Monday 12th Nov 2018

Quando vide Maureen Heather, Vittorio Franzoni seppe all'istante che quella era la donna della sua vita. Erano vicini di casa e quindi non dovette fare tanta strada per presentarsi alla sua porta e chiederle di uscire con lui. La risposta fu un secco no, ma Vittorio non si diede per vinto e continuò a proporsi come accompagnatore tutte le volte che la incontrava, collezionando una lunga serie di no. Maureen restò irremovibile... almeno fino a quando gli amici improvvisamente cominciarono a congratularsi con lei per il suo fidanzamento. Per un po' pensò che ci fosse un errore, uno scambio di persona o qualcosa del genere, ma poi dovette arrendersi all'evidenza e volle andare a vedere l'inserzione sul giornale che aveva provocato l'inattesa pioggia di congratulazioni. Il presunto fidanzato risultava essere l'insistente italiano vicino di casa. "Ancora lui!". Questa volta Maureen perse veramente la pazienza e si diresse a passo di carica verso l'uscio di quel vicino troppo intraprendente. Bussò e quando lui aprì la porta lo aggredì, furiosa: "Come si permette di pubblicare un annuncio di fidanzamento se fra noi non c'è nulla?". Ma Vittorio si era preparato e  con un largo sorriso ribattè: "Non C'ERA nulla, adesso però C'È questo" e le porse l'astuccio con l'anello di fidanzamento. Poco tempo dopo si sposarono e soltanto la recente morte di Vittorio li ha separati, dopo 62 anni di matrimonio e due figli, Mario di 56 anni e Peter di 54. Vittorio aveva da poco compiuto 99 anni ed era l'ultimo "ragazzo di Zonderwater" nella provincia del Capo.
Vittorio Franzoni era nato a Parma l'8 agosto del 1917. Stava per finire la Grande Guerra, dalla quale emergevano i personaggi che presto avrebbero precipitato tutti nella Seconda Guerra Mondiale. Figlio di un militare di carriera, indossò da volontario la divisa della Marina quando aveva appena compiuto 16 anni. Il tempo di imparare a stare in equilibrio sul ponte di una nave in navigazione ed eccolo spedito a dare un contributo alla guerra coloniale dell'Italia fascista contro l'Etiopia del Negus Neghesti Haile Sellassie I, succeduto sul trono del Leone di Giuda, che gli etiopi ricollegano alla Regina di Saba e al Re Salomone, a Menelik, colpevole di aver umiliato l'Italia di Crispi nel 1896 ad Adua.
Operatore radio, il giovane Franzoni finì in servizio sull'isoletta di Nocra, nel Mar Rosso, dove lo trovarono nel 1940 i marines australiani del corpo di spedizione alleato che era penetrato da sud nelle colonie italiane della Somalia e dell'Eritrea e che misero fine alle ostilità molto prima che su tutti gli altri fronti. Cominciava per lui una prigionia che sarebbe terminata soltanto dopo sei anni.
"Giugno 1940 - scrisse nelle sue memorie Vittorio -: in servizio come operatore radio sull'isola di Nocra, trenta miglia a Est di Massaua, Eritrea, una base navale italiana nel Mar Rosso che pochi giorni dopo sarebbe stata occupata dalle forze alleate. Dopo di che restammo completamente isolati e senza scorte vitali, aspettando ansiosamente di essere soccorsi. Poi, catturati dei marines australiani, cominciò un'odissea che sarebbe durata più di sei anni di prigionia contrassegnati dalla sigla P.O.W.
"Addio alla libertà, diventi un'entità sconosciuta fra milioni di altre vittime di una guerra che nessuno avrebbe avuto motivo di cominciare e tanto meno di combattere.
"Due settimane dopo fummo radunati e ci fu detto che ci avrebbero portati a Port Sudan. Tremila esseri umani assetati, affamati, dall'aspetto trasandato dopo giorni di dieta e in assenza del necessario per le abluzioni, furono immagazzinati sotto la coperta di una nave tanto malconcia che sarebbe stata più al suo posto in un cantiere di rottamazione che sulle onde del mare. Non volendo che la nave fosse scambiata per un trasporto truppe e possibilmente affondata dagli insidiosi U-Boat tedeschi (come accadde all Nova Scotia nel Canale del Mozambico), i catturatori avevano deciso che avremmo dovuto trascorrere le ore diurne nella stiva, con la possibilità di salire a respirare sul ponte soltanto di notte. Ci vollero dodici interminabili, penosi giorni per raggiungere la nuova destinazione.
