Saturday 16th Feb 2019

Mattarella: il popolo italiano guarda a quelle vicende con la solidarietà e il rispetto dovuti alle vittime innocenti di una tragedia nazionale -
 
ROMA - Celebrare il Giorno del Ricordo significa rivivere una grande tragedia italiana, vissuta allo snodo del passaggio tra la Seconda Guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. Un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente. Mentre, infatti, sul territorio italiano, in larga parte, la conclusione del conflitto contro i nazifascisti sanciva la fine dell’oppressione e il graduale ritorno alla libertà e alla democrazia, un destino di ulteriore sofferenza attendeva gli Italiani nelle zone occupate dalle truppe jugoslave. Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sabato scorso al Palazzo del Quirinale, alla cerimonia per la celebrazione del Giorno del Ricordo, presenti rappresentanti del Governo, del Parlamento, di autorità civili ed esponenti delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani, giuliani e dalmati, nel suo intervento di cui riportiamo ampi stralci.

La zona al confine orientale dell’Italia, già martoriata dai durissimi combattimenti della Prima Guerra mondiale, assoggettata alla brutalità del fascismo contro le minoranze slave e alla feroce occupazione tedesca, divenne, su iniziativa dei comunisti jugoslavi, un nuovo teatro di violenze, uccisioni, rappresaglie, vendette contro gli italiani, lì da sempre residenti. Non si trattò – come qualche storico negazionista o riduzionista ha voluto insinuare – di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni.

Tanti innocenti, colpevoli solo di essere italiani e di essere visti come un ostacolo al disegno di conquista territoriale e di egemonia rivoluzionaria del comunismo titoista. Impiegati, militari, sacerdoti, donne, insegnanti, partigiani, antifascisti, persino militanti comunisti conclusero tragicamente la loro esistenza nei durissimi campi di detenzione, uccisi in esecuzioni sommarie o addirittura gettati, vivi o morti, nelle profondità delle foibe. Il catalogo degli orrori del ‘900 si arricchiva così del termine, spaventoso, di “infoibato”.

Essere italiano, difendere le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria religione, la propria lingua era motivo di sospetto e di persecuzione. Cominciò il drammatico esodo verso l’Italia: uno stillicidio, durato un decennio. Paesi e città si spopolavano dalla secolare presenza italiana, sparivano lingua, dialetti e cultura millenaria, venivano smantellate reti familiari, sociali ed economiche.

Ma quei circa duecentocinquantamila italiani profughi, che tutto avevano perduto, e che guardavano alla madrepatria con speranza e fiducia non sempre trovarono in Italia la comprensione e il sostegno dovuti. Molti di loro presero la via dell’emigrazione, verso continenti lontani. E alle difficoltà materiali in Patria si univano, spesso, quelle morali: certa propaganda legata al comunismo internazionale dipingeva gli esuli come traditori, come nemici del popolo che rifiutavano l’avvento del regime comunista, come una massa indistinta di fascisti in fuga. Non era così, erano semplicemente italiani.

La guerra fredda, con le sue durissime contrapposizioni ideologiche e militari, fece prevalere, in quegli anni, la real-politik. L’Occidente finì per guardare con un certo favore al regime del maresciallo Tito, considerato come un contenimento della aggressività della Russia sovietica. Per una serie di coincidenti circostanze, interne ed esterne, sugli orrori commessi contro gli italiani istriani, dalmati e fiumani, cadde una ingiustificabile cortina di silenzio, aumentando le sofferenze degli esuli, cui veniva così precluso perfino il conforto della memoria.

Solo dopo la caduta del muro di Berlino una paziente e coraggiosa opera di ricerca storiografica, non senza vani e inaccettabili tentativi di delegittimazione, ha fatto piena luce sulla tragedia delle foibe e sul successivo esodo, restituendo questa pagina strappata alla storia e all’identità della nazione. L’istituzione, nel 2004, del Giorno del Ricordo, votato a larghissima maggioranza dal Parlamento, dopo un dibattito approfondito e di alto livello, ha suggellato questa ricomposizione nelle istituzioni e nella coscienza popolare.

