Sunday 21st Apr 2019

Cina
Il 9 aprile a Bruxelles il Primo Ministro cinese Li Keqiang ha incontrato il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, e il Presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker,  nell’ambito del ventunesimo vertice tra Unione Europea e Cina. Il confronto ha spaziato dai regolamenti commerciali fino ai diritti umani toccando, negli incontri a margine, temi legati alla risoluzione delle controversie internazionali come la collaborazione sul dossier iraniano o le comuni preoccupazioni per le tensioni riguardanti la denuclearizzazione della penisola coreana.

Tuttavia, il fulcro delle discussioni è ruotato attorno a tre temi fondamentali: un accordo sugli investimenti bilaterali (Comprehensive Agreement on Investments) da finalizzare entro il 2020, il ridimensionamento dei sussidi statali cinesi all’industria in cambio di maggiori trasferimenti di tecnologie nonché una maggiore apertura del mercato cinese alle imprese europee. Durante i colloqui i vertici dell’Unione hanno anche ribadito la propria disponibilità a cooperare con Pechino per la riforma di alcuni meccanismi amministrativi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

L’azione delle istituzioni europee in questo summit era diretta verso due obiettivi: rinvigorire la propria posizione come terzo attore globale, insieme a Stati Uniti e Cina, e porre le basi per riequilibrare la propria bilancia commerciale con la Cina.

Da un lato, infatti, l’Unione mantiene una posizione di apertura nei confronti della Cina smentendo, ad esempio, i timori degli USA sulla questione della rete 5G che invece è stata definita come la spina dorsale del futuro sviluppo economico e sociale. Dall’altro, l’UE mira a risanare il disavanzo commerciale con Cina, che nel 2018 è salito ad oltre 184 miliardi di euro, creando delle condizioni favorevoli all’esportazione di prodotti e servizi europei verso il gigante asiatico.

Questo impianto strategico ha anche una valenza interna per l’Unione in quanto, nel corso degli incontri, è stata ribadita la necessità di rilanciare l’azione unitaria dell’UE verso la Cina privilegiando quest’impostazione rispetto alla conclusione di accordi tra Pechino e singoli Stati membri.
 
Israele
I risultati del voto anticipato del 9 aprile per l’elezione dei membri della Knesset, il Parlamento israeliano, lanciano il Premier uscente, Benjamin Netanyahu, verso la riconferma. Questi si avvia, quindi, al suo quarto mandato consecutivo – eguagliando il primato finora detenuto dal padre fondatore dello Stato ebraico, David Ben Gurion – e al quinto complessivamente. Ciò lo renderebbe di fatto il Primo Ministro più longevo nella storia di Israele.

Alle urne il partito di Netanyahu, il Likud, ha conquistato lo stesso numero di seggi (35 sui 120 totali) della lista sfidante Blu e Bianco guidata da Binyamin Gantz, ex Capo di Stato Maggiore. Tuttavia, data la legge elettorale proporzionale con una bassa soglia di sbarramento al 3,25%, che facilita la frammentazione del sistema politico israeliano, la capacità di formare coalizioni vaste è fondamentale per la creazione dell’esecutivo, che necessita dell’appoggio di almeno 61 deputati. Di conseguenza, è piuttosto probabile che il Presidente Reuven Rivlin si rivolga ancora a Netanyahu.

Infatti, il Likud può contare sul sostegno di molte formazioni della destra nazionalista e religiosa e, soprattutto, su quello di Avigdor Lieberman, l’ex Ministro della Difesa che pure, con le sue dimissioni, aveva dato inizio alla crisi del governo. Egli ha infatti escluso un appoggio a Gantz e confermato la sua disponibilità a far parte di una coalizione con il Likud, che arriverebbe così a 65 seggi. Al contrario, il leader di Blu e Bianco è riuscito a catalizzare un notevole consenso attorno alla sua creatura nata solo lo scorso febbraio, ma si è limitato a drenare i voti dal centrosinistra, in particolare dal partito laburista, e solo da pochi scontenti del centrodestra. Dunque, Gantz non sembra avere la possibilità di costruire una coalizione altrettanto ampia.

Nel complesso, in linea con una tendenza visibile già negli ultimi anni, il baricentro politico di Israele si conferma sbilanciato a destra. Nonostante l’ottima performance elettorale di Gantz, moderati e progressisti non hanno saputo esprimere un’alternativa forte e convincente alla destra di Netanyahu su temi cardine per l’elettorato, a partire dalla gestione della sicurezza e del dossier palestinese. Argomenti peraltro praticamente elusi da Gantz durante la campagna elettorale. In questo senso, non è un caso che quest’ultimo abbia perso nei principali centri a ridosso della Striscia di Gaza, dalla quale negli ultimi mesi sono stati sottoposti a ripetuti lanci di razzi.

Libia
Il 4 aprile scorso, l’Esercito Nazionale Libico (ENL) guidato dal Generale Khalifa Haftar è giunto a Gariyan, 100 km a sud di Tripoli, avanzando poi verso la capitale e giungendo rapidamente alle porte della città. L’offensiva è stata però rallentata dallo schieramento rivale, composto dalle forze raccolte attorno al Governo di Unità Nazionale (GUN) del Primo Ministro Fayez al-Serraj, una coalizione eterogenea di milizie fino a quel momento rivali, ma unitesi in chiave anti-Haftar. Inoltre, a sostegno del GUN sono giunte alcune delle migliori milizie di Misurata, tra cui la Brigata 166 e la potente milizia Halbous.

