Tuesday 21st Nov 2017


Alle 9.30 di sabato scorso, 13 maggio, il Sacrario di Zonderwater ha accolto un gruppo di visitatori, membri della Tshwane Building Heritage Association, ente che veglia sulla conservazione dell'eredità storica, culturale ed artistica di strutture architettoniche della Capitale.

L'eminente Fondazione ha voluto cogliere questa opportunità per riconoscere, con una semplice ma significativa cerimonia, il contributo dell'Associazione Zonderwater Block nella conservazione del Cimitero Militare Italiano di Zonderwater, con la consegna di un Certificato di Benemerenza, alla presenza dell'Ambasciatore d'Italia Pietro Giovanni Donnici e Signora, del Console generale Marco Petacco e delle massime autorità del Penitenziario di Zonderwater. Sia S.E. l'Ambasciatore Donnici che il Commissario del Penitenziario Nico Baloyi hanno pronunciato frasi di elogio per l'Associazione riguardo alle condizioni in cui il Sacrario è mantenuto, a grande beneficio per la Storia, per la memoria dei Caduti e per le relazioni fra l'Italia ed il Sudafrica. (Nella foto sotto il discorso di Emilio Coccia, presidente dell'Associazione degli Ex Prigionieri di Guerra Italiani dello Zonderwater Block).

Dopo la visita alle strutture cimiteriali e al Museo dei Prigionieri di Guerra italiani, le Autorità e un centinaio dei presenti si sono spostati alla vicina Chiesa, costruita a suo tempo dai nostri prigionieri di guerra, a fianco dell'ospedale a loro dedicato, ora in fase di restauro.  I lavori di ripristino della struttura (chiesa ed annesso locale adibito ad obitorio) iniziati nel 2014 dall'Associazione Zonderwater Block, titolare del Diritto d'Uso in perpetuità sugli edifici ed il parco circostante, vengono attuati con il contributo dell'Associazione Nazionale Alpini, dell'Associazione Nazionale Carabinieri e del Dipartimento dei Penitenziari.

L'evento si è concluso con un rinfresco, in uno spirito alto e gioioso che la pioggia e il vento gelido della mattinata non hanno saputo attenuare.

Il Club Italiano di Città del Capo due domeniche fa ha vissuto un'intensa giornata nella discussione di problemi che esigono risposte difficili ma urgenti e nella scelta dei dirigenti ai quali affidarsi in questa fase difficile. Nello spazio di un pomeriggio si sono tenute due assemblee generali dei soci: prima una straordinaria dedicata appunto ai problemi da risolvere e poi una ordinaria per scegliere il comitato direttivo al quale affidare il sodalizio in questo momento difficile. La scelta è caduta ancora una volta sulla presidentessa uscente, Chrystal Grauso, considerata a ragione la persona più qualificata, sia per le sue qualifiche professionali che per il suo attaccamento al club e la sua dedizione all'incarico. Al suo fianco, come vice presidente, Ciro Ferrone, mentre gli altri incarichi saranno assegnati nella prima riunione del nuovo comitato.

I problemi del club derivano dal fatto che il terreno di Rugby su cui si trova è cresciuto di valore con l'andare del tempo e quindi la municipalità di Cape Town ha deciso di applicare nella determinazione del fitto valutazioni strettamente commerciali, con la conseguenza che le finanze del club vengono messe a dura prova. Nel dibattito sono affiorate diverse proposte, fra le quali anche quella di considerare se sia più vantaggioso accettare la proposta del municipio e fare in modo di adeguare le entrare alle nuove uscite, oppure esaminare l'eventualità di cercare un'altra sede e magari in un'altra zona. Sono evidentemente decisioni che non si possono prendere seduta stante e quindi spetterà al nuovo direttivo e soprattutto a Chrystal Grauso scegliere la rotta per la navigazione futura.

Ai nuovi eletti le nostre congratulazioni e l'augurio di buon lavoro.

A statue of Mary is seen outside St. James Church in Medjugorje, Bosnia-Herzegovina. Pope Francis has appointed Archbishop Henryk Hoser of Warsaw-Praga, Poland, as his special envoy to Medjugorje, the site of alleged Marian apparitions. A Vatican statement said his role would be to study the pastoral situation in Medjugorje. (CNS photo/Paul Haring)

"The Virgin Mary has not appeared in Medjugorje”, said Bishop Ratko Peric of Mostar-Duvno, the diocese in Bosnia-Herzegovina, which includes Medjugorje.

Two weeks after the Vatican announced that Pope Francis was sending a Polish archbishop to study the pastoral needs of the townspeople and the thousands of pilgrims who flock to Medjugorje each year, Bishop Peric posted his statement on his diocesan website.

Three of the six young people who originally claimed to have seen Mary in Medjugorje in June 1981 say she continues to appear to them each day; the other three say Mary appears to them once a year now.

Bishop Peric noted that a diocesan commission studied the alleged apparitions in 1982-84 and again in 1984-86 with more members; and the then-Yugoslavian bishops’ conference studied them from 1987-90. All three commissions concluded that it could not be affirmed that a supernatural event was occurring in the town.

The six young people continued to claim to see Mary and receive messages from her, and tens of thousands of pilgrims visited the town — and the alleged visionaries — each year. Pope Benedict XVI established a commission that worked from 2010-14; and the Congregation for the Doctrine of the Faith began looking at that commission’s report in 2014.

The position of the diocese of Mostar-Duvno “for this entire period has been clear and resolute: these are not real apparitions of the Blessed Virgin Mary”, Bishop Peric wrote in his statement, which was posted in Croatian and Italian.

Some people, he said, believe the apparitions were real at least at the beginning — perhaps for the first week — but that the young people continued to claim to see and hear Mary “for other reasons, most of which are not religious”.

Bishop Peric said a study of the transcripts of interviews with the six alleged visionaries from that first week give several motives for suspicion if not total doubt about the supernatural nature of events.

First, he said, the Mary of Medjugorje usually speaks only when spoken to, “she laughs in a strange way, in response to certain questions, she disappears and then returns, and she obeyed the ‘seers’ and the pastor who made her come down from the hill into the church even against her will. She does not know with certainty how long she will appear, she allows some of those present to step on her veil lying on the ground, to touch her clothes and her body. This is not the Gospel Mary”.

The seventh time Mary allegedly appeared on June 30, 1981, five of the youngsters were in a nearby town called Cerno and claimed to have seen Mary there. Bishop Peric said that in the recorded interviews, all five reported that the apparitions would continue for only three more days, July 1-3, 1981.

“Then she changed her mind and still ‘appears’,” the bishop wrote.

“Taking into account all that was examined and studied by this diocesan curia, including the study of the first seven days of the presumed apparitions, one calmly can affirm: the Virgin Mary has not appeared in Medjugorje. This is the truth that we uphold, and we believe in the word of Jesus who said the truth will set you free.”—By Cindy Wooden, CNS

Non è un mistero che, nella lingua parlata, si nascondano verità latenti. Pensiamo ai paragoni faunistici più in voga. Una donna gioviale viene accostata ad una giovenca da montare. Quante volte discorsi frivoli o polemiche dirette a rischiarare zone d’ombra vengono bollati come starnazzi? Papera, oca e simili sono appellativi che, spesso, corredano l’essenza femminea. Vipera è colei che secerne veleno, portatrice di dissidi, anche senza bisogno di contatto. In caso di ripetuti contatti ravvicinati, infatti, un altro paragone è più calzante: zoccolo duro da scalfire! Una donna di potere è una donna mascolinizzata; troppo brutta per sfilare o troppo bella per non sfruttare la propria avvenenza come strumento di manipolazione. Ma diamo uno sguardo ai grandi capolavori letterari che tanto amiamo. Un conflitto di dieci anni sconvolse Troia e quale fu il casus belli? Il possesso di una donna. Ma Paride, quel rozzo essere imperfetto, le ha mica chiesto: ehi, tu, dai un’ occhiata, ti piaccio? Faccio al caso tuo? Eh no, interpellandola avrebbe rischiato un netto rifiuto. Per non parlare della povera Penelope…fedele ad un arciere errante, talmente curioso da non placare nessuna delle proprie voglie. Ok, forse il mio salto temporale è stato un tantino spropositato. Sorvolerò sui vari scempi di cui abbiamo conoscenza: le violenze sessuali perpetrate dai soldati americani, sovietici, tedeschi durante le guerre di conquista; lo stupro etnico di Srebenica del 1995; gli aborti selettivi in India e le lapidazioni delle presunte adultere in Medio Oriente; i rapimenti di ragazze da parte diBoko Haram e i ricorrenti casi di “femminicidio” al di qua e al di là dell’ Equatore negli ultimi anni. Tutte vicende che giustificherebbero non solo l’8 marzo, ma una festività negli altri 364 giorni dell’anno.

L’8 marzo è, dunque, una celebrazione dal carattere commemorativo o una occasione per parlare di problemi tutt’altro che superati?

Il 17 aprile del 2015 L’Espresso pubblicò un interessante articolo-inchiesta dal titolo: ‘Aborto, costrette a emigrare per un diritto. Così le donne devono pagare la loro scelta’(lo trovate al seguente link:http://espresso.repubblica.it/inchieste/2015/04/13/news/aborto-costrette-a-emigrare-per-un-diritto-cosi-le-donne-devono-pagare-la-loro-scelta-1.207935?ref=fbpe). Ma per quale ragione riproporlo a due anni di distanza? Il motivo sta nel fatto che è ben scritto, è esplicativo e, soprattutto, è più attuale che mai. A marzo 2017 un caso infiamma il dibattito pubblico. Siamo nel 2015, lo stesso anno dell’ articolo, Giulia (nome di fantasia) è una donna di 41 anni che decide di interrompere la sua terza gravidanza. Ci riuscirà, ma solo dopo il diniego di ben 23 ospedali. Forse è stato un caso eccezionale, effige forzata, come spesso accade, per dare rilievo ad una particolare questione. Fatto sta che arriva a pochi giorni di distanza dal bando per medici abortisti pubblicato dalla Regione Lazio, nel momento in cui si torna a discutere di “diritto alla morte”. Ed è innegabile pure, come scrive l’Ansa nel febbraio 2017, che sette medici su dieci siano obiettori di coscienza. Per il Ministero della Salute il diritto delle donne ad interrompere la gravidanza è assicurato, ma sono le richieste ad essere in calo. Intanto l’ Italia ha una percentuale così alta di obiettori da strizzare l’ occhio a paesi come Irlanda  e Polonia dove l’aborto è, addirittura, negato. Questo è uno dei motivi per cui, per me, l’8 marzo ha un gran senso. E Vado avanti.

Ritorniamo al 2015, 4 aprile, e ad un altro articolo-inchiesta a firma L’Espresso che titola così: ‘Il mobbing per maternità colpisce mezzo milione di lavoratrici ogni anno’ (per consultare l’articolo: http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/03/30/news/il-mobbing-post-maternita-colpisce-mezzo-milione-di-lavoratrici-ogni-anno-1.206373?ref=fbpe). Storie, dati e silenzi fotografano una situazione, ancora una volta spiacevole (concedetemi un eufemismo), di quella che è la condizione delle donne nel mercato lavorativo italiano. La gravidanza che diventa deficit e non surplus di vita da tutelare. La domanda è sempre la stessa: a distanza di due anni,  perché parlarne ancora?. Il 3 marzo 2017 sul Manifesto compare questo articolo: ‘Sara, o ti trasferisci a 250 chilometri di distanza o ti licenziamo’ (link: https://ilmanifesto.it/sara-o-ti-trasferisci-a-250-km-di-distanza-o-ti-licenziamo/). Sara Guerriero (nome vero della protagonista) si è vista recapitare una lettera di trasferimento dopo aver dato alla luce un bambino. La motivazione della società? Un calo di redditività che, però, non risulta dai bilanci. Eppure Sara non è solo una madre, ma anche una lavoratrice di premiata professionalità. L’ azienda, con il trasferimento, avrebbe tentato di  eludere il divieto legale di  licenziare la lavoratrice madre, dall’inizio del periodo di gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino. “Dal 2011 al 2016, in Italia, i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30%. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing negli ultimi due anni sono state 350mila le donne discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare lavoro e vita familiare”. Sì, l’8 marzo terrò a mente anche questo.

SOMMARIO: CRISI EUROPEA, FOLLIA ITALIANA - IPOCRISIE – DESTRE A CONGRESSO - GLI SMEMORATI (FAZIOSI) DELLA CASA DELLA RESISTENZA -
 
Credo che serva davvero maggiore serietà. Mentre l’Europa  purtroppo va in pezzi, in Italia tutto si ferma per la crisi interna del PD corresponsabile diretto di aver portato lo Stato allo sfacelo (leggete i dati pubblicati più sotto!) ma dove i problemi da prima pagina sembrano essere soprattutto le intercettazione degli amici della Raggi.

Non c’è minimamente una correlazione tra la gravità e le urgenze dei problemi, lo studio delle necessarie soluzioni e i gossip su cose minimali, pur che servano a distrarre la gente.

Tutto trasuda ipocrisia,  dalle medaglie negate alla gestione asfissiante della stampa, della cultura, delle notizie, delle idee.

Serve una vera, nuova “resistenza” e intanto c'è la necessità almeno morale di documentare  i fatti e le responsabilità, perché restino nella memoria collettiva…
 
DECLINO EUROPEO, FOLLIE ITALIANE
Il concetto di Unione Europa sta progressivamente declinando, sommersa dai guai dell’Euro, dalla burocrazia comunitaria e dalle memoria corta degli europei.

Era una delle poche cose positive costruite dalla mia generazione e finchè avrò voce non potrò che continuare ad essere europeista convinto perché ho vissuto i decenni dell’odio e dei muri, delle contrapposizioni e – se non delle guerre – sicuramente del dopoguerra.

La prima volta che mi ha fermato la polizia dimostravo contro la brutale repressione comunista in Cecoslovacchia, ma alla fine anche l’Europa dell’Est ha abbattuto i suoi muri. Ora distruggiamo un’Idea per questioni economiche, si getta via una concezione alta di stare insieme nonostante gusti, idee, problemi, lingue, religioni diverse e la si mortifica perché prima di tutto contano il maledetto denaro e le speculazioni di chi ci sta dietro.
 
E’ evidente che l’Euro ha portato vantaggi, ma ha anche creato problemi soprattutto perché si è voluto espanderlo troppo velocemente, con paesi che ne hanno anche approfittato, raccontando frottole sui loro conti pubblici, ed ora non sono in grado di mantenere le promesse. Una crisi che nasce anche dal fatto che non si era previsto un lungo periodo di crisi economica, con un sistema euro quindi da riformare, non con un’Europa da distruggere!.

Ma tutto, in Europa, sembra crescere per dividere e non per unire anche perché – ED E’ QUESTA LA COSA PIU’ GRAVE – sembra che la gente abbia rinunciato all’ “anima” europea che non sono solo gli “euri” ma l’identità del nostro continente, la fierezza, la volontà di andare oltre i confini e di ricordare, difendere, onorare la propria storia e i principi fondanti di una Unione che vacilla. Una Europa Unita delle Patrie e della Nazioni, con l’orgoglio di essere europei, ideali lontani anni-luce dai traffichini e burocrati di Bruxelles. Come coniugare il concetto di Europa abbandonando l’Italia e la Grecia ai loro problemi di immigrazione, oppure togliendo perfino la crocetta “cristiana” dallo stemma del Real Madrid (solo perché non si vogliono turbare gli sponsor arabi del club), oppure non capire l’importanza di politiche europee “vere” di difesa comune e di identità?

Credo che gli europei debbano ragionare sui principi fondatori, non con la melassa dei buonismi ma con il ragionamento e il confronto iniziando – per esempio – ad eleggere direttamente il Presidente della UE e il suo governo che a quel punto dovrà per forza tener conto delle volontà dei cittadini.   
 
...E POI CI SI LAMENTA DELL’EVASIONE...
 
 Non è solo colpa delle politiche monetarie dell’Unione Europea se l’Italia va male anzi sarebbe ora che ci assumessimo lealmente le nostre responsabilità nazionali. In fondo ci si chiede solo  di rispettare i patti, ma mentre ci si lamenta con Bruxelles si fa finta di dimenticare le enormi responsabilità politiche che ci appesantiscono.

Tre episodi che solo questa settimana hanno contraddistinto le nostre scriteriate e demagogiche scelte economiche:
 
= Il Parlamento ha approvato il decreto salvabanche con voto di fiducia, ma il governo NON ha voluto che fossero resi pubblici i nomi dei più importanti debitori che hanno portato al collasso quegli istituti. In un paese dove la privacy è una burletta questa OMERTA’ la dice lunga, soprattutto per MONTE DEI PASCHI DI SIENA, da decenni “pronta cassa” per amministrazioni & personaggi legati al PD. Ogni italiano pagherà ora 350 euro per pagare i debiti di qualcuno e neppure può sapere chi siano i debitori: è una assurdità e ingiustizia folle!
 
= Pochissimi avranno letto (perché non se ne è volutamente parlato) della  audizione parlamentare del responsabile delle esazioni fiscali in SICILIA, dove si sono accumulati CREDITI NON INCASSATI dell’erario, in un decennio, per 530 miliardi di euro, ovvero molti di più di quanti ne pretende l’Europa per l’ok ai nostri conti pubblici. Di questi crediti oltre la metà sono ormai inesigibili perché prescritti. Nel 2015 su 50,3 miliardi da incassare nella regione ne sono stati incassati solo 400 milioni, ovvero solo l’8% del totale. Amministrazioni che non collaborano, deficienze varie di struttura, omertà diffuse… insomma non c'è volontà di pagare ma soprattutto DI FAR PAGARE. I responsabili di questi uffici dovrebbero o no essere perseguiti per legge o allontanati per manifesta collusione o incapacità? I Magistrati, le Forze dell’Ordine, il ministro non vedono, non sanno, hanno preso decisioni concrete? NO. Solo il recupero dei crediti fiscali di un anno in Sicilia comporterebbe un introito superiore al costo della ricostruzione delle zone terremotate!
 
= Viene intanto diffuso un dato certo, inequivocabile e certificato: durante il governo Renzi (dal 17.2.2014 al 7.12.2016 ovvero due anni, nove mesi e 20 giorni) il deficit dello stato è aumentato di oltre  310 miliardi di euro nonostante i tassi finanziari al minimo storico, la asserita “ripresina” e il costo del petrolio ai minimi storici. Deficit non destinato alla crescita ma a pagare le spese correnti, alla faccia del “nuovo che avanza” e di quintali di balle, promesse e chiacchiere in quantità.

Come possiamo pensare che l'Europa creda alle promesse italiane se non vengono mai rispettate e con un ministro dell'economia che è sempre lo stesso Padoan ormai totalmente "bruciato" come credibilità?
 
Su questi argomenti servirebbero inchieste coraggiose, decisioni rapide, assunzioni di responsabilità dirette. In questo caos è logico che cresca la rabbia dei cittadini, la voglia di non pagare e purtroppo anche una progressiva ma comprensibile “autoassoluzione di coscienza” nei confronti dell’evasione fiscale.
 
LA MEDAGLIA NEGATA
 
Luca Scatà e Cristian Movio sono i due poliziotti che in una notte di dicembre affrontarono con indubbio coraggio a Sesto San Giovanni, Anius Amri, autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, pochi giorni  prima di Natale. I due poliziotti – feriti – risposero al fuoco del terrorista omicida, che fu ucciso.

Ad essi il governo tedesco voleva offrire una ricompensa che però è ora stata annullata in quanto si sarebbe scoperto che su facebook uno dei due agenti avrebbe un “profilo” che lo potrebbe indicare come di idee filo-fasciste. Ciò, secondo i tedeschi, sarebbe “inopportuno” e così dopo tante lodi iniziali  avrebbero fatto retromarcia per la medaglia.

