Thursday 27th Feb 2020

 

 

Sommario: GOVERNO, UNA MAIONESE IMPAZZITA – ITALIA BARZELLETTA INTERNAZIONALE – USA: COMINCIA LA CAMPAGNA ELETTORALE - 

IL GOVERNO MAIONESE (IMPAZZITA)

Seguo da tanti decenni la politica italiana ma non ricordo un momento di confusione così totale a livello governativo.

So di essere di parte, ma cerco di vedere le cose con spirito obiettivo e credo che si debba convenire come siamo di fronte ad una maionese impazzita in cui sembra obiettivamente impossibile trovare una qualsiasi linea unitaria.

Dalla giustizia all’economia, dalle pensioni al lavoro, non c’è un singolo  tema sul quale non si rinvii, si dissenta, ci si accusi a vicenda. Il nostro paese merita di essere conciato così? Quanto stiamo perdendo tutti – di destra o di sinistra – a non avere una guida minimamente univoca e stabile?

Se il Presidente Mattarella avesse il coraggio di essere davvero super partes ed obiettivo credo dovrebbe lanciare un appello pubblico al governo, al parlamento e al paese con un messaggio chiaro: o si trova una intesa, un programma condiviso e delle priorità da realizzare o sarà costretto a sciogliere le camere e mandarci a votare.  Forse la paura del voto è l’unica arma a fare ragionare i troppi litiganti alla corte di Conti.

Constatato che ci sono in giro troppi irresponsabili ed impreparati dimostri il presidente Mattarella di avere un minimo di spina dorsale, di autonomia di giudizio, di avere a cuore veramente le sorti del paese in un momento di crisi interna ed internazionale spaventosa. Se invece Mattarella nulla farà, se continuerà ad assistere in silenzio a questo sfacelo credo non solo che diventerà Lui il primo corresponsabile della situazione, ma avrà anche violato il giuramento di impegno che ha fatto alla nazione.

 

SIAMO (PURTROPPO) UNA BARZELLETTA INTERNAZIONALE

La gravità della situazione internazionale in Medio Oriente e in Libia imporrebbe all’Europa di tenere una linea comune a tutela della pace e dei propri interessi, ma nulla di ciò appare visibile. Mi pare evidente come ciascuno pensi a sé stesso, con la Francia corresponsabile della crisi libica, la Germania a fianco di Trump, gli inglesi in via d’uscita e l’Italia regolarmente “non pervenuta”.

Ma se qualcuno ha il coraggio di ascoltare le dichiarazioni ufficiali di Di Maio e di Conte avrà pure capito che stanno parlando solo di assolute ovvietà, con nessuna minima concretezza, idea, strategia, volontà.

Certo che “bisogna operare per la pace”, certo che “siamo preoccupati”, certo che “bisogna discutere con tutti” Bisogna, bisogna...e quindi? Non siamo con l’America, non siamo con Putin, non siamo con (o contro) la Turchia, non abbiamo una linea  strategica nel Mediterraneo, non siamo stati minimamente capaci di essere partner credibile con qualcuno nella crisi libica, non abbiamo colto la necessità di unire almeno le nazioni mediterranee europee.

Dov’è oggi l’Italia, con chi sta? Da nessuna parte, con nessun alleato strategico, tenendo come sempre il piede in più scarpe, ma in realtà rimanendo senza scarpe.

La gaffe ridicola (o tragica) di mercoledì con Conte che parla con l'uomo forte di Bengasi ed offende così il governo di Tripoli (riconosciuto dall'ONU)  che ovviamente così rifiuta il colloquio mentre Di Maio non sottoscrive il documento comune europeo partecipando al Cairo ad un vertice del Sud Europa è la più lampante dimostrazione della confusione totale che c'è su questo tema a Palazzo Chigi nella spasmodica necessità di far vedere che "L'Italia fa qualcosa" soprattutto in chiave interna mentre - purtroppo - l'Italia è diventata davvero una barzelletta in chiavge di credibilità..

Come sempre noi “facciamo finta” di essere da una parte ma regolarmente sotto sotto ci schieriamo con l’altra. Noi siamo quelli delle “furbate”, delle alleanza tradite (da sempre, la storia dovrebbe pur insegnare qualcosa…) e in giro ci considerano inermi, pressapochisti, pronti a cambiare bandiera.

Chiudete gli occhi... ma vi ricordate i rapporti internazionali tenuti dall’Italia 30 anni fa? Giusti o sbagliati che fossero avevamo una linea “Andreottiana” ed eravamo comunque abbastanza credibili, ancorati ad una alleanza, presenti sullo scenario internazionale.

Oggi siamo il nulla, il ventre molle d’Europa, disprezzati ed ignorati da tutti.

