Tuesday 26th May 2020

Marco Di Liddo, Emanuele Oddi - Ce.S.I. - 
 

La pandemia globale legata alla diffusione del coronavirus (COVID-19), dopo aver coinvolto Cina, Europa e Stati Uniti, ha cominciato ad affacciarsi anche nel continente africano. Dal 24 febbraio scorso, giorno del primo caso ufficiale registrato in Nigeria, il numero di contagiati in Africa sub-sahariana è cresciuto fino a superare le 300 unità (2 decessi), con picchi sinora localizzati in Senegal e Sudafrica. Secondo le evidenze raccolte sinora, il virus sarebbe arrivato nel continente attraverso i voli dall’Europa e non dall’Asia come si si era inizialmente pensato. Questa notizia ha avuto un impatto non secondario su alcune frange della società civile e delle classi dirigenti africane che, con ironia, hanno puntato il dito contro alcuni esponenti del fronte anti-immigrazionista europeo e statunitense che, nei mesi scorsi, avevano utilizzato la paura delle malattie portate dai migranti come argomento per limitare i flussi migratori dall’Africa all’Europa.

Nonostante i numeri sinora ridotti, le classi dirigenti africane non hanno assolutamente sottostimato i rischi potenziali legati all’ipotetica diffusione massiccia dei contagi, osservando con attenzione quanto accade nel resto del mondo e forti sia dell’imitazione delle misure di contenimento prese nei Paesi più colpiti (Cina e Italia su tutti) sia dell’esperienza autoctona in materia di contrasto alle epidemie maturata in passato. La combinazione di questi due elementi è chiaramente visibile nella pronta attivazione del cosiddetto Sendai Framework for Disaster Risk Reduction, una convenzione ONU siglata nel 2015 per migliore le capacità di gestione e risoluzione delle crisi legate ai disastri naturali e alle epidemie.

In ogni caso, i Paesi africani hanno adottato misure di contenimento delle più diverse, dai controlli biometrici agli aeroporti e nei luoghi di maggiore aggregazione (stazioni, uffici pubblici) fino alla limitazione o alla chiusura del traffico aereo dall’Europa e all’imposizione della quarantena per i soggetti provenienti da aree a rischio o che sono stati in contatto con persone provenienti da aree a rischio. In alcuni casi, come in Sudafrica, il Presidente Ramaphosa ha già imposto lo stato d’emergenza e la conseguente limitazione nell’apertura di uffici e luoghi ad alta densità umana. Parallelamente, dalla collaborazione tra l’OMS e l’Unione Africana (UA), è nata l’African Task Force for Coronavirus (AFTCOR), una piattaforma che ha l’obiettivo di coordinare le attività di contenimento del virus, condividere le scorte di materiale sanitario e attuare un piano di comunicazione univoco e coerente, Come sottolineato più volte dall’OMS, data la fragilità di molti apparati sanitari africani, la priorità è di individuare tempestivamente i casi di COVID-19. Seguendo questa logica ed anche grazie ai fondi dell’OMS, oggi nel continente sono 47 i Paesi con laboratori attrezzati per analizzare i tamponi effettuati su pazienti sospetti di essere portatori del nuovo coronavirus.

Anche se, sinora, la conoscenza scientifica del COVID – 19 è limitata, sulla base di quanto osservato nei focolai cinese, italiano, iraniano e sudcoreano è possibile analizzare i possibili fattori di rischio e resilienza che caratterizzano il continente africano. Tra i fattori di rischio rientrano la scarsità di strutture, copertura e capacità del sistema sanitario, le difficoltà di una adeguata diffusione delle notizie e delle buone pratiche sociali per prevenire il contagio, la presenza di ampie aree di crisi (regioni in guerra o già investite da altre ondate di malattie, che ospitano campi profughi o che devono affrontare emergenze ambientali) e l’eventuale ritardo nell’ipotetico supporto internazionale necessario per fronteggiare l’emergenza. Infatti, con il personale e le strutture sanitarie dei Paesi occidentali e della Cina già sotto pressione per esigenze domestiche, appare molto complicato immaginare un impegno internazionale in Africa.

L’OMS ha più volte ribadito che, per evitare il contagio, è di fondamentale l’importanza il frequente lavaggio delle mani e la necessità di rispettare le distanze di sicurezza tra soggetti. A riguardo, la mancanza di accesso ad acqua pulita e servizi igienicosanitari funzionali nonché la grande concentrazione di persone in quartieri degradati nella grandi città africane rischiano di ostacolare queste prassi virtuose. Ad esempio, negli slum di Addis Abeba, il consumo pro capite di acqua pulita è di circa 40 metri cubi annui (in Italia è quattro volte superiore). Un accesso così scarso a dell’acqua pulita potrebbe costituire una gravissima criticità che potrebbe incrementare notevolmente la velocità di diffusione del COVID-19.

Un ulteriore fattore di vulnerabilità, probabilmente il più rilevante, è la fragilità del sistema sanitario di molti Paesi africani, a partire dall’inadeguatezza delle strutture. Spesso gli ospedali sono sovraffollati e si confrontano con la scarsità di personale e strumentazioni medico-sanitarie efficienti. Inoltre, in contesti come la RDC, il sistema sanitario deve far fronte già ad altre epidemie che hanno tassi di diffusione e mortalità molto più elevati rispetto al nuovo coronavirus, come il morbillo. In uno scenario di propagazione capillare del COVID-19, le singole strutture ospedaliere e il sistema sanitario dei Paesi africani potrebbero rapidamente collassare a causa della pressione che il virus ha dimostrato di poter esercitare su tali sistemi. Inoltre, dal punto di vista medico - sanitario, nonostante gli sforzi dell’OMS, l’Africa denota una grave carenza nel numero degli strumenti oggi a disposizione per la verifica della presenza dell’infezione: circa 50.000 in tutto il continente.