"Il mal di mare colpì duramente la maggior parte dei passeggeri, aggravando una situazione già compromessa dalla mancanza di nutrimento adeguato e dal caldo persistente e oppressivo. Il vomitare e la soddisfazione di altre insopprimibili esigenze corporali ovunque vi fosse uno spazio libero contribuirono a diffondere un puzzo nauseabondo, che a sua volta provocava ulteriori malesseri e l'esaurimento di energie già ridotte al lumicino.
"Sbarcammo infine a Port Sudan malfermi sulle gambe, logorati da lunghi giorni di disagi intollerabili, lasciandoci alle spalle la nostra nave da crociera. Ci trascinammo fino alla stazione per prendere posto su un assortimento di vecchie carrozze ferroviarie trainate da una locomotiva chiaramente stagionata. Tre giorni e notti la vecchia caffettiera sbuffò attraverso il desolato e arroventato deserto sudanese. Scendemmo a Zeidab, una stazione lungo la riva del Nilo Bianco, a circa cento chilometri a Sud di Khartoum.
"Tende erano state erette sulla sabbia. Il fondo scavato abbastanza da consentire di stare in posizione eretta. Le latrine erano buche parzialmente coperte da due tavole, un'attrazione permanente per migliaia di insetti alati, ronzanti, sibilanti, mordenti, pizzicanti, che rendevano estremamente spiacevole il rispondere al richiamo della natura. Per l'acqua si erano state date vecchie borracce da riempire nel Nilo Bianco, più appropriatamente definibile Nilo Marrone. Per rendere l'acqua più potabile la dovevamo filtrare attraverso pezzi di stoffa: maniche di camicie, pantaloni, qualunque cosa che potesse impedire il passaggio della melma residua. E quanto al cibo, ci furono dati vecchi fusti che avevano contenuto bitume e che dovevano essere bruciati e raschiati fino a rimuovere quanto più catrame possibile per poi utilizzarli per cucinare. Cosa cucinavamo? Riso diventat verdognolo dopo aver trascorso anni in fetidi magazzini, pane fatto con più crusca che farina, che si abriciolava quando si tentava di tagliarlo. Occasionamente una magra razione di verdure e carne, di origini oscure. Una malsana e inadeguata alimentazione che aveva tristi conseguenze.
"L'assenza di proteine e vitamine, aggravata dal clima tropicale e dall'acqua non purificata causarono un'epidemia di scorbuto, seguita da casi generalizzati di grave dissenteria. I più gravi finivano in un ospedale di fortuna, dove mancavano le medicine necessarie e dove tristemente ma misericordiosamente passavano a miglior vita.
"E venne anche il momento di dover tornare in treno a Port Sudan, lasciandosi alle spalle un considerevole numero di camerati in una terra inospitale, dove le tombe di terriccio compattato e le croci di legno si sarebbero gradualmente disintegrate sotto il sole infuocato e il furioso vento del deserto, senza lasciare alcuna traccia.
"Prossima tappa, Mombasa. La nave, una replica della precedente, aveva soltanto la classe economica. Un orribile duplicato della precedente crociera, con la medesima persistente deprivazione di tutte le cose essenziali e con la mancanza di spazio vitale, tanto da  indurre a domandarsi quanto ancora un essere umano avrebbe potuto resistere.
"Sbarcando a Mombasa, esausti dopo la terribile navigazione, non riuscimmo ad apprezzare la vegetazione lussureggiante che inquadrava mirabilmente le rive di questo bel porto.
Barcollammo, stracciati e stanchi del viaggio, un triste gruppo di prigionieri, a suo tempo prodi esponenti delle forze armate italiane, sottomessi e demoralizzati in direzione di un altro campo. A sei chilometri dalla città entrammo in un campo circondato da un impenetrabile recinto, invaso dalla giungla, la nostra nuova e, ci  si augura, temporanea residenza. Prigionieri tedeschi vi erano stati detenuti durante la guerra 1914-18. Tutte le creature che si trascinano, strisciano o saltano erano la nostra costante compagnia e di notte occorreva stare attenti a non calpestare o antagonizzare rettili vagabondi, scorpioni e altre pericolose creature.
"Altri mesi di vacanza obbligatoria, un altro periodo di disumanizzante inattività e di progressivo indebolimento della resistenza fisica e psicologica,  in una situazione disperatamente al di là del nostro controllo.
"Pronti a salpare nuovamente, un'occasione aggiuntiva di allargare le nostre menti. Prossima tappa il Sud Africa. Dopo di che, misericordiosamente, niente più discendere a sud. Il viaggio un'altra miserabile ripetizione delle due precedenti crociere.