Ma in Europa non vi è quindi più libertà di pensiero?

La medaglia sarebbe stata negata ai due poliziotti se su un simile profilo facebook ci fosse stata una frase inneggiante per esempio a Che Guevara?

Cosa c’entra l’eventuale opinione privata dei poliziotti con il loro gesto coraggioso?  

Questa ipocrisia è viscida, vergognosa, assurda ma soprattutto discriminante perché non colpisce – giustamente – eventuali azioni violente ma, appunto, le IDEE che fino a prova contraria - giuste o sbagliate che siano - sono proprie della libertà di ciascun cittadino che ha tutti i diritti di manifestarle.

Ci aspettiamo che a questo punto il governo italiano e soprattutto il Presidente Mattarella provvedano direttamente a premiare gli agenti per il loro gesto, certo che staranno ben al di sopra di queste discriminazioni… o no?!  

Forza, Presidente, vediamo il Suo coraggio!
 
DESTRE A CONFRONTO
 
Sabato 18 febbraio si teneva a Verbania il congresso cittadino di fondazione di Fratelli d’Italia, nello stesso giorno a Roma Gianni Alemanno, Francesco Storace e Roberto Menia fondavano il loro nuovo movimento “Polo Sovranista” con l’obiettivo di ricompattare il mondo che fu la Destra italiana. Intanto la Lega Nord propone le “primarie” di tutto il centro-destra all’inizio di aprile per cercare di trovare un leader capace di raccogliere tutti, mentre Berlusconi annuncia che il leader futuro sarà ancora lui medesimo “perché lo vogliono gli elettori”. In attesa di sapere chi sono (e soprattutto quanti siano) gli elettori italiani che chiedono all’ex Cavaliere di ricandidarsi a vita come leader speriamo che prevalga un po’ di buon senso generale.

Ritrovarsi a discutere (tutti,  senza ostracismi né reciproche preclusioni ) è un dovere, non capire l’importanza di coinvolgere “la base” nelle scelte più importanti sembra una ovvietà, ma purtroppo non lo è per l’ ”ego” smisurato di qualcuno.

Così mentre il PD implode, il Movimento 5 Stelle è sotto attacco e si potrebbero aprire praterie di consensi il centro-destra si sbriciola.   

Autolesionismo allo stato puro, grandissime occasioni sprecate.  
 
DIBATTITI E RESISTENZA

La “ Casa della Resistenza” di Verbania, dopo 70 anni rimasta un po' a corto evidentemente  di argomenti resistenziali, si è allargata e dopo una “rivisitazione storica” dei massacri degli italiani nelle foibe (in cui erano significativamente esclusi termini come “partigiani comunisti titini”)  ha organizzato alcune conferenze su quello che fu (o secondo loro sarebbe stata)  la destra in Italia negli anni ’70 con appuntamenti poi proposti anche nelle scuole superiori cittadine.

Trame nere, eversione, attentati, presunti golpe, bombe e violenze, servizi segreti depistati, P2… il menu è stato proposto al completo, solo che non si è neppure pensato ad invitare anche un solo - diconsi uno solo ! – relatore che fosse stato allora di destra e magari avesse vissuto quegli anni in prima persona.

Forse sarebbe stato interessante ascoltare anche alcune testimonianze di quei  diretti interessati visto che il confronto può essere fatto solo tra più tesi, con testimonianze diverse e magari contrapposte e che i dibattiti di solito si fanno leggendo i fatti da angolature divergenti.

Ma per la “Casa della Resistenza” e il Comune di Verbania (che ha collaborato e cofinanziato le iniziative) questo non è mai previsto, così come il pluralismo culturale, con  l’informazione a senso unico e così - ovviamente - anche questa volta a destra c’erano solo i brutti e i cattivi.

 
Un saluto a tutti, buona settimana.                                             

Marco Zacchera

Si è aperta ieri al Convention Centre di Città del Capo l'Art Fair, una manifestazione che cresce di anno in anno e nella quale va aumentando anche la presenza di artisti italiani e da questa edizione anche di organizzazioni italiane. Sono presenti infatti, fra gli altri, Valentina Colella e l'Art Residency Project del Centro Luigi Di Sarro di Roma che l'ha selezionata per questa edizione, la prima nella quale è presente con un proprio spazio espositivo nel settore degli operatori artistici no-profit. Valentina è arrivata alla Fiera direttamente dal volo Roma-Dubai-Cape Town atterrato alle 16.30. Con lei Angelica Farinelli, studentessa romana di regìa televisiva, che nel progetto in corso ha il compito di documentare l'attività di Valentina durante la residenza sudafricana, nel corso della quale è prevista anche una puntata a Johannesburg per incontri con operatori artistici di quella metropoli e con esponenti della comunità regionale abruzzese.

Valentina Colella in Cape Town

While Zwelethu Machepha was finishing up his artistic residency in Rome, in June, the Centro Luigi Di Sarro and the partner Everard Read/Circa Gallery Cape Town were pleased to announce that the italian artist Valentina Colella was selected for the second phase of ARP – Art Residency Project, carried out with the support of the Italian Foreign Ministry .

Valentina Colella was born in 1984, in Sulmona, Italy. She is a young artist who uses art to explore the world of young people. Her work focuses on the relationships between reality, the body and the digital languages. In a completely different way, through the use of various techniques – painting, photography, video, installations and mixed media – Colella approaches the theme of consciousness of reality and individual identity increasingly submerged, altered or even dissolved by the arrogance of the so-called digital world. Much of the Colella’s artwork over the years has investigated and represented the crushing, even emotional, human soul.

Valentina Colella was officially presented to the ARP project team in occasion of the opening of the Zwelethu Machepa’s show that featured the project Colonial Ghosts reworked during his Rome art residency. In this way Colella literally could enter into the virtual plaza of the shattered  and “pixelated” identities proposed by Machepha at the Centro Di Sarro. This meeting will be repeated in Cape Town when the 31 years old italian artist will held her art residency in South Africa and the two young artists will meet again to work together on a four hands site-specific at the Tsoga Centre in Philippi.

Valentina Colella will be in Cape Town in February and March 2017, and her solo exhibition will be held at the Everard Read/Circa Gallery. The ARP project also involves a group of young U35 people in South Africa with various training projects in various artistic disciplines.

"Some MPs have decided to treat this august House like something worse than a beerhall" - 

Address by President Jacob Zuma in response to the debate on the State of the Nation Address - 

Honourable Speaker,
Honourable Chairperson of the NCOP,
All Presiding Officers,
Honourable Deputy President, Honourable Ministers, Premiers, Deputy Ministers,
Chairperson of the SA Local Government Association,
Honourable Members
Fellow South Africans,
Special guests,
 
We thank you all for the contributions to the debate on the 2017 State of the Nation Address.
 
Let me extend again our deepest condolences to the families of psychiatric patients who died so tragically in Gauteng. This matter is deeply painful for the country and should not be used for political gains.
 
Government will continue to support the families and to ensure that the recommendations of the Health Ombudsperson are implemented.
 
Let me thank all South Africans for taking the time to listen to the SONA in spite of the shocking and unbecoming behaviour that was displayed in this House again last Thursday by some Members.
 
Our people elect members every five years to represent them in Parliament and to fulfil the tasks outlined in the Constitution for the legislative arm of the State.
 
The majority of Members of Parliament understand the serious responsibility that they have been entrusted with and conduct themselves in a manner that gives hope to South Africans.

However, some MPs have decided to treat this august House like something worse than a beerhall.
 
The conduct we saw in this House traumatised millions of South Africans, as well 12 year old Given Lubisi, who came here to impress Members of Parliament and the nation with his artistic skills. Let me extend a warm welcome to Given, who is my special guest today.
 
We again appeal to those MPs and parties that have taken a decision to cause mayhem in the House to use available democratic mechanisms to express themselves, within the bounds of decency and decorum. As adults we can disagree ideologically, but we should not lose track of the national interest.

Respect for one another and for our Parliament will restore the dignity of this important House and give hope to our people.
 
Honourable Members and Compatriots,
 
The message of SONA2017 is clear and simple. The political freedom gained in 1994 must be accompanied by economic freedom for the black majority in this country, and the Africans in particular. We are not going to be apologetic about that.
 
Radical socio-economic transformation will help us to grow the economy in an inclusive manner, ensuring true reconciliation and prosperity.
 
We have noted with shock, statements from some in the opposition benches that our radical economic transformation programme will not succeed because it has not succeeded anywhere else.
 
That is a confirmation that some of our compatriots are determined to defend and protect the status quo and ensure that the ownership, control and management of the economy remains skewed in favour of a racial minority.

We welcome the fact that most members support the programme.
 
The fact that white households earn five times more than black households cannot guarantee a sustainable and prosperous future for all.
 
The ownership figures of companies at the Johannesburg Stock Exchange should worry any leader in our country who wants to see a sustainable future.
 
The fact that there is no proliferation of successful black owned mining companies 23 years into freedom as stated by Honourable Luzipho, should unite us all into finding solutions.
 
Abantu abamnyama kufanele bangabi abasebenzi nje kuphela. Kufanele babe nezimboni, babe izimenenja, babe nemifelandawonye exhaswe uhulumeni. Kufanele babe nomhlaba balime bondle izingane zabo.
Sisho lokho ngaloluhlelo lokuguqula isisekelo somnotho nenhlalo.
 
Indeed, we agree with Honourable Godi that economic transformation must not only be radical, it should be revolutionary.
 
Honourable Minister Nkwinti summarised what needs to be transformed as per our definition: the structure, systems, ownership, control and institutions.
 
Honourable Minister Radebe pointed out that radical socio-economic transformation is not just political rhetoric.
 
This is a serious programme, and it will be implemented by government using the strategic levers that are available to the state. These include legislation, regulations, licensing, budget and procurement as well as Broad-based Black Economic Empowerment Charters.
 
It is a practical implementable programme, as outlined by Honourable MEC Zikalala who shared what KwaZulu-Natal province is already doing and will be doing to implement the programme, bevula umnotho bewuvulela abamnyama abebeshiwe ngaphandle ezweni labo. U-Operation Vula wesibili!
 
Honourable Lucas also outlined plans and programmes of the Northern Cape and the opportunities.

Indeed many provinces will be able to put this programme into action.
 
The role of municipalities as engines for economic growth, in ensuring radical transformation is key as outlined by Councillor Tau.
 
The challenges of municipalities such as the unsustainable debt owed to them which is currently standing at one hundred and thirteen billion rand needs urgent attention.

That is what the back to basics government programme is all about, assisting municipalities to deal with such challenges.
 
We assure the Honourable Mncwabe that government values cooperatives and that many already provide services to government. His concern is noted.
 
Uhlelo lokuphekela izingane ezikoleni, olondla izingane ezidlulile ezigidini eziyisishiyagalolunye, lusiza imifelandawonye eminingi ephethwe omama emalokishini nasezindaweni zasemakhaya okuthengwa kuyo ukudla.
 
Nomnyango wezenhlalakahle usebenzisa imifelandawonye eminingi athenga kuyo ukudla okondla abadla imbuya ngothi.
 
Cooperatives will continue to receive support from government as part of economic empowerment.

Honourable Mohai, indeed the agreement on the national minimum wage by social partners led by the Deputy President is a key milestone in tackling the problems of the working poor and income inequality.
 
As you correctly pointed out, the national minimum wage is not the living wage, but it goes a long way in addressing the problem of the working poor.
 
Honourable Coleman you are correct, indeed we are moving beyond the formula of five per cent ownerships and empowerment through dividend payments only.
 
Our SMME and black economic empowerment policies will also prioritise the development of entrepreneurs who play a meaningful role in the productive sectors of the economy, beyond shareholder transactions.
 
That is why we speak of black industrialialists as we want to see factories owned by black people in the manufacturing sector.
 
Honourable Minister Zulu provided more information on the 30 per cent compulsory subcontracting that I announced in the SONA. The Department of Small Business Development will work with state owned companies and enterprises as well as government departments, to ensure that SMMEs benefit from this new policy development.
 
Education is an important instrument for radical socio-economic transformation. Education was used as an instrument of subjugation, and we are using it as an instrument to free the current and next generations from the shackles of the past.
 
We agree that some communities still face difficulties with schools that are far from ideal in both structure and capacity to teach.
 
Work is on-going to change the situation around. Honourable Shenge raised concern about the pace of the replacement of mud schools. The Accelerated Schools Infrastructure Delivery Initiative programme is proceeding well although it has been hit by difficulties in some areas.
 
Difficulties that have caused delays include work stoppages due to disputes on site about who should be employed or not in some areas, or stoppages due to wage disputes. The project has also faced difficult terrains in our rural communities where work must stop after rains at times.
 
We assure uMntwana wakwaPhindangene that Government is determined to finish this programme.

Honourable Marchesi, Government is doing a lot systematically to rebuild schools that have poor structures and to provide the much-needed amenities.
 
Over and above the mud schools that are being replaced, government has, through the ASIDI programme, provided water to six hundred and fifteen schools, decent sanitation to four hundred and twenty five schools and electricity to three hundred and seven schools.
 
Uhulumeni uyaqhubeka nokulungisa izikole ezindaweni zonke.  Uma singakafiki ngakini, ungadikibali, siyeza.

Ngeke siphumule zingakalungi zonke izikole ikakhulukazi emalokishini nasezindaweni zasemakhaya.
 
Honourable Shenge there is no wholesale replacement of textbooks that takes place each year because the curriculum has not changed. Each year the department of Basic Education delivers top-up books to replace damaged, lost or books not returned to school.
 
Honourable Shenge nesikhalo samanzi siyezwakala. Ezindaweni eziningi koZululand, Mzimvubu, Mkhanyakude nakwezinye izifundazwe abantu basalinde amanzi.
 
Yingakho sakha amadamu amasha, silungisa futhi namadamu akhona enziwa makhulu.
 
I decided to establish a stand-alone Department of Water and Sanitation in 2014 because of the realisation of the need to ensure improvements in extending water to our people.
 
Given the serious drought situation that faces our country, government through the Department of Water and Sanitation has spent over five hundred million rand on emergency and short-term interventions in KwaZulu-Natal, Free State, North West, Eastern Cape, Mpumalanga, Limpopo, Western Cape and the Northern Cape. The water and sanitation programme continues nationwide.
 
Honourable Mkongi outlined the extent to which government has ensured access to education by children from primary to secondary education levels.
 
Importantly, you reminded us that our youth is not a lost generation. They know what they want for themselves and their country now as demonstrated by the increased numbers in higher education institutions.

The radical economic transformation programme of government supports our youth through the creation of economic opportunities to ensure that they are employed and have access to entrepreneurial opportunities.
 
Government will intensify efforts to deal with challenges facing the higher education and training sector to make higher education accessible to more students from the poor families and the working class.

As I mentioned in the SONA, some measures have already been undertaken. The university debt of NSFAS qualifying students for 2013, 2014 and 2015 academic years has been paid by government. In total, government has reprioritised 32 billion rand within government baselines to support higher education.
 
Over the coming months, government policies will respond directly to the concerns raised by the students, including consideration of raising the NSFAS threshold of one hundred and twenty two thousand rands.
 
Secondly, as I mentioned, the students have pointed out that the full cost of study at some universities is higher than the subsidy that NSFAS provides and this too must be urgently addressed.
 
Honourable Members emphasised the need for economic activities to take place beyond the main centres only and also the revitalisation of rural and township economies.

We will use the Special Economic Zones and Industrial Parks as instruments of boosting jobs and inclusive growth, and also to decentralize economic activities away from the usual urban centres, as part of economic transformation.
 
Compatriots,

Hon Minister Shabangu reminded us of the strides made by women in the field of science in our country thanks to the hard work of government through the Department of Science and Technology amongst others.
 
Let me join the Minister in congratulating Minister Naledi Pandor on winning the 2016 Award for Science Diplomacy for using science and technology to support development in South Africa and sub-Saharan Africa.
 
As we celebrate the advancement of women, let me also take this opportunity to welcome the progress made in gender equity in the judiciary at the level of magistrates.
 
A total two hundred and forty six magistrates were appointed between 2015 and 2016.
 
The racial and gender break down of the appointees reflects 93 African females, 64 African males 19 Coloured males, 18 White females, 13 Coloured females nine Indian males, 22 Indian females and eight White males.
 
This appointment of a significant number of women in the Magistracy is an important milestone in the transformation of the judiciary. We congratulate the judiciary in this regard.
 
Honourable Waters, indeed I am happy that I visited Nyanga police station on Tuesday. I saw first-hand the conditions under which the police work and under which the people live.
 
Kuyinkinga kakhulu ukuthi amaphoyisa ayazibamba izigebengu kodwa zidedelwe.
 
It is not only Nyanga that is facing challenges with regards to crime. Other parts of Cape Town are also facing problems and other townships around the country. I mentioned Soshanguve in the SONA. We will intensify the focus on promoting safety and security this year working with our people.
 
I will be meeting with the justice, crime prevention and security cluster soon to discuss this matter further.
 
Hon Malatsi, Hon Julius and others stated that the ANC has failed to address land restitution.
 
I stated upfront in the SONA that we have not met the targets.
 
One reason for the delays is that we had chosen to use the “willing buyer willing seller’’ principle which in many cases resulted in the state having to pay large sums of money to acquire land.
 
The introduction of the office of the Valuer General is assisting us to ensure that we do not pay excessive land prices.
 
The Land Expropriation Amendment Act, when finalised, will also assist in fast-tracking land reform. This government has the interest of the people at heart, and will do all in its power to ensure that land is returned to the people.
 
Umhlaba uzobuyela kubantu.
Kuyamangaza ukubona amaqembu asekhuluma sengathi ami kanye nabantu odabeni lomhlaba sibe sazi kahle ukuthi emlandweni kanye namanje, ami kanye nalabo abaqola umhlaba.
 
Honourable Semenya outlined the progress made in land and agrarian reform and indeed much more still needs to be done to support agriculture.
 
She raised important issues including funding which needs to be attended to.
 
Honourable Masango raised a concern about the social grants payments matter. The Departments of Social Development and the National Treasury are seized with this matter.

Radical economic transformation must be supported by advanced information and communications technology sector as Honourable Minister Cwele outlined. The broadband rollout and the lowering of the costs of data remain apex priorities.

This is a concern of many Honourable Members.

Honourable Holomisa we wish you well with the national consultative conference that your party will finally organise this year which you have been talking about for a while.

Honourable Groenewald, affirmative action and black economic empowerment do not demonstrate hatred of white people.
 
They are aimed at ensuring the achievement of true reconciliation in the country based on the Constitution of the Republic.
 
The Constitution enjoins us to heal the divisions of the past and to establish a society based on democratic values, social justice and fundamental human rights.
 
Radical economic transformation, of which affirmative action and BEE form a part, are part of healing the divisions of the past.

White compatriots will be part of this process as it will assist us to achieve a truly united, non-racial and prosperous society.
 
Honourable Members,

We remain committed to the energy mix to ensure energy security in our country.
 
Members will recall that Cabinet designated Eskom and the South African Nuclear Energy Corporation as the procurers and operators of the various components of the nuclear new build programme.
 
Let me reiterate that before any nuclear new build procurement takes place the Request for Proposals have to be issued.

Once proposals have been received and evaluated, the Department of Energy is required to report back to Cabinet on the proposed funding model. As I have previously indicated any procurement process must be on “a scale and at a pace that our country can afford”.  It is from this basis that we would then proceed.