Ricomposizione che è avvenuta anche a livello internazionale, con i Paesi amici di Slovenia e Croazia, nel comune ripudio di ogni ideologia totalitaria, nella condivisa necessità di rispettare sempre i diritti della persona e di rifiutare l’estremismo nazionalista. Oggi, in quei territori, da sempre punto di incontro di etnie, lingue, culture, con secolari reciproche influenze, non ci sono più cortine, né frontiere, né guerre. Oggi la città di Gorizia non è più divisa in due dai reticolati. Al loro posto c’è l’Europa, spazio comune di integrazione, di dialogo, di promozione dei diritti, che ha eliminato al suo interno muri e guerre. Oggi popoli amici e fratelli collaborano insieme nell’Unione Europea per la pace, il progresso, la difesa della democrazia, la prosperità.

Ringrazio gli ambasciatori di Slovenia, di Croazia e del Montenegro per la loro presenza qui, che attesta la grande amicizia che lega oggi i nostri popoli in un comune destino. Ringrazio l’on. Furio Radìn, Vice Presidente del Parlamento Croato, in cui è stato eletto come rappresentante della Comunità nazionale italiana di Croazia; e l’on. Felice Ziza, deputato all’Assemblea Nazionale Slovena, ove è stato eletto come rappresentante della Comunità nazionale italiana di Slovenia.

Molti tra i presenti, figli e discendenti di quegli italiani dolenti, perseguitati e fuggiaschi, portano nell’animo le cicatrici delle vicende storica che colpì i loro padri e le loro madri – ha concluso Mattarella -. Ma quella ferita, oggi, è ferita di tutto il popolo italiano, che guarda a quelle vicende con la sofferenza, il dolore, la solidarietà e il rispetto dovuti alle vittime innocenti di una tragedia nazionale, per troppo tempo accantonata. (Inform)

Fedriga, Presidente Friuli Venezia Giulia: Ricordare per restituire giustizia alle vittime
 
TRIESTE  - "Il Friuli Venezia Giulia non dimentica il dramma dell'esodo e delle foibe: ricordare è un atto doveroso di giustizia nei confronti di tutte le vittime." Lo ha dichiarato il governatore Massimiliano Fedriga, a margine della cerimonia del Giorno del Ricordo celebrata a Basovizza alla presenza del ministro dell'Interno Matteo Salvini, del presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, del sindaco Roberto Dipiazza e di numerose autorità civili, militari e religiose.

"Una data impressa nella coscienza della nostra comunità, quella del 10 febbraio, a cui istituzioni e cittadini guardano con profondo rispetto, consapevoli che solo la conservazione della memoria può mantenere in vita chi, senza responsabilità alcuna, ne è stato barbaramente privato."

Netta inoltre la presa di distanze del governatore dalle iniziative mirate a rileggere i tragici eventi del confine orientale nel secondo dopoguerra. "Il lungo percorso di pacificazione compiuto, che ci permette oggi, dopo troppi anni di colpevole oblio, di ricordare il dramma delle foibe, impone - ha affermato Fedriga - di mantenere alta la guardia da revisionismi tesi esclusivamente a rinverdire divisioni sulla pelle delle vittime."

Assegnare a questa pagina di Storia la medesima dignità riservata ad altre diventa così obiettivo, secondo il ministro Salvini, "per garantire giustizia e verità a centinaia di migliaia di donne e uomini strappati dalle proprie terre per la sola colpa di essere italiani".

"Se il superamento delle divisioni rappresenta dunque condizione necessaria per consolidare la stabilità in Europa, è pur vero che un albero privo di radici profonde è destinato a morire: ecco perché - ha concluso Salvini - cerimonie come quella del 10 febbraio sono ancora oggi essenziali nella vita di una comunità."  (Inform)

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