"Giorno di Natale: sbarchiamo a Durban. Velocemente ammassati in carri bestiame, senza l'imbarazzo di diver scegliere in che classe, diretti a Zonderwater, un altro campo che ci avrebbe ospitati per quasi sei interminabili anni. Con l'arrivo di altri prigionieri da diversi fronti della guerra, raggiungemmo il numero imoressionante di 42.000. Ogni volta che migravamo eravamo soggetti a una completa disinfestazione. Rimozione completa di capelli e peli, sapone alla creolina cosparso su tutto il corpo, docce bollenti e fumigazione degli abiti, delle coperte e di qualunque altra cosa... ma ancora capaci di resistere.
"Per tre anni abitammo in tende a campana, dieci per tenda, dove l'essere sempre a contatto di gomito causava spesso animosità, specialmente di notte, quando balcollavamo e di inciampavamo al buio, sulla via delle latrine. Poi le tende furono sostituite da baracche costruite son mezzi tronchi di legno.
"Settembre 1943: l'Italia firma l'armistizio con gli alleati, facendo nascere la speranza di un rimpatrio anticipato, subito cancellata, purtroppo, dalla notizia che i trasporti sarebbero stati disponibili soltanto nel prossimo futuro.
"E così si va avanti, a un passo fastidiosamente monotono, ogni giorno una noiosa ripetizione del precedente.
"Febbraio 1947: Dopo più di sei anni di concentramento, esco da uomo libero, guardando il reticolato dal di fuori invece che da dentro. Che cambio di scenario!
"Pagato il biglietto del treno da Cullinan a Johannesburg, mi restavano in tasca quattro scellini e sei penny, più l'inestimabile possesso della libertà. Sarò per sempre profondamente grato al Signore per avermi dato la forza interiore per superare questa lunga, estenuante sequenza di avversità materiali e mentali senza essere perpetuamente segnato dagli interminabili anni della prigionia".
Finalmente libero, Vittorio Franzoni ricuce faticosamente la trama della sua vita. Mente alle autorità sudafricane e si qualifica sarto per essere incluso fra i circa 800 ragazzi di Zonderwater autorizzati a restare nel paese senza dover prima rimpatriare. Non parla l'inglese, ma ha una mente pronta e una grande volontà di imparare, tanto da essere poi in grado di scrivere articoli per il giornale locale e di aiutare i figli nei compiti di scuola. Sceglie Klerksdorp per rifarsi una vita e fa l'imbianchino per guadagnare, ma ha talento e con il tempo apre e tiene per 15 anni uno studio artistico a Hillbrow, oggi centro proibito di Johannesburg, ma allora il cuore pulsante di una città che fra i grattacieli che la dominano ospitava bar, ristoranti, teatri e perfino giardini che sotto Natale si riempivano di bambini affascinati da luci, colori, alberi di Natale e perfino un Presepe. Gli affidano perfino l'insegnamento artistico nell Hill High School, ma non ha i titoli sudafricani necessari per insegnare e d'altronde la ripetitività dell'insegnamento lo stanca e dopo un anno il rapporto di lavoro si scioglie.
Nel 1978 Vittorio tornò per la prima volta in Italia, dopo 42 anni, ma trovò solo cugini che stentò a riconoscere. Abbracciò i fratelli Luciano e Pietro soltanto nel 1995, dopo quasi 60 anni. "Quando lasciai mio fratello aveva soltanto tre anni e mezzo, lo rividi che era sessantenne. Continuammo per un po' a guardarci, senza sapere cosa dire", raccontò poi Vittorio a un giornalista che lo intervistò per il Table Talk di Tableview un paio di anni fa, in occasione del suo 97.mo compleanno. Noi avevamo appuntamento con lui in tempo per la commemorazione dei caduti durante la prigionia che si fa in novembre al Club Italiano, ma la sua fibra straordinaria, dopo aver resistito per anni alle insidie di diversi campi di prigionia, dal deserto alla foresta, non ha resistito a una degenza in ospedale causata da una polmonite diagnosticata come gastrite.
Con lui si è definitivamente chiuso il capitolo dei "centomila ragazzi di Zonderwater", il cui ricordo è destinato a durare nel tempo, come tutte le leggende che rendono testimonianza alla parte migliore della nostra umanità.
 
Nelle foto: alcuni quadri di Vittorio Franzoni; la vedova Maureen Heather con i figli Mario e Peter e con il ritratto di Vittorio; il corpo insegnante della Hill High con Vittorio ultimo a destra in prima fila; l'intervista pubblicata da un giornale locale due anni fa.

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