Tuesday 20th Aug 2019

Augusto Orsi da Locarno –  

Capharnaüm (Cafarnao). Confusione e miracolo. È la cittadina della Galilea dove il Cristo guarì il paralitico. La confusione, il caos e la disperazione sono gli elementi più rilevanti del  film della regista libanese Nadine Labaki al suo terzo lungometraggio,  che all’ultimo Festival di Cannes ha vinto il premio della Giuria.

Il film dal  forte realismo di denuncia nella prima parte si svolge quasi completamente nelle strade di Beirut, città assordante e caotica, attraversata da traffici di ogni genere e da storie tragiche di povertà, di abbandono e di emigrazione. Protagonista assoluto e di gran bravura è un simpatico e sveglio  ragazzino di 11 anni, Zain, rifugiato siriano trascurato dai genitori che sopravvivono  in una situazione di estrema miseria  e degrado morale, costretti a vendere la sorella come sposa-bambina a un conoscente benestante.

In segno di rivolta e di disperazione, Zain fugge senza meta, si ritrova a vivere nei dintorni di un parco di divertimenti dove Rahil, una donna etiope immigrata clandestina, lo alloggia a condizione che si occupi del figlioletto Yonas prima di scomparire a sua volta. Zain e Yonas diventano così due figure simboliche, rappresentanti di un’intera umanità che oggi si ritrova completamente smarrita nell’inferno di agglomerati urbani dove ognuno cerca in tutti i modi di sottrarre ciò che può agli altri.

Nadine Labaki affronta questa vicenda, che di certo la tocca molto da vicino, con grande chiarezza, riuscendo a far passare un messaggio tragico e disperato attraverso i volti dei due piccoli protagonisti. Una capacità di linguaggio alla quale ha di certo contribuito una lunga e profonda riflessione su tutte le tematiche che si intrecciano in questo «disordine» sociale ma anche il fatto di aver sperimentato sulla propria pelle delle situazioni che ha ripreso tali e quali nella vicenda narrata. Un modo efficace di puntare i riflettori addosso a quei personaggi invisibili che popolano le vie di molte grandi città ma che ci ostiniamo a non vedere.

Alla fine Zain intenterà anche un processo   ai genitori, rei di averlo messo al mondo. Un gesto simbolico che aggiunge un tocco surreale a un universo dove il senso di umanità è merce davvero molto rara.

Augusto Orsi

Comments powered by CComment