Di contro, in virtù del fatto che, da quanto osservato sinora, il virus colpisce gravemente aree geografiche fortemente industrializzate ed inquinate e soggetti in età avanzata, l’Africa potrebbe essere un contesto più resiliente a causa del suo basso tasso di sviluppo industriale, al suo risibile inquinamento generale e alla “freschezza” della sua piramide demografica. Inoltre, non bisogna sottostimare il fatto che i Paesi africani posseggono un notevole bagaglio di esperienza in materia di contrasto alle epidemie.  

Per quanto riguarda il fattore di resilienza demografica, stando ai dati emersi dalla aneddotica scientifica, il COVID-19 tende a diffondersi maggiormente in aree in cui la popolazione ha un’età media superiore ai 35 anni (Cina 38, Italia oltre 45 anni). In quest’ottica è importante sottolineare che l’Africa è il continente più giovane al mondo, con il 60% della popolazione con un’età media inferiore a 25 anni, in alcuni casi inferiore ai 18 anni, come nel caso della Nigeria, il Paese africano maggiormente popolato (oltre 200 milioni di abitanti). Secondo l’OMS un tardivo riscontro della presenza del COVID-19 in Africa, rispetto ad altre regioni, potrebbe essere stato parzialmente influenzato dalla bassa età media del continente. Tuttavia, questo dato positivo potrebbe nascondere un lato oscuro, ossia il fatto che il virus si manifesti in maniera asintomatica nei giovani e, di conseguenza, sia meno facile da individuare e controllare.

Il secondo fattore che potenzialmente incrementa le capacità di risposta africane è l'esperienza maturata nella lotta contro altre tipologie di malattie infettive come ebola, morbillo, colera, malaria, HIV o altre forme d’influenza. Difatti, già prima del COVID-19, nel 74% dei Paesi africani era previsto un piano per affrontare un’influenza pandemica. Ad esempio, l‘epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), in Sierra Leone e Liberia (2014-16) hanno fatto sì che questi Paesi si dotassero di strutture d’isolamento, tuttora attive, fondamentali per rallentare la diffusione malattie infettive. Inoltre, la prolungata compresenza di numerose malattie infettive ha probabilmente rafforzato quelle sovrastrutture sociali, culturali e psicologiche necessarie a poter convivere con una pandemia.

Infine, la capillarità con cui il nuovo coronavirus si è diffuso ad esempio in Europa è stata anche favorita dalla capillarità delle rete di trasporti e dall’alto tasso di mobilità in tempi ridotti. Il continente africano, invece, presenta delle gravi carenze dal punto di vista infrastrutturale. Difatti, nel 2015 solo il 25% delle strade del continente era asfaltato, oggi il 60% della popolazione non ha accesso a una rete infrastrutturale moderna e per migliorarla sarebbero necessari 150$ miliardi d’investimenti annui. Perciò, delle criticità infrastrutturali così profonde potrebbero ritardare la diffusione del virus nel continente. Tuttavia, la scarsità di strade o dei servizi ferroviari, non corrisponde all’assenza di mobilità tout court, ma a una mobilità meno rapida. Infatti, l’Africa è il primo continente al mondo per tasso di migrazione interna. Infatti, tre quarti dei migranti africani, circa 19 milioni di persone, non lascia il continente e si sposta lungo direttrice intra-regionali.

Nel complesso, ad oggi appare molto complicato prevedere le curve di diffusione potenziali del contagio di COVID -19 in Africa ed i loro impatti sanitari e, successivamente, socio-politici. Seppure, nella sua diversità, alcuni Paesi del continente africano possano avvalersi di un notevole bagaglio di esperienza nella gestione delle pandemie e possano già applicare alcuni protocolli di contenimento sperimentati in Stati europei ed asiatici già colpiti, non si può negare che in Africa esistano tutti i fattori potenziali per lo scoppio di un’emergenza sanitaria ed umanitaria su larga scala. La deficitaria situazione dei servizi sanitari, il sovraffollamento delle megalopoli, le difficoltà di monitoraggio della popolazione e il sottosviluppo diffuso sono tutti elementi che potrebbero facilitare la diffusione del virus in misure addirittura superiori a quelle osservate sinora nel mondo, con costi umani e politici inimmaginabili. 

Ad oggi, gli unici impatti quantificabili che il nuovo coronavirus ha avuto sull’Africa sono quelli economici, legati principalmente alla contrazione del mercato delle commodity (idrocarburi e minerali) seguito alla recessione cinese. Infatti, in virtù dei circa $200 miliardi d’interscambio commerciale, la Cina è il primo partner commerciale del continente africano. Gli scambi fra l’Africa e Pechino, riguardano principalmente il settore minerario (idrocarburi e terre rare) di cui la Cina è il principale importatore al mondo. Dall’inizio della pandemia di COVID-19, il mercato cinese ha conosciuto una contrazione di circa un terzo del suo volume, riducendo sensibilmente la quantità di materie prime importante dall’Africa. Una tale contrazione dei mercati, unita alla crescente inflazione e all’interruzione dei flussi finanziari cinesi potrebbero aggravare le già difficili condizioni economiche di alcuni Paesi. Gli stessi vedrebbero notevolmente ridotta la loro capacità di dirottare fondi verso il settore sanitario, qualora dovessero trovarsi a dover affrontare un pandemia. Inoltre, le incertezze economiche e sociali legate alla possibile diffusione del COVID-19 potrebbero favorire scelte politiche di stampo protezionista  e  di  chiusura dei confini, che minerebbero alla base i virtuosi processi d’integrazione economica avviati con African Continental Free Trade Area, l’accordo continentale di libero scambio siglato nel 2019.

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