Thursday 27th Feb 2020

Giorgio Rinaldi, direttore di Faronotizie –

Il 17 marzo 1861 veniva proclamato il Regno d’Italia.

L’Unità d’Italia era passata attraverso guerre, conflitti, annessioni, defenestrazioni, repressioni e tutto quello che può comportare un processo di “unificazione” di popolazioni affatto diverse, a malapena imparentate da un linguaggio simile, con affinità dovute alle varie dominazioni: da quelle francofone a quelle germanofone, a quelle ispanofone, più vari ed incomprensibili dialetti locali, residui di più antiche dominazioni barbariche.

La cornice entro la quale l’unità del Paese doveva trovare la sua naturale collocazione era la penisola italica, ritenendo il Mediterraneo e le Alpi gli atavici confini di territori che avrebbero dovuto ospitare popolazioni somiglianti, isole comprese.

All’evidenza, nulla di più errato. Sino alla caduta dell’Impero Romano, le popolazioni conquistate erano state in un certo qual modo romanizzate ma, col passare dei secoli, ogni popolo ha poi assunto proprie caratteristiche e ripristinato linguaggi originari, seppur fortemente contaminati dalla lingua latina.

La Chiesa Cattolica, allocata principalmente nella Penisola, ha molto omogeneizzato le popolazioni cosiddette italiche, ma non è riuscita nell’intento di creare, sulle ceneri dell’Impero Romano, una nazione con una sola religione, una sola lingua, una sola moneta, uniche leggi, unici costumi, unica bandiera e così via.

Nel marasma umano e nella babele dialettale, arrivò una monarchia francofona che passo dopo passo diplomatico, guerra dopo guerra, alleanze dopo alleanze, annessioni dopo annessioni, formò una nazione ed uno stato, in un unico territorio (mutilato per regalìe compensative ai cugini francesi – Nizza e Savoia- per l’interessato aiuto bellico al Regno di Sardegna). Le tante monete finirono per fondersi in una sola, sulle strade fu scelto, infine, di guidare tenendo la destra. Poi, dopo una sanguinosa e disastrosa guerra mondiale, che aveva compromesso grandemente il ruolo della monarchia, arrivò la repubblica.

Finalmente, un processo unitario che aveva visto ogni parte della Nazione contribuire alla sua formazione, dal nome alla bandiera all’inno…, era concluso.

La Rai-Tv contribuì non poco ad unificare gli italiani, soprattutto costringendoli ad una reciproca conoscenza di esistenza, e a parlare una sola lingua (con i distinguo dovuti a sacche di resistenza regionali dal sud al nord del Paese).

Neanche qualche decennio dalla ricostruzione di un Paese uscito in macerie dalla 2^ guerra mondiale che la politica invoca la Costituzione e la traduzione in pratica di quanto il Costituente aveva previsto per razionalizzare la burocrazia ed avvicinare lo Stato alle esigenze del cittadino: l’istituzione degli Enti Regionali.

Presto le illusioni si tradussero in carrozzoni clientelari, concepiti soprattutto per favorire l’occupazione, non sempre trasparente, di centinaia di migliaia di amici, parenti e affini, e garantire congrui stipendi a tanti, buoni solo a fare i faccendieri e curare i propri interessi elettorali e quelli del padrino politico di riferimento. Con effetto moltiplicatore, le Regioni hanno posto serie ipoteche su qualunque organismo utile a produrre clientele. Così, la regionalizzazione della Sanità è stata capace, da sola, ad assicurare un controllo parcellizzato da parte di politici inetti e corrotti su uno dei gangli vitali della società, che vede circolare masse enormi di denaro (dove si sdraia l’asino resta sempre del pelo, dicono a Ferrara) e dove è più possibile esercitare un potere subdolo su pezzi di società particolarmente deboli, perché esposti con la propria salute.

Così è iniziato lo scempio dello Stato Unitario, già paventato all’indomani del conflitto mondiale con la creazione di quella mostruosità delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome. Facile in questa situazione magmatica vedere l’arrivo di persone senz’arte né parte erigersi a propugnatori del federalismo, in una confusione mentale che fa invocare la riapertura dei manicomi: il federalismo avviene, come è noto, tra parti di società che si vogliono unire, non che si vogliono dividere (in questo caso si parla di secessione).

