Saturday 24th Aug 2019

corriere.it - 

«Non possiamo escludere l’apertura di una nuova bocca eruttiva a quote più basse rispetto a quella che si è aperta il 24 dicembre». Nelle parole del direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania, Eugenio Privitera, c’è la vera preoccupazione di esperti e Protezione civile chiamati a capire cause e possibili evoluzioni della scossa di ieri. Tutti concordano nel ritenere che il terremoto sia «strettamente collegato alla nuova fase eruttiva» dell’Etna, annunciata da una colonna di cenere e dalla violenta esplosione che ha provocato una lunga frattura che parte dalla base del cratere di Sud-est, a quota 2.900 metri, e prosegue fino a 2.200.

«Da questa fessurazione si è generata una colata che si riversa nella desertica valle del bove» dicono all’Ingv. Quindi lontano dai centri abitati, tanto che fino a due giorni fa le guide continuavano a portare su turisti e curiosi. «Da vulcano attivo l’Etna fa il suo mestiere — cerca di sdrammatizzare il vulcanologo del Parco dell’Etna Salvo Caffo —. Tutto rientra nella normale fisiologia di una struttura complessa che è tra le più monitorate al mondo». Le eruzioni ad alta quota sono una costante e motivo di attrazione per i turisti. I pericoli veri sono, appunto, quelle a bassa quota che nella storia sono state anche le più devastanti, a partire da quella del 1669 che arrivò fino a Catania.

La scossa dell’altra notte — spiega Privitera — è il segnale che il vulcano ha accumulato molta energia che non riesce a trovare sfogo e cerca di farsi strada tra la roccia. È stato un terremoto molto superficiale con un epicentro di appena un chilometro. Fosse stata più profonda non ci sarebbero stati danni». La pressione del magma in risalita si scarica sulle aree più fragili. In questo caso una lunga faglia ben nota agli esperti. «È la Fiandaca — dice Privitera — che va dalla Timpa di Acireale (quasi in mare ndr), attraverso i paesini colpiti dalla sequenza di questi giorni, sino a Pian del Vescovo a 1.500 metri». Anche se può sembrare strano, più che l’area del terremoto, è questa la vera zona di crisi. «Qui abbiamo registrato un significativo aumento dei tremori»

Si tratta di una zona più in basso rispetto agli stessi impianti di risalita e pochi chilometri sopra diversi centri abitati. L’apertura di una bocca a questa quota sarebbe un potenziale pericolo. Non a caso, in aggiunta alla vasta rete di 160 sensori disseminati sul vulcano, qui sono stati piazzati i 20 sensori della rete mobile. «Siamo pronti a intercettare tempestivamente i primi segnali di fessurazione del suolo» conferma il responsabile della rete di monitoraggio vulcanico Stefano Branca. Ma ci sono altre circostanze che preoccupano. L’eruzione iniziata il 24 si è quasi esaurita. «E le fratturazioni a bassa quota — ammette Privitera — potrebbero essere collegate alla diminuzione della colata in cima». «Da un sorvolo in elicottero — conferma Branca — abbiamo notato che le colate si stanno raffreddando, mentre sono quasi quintuplicate le emissioni di anidride solforosa dai crateri sommitali». Tutti indizi che l’Etna è ancora molto instabile: nelle sue viscere c’è energia che non trova sfogo. Pressa nei punti di fragilità provocando la sequenza sismica (mille scosse in tre giorni). «Finché non avrà trovato un suo equilibrio temo che continueremo a ballare — afferma Rosario Basile, vecchia guida dell’Etna —, troppo presto si è esaurita l’eruzione in quota e non si può pensare che un'eruzione finisca in tre giorni. Per esperienza spesso la propagazione delle fratture può avvenire anche a distanza di giorni».

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