Monday 12th Nov 2018

Roma - “Come può un prete, al servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male? Come può aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio, e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato ‘un sacrifìcio diabolico’, che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono”.

È quanto scrive Papa Francesco nella sua prefazione al libro “La perdono, Padre” di Daniel Pittet, vittima di abusi sessuali, anticipata il 13 febbraio dal quotidiano Repubblica e resa disponibile online anche dal sito Il Sismografo.

“Si tratta di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna – scrive ancora il pontefice -. Gesù usa parole molto severe contro tutti quelli che fanno del male ai bambini: ‘Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare’ (Matteo 18,6).

La nostra Chiesa, come ho ricordato nella lettera apostolica ‘Come una madre amorevole’ del 4 giugno 2016, deve prendersi cura e proteggere con affetto particolare i più deboli e gli indifesi. Abbiamo dichiarato che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione, e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è successo in passato".

“Nella disgrazia, Daniel Pittet ha potuto incontrare anche un'altra faccia della Chiesa, e questo gli ha permesso di non perdere la speranza negli uomini e in Dio – scrive ancora il Papa nella prefazione -. Ci racconta anche della forza della preghiera che non ha mai abbandonato, e che lo ha confortato nelle ore più cupe. Ha scelto di incontrare il suo aguzzino quarantaquattro anni dopo, e di guardare negli occhi l'uomo che l'ha ferito nel profondo dell'animo. E gli ha teso la mano. Il bambino ferito è oggi un uomo in piedi, fragile ma in piedi. Sono molto colpito dalle sue parole: ‘Molte persone non riescono a capire che io non lo odii. L'ho perdonato e ho costruito la mia vita su quel perdono’. Ringrazio Daniel perché le testimonianze come la sua abbattono il muro di silenzio che soffocava gli scandali e le sofferenze, fanno luce su una terribile zona d'ombra nella vita della Chiesa. Aprono la strada a una giusta riparazione e alla grazia della riconciliazione, e aiutano anche i pedofili a prendere coscienza delle terribili conseguenze delle loro azioni. Prego per Daniel e per tutti coloro che, come lui, sono stati feriti nella loro innocenza, perché Dio li risollevi e li guarisca, e dia a noi tutti il suo perdono e la sua misericordia”. - (NoveColonne ATG)

Un mago per amico

Mio padre non aveva molti vizi - a parte quelli di fumare e bestemmiare - ma di tanto in tanto gli piaceva andare al Bar Marianna di Gaggiret, in Asmara, dove sono nato, per farsi una partita a boccette. A volte portava anche me. Io avevo una dozzina di anni quando una sera al bar venne un mago, o prestigiatore se preferite. Il mago, visto che nel pubblico vi erano diversi bambini, quella sera fece anche un gioco proprio per loro. Non ricordo bene tutti i passaggi, ma so di preciso che si trattava di far comparire un paio di mutande per poter poi dichiarare che erano di un bambino presente nella stanza e che avevano un "bollino" (la macchia che si imprimeva se non ci si era puliti bene o se si era fatta una "scorreggia umida"). Ne fui fortemente colpito perché quella del bollino era una battaglia quotidiana fra me e mia madre, che aveva il terrore di trovarsi di fronte all'accusa di aver mandato uno dei suoi figli a scuola con quella o qualche altra macchia su un capo d'abbigliamento intimo.

A quel tempo mio padre, fra un contratto e l'altro con le grandi compagnie petrolifere che scavavano pozzi e costruivano oleodotti attraverso i deserti del Medio Oriente, aveva acquistato un negozio di frutta e verdura al mercato coperto di Asmara e io trascorrevo lì tutte le ore del giorno che non passavo a scuola. Professori e professoresse venivano spesso a farmi visita e questo era un vantaggio per gli affari, tranne quando un professore accennò ad andarsene senza aver pagato il conto. A posteriori posso dire che quello fu l'evento che mise fine alla mia carriera scolastica prima del conseguimento della licenza media... e solo perché ebbi l'ardire di rammentare al professore che non aveva ancora pagato. Ma tutto questo con il mago non ha nulla a che fare.

