpretazione degli attori, in particolare   quella di Javier Bardem, ex  fidanzato di Laura, nelle vesti di Paco, l’amico fedele, riuscendo così  ad interessare e  a divertire gli spettatori in modo intelligente.  Nella seconda parte invece, il regista torna ai temi a lui congeniali: il sospetto, la colpa, le crepe familari. Il lungometraggio allora si impantana in narrazioni visive di  intrigate “querelles” personali tra i numerosi membri della parentela  di Laura, la stima e  l’affetto dei membri di una stessa famiglia si tramutano in astio e anche  in odio. La sceneggiatura si affloscia, il ritmo svanisce e il lungometraggio perde originalità e attrattiva passando dal genere commedia a quello di scene teatrali con tendenza al “noir” ma non abbandonando l’analisi psicologica accurata  dei personaggi principali,  fino al colpo di coda finale. A questo momento viene alla luce del sole quello che tutti sapevano nel ridente paesino della provincia della Rioja.

Anche in “Tutti lo sanno” la chiave di lettura del cinema di Farhadi è il passato: le sue storie narrano di relazioni personali vagliate attraverso lo spettro del tempo. Il nodo della faccenda risiede infatti in una vecchia storia d’amore, mai realmente sepolta, la cui ombra si allunga sul presente, creando sospetti e dubbi, sollecitando letture alternative dei rapporti attuali. Rapporti umani universali, identici in tutto il mondo.

Augusto Orsi

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