Compatriots,

Yesterday the Competition Commission announced that it has concluded an investigation into price fixing and market allocation in the trading of foreign currency involving the Rand, covering the period from 2007, and found that some banks have a case to answer. This matter is still under investigation.

As stated in the SONA, Government is prepared to act against market abuse, price-fixing and collusion in the private sector in order to protect our country’s economy.

The competition commission can impose fines on companies but the impact is far reaching as it distorts our economic system.

We also look forward to working with the financial sector towards diversification and transformation of the sector so that new players can enter the market as part of radical economic transformation.

Minister Cwele provided an update with regards to the finalization of the Post Bank to make it a fully-fledged bank.
 
We remain committed to the establishment of a State Bank.
 
Honourable Van Damme, as Honourable Manamela pointed out, uhlulekile ukubulala i-SONA!
 
Honourable Minister Davies highlighted the changing circumstances in the global economic order, with many countries becoming inward looking, which has made South Africa to also underscore its own national interest.

Many of the international developments such as India’s focus on local procurement, the United Kingdom’s new-found interest in industrial strategy, and the United States drive to re-shore manufacturing, are in fact priorities that Government identified in the National Development Plan and is actively implementing.
 
In pursuit of the national interest, we remind the private sector to cooperate with government on promoting local content of the designated products. These include rail rolling stock, set-top boxes, solar water heaters, transformers, furniture products, and rail signalling systems, to mention a few.
 
We also appeal to South Africans as well to buy local products, so that we can create and save jobs.
 
Compatriots

Oliver Tambo personified unity and love for South Africa and its people. In his memory we should all work hard to promote unity, and not allow petty political differences to divide our nation.

We also need to meet our international obligations with respect to the treatment of refugees and nationals of other countries on our soil, while ensuring that all legal processes are followed for their stay in the country.

In the 2016 SONA, I reported that I had visited the Home Affairs offices at Marabastad in Tshwane and had received complaints from foreign and African nationals about among others long queues, criminal syndicates, overcrowding, poor administrative facilities and other difficulties at the refugee reception centre.

Tomorrow, on 17 February we will be launching the new centre which has been refurbished by the Department of Home Affairs.

I am happy to announce that it shall be named after a distinguished South African with an exemplary track record in the promotion of justice, human rights, freedom and equality, Archbishop Emeritus Desmond Tutu.

Compatriots

This year marks the 40th anniversary of the murder of Mr Steve Biko by the apartheid state.
 
We will mark the Human Rights Day commemoration at Ginsberg in King Williamstown in the Eastern Cape on March 21, in his honour. He paid the supreme price for freedom.

Honourable Minister Mapisa-Nqakula stated that the South African National Defence Force is is an instrument for peace which creates fertile ground for the stimulation of vibrant economic activity. We will celebrate our Defence Force at the annual Armed Forces Day parade on the 21st of February at Moses Mabhida Stadium in Durban. Last year the celebration was held in Port Elizabeth.

This year’s Armed Forces Day has special meaning as it marks the commemoration of the centenary of the tragic sinking of the ship the Mendi, carrying more than 600 black South Africans participating in the first world war.

A number of buildup activities are already taking place in Durban to which members of the public are invited.

South Africa will host the Global Entrepreneurship Network congress, a gathering of start-up champions for the first time in Sandton next month. We look forward to hosting global SMMEs on our shores.

We are also very proud to host yet again, the World Economic Forum Africa meeting, bringing together global political and business leaders. It will take place in Durban on 3 to 5 May.

Compatriots

We have it within our power to complete the transformation of our country. We will pursue radical socio-economic freedom with vigour, so that we can achieve prosperity, unity and true reconciliation in our country.

We shall do this in memory of Oliver Reginald Tambo and all who sacrificed life’s comforts for a free, just and equal society.
 
Issued by: The Presidency
Pretoria

Roma - “Come può un prete, al servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male? Come può aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio, e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato ‘un sacrifìcio diabolico’, che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono”.

È quanto scrive Papa Francesco nella sua prefazione al libro “La perdono, Padre” di Daniel Pittet, vittima di abusi sessuali, anticipata il 13 febbraio dal quotidiano Repubblica e resa disponibile online anche dal sito Il Sismografo.

“Si tratta di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna – scrive ancora il pontefice -. Gesù usa parole molto severe contro tutti quelli che fanno del male ai bambini: ‘Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare’ (Matteo 18,6).

La nostra Chiesa, come ho ricordato nella lettera apostolica ‘Come una madre amorevole’ del 4 giugno 2016, deve prendersi cura e proteggere con affetto particolare i più deboli e gli indifesi. Abbiamo dichiarato che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione, e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è successo in passato".

“Nella disgrazia, Daniel Pittet ha potuto incontrare anche un'altra faccia della Chiesa, e questo gli ha permesso di non perdere la speranza negli uomini e in Dio – scrive ancora il Papa nella prefazione -. Ci racconta anche della forza della preghiera che non ha mai abbandonato, e che lo ha confortato nelle ore più cupe. Ha scelto di incontrare il suo aguzzino quarantaquattro anni dopo, e di guardare negli occhi l'uomo che l'ha ferito nel profondo dell'animo. E gli ha teso la mano. Il bambino ferito è oggi un uomo in piedi, fragile ma in piedi. Sono molto colpito dalle sue parole: ‘Molte persone non riescono a capire che io non lo odii. L'ho perdonato e ho costruito la mia vita su quel perdono’. Ringrazio Daniel perché le testimonianze come la sua abbattono il muro di silenzio che soffocava gli scandali e le sofferenze, fanno luce su una terribile zona d'ombra nella vita della Chiesa. Aprono la strada a una giusta riparazione e alla grazia della riconciliazione, e aiutano anche i pedofili a prendere coscienza delle terribili conseguenze delle loro azioni. Prego per Daniel e per tutti coloro che, come lui, sono stati feriti nella loro innocenza, perché Dio li risollevi e li guarisca, e dia a noi tutti il suo perdono e la sua misericordia”. - (NoveColonne ATG)

Un mago per amico

Mio padre non aveva molti vizi - a parte quelli di fumare e bestemmiare - ma di tanto in tanto gli piaceva andare al Bar Marianna di Gaggiret, in Asmara, dove sono nato, per farsi una partita a boccette. A volte portava anche me. Io avevo una dozzina di anni quando una sera al bar venne un mago, o prestigiatore se preferite. Il mago, visto che nel pubblico vi erano diversi bambini, quella sera fece anche un gioco proprio per loro. Non ricordo bene tutti i passaggi, ma so di preciso che si trattava di far comparire un paio di mutande per poter poi dichiarare che erano di un bambino presente nella stanza e che avevano un "bollino" (la macchia che si imprimeva se non ci si era puliti bene o se si era fatta una "scorreggia umida"). Ne fui fortemente colpito perché quella del bollino era una battaglia quotidiana fra me e mia madre, che aveva il terrore di trovarsi di fronte all'accusa di aver mandato uno dei suoi figli a scuola con quella o qualche altra macchia su un capo d'abbigliamento intimo.

A quel tempo mio padre, fra un contratto e l'altro con le grandi compagnie petrolifere che scavavano pozzi e costruivano oleodotti attraverso i deserti del Medio Oriente, aveva acquistato un negozio di frutta e verdura al mercato coperto di Asmara e io trascorrevo lì tutte le ore del giorno che non passavo a scuola. Professori e professoresse venivano spesso a farmi visita e questo era un vantaggio per gli affari, tranne quando un professore accennò ad andarsene senza aver pagato il conto. A posteriori posso dire che quello fu l'evento che mise fine alla mia carriera scolastica prima del conseguimento della licenza media... e solo perché ebbi l'ardire di rammentare al professore che non aveva ancora pagato. Ma tutto questo con il mago non ha nulla a che fare.

Qualche giorno dopo, mentre tornavo dal "cesso" del mercato, che era a un centinaio di metri lontano dal nostro negozio, mi imbattei in lui:

"Ciao - gli dissi -, tu sei il mago. Ti ho visto l'altra sera al Bar Marianna".

Lui, un ometto abbastanza insignificante, si illuminò di piacere.

"Ciao. Ti piacerebbe avere un mago per amico? Posso farti vedere altre magie".

Io ero un avido lettore degli albi di Mandrake, che il figlio del fornaio, Vittorio Geneletti, mi passava dopo averli visti; l'offerta di vedere altre magie mi andava dritta al cuore. Accettai. E poi, ve l’immaginate l’invidia degli amici del quartiere quando avrei loro raccontato che il mago del Bar Marianna era mio amico?

Il mago mi prese per mano e mi condusse in un vicolo poco distante. La sua abitazione era un bugigattolo pietoso, un letto, qualche mobile e una cucinetta sporca e maleodorante.

"Eccoci qui - mi disse -. Quale magia vorresti rivedere?".

Io ne ricordavo bene una sola e glielo dissi:

"Quella delle mutande con il bollino".

"Ah, e allora mi devi dare le tue mutande!".

"Ma no - risposi io -. L'altra sera le hai tirate fuori dalla manica".

Così, per un po’ continuammo a dibattere se le mutande dovesse averle lui o se dovessi dargliele io. Alla fine la voglia di vedere la magia prevalse su tutto e io calai le braghe, letteralmente, i calzoncini corti che ho portato fin quasi ai sedici anni, e anche le mutande. Quando le ebbe in mano, il mago perse ogni interesse verso di loro e cambiò argomento.

"Ma che bel pisellino che hai - mi disse -, sei ben dotato".

Io non mi ero ancora mai posto la questione se fossi più o meno dotato. Quell'appendice di carne mi serviva unicamente per fare pipì. Soltanto in seguito scoprii che era assolutamente nella norma. Ma la sua attenzione mi mise in imbarazzo.

"Allora - gli dissi - facciamo la magia?".

"Adesso, adesso, fammi vedere, mica ti vergognerai di me? Siamo uomini - mi rispose - non c'è niente di cui vergognarsi, specialmente fra amici. E noi ormai siamo amici, no? Vedi - aggiunse, calandosi anche lui i pantaloni - anche io ce l'ho come il tuo, solo un po' più grosso, ma il tuo diventerà come il mio quando sarai grande.Vuoi toccarlo?".

A questo punto il mio imbarazzo rasentava il panico. L'unica cosa che desideravo era essere fuori da quella spelonca maleodorante. Ma non avrei mai ammesso di aver paura. E in effetti, ancora oggi, non posso dire di essermi spaventato. Era soltanto che il gioco non era più quello che io avevo immaginato, la magia non arrivava e cominciavo a pensare che al negozio si sarebbero accorti della mia assenza e mi avrebbero cercato. Mio padre si sarebbe arrabbiato. Glielo dissi.

Il mago continuò per un po' a chiedermi se poteva toccare il mio pisello e a offrirmi di toccare il suo, ma il gioco non mi coinvolgeva. All'improvviso, non saprò mai perché, cambiò umore, mi ridiede mutande e pantaloncini e mi disse:

"Rivestiti e vattene. Ho da fare. Non ho più tempo da perdere".

Non insistei per vedere la magia. Mi rivestii e me ne andai, piuttosto confuso, senza rendermi conto che forse avevo rischiato qualcosa di più della mia innocenza, che comunque avrei perso molto presto, ma per fortuna grazie alle prostitute che abitavano a qualche centinaio di metri da casa mia.

Il mago non lo vidi mai più. La più breve amicizia della mia vita.

Ciro Migliore

Steven Friedman - Sowetan - 

The only thing radical about South Africa’s ruling party’s understanding of “radical economic transformation”, a commentator once suggested, is its use of the word ‘radical’.

The comment was made a few years ago, when the African National Congress (ANC) was in the habit of using the slogan to describe very modest change. Now it’s back.

In his 2017 state of the nation address South Africa’s President Jacob Zuma brought back the phrase “radical economic transformation” causing nationwide debate. Other senior ANC politicians have done the same.

Have the ANC’s intentions changed?

To answer that, we need to understand why “radical economic transformation” is back on the ANC’s agenda. As with much of what happens in the ANC today, factional politics is a crucial part of the story.

One slogan, two agendas

The ANC has believed for decades that change is needed to speed up black people’s access to the economy. It has emphasised this over the past few years as it became clearer that economic exclusion remains a stubborn reality despite two decades of political change.

Translating this into reality is difficult. The country’s racial divisions ensure that government and business do not share the common goals which, for example, produced change and growth in Asia.

At the time of negotiating and assuming power, the ANC recognised that it could not impose change since this would scare away capital. And it did not develop an effective strategy for negotiating with power holders in the private economy. The result was a gap between rhetoric and detail.

More than five years ago the ANC began talking about a “second phase of the transition” to address social and economic change. Since then its documents and statements have tended to combine radical phrases with plans which simply tweaked what already exists.

And over the past few months, “radical” economic change has become a growing ANC preoccupation. This is not because its policymakers decided this. Rather it’s because its patronage politicians seized on the slow pace of change to justify their continued quest – in partnership with their private allies – to control public resources.

Triggered by the need of the Gupta family, which has been accused of “capturing” the state to protect their interests, they ratcheted up a campaign to paint patronage as a contribution to freedom.

A familiar tale

The story they tell has become familiar. “State capture” is actually the reverse: an attempt to take back a state already under the control of private interests. “White monopoly capital”, this lobby insisted, controls the state and is determined to prevent a challenge by using claims of “state capture” to defame the forces of economic freedom.

As many commentators have pointed out, this is not about building an economy which includes more people but about justifying why some connected people should get their hands on the public purse.

But ANC politicians who reject this ploy cannot simply dismiss it. The patronage group is trying to exploit the idea of economic change because just about everyone in the ANC – and many people outside it – agree that it is not credible to claim that the economy is now nonracial and inclusive. Their opponents must, therefore, acknowledge that change is needed. But they must try to ensure that it is about including people, not enriching a few.

The stress on “radical economic transformation” – and more militant statements on the economy by ANC politicians such as secretary-general Gwede Mantashe and parliamentary finance committee chair Yunus Carrim – are part of this attempt to develop a programme for change which is not about giving a free pass to the connected.

This does not necessarily mean that there is always a neat divide between the two change agendas – some policy documents might mix proposals from the both sides. But the attempt to justify patronage has triggered enhanced ANC interest in change.

More serious than before

Given this background, the latest version of “radical economic transformation” should be taken more seriously than previous editions.

The patronage group’s opponents need to show that it is possible to achieve economic change which fixes the problem rather than using it as an excuse. So they can’t simply talk about change – they must make it happen.

But are there any signs of attempts to ensure radical change?

The details spelled out in recent ANC statements provide an answer. They include plans to boost business opportunities in townships and rural areas, and by using “the Constitution, legislation and regulations, licensing, transformation charters, the national budget and procurement, state-owned companies and development finance institutions, as well as government programmes” which, of course, is fairly vague.

The State of the Nation Address, which can presumably be taken as a statement of the government’s intent, ignored the township business proposals and concentrated on tougher competition legislation and a state-owned mining company (a possible gain for the patronage group).

It also emphasised land distribution and using a variety of measures to boost black business: public procurement, legislation to boost black property practitioners, and the black industrialists programme.

How radical these ideas are depends on the beholder. To some lobbies any attempt to interfere with the market is a threat to its survival. But, for those with a greater grasp of reality, the theme seems to be change which goes beyond tinkering with current ways of doing things, but does not seek to tear up the fundamentals which have underpinned policy since 1994. It also seems likely that the proposals are designed for negotiation and are not final decisions.

The patronage lobby’s ideas would, of course, change those fundamentals dramatically. It would tear up many of the controls which protect public money, from rules which award tenders to the cheapest bidder, through to controls on money laundering to the Treasury’s spending safeguards.

Their opponents propose a programme which leaves all of that in place but seeks to nudge the economy in a more inclusive direction.

The land proposals, for example, may use expropriation – which will allow courts to set the price of the land – but, according to land reform minister Gugile Nkwinti will mainly rely on the Valuer-General, a recently created government office which sets the prices of land earmarked for reform. New competition laws may trample on some toes but are hardly radical in a market economy.

This year’s version of “radical economic transformation”, therefore, has more substance than the previous editions. But it is hardly a recipe for a dramatic economic shift.

And, while the content of government proposals has shifted, there are no signs yet that the lack of a strategy to achieve them has been addressed. All of these plans will remain on the drawing board unless ways are found of ensuring that investment not only continues but also grows. That will require a coherent plan to win the support – or at least the compliance – of economic power holders. Until that emerges, “radical economic transformation” will remain the stuff of policy documents rather than concrete action.

Steven Friedman is Professor of Political Studies, University of Johannesburg

This article first appeared on The Conversation

ROMA - “Fin da piccoli ci viene insegnato che non è una bella cosa vantarsi. Nella mia terra, quelli che si vantano li chiamano “pavoni”. Ed è giusto, perché vantarsi di quello che si è o di quello che si ha, oltre a una certa superbia, tradisce anche una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, specialmente verso coloro che sono più sfortunati di noi”. Così Papa Francesco ha introdotto la sua meditazione in udienza generale, durante la quale ha proseguito il ciclo di catechesi sulla Speranza Cristiana. A guidare la sua meditazione la lettera di Paolo ai Romani in cui l’apostolo “per ben due volte ci esorta a vantarci. Di cosa allora è giusto vantarsi? Perché se lui esorta a vantarsi, di qualcosa è giusto vantarsi. E come è possibile fare questo, senza offendere gli altri, senza escludere qualcuno?”.

Paolo, ha spiegato il Papa, ha un lato invita i cristiani a “vantarsi dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo, per mezzo della fede”. Paolo, ha aggiunto il Papa, “vuole farci capire che, se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo, ci accorgiamo che tutto è grazia! Tutto è dono! Se facciamo attenzione, infatti, ad agire – nella storia, come nella nostra vita – non siamo solo noi, ma è anzitutto Dio. È Lui il protagonista assoluto, che crea ogni cosa come un dono d’amore, che tesse la trama del suo disegno di salvezza e che lo porta a compimento per noi, mediante il suo Figlio Gesù”.

“A noi – ha sottolineato il Pontefice – è richiesto di riconoscere tutto questo, di accoglierlo con gratitudine e di farlo diventare motivo di lode, di benedizione e di grande gioia. Se facciamo questo, siamo in pace con Dio e facciamo esperienza della libertà. E questa pace si estende poi a tutti gli ambiti e a tutte le relazioni della nostra vita: siamo in pace con noi stessi, siamo in pace in famiglia, nella nostra comunità, al lavoro e con le persone che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino”.

In secondo luogo, Paolo esorta a “vantarci anche nelle tribolazioni. Questo – ha concesso il Papa – non è facile da capire. Questo ci risulta più difficile e può sembrare che non abbia niente a che fare con la condizione di pace appena descritta. Invece ne costituisce il presupposto più autentico, più vero. Infatti, la pace che ci offre e ci garantisce il Signore non va intesa come l’assenza di preoccupazioni, di delusioni, di mancanze, di motivi di sofferenza. Se fosse così, nel caso in cui riuscissimo a stare in pace, quel momento finirebbe presto e cadremmo inevitabilmente nello sconforto. La pace che scaturisce dalla fede – ha spiegato – è invece un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. E questo, come afferma l’Apostolo, genera la pazienza, perché sappiamo che, anche nei momenti più duri e sconvolgenti, la misericordia e la bontà del Signore sono più grandi di ogni cosa e nulla ci strapperà dalle sue mani e dalla comunione con Lui”.