Non siamo una grande potenza nè possiamo esserlo, ma almeno partner credibili sì.

Invece tutto è becero, ridondante, scontato, la bollitura del nulla. Ma cosa mai significa e perché mai accusare Salvini per la crisi libica? Ma che cosa cavolo c’entra?!

E’ un esempio di sciocchezza, di vedere tutto guardando solo al proprio ombelico mentre nel raggio di poco più di 200 chilometri dalle nostre coste (Libia) o mille (Medio Oriente) il mondo sta cambiando. Cambia in strategie, forniture energetiche, masse di profughi, accesso alle materie prime.

Ascoltate un TG e non comprenderete nulla perché anche il modo di dare notizie è confuso, non si spiegano bene le cose, non si analizza alcun argomento, alleanza, motivazione. Nei TG un omicidio stradale conta  più in audience di approfondire le cause di un conflitto e le interviste di (quasi) tutti i nostri politici sono mere dichiarazioni di principio ma che non dicono (o risolvono) nulla.

D'altronde mi spiegate come può essere minimamente credibile un Paese che in una emergenza simile anziché avere come Ministro degli Esteri un competente o almeno una persona “tecnica” credibile si fa rappresentare da un ex bibitaro del San Paolo che non parla nemmeno inglese? Siamo purtroppo diventati una tragica barzelletta...

Approfondimento : USA, AVVIO DI CAMPAGNA ELETTORALE

Come quattro anni fa, anche in questo lungo periodo pre-elettorale negli USA ho potuto cominciare a girare gli States cercando di capire l’aria che tira.

Come avviene ormai da oltre un secolo si voterà il primo martedì di novembre, ma se i candidati repubblicani sono praticamente certi da tempo (Donald Trump, con il suo vice Mike Pence, l’ex governatore dell’Indiana) in campo democratico i giochi sono ancora tutti da fare con una decina di aspiranti alla “nomination”.

Proprio l’incertezza sul nome degli sfidanti è uno degli elementi che rendono ancora più imprevedibile l’esito e l’andamento della campagna elettorale caratterizzata per ora dalle polemiche democratiche e dalle sprezzanti repliche di Trump.

Quattro anni fa nessuno scommetteva su Donald vincente (o quasi, visto che per mesi io invece sottolineavo il clima che si respirava in America, sconosciuto e disprezzato da gran parte della stampa italiana apertamente schierata per Hillary Clinton ) e pochi mesi dopo le elezioni quasi tutti i media americani – anche perchè in gran parte schierati con i democratici - ne prevedevano un rapido declino.

A dieci mesi dal voto, invece, Trump è oggi addirittura leggermente avanti nei pronostici.

C’è un elemento fondamentale e nuovo che però si percepisce: per decenni l’americano medio – comunque avesse votato – si riconosceva poi nel ruolo e nella figura del Presidente eletto l’identità nazionale, mente oggi i giudizi su Trump sono molto più netti e radicati in una sorta di progressiva accentuazione delle differenze, spaccatura tra gli elettori ed in definitiva una radicalizzazione del voto.

In America vince non tanto chi è meglio giudicato dai sondaggi ma soprattutto tenendo conto della percentuale dei cittadini che si iscrivono nelle liste elettorali (ogni volta che si vota bisogna esprimere ufficialmente questo desiderio) e che poi vanno effettivamente al seggio o esprimono il voto per posta.

Oggi i supporter di Trump sono molto decisi, rumorosi e determinati sul loro candidato, mentre molti contrari che lo detestano apertamente prima di decidere di recarsi a votare vogliono capire chi sarà il candidato democratico.

Il voto per Trump (che perse sul totale dei voti popolari, ma conquistò gli stati-chiave che decidono i grandi elettori presidenziali) nel 2016 fu più una disaffezione contro Hillary Clinton piuttosto che una simpatia verso di lui, considerato allora un eccentrico ma ricco sconosciuto. Molti democratici non votarono e questo allora favorì Trump, ma anche questa volta molti elettori andranno a votare solo se si identificheranno con il candidato democratico.

C’è comunque un elemento fondamentale che domina il momento politico negli USA ovvero l’andamento dell’economia e proprio gli innegabili successi di Trump su questo punto soddisfano e spronano l’elettorato repubblicano spesso comunque parzialmente in disaccordo con i toni, gli insulti, il porsi in modo sempre diretto e al limite dello scontro che caratterizza i rapporti di Trump – per esempio – con la stampa e molti giornalisti.

L’economia USA infatti tira bene, la disoccupazione è scesa al minimo storico, la gente spende (fin troppo), il valore degli immobili è tornato a salire. “ Il compito di un presidente è trovare lavoro alla gente, poi devi arrangiarti da te, le altre sono solo fregnacce” sottolinea l’autista di colore che mi accompagna all’aeroporto – “ ...e speriamo quindi che vinca ancora Trump”.