Il sostanziale equilibrio tra le forze in campo ha quindi portato a un sostanziale stallo delle operazioni, concentrate nei quartieri di Ain Zara e Qasr bin Ghashir alla periferia meridionale di Tripoli. Tuttavia, la situazione resta piuttosto fluida, sia perché alcuni reparti tripolini, già in contatto con Haftar in passato, potrebbero essere indotti a schierarsi col Generale, sia, per converso, perché le lunghe linee di rifornimento dell’ENL ne mettono a dura prova la capacità di sostenere un’offensiva prolungata nel tempo.

Certamente, la conquista di Tripoli darebbe ad Haftar una carta in più per rivendicare un ruolo di primo piano all’interno del panorama politico libico, in ottemperanza al suo progetto di porsi come uomo chiave nella definizione del percorso per la soluzione della crisi libica.

Ad ogni modo, a prescindere da quale sarà l’esito dell’offensiva, l’avanzata su Tripoli avrà pesanti ripercussioni soprattutto sul piano politico-diplomatico. Ne è una dimostrazione l’annuncio del rinvio a data da destinarsi della Conferenza Nazionale sulla Libia, promossa dall’ONU e inizialmente prevista dal 14 al 16 aprile a Ghadames nell’ambito del processo di riconciliazione nazionale. Inoltre, appare piuttosto probabile che l’attacco a Tripoli dilapidi tutto il capitale di fiducia reciproca fra Est e Ovest del Paese, costruito con fatica negli ultimi anni di negoziati.
 
Sudan
L’11 aprile, le Forze Armate hanno deposto il Presidente Omar al-Bashir, ex ufficiale dell’esercito salito al potere grazie ad un colpo di Stato nel 1989 e leader del National Congress Party (NCP). La deposizione di al-Bashir rappresenta il culmine delle proteste popolari iniziate lo scorso dicembre a causa delle dure misure di austerity approvate da governo, tra cui la sensibile riduzione dei sussidi statali su beni di prima necessità e carburanti. Tali misure, nel contesto della fragile economia sudanese, avevano altresì creato un feroce innalzamento dei prezzi e del tasso d’inflazione, colpendo una popolazione civile già vessata da gravi problemi di povertà e disoccupazione.

Inizialmente orbitanti attorno a rivendicazioni economico-sociali, ben presto le proteste hanno assunto una connotazione fortemente politica, concentrandosi sulla richiesta di profonde riforme democratiche e sul termine della stagione di potere di al-Bashir. Pur in assenza di un polo egemone, alle manifestazioni hanno partecipato tutti i partiti di opposizione, riuniti nella piattaforma “Sudan Call”, e le principali organizzazioni della società civile. In alcuni casi, le proteste hanno assunto sfumature violente e si sono verificati scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, con un bilancio complessivo di circa 40 morti.

Proprio la crescente volatilità dello scenario sociale e securitario e l’aumento della rabbia popolare contro al-Bashir hanno spinto le Forze Armate a deporre il Presidente, nel tentativo di evitare lo scoppio di una autentica rivoluzione e di gestire la fase di transizione. Dunque, i militari hanno sciolto gli organi civili (parlamento e governo) e istaurato una Consiglio Militare di Transizione (CMT) con a capo il Generale Ahmed Awad Ibn Auf, personalità con una lunga carriera di incarichi di primo piano all’interno del regime di al-Bashir come Vice-Presidente, Ministro della Difesa, Direttore dell’Intelligence Militare e Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate. Il CMT ha imposto lo stato d’emergenza per i prossimi 3 mesi, vietando qualsiasi manifestazione pubblica e imponendo il coprifuoco tra le ore 22 e le ore 4, ed ha stabilito un periodo di transizione di 2 anni, al termine del quale saranno indette nuove elezioni.

Sebbene il CMT abbia ottenuto il supporto del National Front for Change (NFG), movimento formato da alcuni dissidenti del NGP e dell’apparato politico favorevoli alla destituzione di al-Bashir, i movimenti di protesta hanno accolto freddamente il colpo di Stato. Infatti, seppur soddisfatti dalla deposizione del Presidente, i sudanesi temono che il golpe possa essere una mera operazione cosmetica per calmierare la piazza e per riabilitare l’immagine delle Forze Armate, tradizionalmente parte del sistema di potere di al-Bashir e corresponsabili degli abusi, delle violazioni reiterate e dei crimini di guerra a lui imputati dalla Corte Penale Internazionale. Per questo motivo, il Sudan Call si è prontamente dichiarato contrario al piano proposto dal CMT ed ha invitato il popolo sudanese a continuare la protesta per giungere ad una autentica transizione alla democrazia.

Qualora il piano delle Forze Armate dovesse fallire e i manifestanti, non soddisfatti dalle proposte del CMT, dovessero continuare le proteste, sussiste il rischio concreto di una rapida escalation delle violenze dagli esiti potenzialmente pericolosi per la stabilità del Paese e dei suoi vicini.  

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