Friday 23rd Aug 2019

Roma - Al quotidiano Avvenire la lettera di una giovane laureata che lavora all'estero.

"Un classico, la laurea triennale in Italia, la magistrale in Antropologia ad Amsterdam, un ritorno in Italia demoralizzante e alla prima chiamata di lavoro all'estero non ho esitato, ho fatto i bagagli e sono partita, tutto sommato anche contenta, devo dire" esordisce Giulia Traversari che ora lavora con i Salesiani in Messico, dove fa ricerca sul tema dei diritti dell'infanzia. Ma, confessa, "avere la famiglia lontana è sempre un vuoto incolmabile.

"Partendo ho scritto qualche riga di getto, pensando a tutti i migranti che lasciano gli affetti senza nemmeno sapere se e quando potranno rivederli". E sottolinea che tutti i migranti "hanno un cuore in sospeso, allo stesso modo dei giovani e delle giovani che attraversano il Mediterraneo e di tutti gli esseri umani in cammino che cercano di attraversare un confine che li sancirà immigrati, richiedenti asilo, clandestini.

"Chiunque parte sa che lascia: lascia la casa, la famiglia, gli affetti, il cibo dell'infanzia, i colori, profumi, le proprie stagioni, gli amici... lascia, e una parte di sé rimarrà in sospeso, insoddisfatta, cullata dalla nostalgia che lo accompagnerà fino al prossimo ritorno. Ogni addio è un'interruzione di quel flusso di sentimenti, di amore, di quotidianità a cui non si dà molto peso fino a quando si deve dire addio; è solo allora che l'ordinario diventa straordinario, e lasciarlo appesantisce il cuore, stritola la gola, dilata lo stomaco, scioglie gli occhi.

"E anche se i primi vengono chiamati expat, espatriati, perché partono con passaporti privilegiati, soldi in tasca, carte prepagate, di credito, assicurazioni, permessi e visti, uno smartphone con cui connettersi a un wi-fi anche quando il proprio operatore smette di servire, anche a loro ogni arrivederci, ciao, ci vediamo presto, sospende una parte di cuore". - (NoveColonneATG)

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