“Ecco allora perché la speranza cristiana è solida, ecco perché non delude. Mai, delude. La speranza non delude!”, ha ribadito più volte. “Non è fondata su quello che noi possiamo fare o essere, e nemmeno su ciò in cui noi possiamo credere. Il suo fondamento, cioè il fondamento della speranza cristiana, è ciò che di più fedele e sicuro possa esserci, vale a dire l’amore che Dio stesso nutre per ciascuno di noi. È facile dire: Dio ci ama. Tutti lo diciamo. Ma pensate un po’: ognuno di noi è capace di dire: sono sicuro che Dio mi ama? Non è tanto facile dirlo. Ma è vero. È un buon esercizio, questo, dire a se stessi: Dio mi ama. Questa – ha sottolineato con forza – è la radice della nostra sicurezza, la radice della speranza. E il Signore ha effuso abbondantemente nei nostri cuori lo Spirito - che è l’amore di Dio - come artefice, come garante, proprio perché possa alimentare dentro di noi la fede e mantenere viva questa speranza. E questa sicurezza: Dio mi ama. “Ma in questo momento brutto?” – Dio mi ama. “E a me, che ho fatto questa cosa brutta e cattiva?” – Dio mi ama. Quella sicurezza non ce la toglie nessuno. E dobbiamo ripeterlo come preghiera: Dio mi ama. Sono sicuro che Dio mi ama. Sono sicura che Dio mi ama”.

“Adesso – ha osservato Papa Francesco – comprendiamo perché l’Apostolo Paolo ci esorta a vantarci sempre di tutto questo. Io mi vanto dell’amore di Dio, perché mi ama. La speranza che ci è stata donata non ci separa dagli altri, né tanto meno ci porta a screditarli o emarginarli. Si tratta invece di un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci “canali”, con umiltà e semplicità, per tutti. E allora il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani, perché come suoi figli impariamo a consolarci e a sostenerci gli uni gli altri. E non dimenticatevi”, ha ribadito concludendo, “la speranza non delude”. (aise)

Lumka Oliphant and Sapa - 

Tito Mboweni, Governor of the Reserve Bank, usually shies away from the limelight - except when he makes important announcements about the economy. But lately he has really been making controversial statements - and he's irritating all sorts of people.

At a breakfast in Johannesburg last week, reported in the Financial Mail, Mboweni said: "I have sought to recruit many competent black people, and no sooner have we trained them than they leave. I get so upset! I am stopping this recruitment of black people. I am okay with my Afrikaners. They stay and do the work."

Nolitha Fakude, President of the Black Management Forum (BMF), said the statement by the governor was regrettable, but as the BMF they continued to engage Mboweni as one of their stakeholders. "We have had meetings with him but the statements play against a lot of stereotypes and makes other people happy that black people cannot keep jobs." She said they were aware that the Reserve Bank was doing a lot of training of black people but it was unfortunate that the governor had voiced his frustration in that manner.


Zizi Kodwa, spokesperson for the ANC Youth League, said the statement was "unfortunate". "There is nothing wrong with people progressing, but there must be fundamental reasons for black people to move," said Kodwa.


Patrick Craven of Cosatu labelled the comments "strange" but said Cosatu fully supported employment equity as a way to redress the levels of discrimination in the past. "We would not condone any attempt to slow down the process of addressing these inequalities," said Craven.


Businessman and political analyst Moeletsi Mbeki (the brother of the president) said: "The governor is a casualty of BEE. He said this was what happened with affirmative action: "It creates an artificial scarcity so the few people qualified in that scarcity command a massive salary premium. "Take the number of black chartered accountants - they are less than one thousand and if companies are told that their chief financial officers need to be black, companies will be competing for these black accountants and that is why I say the poor governor is a casualty of affirmative action."

Mboweni does not deny that he made the statement, but said it needed to be understood in the context in which he made it. He said he was speaking at an Investment Solutions breakfast and was asked casually by Cyril Ramaphosa what issues bothered him. "I first mentioned the cash-in-transit heists because it's something that happens all the time and secondly, as we try so hard to implement affirmative action, we are faced with one major obstacle - that black people leave."

Mboweni said that he had said he would continue to recruit black people because that was a historical imperative.

ROMA - “Gesù è venuto per dare compimento e per promulgare in modo definitivo la legge di Dio, fino all’ultimo iota”. Così Papa Francesco ha introdotto l’Angelus recitato insieme ai fedeli riuniti a San Pietro. Richiamando la pagina di Matteo sul seguito del Discorso della Montagna, Papa Francesco ha spiegato che Gesù “insegna come fare pienamente la volontà di Dio”. Per farlo, Cristo ha usato le parole “giustizia superiore” per indicare una “giustizia animata dall’amore, dalla carità, dalla misericordia, e pertanto capace di realizzare la sostanza dei comandamenti, evitando il rischio del formalismo. Il formalismo: questo posso, questo non posso; fino a qui posso, fino a qui non posso … No: di più, di più”.

In particolare, ha elencato il Papa, “nel Vangelo di oggi Gesù prende in esame tre aspetti, tre comandamenti: l’omicidio, l’adulterio e il giuramento. Riguardo al comandamento “non uccidere”, Egli afferma che viene violato non solo dall’omicidio effettivo, ma anche da quei comportamenti che offendono la dignità della persona umana, comprese le parole ingiuriose. Certo, queste parole ingiuriose non hanno la stessa gravità e colpevolezza dell’uccisione, ma si pongono sulla stessa linea, perché ne sono le premesse e rivelano la stessa malevolenza. Gesù ci invita a non stabilire una graduatoria delle offese, ma a considerarle tutte dannose, in quanto mosse dall’intento di fare del male al prossimo. E Gesù – ha annotato il Pontefice – dà l’esempio. Insultare: noi siamo abituati a insultare, è come dire “buongiorno”. E quello è sulla stessa linea dell’uccisione. Chi insulta il fratello, uccide nel proprio cuore il fratello. Per favore, non insultare! Non guadagniamo niente…”.

“Un altro compimento – ha proseguito – è apportato alla legge matrimoniale. L’adulterio era considerato una violazione del diritto di proprietà dell’uomo sulla donna. Gesù invece va alla radice del male. Come si arriva all’omicidio attraverso le ingiurie, le offese e gli insulti, così si giunge all’adulterio attraverso le intenzioni di possesso nei riguardi di una donna diversa dalla propria moglie. L’adulterio, come il furto, la corruzione e tutti gli altri peccati, vengono prima concepiti nel nostro intimo e, una volta compiuta nel cuore la scelta sbagliata, si attuano nel comportamento concreto. E Gesù dice: chi guarda una donna che non è la propria con animo di possesso è un adultero nel suo cuore, ha incominciato la strada verso l’adulterio. Pensiamo un po’ su questo: sui pensieri cattivi che vengono in questa linea”.

“Gesù, poi, dice ai suoi discepoli di non giurare, in quanto – ha spiegato Francesco – il giuramento è segno dell’insicurezza e della doppiezza con cui si svolgono le relazioni umane. Si strumentalizza l’autorità di Dio per dare garanzia alle nostre vicende umane. Piuttosto siamo chiamati ad instaurare tra di noi, nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità un clima di limpidezza e di fiducia reciproca, così che possiamo essere ritenuti sinceri senza ricorrere a interventi superiori per essere creduti. La diffidenza e il sospetto reciproco minacciano sempre la serenità! La Vergine Maria, donna dell’ascolto docile e dell’obbedienza gioiosa, ci aiuti ad accostarci sempre più al Vangelo, per essere cristiani non “di facciata”, ma di sostanza! E questo è possibile con la grazia dello Spirito Santo, che ci permette di fare tutto con amore, e così di compiere pienamente la volontà di Dio”.

Dopo l'Angelus, il Papa ha augurato a tutti “una buona domenica. E non dimenticare: non insultare; non guardare con occhi cattivi, con occhi di possesso la donna del prossimo; non giurare. Tre cose che Gesù dice. È tanto facile! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!”. (aise)

Tmg Digital - Sowetan - 

As long as President Jacob Zuma and his present government are in power‚ all right-thinking South Africans need to be extra vigilant to protect South Africa’s constitutional democracy. -

So says one of South Africa’s senior elder statespersons‚ Archbishop-Emeritus Njongonkulu Ndungane of the Anglican Church‚ after “prayerful consideration over the past two days” following Zuma’s State of the Nation Address in Parliament on Thursday which was marked by obscenities and violence.

Ndungane said it was ironic and extremely sad that this particular SONA had been dedicated to OR Tambo‚ an ANC stalwart who would never have stood by as the evening unfolded.

“In making these comments‚ we all need to bear in mind that evil triumphs when good people say nothing‚” he said.

He added that there were a number of issues emerging during SONA 2017 that should alarm South Africans to the core. These were:

- “The current ANC leadership thinks it can deal with the present political situation militarily. It cannot employ the same kragdadigheid policies of the PW Botha era. I question the presence of riot police in the parliamentary precinct and cannot recall this occurring even under the apartheid regime;

- “The Jacob Zuma government has seemingly lost sight of the fact that 1994 ushered in a people’s Parliament where one could walk freely in its precinct. The ceremony surrounding SONA provided many ironies in this respect‚ not least that the ordinary people‚ represented by school children lining the streets‚ were lost amidst the might of the armed forces brandishing their weapons of destruction. While it is well and good to have pomp and ceremony on such occasions‚ the way in which the securocrats brandished their power was despicable;

- “On the doorstep of Parliament live people with no homes in communities in which law-abiding citizens barricade themselves against rampant crime. Seemingly government can afford several thousand police personnel and members of the SANDF to protect the privileged of our society‚ but cannot deal with the very issues that make people feel unsafe right on Parliament’s doorstep in places such as the Cape Flats;

- “While the drama of the fashion parade proceeded‚ with people in their “SONA best”‚ no doubt our citizens waited for them to show their intellectual and moral best. What we got were expletives yelled from the government benches‚ the sickening sight of white-shirted securocrats beating up members of the opposition‚ and arrogance from the speaker of Parliament and the chairperson of the National Council of Provinces;

- “The manner in which the moral compass of the government has been lost was well illustrated when the Democratic Alliance asked for a minute’s silence in memory of the 94 mental health patients in Gauteng who died after they were transferred from Life Esidimeni Centre to various NGOs by the Gauteng Health Department. That this was refused by the speaker says much about the general callous and uncaring attitude of the present government. What would it have mattered if this had been graciously allowed and embraced?”

Ndungane said that Oliver Tambo‚ in whose honour the SONA was delivered‚ would have recoiled from its shamefulness.

“And amidst this all‚ our president giggles. How sad. How tragic. How terrible for a movement such as the ANC which was a great party made up of responsible people with reputable leaders to lead it. How ironic that its current leaders don’t understand this‚ instead allowing the party to begin to disintegrate.”

DA requests AG investigation into Mokonyane’s broke department - 

Tmg Digital - Sowetan Live -

The Democratic Alliance says it will request that the Auditor-General (AG)‚ Thembekile Makwetu‚ launch an independent investigation into the gross mismanagement of funds by Minister of Water and Sanitation‚ Nomvula Mokonyane. This follows reports on Sunday that her department is effectively bankrupt.

“The DA has also written to the Chairperson of the Portfolio Committee on Water and Sanitation‚ Mr Mlungisi Johnson‚ to request that he urgently summon Minister Nomvula Mokonyane‚ to appear before the Committee and provide a full testimony on the allegations‚” said DA spokesman on water and sanitation Heinrich Volmink.

He added that senior officials from the Treasury and the Auditor-General should be called upon to appear before the committee during the same briefing to provide further testimony.

“If the Minister either fails to appear before the Committee and/or the Committee is not convinced that the testimony provided can give a full assurance to the South African public that the Water and Sanitation Department is not in crisis‚ a strong recommendation should be made for the Minister’s immediate dismissal.”


DA wants urgent probe into top officials who were warned about danger in case of Esidimeni 94

Tmg Digital - Sowetan Live -

The Democratic Alliance has called for an urgent investigation into top officials who were warned about the danger in the transfer of mentally ill patients from Life Healthcare Esidimeni to mostly unlicensed NGOs which resulted in 94 deaths.

DA health spokesman Dr Wilmot James said on Sunday that while Health Ombudsman Malegapuru Makgoba had fingered former Gauteng Health MEC Qedani Mahlangu and some Gauteng provincial officials for their role in the tragedy‚ material the DA had implicated the National Department of Health and the Premier’s Office. Responsibility for the tragedy‚ he said‚ radiated wider than Gauteng health.

“Today I wrote to Health Minister Aaron Motsoaledi to request that he launches an urgent investigation into why it is that‚ despite the fact that the Director-General (DG) Ms MP Matsoso of the National Department of Health being alerted – as far back as January 2016 – that the de-institutionalisation of mental patients from Germiston’s Waverley Care Centre would turn into a disaster‚ as it has‚ the Department did not avert the deaths not only at Waverley‚ but at all the other institutions in which 94 mentally challenged South Africans tragically died‚” James said.

He said the DA was in possession of a letter from the 2016 occupational therapy class at the University of the Witwatersrand in which they declared that they were “deeply aggrieved by news of the closure of the Waverley Care Centre and are writing with the hope that the closing of this crucial facility may be prevented”.

“As health professionals in training‚ their word that ‘these patients‚ who are already vulnerable‚ will be at risk of abuse and injury should they be discharged from Waverley’ carried a great measure of credibility‚” James stated.

The letter was addressed to Mahlangu‚ Gauteng Premier David Makhura‚ the National DG for Health‚ MP Matsoso‚ and the former Deputy DG for Health‚ Dr Terence Carter‚ he said.

“The Minister must get to the bottom of how this avertable tragedy could have been avoided‚ especially considering that the responsible officials had been warned by the Wits occupational therapy class – health professionals in training with no axe to grind. As DGs have an obligation to report to Ministers‚ questions should be directed at the Minister Motsoaledi for his role in this tragedy‚” James added.

Public Protector must investigate minister’s alleged dodgy land deal‚ says DA

Tmg Digital - Sowetan Live -

The Democratic Alliance says it will write to the Public Protector‚ Advocate Busisiwe Mkhwebane‚ to request that she investigate Land Reform Minister Gugile Nkwinti for allegedly facilitating a land deal for his close friends without following required procedures.

The Sunday Times reported on Sunday that Nkwinti had introduced a Luthuli House comrade “shopping” for a thriving Limpopo farm to one of his top officials at a land summit. Just eight months after the meeting‚ Bekendvlei Farm was bought for R97-million and handed over to Errol Velile Present‚ who had been working at Luthuli House for more than 10 years‚ and his partner‚ businessman Moses Boshomane‚ to manage.

The senior department official had prioritised the deal by bypassing required procedures.

A day after the deal went through‚ Nkwinti was the speaker at Present’s lavish wedding‚ the newspaper reported.The details of the minister’s role in the Bekendvlei Farm deal are apparently contained in a report following a forensic investigation by Deloitte who were hired to look into how the farm was acquired and which recommended that the minister be charged with possible corruption.

“This report‚ in its full and uncensored form‚ must be made public and tabled before Portfolio Committee in the interests of transparency and openness. South Africans deserve to know how the land reform programme is being abused for political purposes‚” said Thomas Walters‚ the DA’s spokesman on rural development and land reform.

“This indicates that the ANC government’s land reform process is being abused and that land is doled out to the politically connected few and not those who would benefit greatly from access to land and the dignity this brings.

“As it is‚ government is failing dismally to support emerging black farmers. Land reform is moving at a glacial pace and continues to miss targets for the distribution of land‚ essentially denying South Africans economic empowerment through ownership.

“Basically‚ black farmers are being let down by an ANC-led government that would rather put friends first and South Africans last‚” Walters said.

“The DA will not sit back and allow the government to dish out land to their cronies at the expense of the people‚” he added.

Goffredo Palmerini alla scoperta delle meraviglie del Bel Paese -

E’ notte fonda quando partiamo dall’Aquila verso il Friuli Venezia Giulia. Attraversato il tunnel sotto il Gran Sasso, alle spalle la maestosità del Corno Grande, la vetta più alta degli Appennini, scendiamo verso l’Adriatico. Viaggio tranquillo, Morfeo ha subito ghermito i miei compagni di viaggio. In autostrada solo una sosta, si fila verso il mattino. Nei pressi di Venezia, a levante, un’enorme palla di fuoco incendia l’orizzonte. Sono quasi le 8, si scorre fluidamente verso Trieste. Ancora un’ora ed usciamo al casello di Sistiana per la strada costiera, il mare è imperlato di riflessi. Si va al Castello di Miramare, prezioso tesoro d’architettura situato sulla punta del promontorio di Grignano. Una posizione magnifica per apprezzare il panorama del golfo. Voluto nel 1855 dall’arciduca Massimiliano d’Asburgo per sé e sua moglie Carlotta, fu progettato dall’architetto austriaco Carl Junker. Immersa in un enorme parco ricco di specie arboree, questa splendida dimora principesca in pietra bianca d’Istria, anche dopo la tragica morte di Massimiliano in Messico, dov’era andato imperatore, ospitò più volte il fratello, re Francesco Giuseppe con sua moglie Sissi, nelle numerose visite a Trieste, importante città portuale del Mediterraneo e sbocco al mare per il Regno d’Austria e Ungheria.

Ammaliante la visita a Miramare. Oltre la bellezza architettonica, vi si ammirano la ricchezza degli arredi, dei dipinti e degli arazzi, la raffinatezza delle suppellettili, in un contesto che fa sognare.

Riprendiamo la via per Trieste, l’antica Tergeste di probabile origine illirica, poi colonizzata dai Romani, della quale parla Giulio Cesare nel De bello gallico. Una lunga storia quella della grande città giuliana, che per ora tralasciamo di raccontare. Bella la vista sul lungomare. Poi sfarzosi palazzi fanno da quinta verso Piazza dell’Unità d’Italia. E’ il salotto della splendida città adriatica, una delle più grandi piazze aperte sul mare. Forse la più vasta in assoluto. Contornata su tre lati da stupendi edifici, schiera da sinistra il magnificente Palazzo della Luogotenenza austriaca, il Palazzo Stratti, al centro il Palazzo Modello dov’è il municipio, l’antico Palazzo Pitteri, a destra il Palazzo Venoli e il Palazzo del Lloyd Triestino, ora sede del Governo regionale. Al centro della piazza la settecentesca Fontana dei Quattro Continenti con le sue allegorie. Di fronte alla piazza, allungato sul mare, il Molo Audace, così chiamato quando la prima nave italiana - l’Audace, appunto - dopo la fine della Grande Guerra entrò nel porto di Trieste, tornata finalmente italiana.

Gustate le bellezze del centro storico, crogiolo di culture con segni di nobiltà civica, ci infiliamo nel dedalo di vie che arrancano sulle le colline disposte ad anfiteatro attorno alla composizione urbana. Ricordiamo la Risiera di San Sabba, lager di sterminio nazista in terra italiana, e la Foiba di Basovizza, luogo di martirio d’italiani sotto il regime di Tito, mentre si va al Santuario di Monte Grisa. Erto a 330 metri sul mare, sul punto più alto dei colli che coronano la città, mostra una vista sul golfo davvero mozzafiato. Il Santuario è un’imponente costruzione in cemento armato a struttura triangolare. Progettato dall’architetto Antonio Guacci, dopo la fine della Seconda Guerra fu voluto dall’arcivescovo Antonio Santin per onorare un voto, promesso per proteggere la città dai bombardamenti. Dedicato a Maria Madre e Regina, fu completato nel 1965 e nel ‘92 visitato da Giovanni Paolo II.

Riprendiamo il nostro viaggio verso Gorizia, tra campi conquistati tra le rocce e il vento, dove ordinati vigneti donano nettare per i sapidi vini del Carso: terrano, refosco, verduzzo, vitovska e malvasia.