“No! Trump è un buffone, un ignorante, una capra” commenta invece un democratico casualmente vicino di tavola in Florida, “Ma se i democratici candidano la Warren o Sanders, io non andrò a votare”. Bloomberg? “E’ un miliardario che non ha nulla a che fare con noi, però è pieno di soldi e quelli servono sempre per vincere...”

Commenti e sensazioni radicalmente opposte sulle quali conterà molto il volto del candidato democratico alternativo, che potrebbe azzeccare un ambo vincente scegliendo per “vice” una figura prestigiosa, magari proprio quella Michelle Obama che non parteciperà alle “primarie”.

L’ex first lady potrebbe infatti spingere al voto democratico le minoranze etniche che certo non possono amare un Bloomberg ricco sfondato, un democratico anomalo (infatti è un ex repubblicano) che però potrebbe rosicchiare voti a Trump proprio perché ne è una più ricca (e colta) fotocopia.

Ma chi sono i pretendenti democratici? Ancora troppi per capire dove si andrà a finire passando dall’ “ultrasinistra” Elizabeth Warren (che propone una tassa patrimoniale sui capitali) all’eterno Bernie Sanders e soprattutto a Joe Binden che però zoppica per l’affare ucraino dove – se Trump è sotto impeachment - è stato proprio suo figlio che in Ucraina ha causato un mare di guai sostanzialmente insabbiati dall’amministrazione Obama.

Potrebbe forse uscire alla distanza Joe Walsh, rassicurante e popolare, se l’onda d’urto di Michael Bloomberg non spazzerà via tutti a colpi di spot. La discesa in campo del miliardario Bloomberg (una copia democratica di Trump ma addirittura molto più ricca) ha sconvolto gli equilibri e i pronostici democratici anche perché Bloomberg ha già annunciato che non parteciperà alle primarie salvo che a quelle del “big Tuesday” di metà campagna e quindi anche chi allora sarà in testa rischierà di essere messo in ombra.. Una scossa dentro e fuori il partito democratico nei suoi tradizionali bacini di voti dove spesso Bloomberg non è amato ma – se fosse effettivamente un potenzialmente vincente – potrebbe soprattutto coagulare intorno a sé le speranze di sconfiggere Trump.

Difficile per i democratici coniugare un pensiero di sinistra con Bloomberg o coinvolgere gli elettori emarginati che andarono al voto per Obama anche per essere il primo nero prima potenziale e poi effettivo presidente nella storia degli USA.

Ma proprio Bloomberg potrebbe attirare anche voti repubblicani scontenti dei modi - più che dei contenuti - di Trump.

Un bel match ancora tutto da decifrare, ma che potrebbe essere condizionato da passi falsi dell’attuale presidente in politica estera (il medio oriente, i rapporti con la Cina, qualche attacco od attentato sciita) o per una improvvisa crisi economica. La borsa è infatti salita molto, ma se è fisiologico un suo ridimensionamento dopo tanti mesi di rialzo la crisi che si teme arriverà prima o dopo il voto e come inciderà sulle scelte?

Dubbi concreti, mentre l’economia è il tema principale degli spot, con a seguire le problematiche dell’assistenza sanitaria, dell’immigrazione e della sicurezza mentre  solo il 13% dell’elettorato – secondo un sondaggio CBS – vede la priorità nei temi ambientali.

Sullo sfondo c’è infine la questione dell’impeachment di cui si parla molto, ma il cui risultato è scontato: il Senato (dove la maggioranza è repubblicana) non darà l’assenso a far deporre il presidente e l’operazione potrebbe invece addirittura rendere a Trump molte soddisfazioni (e voti) permettendogli di ricordare ad ogni comizio o audizione che è durata tre anni (ma è finita nel nulla) la vicenda Russiagate e che i suoi guai in Ucraina sono legati a quelli combinati dal figlio di Biden – accusato di corruzione - ben prima di lui.

Accuse, contraccuse, critiche alla Pelosi (la capo dei democratici al Congresso) che ha insistito per portarli allo scontro diretto con il rischio di farsi male: il campo democratico è molto diviso e ciò non può che facilitare il presidente uscente.

Intanto questra settimana Trump ha rischiato grosso sull'operazione-drone in Iraq ma conseguendo per ora un innegabile successo strategico e d'immagine ridimensionando il ruolo dell'Iran e dando il segnale forte  di essere un Presidente tutt'altro che sprovveduto anche sul piano internazionale.

Ma i giochi sono aperti, gli scenari tutti da scoprire, novembre è ancora molto, molto lontano.

Buona settimana a tutti !                                                             

Marco Zacchera 

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