Qualche giorno dopo, mentre tornavo dal "cesso" del mercato, che era a un centinaio di metri lontano dal nostro negozio, mi imbattei in lui:

"Ciao - gli dissi -, tu sei il mago. Ti ho visto l'altra sera al Bar Marianna".

Lui, un ometto abbastanza insignificante, si illuminò di piacere.

"Ciao. Ti piacerebbe avere un mago per amico? Posso farti vedere altre magie".

Io ero un avido lettore degli albi di Mandrake, che il figlio del fornaio, Vittorio Geneletti, mi passava dopo averli visti; l'offerta di vedere altre magie mi andava dritta al cuore. Accettai. E poi, ve l’immaginate l’invidia degli amici del quartiere quando avrei loro raccontato che il mago del Bar Marianna era mio amico?

Il mago mi prese per mano e mi condusse in un vicolo poco distante. La sua abitazione era un bugigattolo pietoso, un letto, qualche mobile e una cucinetta sporca e maleodorante.

"Eccoci qui - mi disse -. Quale magia vorresti rivedere?".

Io ne ricordavo bene una sola e glielo dissi:

"Quella delle mutande con il bollino".

"Ah, e allora mi devi dare le tue mutande!".

"Ma no - risposi io -. L'altra sera le hai tirate fuori dalla manica".

Così, per un po’ continuammo a dibattere se le mutande dovesse averle lui o se dovessi dargliele io. Alla fine la voglia di vedere la magia prevalse su tutto e io calai le braghe, letteralmente, i calzoncini corti che ho portato fin quasi ai sedici anni, e anche le mutande. Quando le ebbe in mano, il mago perse ogni interesse verso di loro e cambiò argomento.

"Ma che bel pisellino che hai - mi disse -, sei ben dotato".

Io non mi ero ancora mai posto la questione se fossi più o meno dotato. Quell'appendice di carne mi serviva unicamente per fare pipì. Soltanto in seguito scoprii che era assolutamente nella norma. Ma la sua attenzione mi mise in imbarazzo.

"Allora - gli dissi - facciamo la magia?".

"Adesso, adesso, fammi vedere, mica ti vergognerai di me? Siamo uomini - mi rispose - non c'è niente di cui vergognarsi, specialmente fra amici. E noi ormai siamo amici, no? Vedi - aggiunse, calandosi anche lui i pantaloni - anche io ce l'ho come il tuo, solo un po' più grosso, ma il tuo diventerà come il mio quando sarai grande.Vuoi toccarlo?".

A questo punto il mio imbarazzo rasentava il panico. L'unica cosa che desideravo era essere fuori da quella spelonca maleodorante. Ma non avrei mai ammesso di aver paura. E in effetti, ancora oggi, non posso dire di essermi spaventato. Era soltanto che il gioco non era più quello che io avevo immaginato, la magia non arrivava e cominciavo a pensare che al negozio si sarebbero accorti della mia assenza e mi avrebbero cercato. Mio padre si sarebbe arrabbiato. Glielo dissi.

Il mago continuò per un po' a chiedermi se poteva toccare il mio pisello e a offrirmi di toccare il suo, ma il gioco non mi coinvolgeva. All'improvviso, non saprò mai perché, cambiò umore, mi ridiede mutande e pantaloncini e mi disse:

"Rivestiti e vattene. Ho da fare. Non ho più tempo da perdere".

Non insistei per vedere la magia. Mi rivestii e me ne andai, piuttosto confuso, senza rendermi conto che forse avevo rischiato qualcosa di più della mia innocenza, che comunque avrei perso molto presto, ma per fortuna grazie alle prostitute che abitavano a qualche centinaio di metri da casa mia.

Il mago non lo vidi mai più. La più breve amicizia della mia vita.

Ciro Migliore

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