Una sosta a Redipuglia, dove arriviamo nel primo pomeriggio. Il Sacrario militare è immenso. Un’interminabile scalea disegna la saliente prospettiva fino al culmine, dove svettano tre grandi croci. Il motto “presente”, ripetuto all’infinito, campeggia sui frontoni dei gradoni in pietra lungo la scalinata monumentale, confinata tra due filari di cipressi. Sulla sommità dominano le tre croci, come su un doloroso monte Calvario.

“Presente” è scolpito per ricordare ogni caduto di quell’enorme Memoriale, un cimitero per 100mila soldati italiani, parte degli oltre 600mila caduti nella Grande Guerra. Sono riportati in rigoroso ordine alfabetico, a ciascuno la sua lastra di bronzo. 35mila sono conosciuti con i loro nomi, 65mila sono militi ignoti. Qui nei dintorni combatté la sua guerra anche Giuseppe Ungaretti, lasciandoci struggenti liriche di sofferenza e di dolore. Nei pressi scorre infatti l’Isonzo, il fiume che fu rosso del sangue dei soldati morti in battaglia, poco distante da Caporetto, laddove il 24 ottobre 1917 il fronte cedette all’assalto dell’esercito austriaco, nella “rotta” diventata la più grave disfatta per l’esercito italiano, della quale parlò anche Ernest Hemingway nel suo celebre romanzo Addio alle armi. Ne seguì la dolorosa ritirata oltre il Piave, dove si preparò la riscossa per la vittoria finale a Vittorio Veneto, il 4 novembre 1918, immortalata nel famoso proclama del generale Diaz. Proprio in questi luoghi del Carso operò la Terza Armata del gen. Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta, onorato con il grande parallelepipedo di marmo verde ai piedi della scalinata. Visitiamo pure i resti delle trincee, lì accanto, e il vicino museo, dove armi, divise militari, attrezzi vari ed equipaggiamenti raccontano la terribile vita in trincea.

Partiamo per Gorizia, non lontana. La città confina ad oriente con il Sabotino e il Montesanto, colli cruenti nella Grande Guerra. Il sole va tramontando quando arriviamo nella città di confine, incrocio di genti e culture. Una bella città, con una lunga storia.

Dove oggi Gorizia si distende, dal I secolo a.C. sorgevano due villaggi romani, Castrum Silicanum e Pons Aesontii, come indica la Tavola Peutingeriana, copia d’una carta romana con le antiche vie militari dell’Impero. Lì, sulla via Gemina, nel punto in cui veniva attraversato l’Isonzo, c’era una stazione di posta che il governo romano riservava a dignitari e ufficiali, in viaggio per ragioni di stato. Intorno a tali strutture sulle vie consolari e militari romane si sviluppavano solitamente centri abitati. Appunto queste le prime origini dell’attuale Gorizia, allora confine con l’antica provincia romana del Norico. Ma per trovare la prima citazione della città bisogna aspettare l’anno 1001, quando Gorizia compare in una donazione dell’imperatore Ottone III con la quale si cedeva in parti uguali il castello di Salcano e la villa denominata Goriza a Giovanni, patriarca di Aquileia, e a Guariento, conte del Friuli. Dal 1090 la città venne governata dapprima dai Mosburg, poi dai Lurngau, sviluppandosi ed accrescendo la sua popolazione, costituita da friulani, giuliani, tedeschi e sloveni. La potenza militare dei Conti di Gorizia, unita ad una saggia politica matrimoniale, permise alla Contea, nel periodo di massimo splendore tra il Duecento e la prima metà del Trecento, d’estendersi su gran parte del nordest italiano, comprese le città di Treviso e Padova, parti dell’attuale Slovenia, dell’Istria, del Tirolo e della Carinzia.

Gorizia ottenne il rango di città durante il regno di Enrico II (1304-1323). Nei primi decenni del Quattrocento, con l’assorbimento alla Repubblica di Venezia del Principato patriarcale di Aquileia, i conti di Gorizia chiesero al Doge l’investitura feudale, riconoscendosi vassalli della Serenissima. Nel 1500 Leonardo, ultimo conte rimasto senza discendenti, alla sua morte lasciò la contea in eredità a Massimiliano I d’Asburgo. L’atto, non valido per il diritto internazionale del tempo - per il fatto che la Contea aveva vincoli di vassallaggio alla Repubblica veneta -, spinse la Serenissima a denunciare la violazione per canali diplomatici. Ma ogni tentativo veneziano di riappropriarsi della città, anche mediante la forza, risultò tuttavia vano. Occupata militarmente nel 1508 per sedici mesi, fu abbandonata dalla guarnigione veneta dopo la disastrosa sconfitta subita dai Veneziani ad Agnadello, ad opera dei Francesi. Da allora Gorizia farà parte dei domini asburgici, come capitale della Contea, entrando a metà dell'Ottocento a far parte del Litorale Austriaco. Suoi Conti saranno gli stessi imperatori asburgici, fino al 1918.

Durante la Prima Guerra mondiale, con enormi sacrifici di vite umane, le truppe italiane entrarono una prima volta a Gorizia nell’agosto del 1916. Nella cruenta battaglia del 9 e 10 agosto, sul monte Podgora - nella quale si segnalarono sopra tutto i Gialli del Calvario, così chiamati per il colore delle mostrine e per gli atti di valore - persero la vita quasi 52mila soldati italiani e dalla parte austriaca ne morirono circa 41mila. Fu uno dei più grandi massacri di quella sanguinosissima guerra. Persa nel 1917 a seguito della rotta di Caporetto, la città venne definitivamente ripresa dall’esercito italiano il 7 novembre 1918. Teatro di scontri sanguinosi anche durante la Seconda Guerra mondiale. Al termine del conflitto, con il trattato di pace, Gorizia dovette cedere alla Jugoslavia tre quinti circa del proprio territorio, ma il centro storico e gran parte dell’area urbana restarono in territorio italiano. Dovette subire l’oltraggio del muro che la separava dalla Jugoslavia oltre-cortina, così diventata con la divisione per aree d’influenza scaturite dal trattato di Yalta. Insomma, Gorizia divenne una “piccola Berlino” ante litteram. Il confine attraversava una zona della città, lasciando nella parte non italiana anche molti edifici e strutture di pubblica utilità, tra cui la stazione di Gorizia Montesanto, sulla linea ferroviaria Transalpina che collegava la città all’Europa Centrale. La piazza davanti la stazione, divisa tra le due nazioni, dal 2004 è tornata liberamente visitabile con l’abbattimento della rete confinaria dopo l’entrata della Slovenia nell’Unione Europea. L’eliminazione del “muro” divisorio ha consentito anche di “liberare” le relazioni in territorio sloveno con la moderna città di Nova Gorica, costruita negli anni Cinquanta del secolo scorso.

Dal 21 dicembre 2007, con il trattato di Schengen, le città di Gorizia e Nova Gorica sono finalmente senza interposti confini. Il legame sempre più forte che le unisce ha consentito alle due città d’avviare un significativo processo di sviluppo, nel segno della reciproca collaborazione fra Italia e Slovenia. Sicché negli ultimi anni Gorizia sta conoscendo una progressiva rinascita. Vi si respira l’atmosfera sospesa, tipica d’una città di confine, con un grande fermento economico e sociale, orgogliosa di mostrare le sue tante bellezze. Il Castello medievale, con l’incantevole borgo, è un vero gioiello. Dai suoi spalti la vista può spaziare sulle dolci distese di colli e sull’intera città dove in modo armonioso convivono architetture medievali, barocche e ottocentesche. La borghesia asburgica amava Gorizia per il suo clima mite: era chiamata la “Nizza austriaca”. Il clima e il contesto ambientale ne fanno dunque un luogo ameno. Incantevoli i suoi parchi: il Parco Piuma sul fiume Isonzo, il Parco del Palazzo Coronini Cronberg  e il  Parco Viatori. Grandi gli spazi dedicati alla cultura, con tanti musei, come il Museo della Moda, il Museo della Grande Guerra, la Collezione Archeologica, il Museo del Medioevo Goriziano e la Pinacoteca  di casa Formentini. Fra i molti palazzi storici della città emergono il Palazzo della Torre,  Palazzo Attems Petzenstein e Palazzo Werdenberg. La storia della comunità ebraica di Gorizia è raccontata nel Museo Sinagoga Gerusalemme sull'Isonzo. Sulle alture della città si trova infine l’Ossario di Oslavia. Raccoglie le spoglie di soldati italiani ed austro-ungarici caduti durante la Prima Guerra Mondiale. Il Centenario della Guerra 1915-18 dovrebbe davvero essere occasione per far riflettere sulla tragedia di tutte le guerre e sull’insipienza umana.

Errico Centofanti - 

Lasciata la confortevole saletta del bar dove l’aveva convocato Diego Fabbri, Marco Ferreri affrontò a testa bassa il lastricato di Via della Conciliazione, scivoloso per i postumi del violento nubifragio che la sera prima aveva flagellato Roma. Per quanto a malincuore, aveva dovuto lasciare a spron battuto il montaggio del suo nuovo film: quella era stata una chiamata ineludibile, perché Fabbri non era soltanto un commediografo di gran successo e lo sceneggiatore candidato agli Oscar del Generale della Rovere di Rossellini, era pure il suo sceneggiatore per L’ape regina, il film che appena due mesi prima aveva guadagnato il passaporto verso le sale di proiezione, sebbene al prezzo di massacranti imposizioni da parte della censura governativa.         

Uscendo dal bar, Ferreri aveva percepito un insolito silenzio, lí intorno, e, nel levare lo sguardo verso il cielo oscurato da una plumbea coltre di nuvole, s’era trovato coinvolto in un fitto andare di gente vero Piazza San Pietro. Pur senza averlo deciso, anche i suoi passi s’incamminarono nella stessa direzione.         

Nel chiuso della mente seguitavano a rincorrersi quelle parole che gli avevano segato il fiato: «Mi ha telefonato Luigi Chiarini. M’ha pregato di parlare urgentemente con te e di aiutarti a capire. Capire in primo luogo proprio lui, che si trova in una situazione delicatissima, perché questo è il suo primo anno da Direttore alla Mostra del Cinema di Venezia. Poi, capire la gravità delle circostanze. Il fatto, purtroppo, è questo: lui deve cancellare il tuo nuovo film dal programma della prossima Mostra. Ha ricevuto pressioni da tutte le parti, dal Vaticano e dal Governo. Caro Marco, tu hai solo 35 anni e sei appena al tuo secondo film girato in Italia. Non avvilirti: c’è tutto il tempo per rifarti, per avere tante altre opportunità, a Venezia e non solo. Vedrai, il successo che hai avuto in Spagna lo avrai, e moltiplicato, anche qui in Italia. Devi capirlo, Marco, non è proprio possibile che un titolo come Il Papa buono venga annunciato tra le novità di Venezia proprio mentre il vero Papa Buono sta morendo!».         

Camminando camminando, finí con l’accorgersi d’essere arrivato sul limitare delle smisurate braccia di pietra inventate da Gianlorenzo Bernini. Lí dentro, una sorprendente quantità di persone, molte inginocchiate. Un sommesso mormorio velava appena l’irreale silenzio, enfatizzando l’effetto notte creato dalle dense nuvole temporalesche, dalle luci elettriche spente e dalle tremule fiammelle di candela disseminate tra la folla.         

Ferreri si sentí a disagio, in quel contesto di cui non afferrava il senso. Decise d’andarsene, senza fretta, tuttavia, dato che ormai era svanita l’urgenza di finire il film in tempo per la presentazione di fine Agosto a Venezia. Proprio in quel momento, una luce squarciò il buio, là in alto, in fondo alla piazza, sulla destra, dove la memoria visiva di tutto il mondo colloca la finestra dello studio papale. Un prolungato oooooh! si levò, quasi fosse un soffocato respiro di mare rassegnato alla notte. L’indomani, i giornali in tutti i continenti titolavano: Ieri, 3 Giugno 1963, alle 19:49, è spirato Papa Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, universalmente noto come “il Papa Buono”.         

Quella fin qui esposta avrebbe potuto essere, piú o meno, la verosimile ricostruzione dell’antefatto di una notizia entrata in circolazione, cinquantadue anni dopo il ’63, in quel contenitore di tutto l’attendibile e l’inattendibile che è Internet.         

La notizia, estremamente stringata eppure quanto mai affascinante, appariva cosí formulata: «Il ritrovamento di alcuni spezzoni di un film inedito di Marco Ferreri del 1963 mostra come ben prima di Pasolini un regista avesse pensato di far interpretare al grande Totò un ruolo di una figura carismatica, religiosa e surreale, in questo caso Celestino V. Il Papa buono - cosí doveva intitolarsi questa opera i cui brandelli di dialoghi oggi ascoltiamo e analizziamo con il regista Giuseppe Sansonna ed il Direttore e Conservatore della Cineteca Nazionale Emiliano Morreale - non vide però mai la luce, a quanto pare per problemi di censura».         

Un paio d’anni piú tardi, quella notizia, capitata tra le mani di un oscuro, e tuttavia non del tutto sprovveduto, cronista, suscita l’interesse a scoprire di quale entità fosse il clamoroso ritrovamento e quale destinazione o utilizzo ne fossero seguiti. In tutta evidenza trattandosi di un argomento affrontato nel corso d’una trasmissione radio o tv, si rivela abbastanza facile il risalire alla fonte, cioè a Melog, il programma condotto da Gianluca Nicoletti che Radio24 diffonde dal Lunedi al Venerdi. Nel sito di Melog c’è la registrazione e il cronista se la copia e se la studia. C’è anche la riproduzione di quello che potrebbe essere l’abbozzo d’una grafica pubblicitaria.         

Qualcosa induce perplessità: specialmente, che gli esterni erano stati girati in Molise, nell’Abbazia di Ferrazzano, che in realtà non esiste. Nella grafica, in aggiunta all’indicazione di Aldo Fabrizi, Lisa Gastoni e Enzo Cannavale quali altri protagonisti, accanto a Totò, c’è una ipotetica foto di scena, ove il pontefice impersonato da Totò è presente con una mitria episcopale invece che con la tiara papale d’ordinanza, mentre sullo sfondo s’intravede non un’abbazia ma quello che è realmente il Castello Carafa di Ferrazzano, il tutto avendo l’aria di un fotomontaggio, sia pure d’accorta fattura. Comunque, i fattori di perplessità vengono ascritti alla famiglia delle imprecisioni di minimale rilievo. Quel che conta veramente sta nel parlato: l’accurata esposizione circa il dove e il come del ritrovamento, l’ascolto degli inequivocabili “brandelli” di dialoghi e, sopra tutto, l’affermazione che sono in corso lo studio accurato degli spezzoni e la ricerca di eventuali ulteriori materiali.         

Il passo successivo ha come mira la scoperta della sorte toccata a quanto del mai nato film di Ferreri era stato recuperato. Emiliano Morreale non è piú in carica alla Cineteca Nazionale, né un successore è stato insediato. S’invoca il soccorso di qualche amicizia all’interno del Centro Sperimentale di Cinematografia e intanto s’indaga circa la possibilità che esista una documentazione di prima mano, magari la sceneggiatura o almeno qualche annotazione del regista o di suoi collaboratori. Questa ricerca qui attinge esiti promettenti, perché si viene a sapere che il vasto archivio personale di Ferreri è stato donato dalla moglie al Museo Nazionale del Cinema di Torino, dove sarà possibile andare a cercare, e probabilmente pure trovare, qualcosa di utile.         

L’esito della ricerca al Centro Sperimentale, invece, è spiazzante: «Non c’è niente del genere, né archiviato, né in lavorazione. Né sarebbe stato possibile che ci fosse: la notizia del ritrovamento era un Pesce d’Aprile!».         

Rapido riscontro e sonoro schiaffo sulla fronte: perché non aver fatto caso al giorno di trasmissione di quella puntata di Melog, perché non averne súbito intuito l’ovvia finalità ludica? L’anno dell’andata in onda, va bene!, è l’innocuo 2015, ma, accidenti!, il giorno è il 1° Aprile!         

Dunque, tutto da mandare al macero? Riflettiamo! Quei tre sono tutt’altro che dilettanti allo sbaraglio: Nicoletti scrittore e autore teatrale e radiofonico, Morreale critico cinematografico e professore universitario, Sansonna regista scrittore e critico cinematografico pure lui. Quel che hanno prodotto tutti insieme non è un’insignificante goliardata, è piuttosto uno stringato capolavoro di creatività: scorre secondo la linearità e il ritmo dello specifico radiofonico ma nel contempo evidenzia un’impeccabile sceneggiatura cinematografica ben incardinata in un efficiente schema drammaturgico.

         

«Sansonna, da dove è venuto fuori il progetto del vostro Pesce d’Aprile radiofonico?».         

«L’idea fu mia, súbito accolta da Morreale e Nicoletti. Pensammo a un gioco tra amici, mettendoci a fare un po’ i piccoli Orson Welles. Certo, non con la velleità di ripetere il clamore dell’exploit radiofonico sulla Guerra dei Mondi, piuttosto ammiccando alle stralunate spericolatezze radiofoniche di Giorgio Bracardi. Diventò una sorta di jam session, in cui ognuno ha messo del suo, concatenando le rispettive idee e suggestioni».         

«E la spericolatezza di coinvolgere una figura come quella di Celestino V, cosí lontana dalla sgangherata quotidianità del nostro tempo?».         

«Avevo immaginato di puntare su Celestino V perché avevo appena girato un documentario a Sulmona. Lí ero entrato in contatto con quel suo mondo stralunato di eremita, piuttosto naïf, imbevuto d’una intensa spiritualità genuina, estraneo ai geroglifici del potere, intensamente partecipe della straziante realtà dei diseredati».         

«Come dire che un personaggio del genere sarebbe stato perfetto per un film basato sugli stravolgimenti del senso comune, com’era tipico di Ferreri».         

«Vedemmo in lui in sostanza un corpo estraneo alla Chiesa ufficiale, alla Chiesa come potenza temporale, il che rendeva naturale incrociarlo con il mondo nero di Ferreri».         

«Perciò, era inevitabile pensare a un interprete capace di raccontare la realtà attraverso il suo rovescio».         

«Già, altrettanto naturale ci venne l’idea che quel corpo estraneo potesse trovare l’interprete ideale in Totò, grazie ai corto-circuiti di se stesso che Pasolini aveva ben intuito congeniali a quella consapevolezza del dramma esistenziale incardinata nel personaggio affidatogli in Uccellacci e uccellini».           

Affinché il Pesce d’Aprile avesse l’aria d’una ben fondata credibilità, ovviamente, non bastava limitarsi a inventare un film utilizzando ingredienti capaci di farne apparire del tutto veritiera la genesi, occorreva pure escogitare una spiegazione per la scomparsa della pellicola. Infatti, nel corso della puntata di Melog i suoi tre inventori argomentarono che il finale d’anno del 1963 era stato pervaso da tragedie di tale portata da annebbiare qualsiasi interesse per le sorti del film di Ferreri su Celestino V: il 9 Ottobre crollava la diga del Vajont e il 22 Novembre veniva assassinato John Kennedy. Per rincarare la dose fumogena, avrebbero potuto aggiungere che pure la Mostra di Venezia di quell’anno, la 24° della serie, aveva a lungo monopolizzato le cronache, non solo quelle culturali, con i clamori suscitati dal film vincitore del Leone d’Oro, il poderoso capolavoro di Francesco Rosi Le mani sulla città.         

Gli autori di quei venti minuti radiofonici sostengono d’aver improvvisato. Può essere vero, fino a un certo punto: se hai familiarità con le tecniche espressive – e quelli ce l’avevano in abbondanza – una felice improvvisazione è comunque governata dalla professionalità retrostante.         