Ma, tant’è. Quando appaiono all’orizzonte politico ex generali farneticanti, politici con l’aspirazione a sigillare i porti umbri, imbonitori che rimpiangono i borboni, boicottatori di mandorle e chi più ne ha, più ne metta, significa che il fondo del barile è stato quasi raschiato per intero.

Le classi politiche meridionali, anziché battersi contro una regionalizzazione dello Stato intempestiva, posto il sussistente divario tra nord e sud del paese, hanno dato immediatamente il loro contributo fiutando, come bestie feroci, il lauto pasto clientelare che si stava preparando.

Dall’Unità d’Italia in poi le classi dirigenti meridionali hanno sempre curato i propri interessi particolari non interessandosi mai del bene della parte del Paese che rappresentavano, ma limitandosi a richiedere al governo nazionale favori per amici e parenti, sia sotto forma di opere pubbliche da appaltare (spesso inutili), sia sotto forma di collocazione nei pubblici uffici di clienti di provata fede. Malcostume che tutt’ora governa la cosa pubblica, e la Calabria è una delle Regioni più compromesse.

La grave ed inesorabile deriva del Mezzogiorno non solo è dovuta ad un atteggiamento predatorio delle classi dirigenti capitalistiche del Nord, che avevano bisogno di manodopera dequalificata e a basso prezzo per le nascenti industrie, ma anche da un atteggiamento culturale del Meridione abituato da secoli a piegare la testa e a chiedere favori in luogo dei propri diritti. A ciò si aggiunga il modus vivendi delle classi dirigenti meridionali pronte a calpestare chiunque per mantenere intatti i propri privilegi, spesso ricorrendo alla violenza con l’ausilio di organizzazioni criminali segrete. Non a caso, la ‘ndrangheta, la mafia, la camorra, la sacra corona unita, sono fenomeni tipici di alcune regioni del sud che hanno trovato un humus favorevole nella miseria e nell’incultura.

Il profumo del denaro e l’evoluzione tecnologica delle società e del crimine, hanno consentito che in altre parti della Penisola, e poi dell’Europa e del continente americano, avvenisse una saldatura tra poteri locali e malavita organizzata, spesso di stessa provenienza ed estrazione di quella meridionale.

Ora, il capolinea è prossimo. L’idea di “abolire” le Provincie anziché valorizzarle e, di converso, limitare sempre più i poteri delle Regioni a favore degli enti locali e dello Stato, ha prodotto solo nuove clientele politiche e masse di impiegati in attesa solo di uno stipendio che si rappresenta sempre più come un vitalizio.

La mancata “rivoluzione culturale” del Mezzogiorno ha incancrenito i rapporti con le Regioni settentrionali che aspirano ad una maggiore autonomia, spesso contrabbandata come occasione di gara per fare emergere i migliori, da premiare. E’ un po’ come si volessero far gareggiare degli atleti che in gioventù erano fisicamente perfetti ma poi, col tempo, chi si è azzoppato, chi ha avuto gravi malattie, chi –per contro- ha migliorato le sue prestazioni. La gara, all’evidenza, è truccata già dalla partenza e si sa già il vincitore.

Ciò non può significare, però, che il Sud continui a viaggiare con il freno a mano tirato. Da un lato, bisognerà fare piazza pulita di tutte le classi dirigenti che hanno scaraventato il Mezzogiorno nella più completa disperazione, e chi è chiamato ad esprimere il suo voto elettorale potrà scegliere tra arretratezza e progresso. Dall’altro, lo Stato dovrà intervenire con massicci investimenti infrastrutturali, dalle strade alle ferrovie, all’informatizzazione, agli scali aeroportuali alle scuole di formazione e di alta specializzazione, etc. E’ assolutamente necessario che né lo Stato, né gli altri Enti, eroghino finanziamenti a fondo perduto o ultragevolati a questo e quello, ma chi avrà le carte in regola potrà accedere al credito bancario sotto la vigilanza dello Stato, sia sugli aspiranti imprenditori, sia sugli istituti di credito (il denaro a prestito al Sud è sempre stato più caro che al Nord…). La Corte dei Conti dovrà essere potenziata per un controllo sugli atti della P.A., così come le forze di polizia, arricchendole dei migliori elementi per stroncare, una volta per tutte, le criminalità di stampo mafioso.

Con obbligo, per tutti, di leggere almeno un libro al mese.

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