Al di là dell’occasione e delle intenzioni ludiche, resta la materia nobile di quei venti minuti del trio Morreale-Nicoletti-Sansonna, che è, sí, l’ideazione e conseguente manifattura, ma è anche l’estro che ha guidato a miscelare nel medesimo contenitore la memoria di figure diversissime l’una dall’altra e tuttavia accomunate dall’aver espresso autorevolmente nei rispettivi ambiti professionali e morali un ruolo dirompente tuttora capace di emozionare e far riflettere. Niente piú d’un effimero Pesce d’Aprile nel campo dello spettacolo, eppure un’invenzione meritevole di non venire dimenticata.

Errico Centofanti è nato all’Aquila nel 1940. Ha intrapreso l’attività di giornalista, autore di eventi culturali e scrittore quando studiava filologia romanza all’Università Orientale di Napoli. Con Peppino Giampaola e Luciano Fabiani ha fondato il Teatro Stabile dell’Aquila, curandone la direzione dal 1963 al 1982. Per il Comune dell’Aquila ha ideato nel 1983 Perdonanza Festival, del quale è stato Soprintendente fino al 1992. È stato docente di storia del teatro all’Accademia Sharoff di Roma e alla Scuola di Cultura Drammatica dell’Aquila, della quale è stato anche direttore. È stato consigliere e assessore al Comune dell’Aquila, dal 1971 al 1980. Insieme con Andrea Vitali, ha ideato e curato la direzione artistica dei festival internazionali “Urbino Rinascimenti”, per la città di Urbino (dal 1995 al 1997), e “Castel dei Mondi”, per la città di Andria (dal 1997 al 2000), e è stato direttore artistico della rassegna di spettacolo “Il Suono di Dante” per il “Settembre Dantesco” di Ravenna (dal 1998 al 2007), e del festival internazionale collegato allo “Sposalizio del Mare” di Cervia (dal 2001 al 2007). Ha curato progetti culturali in Australia, Canada e Est europeo nonché ideazione e drammaturgia per gli eventi di numerose città d’arte e centri storici, tra cui Ascoli Piceno, Bologna, Brisighella, Castelnuovo di San Pio delle Camere, Fabriano, Fossanova di Priverno, Monteveglio, Offagna, San Gimignano. 

Dal 2005 cura la direzione artistica delle Giornate Dantesche del Canadian Centre for Italian Culture and Education di Toronto. Ha curato i testi per composizioni musicali di Luis Bacalov e Ennio Morricone e per spettacoli interpretati, tra gli altri, da Flavio Bucci, Riccardo Cucciolla, Piera Degli Esposti, Arnoldo Foà, Giampiero Fortebraccio, Paola Gassman, Andrea Giordana, Renzo Giovampietro, Leo Gullotta, Ugo Pagliai. Autore di saggi e opere narrative per diversi editori e periodici specializzati, collabora tuttora con diverse testate. Tra le sue opere saggistiche e letterarie: Un sogno ancora da sognare, 1994 - Perché “dell’Aquila”, 1995 - Le Dimissioni, 1998 - L’Emiciclo, 1999 - Storie da Caminetto, 1999 - Italiani nel mondo, 2002 - La festa crudele, 2003 - Introduzione al Polittico Abruzzese e i lemmi Abruzzo e Giornalismo per The Gadda Encyclopedia dell’Università di Edimburgo, 2004 - Gadda inviato speciale in Abruzzo, 2004 - L’Anima dell’Aquila, 2007 - La Gran Cornata, 2009 - Quel Ramo di Mandorlo, 2011. È coautore/curatore di: La Provincia dei Parchi, 1997 - Gli Eremi di Roccamorice, 2000 - Il Palazzo degli Occhi, 2004 - Breviario del Gran Sasso, 2005 - La Basilica di Collemaggio, 2005 - La Stagione degli Scioperi a Rovescio, 2007 - Con l’Opra in Man Cantando, 2007 - In memoria di Tullio de Rubeis, 2008. È autore degli apparati critici per Piero Ventura, un rivoluzionario di professione, di Eude Cicerone, 1985 - Meraviglie d’Abruzzo, di Carlo Emilio Gadda, 2001 - La mia grande avventura, di Louis Carrozzi, 2006 - Dizionario di pensieri e sentenze, di Niccolò Persichetti, 2006.

Cari Connazionali, dear Colleagues and Friends of Italy,

Hoping that your 2017 has started at best, I am glad to invite you to the first cultural event of the year organized by the Consulate of Italy in Cape Town: the contemporary art exhibition Misperceive, by Italian artist Girolamo Marri.

For the second year in a row, the Consulate of Italy will be partnering with Capo d’Arte (an Italian non-profit organization promoting contemporary art) and the Cape Town Art Fair (one of the most prominent contemporary art fairs in the African continent and worldwide – see the complete fair program on www.capetownartfair.co.za) to bring to Cape Town cutting-edge Italian art, in an atmosphere of relaxed yet sophisticated fun.

Repeating the format that we established last year with Altrove, Soundwalk Collective (a sound-art exhibition that opened at the District Six Museum at night, right after the vernissage of the CTAF), Misperceive will open on February 16 at 9pm, immediately after the VIP vernissage of the fair.
The aim is for the opening of Misperceive to become the place where the local and international fair-goers will end their first day at the fair: an artsy after party!
In fact not only your mind will be fed: you’ll also find yummy treats from Honest Chocolate and flowing MCC kindly sponsored by Krone, plus the familiar little truck selling freshly baked pizza outside!

In the words of Marri, Misperceive is “an invitation to willfully alter the way we perceive a reality we cannot fully grasp.
Each of the works presented (including the opening night performance in collaboration with Cape Town-based musician Alessandro Gigli, made of layers of incomprehension, sonic improvisations, retina conditions, speed translating and calligraphy) in one way or another postulates that if nothing is ever what it seems, then detachment is not cynicism and irony is not superficiality”.

The opening of Misperceive will take place next Thursday February 16, at 21h00 till late, at the former Commune 1 spaces, in 64 Wale Street, City centre.

Then the exhibition will run on Feb 17-18 (17h00 – midnight) and 19 (17h00 – 20h00).
The space is behind Honest Chocolate and just besides the Gin Bar, which will become the official ‘night hub’ of the fair.

Here attached you will find the official invite to the exhibition, plus a press release (in Italian and English) and a couple of pictures to tickle your curiosity!

Before my greetings, I want to underline that this initiative (not easy to put together!) was made possible thanks to the generous support of ENEL, Krone and the Italian Institute of Culture in Pretoria.
It is also thanks to their support that this event, like all those organized by this Consulate, is completely free of charge.

Wishing to see many of you next Thursday evening, I send you my warmest regards.

Alfonso Tagliaferri
Consul


16-19 febbraio, 2017, 64 Wale Street, Cape Town - Personale di Girolamo Marri, a cura di Capo d’Arte e presentata dal Consolato d’Italia a Cape Town per la Fiera d’Arte di Cape Town 2017 -

Misperceive è un invito ad alterare volontariamente il modo in cui percepiamo la realtà. Nasce da concetti astrusi quali l’effetto osservatore della fisica delle particelle e la filosofia processuale di buddismo e taoismo, ma anche dalla saggezza popolare del “la bellezza è nell’occhio di chi guarda”. L’invito ad accettare l’auto-inganno permea tutti i lavori in mostra, senza che mai prenda forma fisica o direzione politica. I lavori sono tutti armoniosamente privi di contenuto salvo la loro stessa struttura e presenza: gli spettatori possono appropriarsi di qualsiasi idea che emerga (o non emerga) tra battute, rumore, errori e non-sense.

Tutti i lavori, compresa la performance di apertura con il musicista sperimentale Alessandro Gigli e fatta di improvvisazioni soniche, disfunzioni della retina, calligrafia accelerata e strato su strato di incomprensione, si basano sullo stesso postulato: se niente è come sembra, allora il distacco non è cinismo e l’ironia non è superficialità.

Attraverso una ricerca performativa, Girolamo Marri unisce la raccolta, produzione e alterazione di immagini, oggetti, suoni, testi e spazi, cercando nella sua pratica artistica di ritrarre e influenzare la realtà secondo l’assunto che l’umanità evolve grazie all’errore. Il suo lavoro scanzonato e urticante consiste in conferenze che non cominciano mai, interviste silenziose dove non ci sono domande né risposte, mappe cognitive destinate ad essere costantemente aggiornate e istruzioni incomprensibili, installazioni effimere, show radiofonici notturni e ogni sorta di inquietante interazione con pubblico consapevole o inconsapevole.

I suoi lavori sono stati esposti in istituzioni pubbliche e private, tra cui firstsite, the Showroom e Matt’s Gallery nel Regno Unito, Zendai MOMA, Shanghai Gallery of Art e BANK in Cina, NASA Smart Project Space in Olanda e Pierogi Gallery negli USA.

Capo d’Arte è un’organizzazione no-profit italiana che promuove l’arta contemporanea. È stata fondata nel 2009 da Francesca Bonomo e Francesco Petrucci che ancora la dirigono.
Sin dal suo inizio, Capo d’Arte ha portato a Gagliano del Capo (Italia) il lavoro di artisti internazionalmente riconosciuti attraverso una mostra annuale. Tra questi Yang Fudong, Shilpa Gupta, Michelangelo Pistoletto, Adrian Paci, Kader Attia, Latifa Ekchach e Sislej Xhafa.

Per la Fiera d’Arte di Cape Town 2016, Capo d’Arte ha prodotto una mostra di lavori dei Soundwalk Collective al District 6 Museum, anch’essa presentata dal Consolato d’Italia di Cape Town.

La mostra è stata realizzata grazie al generoso sostegno di ENEL, Krone e dell’Istituto Italiano di Cultura a Pretoria

Misperceive by Girolamo Marri in Cape Town

February 16-19, 2017, 64 Wale Street, Cape Town - An exhibition of works by Girolamo Marri, curated by Capo d’Arte and presented by the Consulate of Italy in Cape Town for the 2017 Cape Town Art Fair -

Misperceive is an invitation to wilfully alter the way we perceive reality. It stems from concepts as abstruse as the observer effect in particle physics or the process philosophy of Buddhism and Taoism, and from the common wisdom of “beauty is in the eye of the beholder”. This invitation to welcome self-deception is mumbled through all works on display, never taking a real physical shape or political direction. All works harmoniously lack content except for their very structure and presence, and viewers are welcome to appropriate any idea that may or may not reverberate through jokes, noise, mistakes and nonsense.

All works presented in this exhibition - including the opening night performance, designed with experimental composer Alessandro Gigli and consisting of sonic improvisations, retina conditions, speed calligraphy and layer upon layer of misunderstanding - are postulating that if nothing is ever what it seems, then detachment is not cynicism and irony is not superficiality.

Through a performative research, Girolamo Marri combines the collection, production and alteration of images, objects, sounds, texts and spaces, trying in his practice to portray and influence reality in light of the assumption that humankind evolves through mistake. His humorous yet unsettling practice consists of talks that never begin, silent interviews where no questions are asked or answers given; cognitive maps meant to be forever updated and instructions meant to be incomprehensible; ephemeral installations, late night radio shows, and all sorts of disquieting interactions with audiences and passers-by.

His work has been exhibited in private and public institutions, including firstsite, the Showroom and Matt’s Gallery in the UK, Zendai MOMA, the Shanghai Gallery of Art and BANK in China, at NASA/Smart Project Space in the Netherlands and Pierogi Gallery in the USA.

Capo d’Arte is an Italian non-profit organization promoting contemporary art. It was founded in 2009 by Francesca Bonomo and Francesco Petrucci, who still run it. Ever since its inception, Capo d’Arte has staged an annual show in Gagliano del Capo (Puglia, Italy), featuring the work of major international artists such as Yang Fudong, Shilpa Gupta,
Michelangelo Pistoletto, Adrian Paci, Kader Attia, Latifa Ekchach, Sislej Xhafa and many others.

For the 2016 Cape Town Art Fair, Capo d’Arte has produced a retrospective exhibition of Soundwalk Collective at the District Six Museum, also presented by the Consulate of Italy in Cape Town.

This exhibition was made possible thanks to the generous support of ENEL, Krone and the Italian Institute of Culture in Pretoria.

Domenico Agasso jr - La Stampa - 

Rende il mondo bello. Sul pianeta terra, «senza la donna, non c’è armonia». Parola di papa Francesco, che nell’omelia della Messa mattutina de 9 febbraio a Casa Santa Marta, riflette sulla figura femminile a partire dalla Creazione.  
 
Il Pontefice ripercorre i passi della Genesi: Dio plasma ogni sorta di animali ma l’uomo non ha in loro una compagnia, «era solo»; dunque il Signore gli leva una costola e crea la donna, che l’uomo identifica come carne della sua carne. Ma «prima di vederla l’aveva sognata: per capire una donna è necessario sognarla», afferma Papa Bergoglio.
 
Poi il Pontefice rileva: «Tante volte, quando noi parliamo delle donne», le si descrive in modo funzionale: «Ma, la donna è per fare questo». Invece la donna trasmette una ricchezza che l’uomo non ha: l’armonia al Creato. Perché «quando non c’è la donna, manca l’armonia. Noi diciamo, parlando: ma questa è una società con un forte atteggiamento maschile, e questo, no? Manca la donna. “Sì, sì: la donna è per lavare i piatti, per fare …”. No, no, no: la donna è per portare armonia. Senza la donna non c’è armonia». Non «sono uguali, non sono uno superiore all’altro: no. Soltanto che l’uomo non porta l’armonia: è lei. È lei che porta quella armonia che ci insegna ad accarezzare, ad amare con tenerezza e che fa del mondo una cosa bella».  
 
Come riporta Radio Vaticana, sono tre gli aspetti affrontati dal Vescovo di Roma: la solitudine dell’uomo, il sogno e, terzo, il destino di tutti e due: ossia essere «una sola carne». Francesco porta un esempio concreto: narra quando in un’udienza, mentre salutava la gente, ha chiesto a una coppia che celebrava il 60.mo anniversario di matrimonio: «”Chi di voi ha avuto più pazienza?”». E loro che mi guardavano, si sono guardati negli occhi – non dimentico mai quegli occhi, eh? – poi sono tornati e mi hanno detto, tutti e due insieme: “Siamo innamorati”. Dopo 60 anni, questo significa una sola carne. E questo è quello che porta la donna: la capacità di innamorarsi. L’armonia al mondo».  
 
Il Papa evidenzia che «tante volte, sentiamo: “No, è necessario che in questa società, in questa istituzione, che qui ci sia una donna perché faccia questo, faccia queste cose…”. No, no, no, no: la funzionalità non è lo scopo della donna. È vero che la donna deve fare cose, e fa – come tutti noi facciamo – cose. Lo scopo della donna è fare l’armonia, e senza la donna non c’è l’armonia nel mondo». Poi la denuncia di Francesco: «Sfruttare le persone è un crimine di lesa umanità: è vero. Ma sfruttare una donna è di più: è distruggere l’armonia che Dio ha voluto dare al mondo. È distruggere». Quindi approfittare di una donna, oltre che «un crimine», è «distruggere l’armonia».
 
Questo è «il grande dono di Dio: ci ha dato la donna. E nel Vangelo, abbiamo sentito di che cosa è capace una donna, eh? È coraggiosa, quella, eh? È andata avanti con coraggio. Ma è di più, è di più: la donna è l’armonia, è la poesia, è la bellezza». E «senza di lei il mondo non sarebbe così bello, non sarebbe armonico». Conclude il Papa: «A me piace pensare – ma questa è una cosa personale – che Dio ha creato la donna perché tutti noi avessimo una madre».

President Jacob Zuma has committed the government to taking charge of economic growth, improving infrastructure and funding higher education by billions of rand.

In a speech punctuated with deadlines and funding commitments, Zuma also promised to overhaul the health-care system in light of the deaths of 94 mentally-ill patients in Gauteng.

​Zuma’s speech was delayed by more than an hour when the EFF and DA refused to let him speak, saying he had not defended the constitution and therefore should be disqualified from being in Parliament.

Parliament’s security staff removed EFF MPs from the Chamber when they refused to leave on orders from the Speaker.

DA MPs then walked out of the House. (Cape Times)

State of the Nation Address by President Jacob Zuma, Parliament, Cape Town -

The Speaker of the National Assembly,
The Chairperson of the National Council of Provinces;
Deputy Speaker of the National Assembly and Deputy Chairperson of the NCOP, Deputy President Cyril Ramaphosa,
Former President Thabo Mbeki, Chief Justice Mogoeng Mogoeng and all esteemed members of the judiciary,
Ministers and Deputy Ministers,
Premiers and Speakers of Provincial Legislatures, Chairperson of SALGA, The Heads of Chapter 9 Institutions, Chairperson of the National House of Traditional Leaders,
The President of the Muslim Judicial Council and all Leaders of faith based organisations,
The former Speaker of the National Assembly, Dr Frene Ginwala,
Veterans of the struggle for liberation,
Members of the diplomatic corps,
Fellow South Africans,
 
 
Good evening, sanibonani, molweni, dumelang, goeie naand, lotshani, riperile, ndimadekwana,

Thank you Madam Speaker and Madam Chairperson for this opportunity to address the joint sitting of Parliament.

An illustrious son of our country, President Oliver Reginald Tambo, would have turned 100 years old this year, had he lived. This selfless patriot his adult life to a tireless pursuit of the liberation of our country and its people. He left a lasting legacy for all South Africans, and not only for his organisation, the ANC.

In his honour, we have declared the year 2017, the Year of Oliver Reginald Tambo. It is the year of unity in action by all South Africans as we move South Africa forward together. We have the pleasure to host members of the Tambo family this evening, Mr Dali Tambo with his wife Rachel, and their son Oliver Tambo Junior.

We also fondly remember Mama Africa, Miriam Makeba, who made history when she addressed the United Nations in 1963, appealing for action against the apartheid regime. We extend a warm welcome to her grand-daughter Zenzile Makeba Lee and great-grandson Lindelani.

Compatriots,
 
In this 23rd year of our freedom, our mission remains the quest for a united, democratic, non-sexist, non-racial and prosperous South Africa. Guided by the National Development Plan, we are building a South Africa that must be free from poverty, inequality and unemployment.

While the global economic environment remains uncertain, indications are that we have entered a period of recovery. We anticipate an economic growth rate of 1.3 per cent in 2017 following an estimated 0.5 per cent in 2016.

However, the economy is still not growing fast enough to create the jobs we need. There are some of our people, including youth, who have not worked for years.

It is for this reason that we decided to focus on a few key areas packaged as the Nine Point Plan to reignite growth so that the economy can create much-needed jobs.

The focus areas include industrialisation, mining and beneficiation, Agriculture and agro Processing, energy, SMMEs, managing work place conflict, attracting investments, growing the oceans economy and tourism.

We also added cross-cutting areas such as science and technology; Water and sanitation Infrastructure; Transport Infrastructure; and Broadband Rollout. I would like to provide a report back on the work done in some of these areas in the past year.

The interaction that we started last year between government, business and labour, known as the CEO Initiative, has been most helpful. We were able to address some domestic challenges together. We successfully avoided credit ratings downgrades which would have had significant impact on our economy.

Our labour market environment is also showing signs of stability, due to cooperation by social partners. The manner in which parties conducted and carried themselves during the wage negotiations in the platinum sector in particular, must be applauded.

Unity in action was also demonstrated again this week with the conclusion of the agreement on the National Minimum Wage and on measures to stabilise labour relations. This follows a call I had made in the State of the Nation Address on 14 June 2014.

We congratulate the Deputy President and the team at NEDLAC for this milestone and wish them well for work that still needs to be done.

Compatriots,

The extension of basic services to the people continued in the past year as we pursued a better life for all. To date nearly 7 million households have been connected to the grid and now have electricity.

The successful execution of the Eskom’s build and maintenance programmes helped ensure stability and an end to load-shedding.

Work is continuing to ensure energy security. Renewable energy forms an important part of our energy mix, which also includes electricity generation from gas, nuclear, solar, wind, hydro and coal.

Government is committed to the overall Independent Power Producers Programme and we are expanding the programme to other sources of energy including coal and gas, in addition to renewable energy.

Eskom will sign the outstanding power purchase agreements for renewable energy in line with the procured rounds.

Government is working hard to ensure reliable bulk water supply in the various areas of the country to support economic growth whilst increasing access to vulnerable and rural municipalities.

In an effort to curb the high water losses which in some municipalities far exceeds the national average which is currently at 37%; about ten thousand unemployed youth are being trained as plumbers, artisans and water agents. More will be recruited this year to reach the total of fifteen thousand. We call upon municipalities to support the War on Leaks programme.

We continue to build modern schools replacing mud structures and other inappropriate buildings through the Accelerated Schools Infrastructure delivery Initiative, (ASIDI). This gives our children dignity.

A total of one hundred and seventy three inappropriate structures have been eradicated since 2011. In total, 895 new schools now provide a conducive learning environment for our children.

On Investment promotion, Government has established InvestSA, an investment One Stop Shop nationally and will open provincial centres in KwaZulu-Natal, Gauteng and the Western Cape.  The message is clear to the affected government departments. There must be no undue delays and no unnecessary red tape. From issuing licences to visas, we should make it easy to do business in South Africa.

Compatriots

President OR Tambo was a maths and science teacher. Government will thus prioritise maths and science more than ever before this year, in his memory. We are encouraged by recent international test results.

The results in the Trends in International Mathematics and Science Study and the Southern and East African Consortium for Monitoring Educational Quality show that the performance of South African learners is improving.

Amongst the participating countries, South Africa has shown the largest improvement of 87 points in Mathematics and 90 points in Science. This is very encouraging as we don’t want our children to be left behind.
 
 
 
Our investment in science and technology is yielding results. Since South Africa, supported by its eight African partners, won the bid to host the Square Kilometre Array telescope, significant progress has been made in building this mega science project and reaping its benefits.

Together with its precursor, the MeerKAT telescope, the SKA project continues to make important contributions to socio-economic development in South Africa.

Working closely with the industry, the Department of Science and Technology is implementing a technology localization strategy. This has ensured that the two billion rand MeerKAT telescope is constructed with seventy five percent local content.

This has led to job creation in the Northern Cape and diversification of the economy through the creation of artisan and maintenance jobs, and the promotion of science as a career of choice.

On road infrastructure, Sanral has started with the planning phase of the 4.5 billion rand project to upgrade the current Moloto road. Sakha umgwaqo kanye nololiwe ku Moloto Road ukuze kuphephe izimpilo zabantu ngoba izingozi sezithathe imiphefumulo eminingi kuleyandawo.

During 2016, South Africa also signed a co-operation agreement with the People’s Republic of China to build the Moloto Rail Development Corridor.

In 2014 we launched the Operation Phakisa Big Fast results methodology in the ocean economy, health, education and mining sectors. The purpose was to find a few key projects where we could unlock growth in implementing the NDP.

All projects are proceeding well.

The South African Navy also participates in the Phakisa project and is preparing to host the government garage concept for all state-owned vessels in Simon’s Town, including the maintenance and repair of government-owned vessels, through the newly established South African Navy/ARMSCOR/Denel partnership.

We had identified tourism as a key job driver. We are thus pleased that our tourist arrival numbers for the period January to November 2016 increased to nine million, an increase of just over one million arrivals from 2015. This represents a thirteen percent growth in tourist arrivals.

Government runs effective poverty alleviation programmes such as the Expanded Public Works Programme. In addition, social grants now reach close to 17 million people, mainly older persons and children. Many families would not be able to put food on the table if it were not for social grants.

The Expanded Public Works Programme has since 2014, created more than two million work opportunities towards the attainment of the target of six million work opportunities by the end of March 2019. Of the work opportunities created, more than one million have been taken up by the youth.

During 2015/2016, more than sixty one thousand work opportunities were created through the Environmental Programmes such as Working for Water, Working for Wetlands, Working on Fire and Working for Ecosystems. More than 60% of the beneficiaries were young people.

Government working with society is fighting social ills that are tearing communities apart such as drugs and substance abuse. From Soshanguve to Rosettenville or KwaMashu to the Cape Flats, communities are in difficulty because of the drugs.

Other than law enforcement, the provision of treatment and prevention services is also critical.

The Department of Social Development is building new public treatment centres in provinces where there are no such facilities, in the Northern Cape, North West, Limpopo, Free State and the Eastern Cape.

Working together we will save our youth from drugs.

On health matters, the National Health Insurance is our flagship project that is aimed at moving South Africa towards Universal Health Coverage. The NHI will be implemented in a 14 year period in three phases. We are in the midst of the first phase which is the preparatory phase, which started in 2012.

Compatriots

We are deeply distressed by the death of so many psychiatric patients in Gauteng.

Mentally ill patients are some of the most vulnerable members of society, who need protection from the state itself and society as a whole. I have instructed the Minister of Health to ensure that the Health Ombudsperson’s recommendations are wholly and speedily implemented without any reservations.

We welcome the recommendation of the Health Ombudsperson that there is an urgent need to review the National Health Act 2003 and the Mental Health Act 2002 with a view that certain powers and functions revert back to the National Minister of Health.

Once more, we extend our heartfelt condolences to all families and relatives of the deceased. Government will provide support so that families do not face this burden alone. The Premier of Gauteng and the Minister of Health have already provided this assurance.

A lot more work has been done in the past year in implementing the Nine Point Plan and all our programmes. Ministers will report further on the programmes during the budget votes.

Honourable Members,
 
I would now like to speak on our priorities for the year ahead. Political freedom alone is incomplete without economic emancipation.

Oliver Tambo spoke clearly about this mission at an SACP anniversary meeting in London in 1981.

He said:

“The objective of our struggle in South Africa, as set out in the Freedom Charter, encompasses economic emancipation. It is inconceivable for liberation to have meaning without a return of the wealth of the country to the people as a whole.

“To allow the existing economic forces to retain their interests intact is to feed the roots of racial supremacy and exploitation, and does not represent even the shadow of liberation.

“It is therefore a fundamental feature of our strategy that victory must embrace more than formal political democracy; and our drive towards national emancipation must include economic emancipation.”

What do we mean by radical socio-economic transformation?

We mean fundamental change in the structure, systems, institutions and patterns of ownership, management and control of the economy in favour of all South Africans, especially the poor, the majority of whom are African and female, as defined by the governing party which makes policy for the democratic government.

Twenty two years into our freedom and democracy, the majority of black people are still economically disempowered. They are dissatisfied with the economic gains from liberation.

The gap between the annual average household incomes of African-headed households and their white counterparts remains shockingly huge. White households earn at least five times more than black households, according to Statistics SA.

The situation with regards to the ownership of the economy also mirrors that of household incomes. Only ten percent of the top one hundred companies on the Johannesburg Stock Exchange are owned by black South Africans, directly-achieved principally, through the black empowerment codes, according to the National Empowerment Fund.

The pace of transformation in the workplace, the implementation of affirmative action policies as required by the Employment Equity Act, also remains very slow.

In terms of the 2015/16 information submitted to the Employment Equity Commission, the representation of whites at top management level amounted to 72 percent whilst African representation was at 10 percent.

The representation of Coloureds stood at 4.5% and Indians 8.7%.

The report further provides that white South Africans, in particular males, are afforded higher levels of recruitment, promotion and training opportunities as compared, to the designated groups.

At the level of gender at senior management level, males remain dominant at 67.6% and females at 32.4% percent.

The skewed nature of ownership and leadership patterns needs to be corrected. There can be no sustainability in any economy if the majority is excluded in this manner. In my discussions with the business community, they accepted these transformation imperatives.

Today we are starting a new chapter of radical socio-economic transformation. We are saying that we should move beyond words, to practical programmes.

The state will play a role in the economy to drive that transformation. In this regard, Government will utilise to the maximum, the strategic levers that are available to the state.

This includes legislation, regulations, licensing, budget and procurement as well as Broad-based Black Economic Empowerment Charters to influence the behaviour of the private sector and drive transformation.

The State spends five hundred billion rand a year buying goods and services. Added to this is the nine hundred billion rand infrastructure budget. Those budgets must be used to achieve economic transformation.

As a start, the new regulations making it compulsory for big contractors to subcontract 30 percent of business to black owned enterprises have been finalised and were gazetted on the 20th of January.

Through such regulations and programmes, government will be able to use the state buying power to empower small enterprises, rural and township enterprises, designated groups and to promote local industrial development.

Two key challenges we face is the high levels of concentration in the economy as well as the collusion and cartels, which squeeze out small players and hamper the entry of young entrepreneurs and black industrialists.

The competition authorities have done excellent work to uncover the cartels and punish them for breaking the law.

Last year I signed into law a provision to criminalize the cartels and collusion and it came into effect on 1 May. It carries jail sentences of up to 10 years.

We are now stepping up our actions to deal with the other challenge, namely economic concentration, where a small grouping controls most of a market.

During this year, the Department of Economic Development will bring legislation to Cabinet that will seek to amend the Competition Act. It will among others address the need to have a more inclusive economy and to de-concentrate the high levels of ownership and control we see in many sectors. We will then table the legislation for consideration by parliament.

In this way, we seek to open up the economy to new players, give black South Africans opportunities in the economy and indeed help to make the economy more dynamic, competitive and inclusive. This is our vision of radical economic transformation.

Compatriots,

Government is actively involved in the property sector, having provided more than four million houses since 1994.

This sector in our country is valued at approximately seven trillion rand, with the subsidised sector being valued at one point five trillion rand.

However, less than five percent of the sector is owned or managed by Black people and Africans in particular. A draft Property Practitioners Bill will be published by the Department of Human Settlements for public comment with the purpose of establishing a more inclusive, representative sector, towards radical economic transformation.

Among key priorities this year, Government will also address the increasing delays and backlogs in registration and issuing of title deeds to beneficiaries of housing projects funded by the capital subsidy.

Compatriots,

We reiterate that radical economic transformation should mean moving beyond share ownership schemes only. We would like to see black people involved directly in business, owning factories. The development of the Black Industrialists programme is thus critical.

The programme has from inception supported more than 22 entrepreneurs. Government has further opportunities in the property maintenance projects of the Department of Public Works.

The Department will invest approximately one hundred million rand this year on critical capital and maintenance programmes to modernise harbours. They will also continue generating revenue from letting state owned harbours and coastline properties, which will benefit black owned SMMEs.

Government will also continue to pursue policies that seek to broaden the participation of black people and SMMEs, including those owned by women and the youth, in the Information and Communication Technologies (ICT) sector.

We assure the youth that the lowering of the cost of data is uppermost in our policies and plans.

Compatriots,

Mining has always been the backbone of our economy and an important foreign exchange earner. We welcome the recovery in commodity prices which has resulted in an upswing in mining output. This augurs well for the industry.

The Mining Charter is currently being reviewed. The Charter seeks to recognise the internationally accepted right of the state to exercise sovereignty over all the mineral and petroleum resources within the Republic.

It is also aimed at helping the country to de-racialise the ownership of the mining industry. This will help ensure the sustainability of this industry. We trust that discussions between government and business on the Charter will yield results so that the process can be finalised.

We will continue to pursue direct state involvement in mining. The Mining Company of South Africa Bill will be presented to Cabinet and Parliament during the year.

The Minerals and Petroleum Resources Development Amendment Bill was sent back to Parliament so that issues relating to the public consultation process undertaken by Provincial legislatures can be addressed.

We trust that it shall be processed and returned for finalization without much delay so that the concerns relating to uncertainty raised by business can be resolved.

Government continues to work with other stakeholders to combat illegal mining to save lives and to prevent the trafficking of precious metals and diamonds.

We also continue to place great emphasis on the health and safety of mineworkers which is so crucial to the sustainability of the mining sector. Working with the mining companies we can ensure that lives are protected at all times.

The tragic accident that occurred at Lily Mine outside in Mpumalanga earlier in 2015 is the first of its kind that we have experienced since the dawn of democracy. The families are going through immense pain and frustration.

Compatriots,

It will be difficult if not impossible, to achieve true reconciliation until the land question is resolved. Only eight million hectares of arable land have been transferred to black people, which is only 9.8 percent of the 82 million hectares of arable land in South Africa.

There has also been a 19 percent decline in households involved in agriculture from 2,9million in 2011 to 2,3 million households in 2016.

We had stated our intention of using the Expropriation Act to pursue land reform and land redistribution, in line with the Constitution.  I have now decided to refer the Bill back to Parliament for reconsideration on the basis that the Bill might not pass constitutional master. This is due to inadequate public participation during its processing.

We trust that Parliament will be able to move with speed in meeting the requirements so that the law can be finalised to effect transformation.

The reopening of land claims is also still on hold because the Restitution of Land Rights Amendment Act, 2014 was declared invalid by the Constitutional Court.

The Constitutional Court found that the public consultation process facilitated by the National Council of Provinces and some Provincial Legislatures, did not meet the standard set in the Constitution.

Going forward, government will continue to implement other programmes such as the Strengthening of Relatives Rights programme, also known as the 50-50 programme.

In this programme, the farm workers join together into a legal entity and together with the farm owner a new company is established and the workers and the owner become joint owners.

To date 13 proposals have already been approved benefiting 921 farm dweller households at a value of R631 million. We applaud farmers and farm workers for this innovation.

Most importantly, we appeal to land claimants to accept land instead of financial compensation. Over 90% of claims are currently settled through financial compensation which does not help the process at all. It perpetuates dispossession. It also undermines economic empowerment.

Government has committed itself to support black smallholder farmers. I received a memorandum from the African Farmers Association of South Africa who say the year 2017 must be the year of the commercialisation of the black small holder farmers.

Indeed, Government will implement a commercialisation support programme for 450 black smallholder farmers.

We encourage more women to consider farming. I have as a special guest today, the 2016 Female Farmer of the Year, Ms Vanecia Janse from Koukamma municipality in the Eastern Cape.

Compatriots,

Our farmers went through a difficult period last year because of the drought. To date, an estimated amount of 2.5 billion rand was made available for the provision of livestock feed, water infrastructure, drilling, equipping and refurbishment of boreholes, auction sales and other interventions.

Furthermore, the Industrial Development Corporation and the Land Bank availed funding of about five hundred million rand to distressed farmers to manage their credit facilities and support with soft loans.

Compatriots,

President OR Tambo was a champion of women’s rights.

We will continue to mainstream the empowerment of women in all government programmes.

Government will continue to prioritise women’s access to economic opportunities and, in particular, to business financing and credit.

This is the freedom that heroines of the struggle such as the late Dora Tamana of Gugulethu here in Cape Town fought for. I am pleased to have her son Mongezi Tamana as a guest today.

Compatriots,

In December 2015 university students voiced their concerns about the cost of higher education. They correctly pointed out that accumulated debt and fast rising fees were making it harder and harder for those who come from less-privileged households to enter and stay within the education system until they complete their studies.

It is for this reason that when university students expressed genuine concerns about  being excluded from universities, our caring government responded appropriately by taking over the responsibility to pay the fee increase for the 2016 academic year. Government also settled all debt owed by NSFAS students and extended the coverage to larger numbers of students than ever before.

At the time of tabling the 2016 Medium Term Budget Policy Statement, our government announced additional measures aimed at making higher education accessible to more students from working class families.

Government has provided funds to ensure that no student whose combined family income is up to six hundred thousand rand per annum will face fee increases at universities and TVET colleges for 2017.

All students who qualify for NSFAS and who have been accepted by universities and TVET colleges will be funded.  The university debt of NSFAS qualifying students for 2013, 2014 and 2015 academic years has been addressed. In total, government has reprioritised thirty two billion rand within government baselines to support higher education.

We are ensuring that our deserving students can study without fearing that past debts will prevent them from finishing their studies.

In the remaining years of this administration, our policies will respond directly to the following concerns that the students have placed firmly on the table:

Firstly, the students have expressed concern that the NSFAS threshold of one hundred and twenty two thousand rand is too low. We will have to look into this matter with the view to raising the threshold on a phased basis in the period ahead.

Secondly, the students have pointed out that the full cost of study at some universities is higher than the subsidy that NSFAS provides. As a result, NSFAS students who study at some universities that charge higher fees end up accumulating debt. Our government-initiated processes are already looking at this issue too.

Honourable Members and Fellow South Africans, students and their parents should understand that the needs for services like water, sanitation, early childhood development and good public transport have to also be addressed, alongside access to quality higher education and training.

But our commitment to finding sustainable solutions to the funding of the social wage in general, and education, in particular, is unwavering.

As the processes that we have set in motion draw to a close, such as the Heher Commission, the Ministerial Task Team, broader engagements with students, university and TVETS leadership and civil society, we will find resources to give expression to our policies.

I invite all stakeholders to participate in the processes that are under way so that no view is not heard.

No great idea should be excluded. As soon as the broadest sections of our society agree on what to do, our government will take steps to reprioritise resources to implement it on a phased basis.

Let us engage to identify the most pressing needs, and allocate our limited resources accordingly. Let us build our self-reliance and move forward in the spirit of unity.

Compatriots,

The fight against crime is an apex priority. The police will increase visible policing, building on the successful pattern of deployments utilised during the Safer Festive Season Campaign.

They will also utilise certain specialized capabilities, such as the Tactical Response Teams and National Intervention Units, to assist in addressing problematic high-crime areas.

We received a message from Soshanguve last week that crime is rife in Block L and that hijackings and robberies are high. It is such communities that need to build stronger partnerships with the police to ensure that criminals do not prey on residents.

Other measures to fight crime nationally will include the establishment of Specialised Units, focusing on drug-related crime, taxi violence and firearms and the enhanced utilisation of investigative aids such as forensic leads.

The Police will also enhance the utilisation of the DNA Database in the identification of suspects. We urge the public to work with the police to ensure safer communities.

Compatriots,

We welcome the decline in Rhino poaching incidents since October 2015 which is for the first time in a decade. This arises from intensive joint operations by law enforcement agencies.

Compatriots,

One of the strategies of fighting crime is to ensure that those who are released from prison do not commit crime again.

The Department of Correctional Services continues to work hard to turn prisons into correctional centres through offering various services. As a result, compliance levels with parole and probation conditions have improved to reach a historic mark of 98 percent.

The country has also made good progress in reducing the numbers of children in correctional centres.

Compatriots,

The promotion of access to justice was given added meaning last year when the High Court Division in Limpopo was opened in November.

The Mpumalanga High Court will be completed during this financial year. The coming into operation of these two high courts means that we have now realised the goal of a High Court in every province of the country.

Compatriots,

The fight against corruption continues. Within the National Prosecuting Authority, the Asset Forfeiture Unit completed three hundred and eighty nine forfeiture cases to the value of three hundred and forty nine million rand.

They obtained three hundred and twenty six freezing orders to the value of seven hundred and seventy nine million rand.

A total of 13 million rand was recovered in cases where government officials were involved in corruption and other related offences in the past year.

Compatriots,

Oliver Tambo set the tone for the country’s foreign policy as early as 1977 when addressing the first Congress of the Angolan ruling party MPLA that:

“We seek to live in peace with our neighbours and the peoples of the world in conditions of equality, mutual respect and equal advantage”.

South Africa is honoured to chair the Southern African Development Community (SADC) starting from August 2017. We will utilise our tenure to fast-track the implementation of the SADC Industrial Strategy.

We are accelerating the integration agenda through the implementation of SADC-COMESA-East African Community Free Trade Area.

We will continue with our involvement in our mediation efforts, peacekeeping operations, and peace-making initiatives in Lesotho, Democratic Republic of Congo, Burundi, Mozambique, South Sudan, Somalia and Libya. The SANDF represents the country well in the peacekeeping missions.

Furthermore, trade with our traditional partners in the west remains a significant contributor to our economy. We will continue to partner with the United States and work together on issues of mutual interest such as the full renewal of AGOA.

We value our relationship with the People’s Republic of China. China is one of South Africa's most important and key strategic partners. We recognise the PRC 'as the sole Government and Authority representing the whole of China'.

South Africa reiterates its position and commitment to the 'One China Policy' and we consider Taiwan as an integral part of the PRC. At continental partnership level, the Joint Africa-EU Strategy remains an important long-term framework for continued cooperation.

The Economic Partnership agreement with the EU came into force in September 2016 thus providing new market access opportunities for South African products. Almost all South African products, about 99% will have preferential market access in the EU. About 96% of the products will enter the EU market without being subjected to customs duties or quantitative restrictions.

The Southern African Customs Union Mercosur Preferential Trade Agreement has also entered into force, providing preferential access to over one thousand tariff lines. This is an agreement that promotes South-South trade.

Our cooperative partnerships with other regions are bearing fruits. The BRICS New Development Bank has recorded encouraging progress. We welcome the Goa BRICS Heads of State and Government decision to establish the BRICS Rating Agency so that we can assist each other in assessing our economic paths.

We are also pleased with agreements with our BRICS partners in the field of agriculture. We will implement off take agreements on the export of pulses, mangos and pork to India.

We will also export twenty thousand tons of beef to China per year for a period of 10 years. We will continue to pursue the reform of the international system because the current configuration undermines the ability of developing countries to contribute and benefit meaningfully.

This year marks the 50th anniversary of the occupation of Palestine. The expansion of Israeli settlements undermines global efforts aimed at realising the two state solution and the Oslo accord. We wish to reiterate our support for the Palestinian course.

Similarly, we hope that the readmission of Morocco to the AU should serve as a catalyst to resolve the Western Sahara issue.

Let me add that South Africa will use Armed Forces Day on 21 February, 2017, to mark the Centenary commemorations of the tragic sinking of the SS Mendi which left 646 soldiers dead in 1917.

Compatriots,

The Constitution accords equal rights and dignity to all South Africans. The United Nations proclaimed 13 June as International Albinism Awareness Day. We should use this day to raise awareness and eliminate the discrimination or harm that compatriots with albinism are subjected to in some areas.

Siyagcizelela ukuthi abantu abanebala elimhlophe bangabantu, bafana nabo bonke abantu ezweni. Akuphele ukubahlukumeza. Aziphele nezinkolelo ezingekho ngabo.

I have the pleasure to introduce Ms Nomasonto Mazibuko the executive director of the Albinism Society of South Africa, one of my special guests.

The sports fraternity tragically lost one of its favourite sons, Joost van der Westhuizen earlier this week. The music industry has lost popular gospel musicians recently Sifiso Ncwane and Lundi Tyamarha as well as maskanda musician Nganeziyamfisa.

We extend our condolences on the loss of these public figures who have contributed to the country’s sports and arts.

Compatriots,

Let us unite in driving radical economic transformation for the good of our country.

In the words of President Tambo;

“Working together as fellow South Africans, we have it within our power to transform this country into the land of plenty for all, where the nightmare of apartheid will just be a faint memory of the past.“

Issued by: The Presidency
Pretoria

SOMMARIO: APPELLO PER UNA VITA – PAPA FRANCESCO - RAGGI/BOSCHI: DUE PESI E DUE MISURE – SCHIFEZZE IN RAI
 
Sale lo spread dell’Italia e ci vengono a raccontare che la colpa è della Le Pen, mentre è sceso nuovamente il sipario sul dramma dei terremotati e la “manovrina” governativa se la prende come sempre con benzina e sigarette ma – per esempio – non tocca gli sprechi RAI.
Ne parliamo su questo numero de IL PUNTO ma  - prima di tutto - voglio lanciare un appello e denunciare una incredibile situazione in IRAN dove a morire rischia di essere un medico che vive (viveva) proprio nella nostra zona.
L’urgenza di questo appello giustifica anche l’anticipo di uscita de IL PUNTO rispetto al consueto fine-settimana
 
SALVIAMO UN CONDANNATO A MORTE IN IRAN
Ahmadreza Djalali è un medico iraniano che da diversi  anni viveva e operava a Novara (dove si era perfettamente inserito con la famiglia nella vita cittadina) specializzato in medicina d’emergenza e docente all’Università del Piemonte Orientale.

Nell’aprile del 2016 – come faceva regolarmente due volte l’anno – era tornato in Iran con la famiglia  a trovare i genitori.

Da allora è sparito e di lui non se ne sapeva più nulla, ma si è scoperto recentemente che nove mesi fa era stato arrestato come “spia” dal governo di Teheran e detenuto per “attività anti-nazionale” nel carcere di Evin. La sua famiglia è stata minacciata, non è più potuta uscire dall’Iran (i figli andavano a scuola a Novara)  e – non si sa neppure quando – il dott. Djalali è stato processato a porte chiuse  e condannato a morte per “cospirazione” mentre il suo avvocato  ha tra l’altro per protesta dismesso il mandato.
 
Da settimane Djalali starebbe operando in carcere uno sciopero della fame.

L’accusa appare francamente  incredibile, non si riesce a capire - data l’assoluta serietà del personaggio e la apparente mancanza di conoscenze militari o simili - come, con chi, quando e perché mai il dott. Djalali avrebbe dovuto trasformarsi in spia contro l’Iran, né si sa a favore di chi, oltretutto rientrando spontaneamente in patria con regolarità.

Ora rischia il patibolo e la morte per impiccagione già tra pochi giorni perché la giustizia iraniana – a differenza di quella italiana -  funziona alla svelta e la pena di morte in Iran è largamente applicata, senza sconti nè appelli.

Non si hanno purtroppo notizie di particolari pressioni in suo favore del nostro governo nonostante il suo lungo soggiorno in Italia.
 
Faccio un appello quindi a tutti i lettori perché – ciascuno a modo suo e tramite le proprie conoscenze – si mobilitino per la salvare la vita a questa personaò sperando che si muova pesantemente ed ufficialmente anche la nostra diplomazia perché, anche se Djalani è cittadino iraniano, è intollerabile che si continui con questi processi-farsa senza nessuna concreta possibilità di difesa. Su alcuni blog sono iniziate raccolte di firme ma ciascuno di voi può scrivere protestando sul sito dell'ambasciata della "Repubblica Islamica dell'Iran" in Italia.

Intasiamolo di proteste!

Questa vicenda dovrebbe essere anche un monito per chi ha festeggiato gli accordi con l’Iran che però – oltre a fare affari - continua purtroppo ad essere una teocrazia islamica dove le libertà civili sono troppo spesso un optional e il caso del dott. Djalali ne è una spaventosa conferma.

Ovviamente l’ONU, Amnesty International, l’intellighenzia internazionale buonista e progressista  hanno da pensare ad altri “cattivi” tipo Israele, Trump ecc.ecc. ma di mettere al bando regimi che ammazzano “legalmente” la gente in quantità – dalla Cina all’Arabia Saudita all’Iran – senza rispettare minimamente i diritti umani non se ne parla neppure.
 
PAPA E BATTESIMI, BELLE E BRUTTE NOTIZIE
La bella notizia è che nella mia parrocchia domenica scorsa sono state battezzate due bimbe nigeriane, figlie di migranti da qualche tempo ospitate a Verbania. Un battesimo che ha trasformato la nostra chiesa in una vera festa africana che testimoniava e ci ricordava anche come sia difficile oggi essere cristiani in una nazione come la Nigeria, dove - soprattutto nel nord del paese - spadroneggiano le bande di estremisti islamici e dove migliaia di cristiani sono stati trucidati.

Come non sentirsi vicini a quelle due bambine e alle loro famiglie, anche per le sofferenze che hanno dovuto affrontare per giungere fin da noi?

Un esempio di integrazione che non può e non deve lasciarci indifferenti.

La cattiva notizia sono invece i manifesti affissi a Roma contro papa Francesco.

Strano innanzitutto che sia così difficile identificare chi per ore ha appiccicato abusivamente manifesti nel centro della Capitale (pensate se avesse distribuito bombe?!) ed è comunque molto triste pensare  che ci sia in giro chi si presti a queste bassezze.

Soprattutto è triste che c’è chi non capisca come la Chiesa abbia bisogno di rinnovamento vero soprattutto ai suoi vertici, incrostati da secoli di potere.

Credo che papa Francesco – pur molto criticato da una parte dell’ “apparato” e volutamente a volte male interpretato  - stia facendo ogni sforzo per restituirla ai suoi valori più veri e questa è una grande speranza per milioni di cristiani, non solo cattolici. Il Papa ci porta ogni giorno a riflettere su come essere oggi concreti testimoni dei tempi per vivere con semplicità da veri cristiani, non solo nella forma ma soprattutto nella sostanza. Un discorso da affrontare nella coscienza di ognuno di noi.  
 
RAGGI E BOSCHI, QUALI DIFFERENZE !?
I media sparano ogni giorno a zero sul sindaco di Roma Virginia Raggi, colpevole di tutto e di più, ma hanno strane lacune nel ricordare fatti e fattacci ben più gravi che continuano a succedere a Roma, per esempio a palazzo Chigi.

E’ di questa settimana la notizia che la “badante ombra” del governo, Maria Elena Boschi, piazzata da Renzi nella posizione chiava di sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio (ovvero le mani in pasta là dove si comanda)ò è riuscita a “silurare” la concorrente Antonella Manzione, un’altra beneficata del “Cerchio magico” renziano.

La Manzione era la responsabile dei vigili urbani di Firenze ma – essendo nel cuore del Capo – due anni fa era stata promossa direttamente a Palazzo Chigi  addirittura come “Capo dell’ ufficio legislativo della Presidenza del Consiglio”.

Esperienze, titoli, curriculum? Assolutamente no, ma evidentemente essere amica di Renzi bastava e ogni tiepida protesta è stata messa a tacere.

Ma l’altra “amica del Capo”, ovvero la Boschi, schiumava rabbia e adesso è riuscita finalmente a silurare la rivale che è stata dirottata al Consiglio di Stato, grazie a una “equiparazione” della sua precedente qualifica. Sembra che la Manzione non avrebbe  assolutamente titoli per questa nomina, ma pur di togliersela dalle p… la Boschi adesso l’ha sistemata. Non solo, la stessa  Boschi ha allargato il nido infilando il suo amico Paolo Aquilanti come segretario generale del governo.

Avete sentito forse la stampa o le TV tuonare indignate in merito? Si è alzata la voce della Magistratura o di qualche Procura? Sono state avviate indagini per queste nomine prettamente “politiche”, controllando curriculum, carriere, esperienze, profili professionali, anzianità? Non sono evidenti amicizie (oppure odi) non disinteressate? Perchè la Raggi è inquisita di un cast di reati vari per le nomine al comune e la Boschi invece no? E perchè allo stesso modo nessuno si è opposto alle nomine di Renzi che ha infilato plotoni di suoi raccomandati in ogni angolo della amministrazione? Siamo o non siamo davanti a diversi pesi e diverse misure a seconda del partito di appartenenza e con diversi atteggiamenti da parte della Magistratura? Ma tutto va bene, nessuno fiata, tantomeno Gentiloni, il grigio premier messo lì per procura.

E poi ogni sera ce la menano con le nomina della Raggi…
 
SPRECHI RAI
La scorsa settimana ricordavo che Conti per condurre Sanremo riceverà 650.000 euro, ma si cominciano a conoscere i compensi folli – o perlomeno vergognosi – che la RAI paga a conduttori noti (o meno noti) per i loro servizi.
Quanti sanno che a Michele Santoro, sotto forma di compensi alla sua società Zerostudios spa (trucco per evitare i pagamenti diretti), la RAI paga 2.700.000 euro per 3 programmi? Oppure che Antonella Clerici per la seguitissima  trasmissione “Ti lascio una canzone” oltre a "La prova del cuoco"  ha un contratto biennale da 3.000.000 di euro? Lucia Annunziata percepisce 1.380.000 euro per un contratto triennale, Flavio Insinna (quello dei “pacchi”) incassa 1.420.000 euro e l’eterno Piero Angela si arrotonda la pensione con 1.800.000 per un contratto quadriennale “compresa la consulenza per una collana di dvd”.

Sapete cosa prende Bruno Vesta per una singola  puntata di “Porta a Porta”? 89.250 euro (a serata!) e siccome non bastavano solo nel secondo semestre 2016 a Vespa è andato pure un altro milione di euro per "prestazioni eccedenti il contratto".

Metteteci poi cantanti e musicisti, attori e registi, “comparsate” di decrepite star e capirete perché, nonostante il fiume di soldi che le arriva con il canone, in RAI i conti (in minuscolo, il Conti maiuscolo è come il prezzemolo) non tornino mai.

Per mantenere questa corte – e relativi amministratori, tutti lottizzati -  il governo Renzi ha imposto il canone RAI a tutti tramite il pagamento della bolletta dell’ENEL. Il direttore generale Dall'Orto (altro renziano doc super-raccomandato) nel solo secondo semestre 2016 ha firmato 129 contratti per 340 (diconsi trecentoquaranta) milioni di euro per artisti, conduttori, cantanti ecc.ecc.

Ma capite come poi questa gente non possa che incensare i partiti e i personaggi che  li hanno arruolati? Questo avviene nella TV "pubblica" quando le "private" campano per conto loro, guadagnano e non fanno pagare nulla: ma se il "pubblico" è così "ricco" perchè devono pagarlo gli italiani?
Che schifo!
 
Un saluto a tutti                                                                    

Marco Zacchera

Raffaele Avico - La Stampa - 

Per ergonomia cognitiva intendiamo la scienza che studia come modellare gli oggetti tecnologici (preposti all’elaborazione di informazioni) alla mente dell’uomo: il suo obiettivo è sintonizzare la mente umana alla tecnologia nel migliore dei modi. Per fare questo, studia dapprima il funzionamento della mente dal punto di vista delle funzioni cosiddette cognitive (la memoria, la struttura del linguaggio, i processi di ragionamento, le scorciatoie mentali da noi usate, etc.), quindi cerca di adattarvi la tecnologia al meglio.  
 
LE AGENDE ELETTRONICHE  
Un qualsiasi reminder, un’agenda elettronica, vengono incontro ai limiti della mente umana, supportandoci nell’attività del nostro ricordare. I moderni sistemi operativi che troviamo sui nostri telefoni, che ci aiutano e che noi chiamiamo non a caso «intuitivi», sono pensati e progettati seguendo criteri di questo tipo: devono aiutarci nel nostro pensare, fornendoci scorciatoie e accorgimenti che ci aiutino nel nostro lavoro quotidiano.
 
IL METODO MONTESSORI NELLA SCRITTURA DEL BAMBINO  
Il famoso studio che Maria Montessori fece a proposito dell’acquisizione della scrittura nel bambino, scaturì in un esperimento di ergonomia cognitiva. Sua fu infatti l’invenzione del metodo dell’”alfabetario mobile”, un dispositivo con cui la scienziata dimostrava come l’intelligenza del bambino fosse viva e potente già dalla nascita. Osservando il metodo di insegnamento della scrittura verso bambini in età pre-scolare o appena scolare (quindi dai 3/4 ai 6 anni), si rese conto di come nelle scuole dell’epoca il linguaggio fosse insegnato da zero, come si insegnerebbe a uno straniero la nostra lingua, trascurando quello che il bambino aveva assorbito nell’interazione con la realtà fin dalla nascita.  
 
ALFABETARIO MOBILE FORMATO DA TESSERE  
La Montessori chiamava «assorbente» la mente infantile, tanto assorbente e viva da possedere in sè avanzate cognizioni in termini di linguaggio già da poco dopo la nascita. Decise quindi di costruire un alfabetario formato da delle tessere, ognuna delle quali con una lettera scritta in bella calligrafia sopra.  
 
Attraverso l’uso delle tessere, il bambino imparava a combinare le lettere toccandole, mettendole una accanto all’altra, senza soffermarsi sui pesanti esercizi di apprendimento calligrafico, utilizzati all’epoca, che la Montessori riteneva frustranti e confusivi.
 
PRIMA LA SEQUENZA DELLE LETTERE E POI SI IMPARA LA CALLIGRAFIA  
Imparando lo spelling delle parole, e riproducendo la sequenza delle lettere sull’alfabetario, il bambino imparava a giocare con le lettere usando un metodo concreto e semplice. L’apprendimento di come scrivere in bella calligrafia le lettere e le rifiniture grammaticali, erano lasciate a uno stadio successivo del processo educativo.  
 
NEL BAMBINO ESISTE UNA CONOSCENZA INNATA  
L’«alfabetario mobile» di Montessori sortì risultati impressionanti sui bambini delle sue scuole, divertiti nell’apprendimento della scrittura e velocizzati nel farlo. La Montessori riteneva che dentro la mente del bambino ci fosse, dalla nascita, una «nebula» di conoscenze tacite a proposito di come usare la lingua. Queste conoscenze venivano apprese nel corso dell’interazione del bambino con la realtà fin dalla nascita per mezzo dei genitori: si trattava di usare questa conoscenza tacita come piattaforma per apprendere quello che sulla lingua c’era da sapere di più evoluto.
 
EDUCAZIONE «DAL BASSO»  
Questo dispositivo è molto in linea con quello che la famosa educatrice pensava a proposito dell’educazione. La sua idea era quella di lasciare ai bambini la libertà di sperimentare, trovando una propria via verso le proprie soggettive attitudini: sarebbe stato poi compito degli educatori, promuovere la crescita in quella direzione assecondando e raffinando le pulsioni manifestate dal bambino.
 
SOCRATE DICEVA CHE L’EDUCATORE È COME UN OSTETRICO  
Un’educazione quindi promossa «dal basso», sulla scia della famosa immagine prodotta da Socrate dell’educatore come «ostetrico», avente cioè il dovere di far uscire dall’allievo quello che già in sè, naturalmente, era contenuto, senza ignorarlo o inquinarlo con conoscenze erogate «dall’alto».
 
IL METODO DEGLI ANNI 40  
Negli Anni 40, Montessori divulgava un metodo educativo che oggi trova applicazione nelle scuole di tutto il mondo, e in particolare negli istituti a ispirazione «libertaria». Il suo metodo partiva da una diversa rappresentazione che la scienziata faceva del bambino in sè. Montessori sosteneva che le linee psico-pedagogiche del futuro dovessero essere tracciate su un modello di bambino pensato come detentore di qualità innate e naturalmente tendente a uno sviluppo individuale.  
 
IL MODELLO BASTONE/CAROTA  
Dal suo punto di vista, per troppo tempo si era considerata la mente del bambino come una sorta di contenitore vuoto da riempire: era quindi necessario ri-fondare il metodo educativo in modo differente, partendo appunto «dal basso». Consideriamo che gli anni in cui la Montessori lavorava erano caratterizzati da un’attitudine punitiva e militaresca usata nella scuola, sul modello «bastone/carota», con i bambini sottoposti a un regime disciplinare e di indottrinamento che la Montessori criticò con forza.

Dopo il rilascio nazionale dei risultati dei collegi privati sudafricani (che si chiama l’IEB), l'istriano Andrea Giuricich ha conseguito la maturità con nove distinzioni e una media del 98 su 100 in matematica e del 95 su 100 in lingua Italiana.

Andrea è stato proclamato "Outstanding Achiever", che vuol dire che i suoi voti lo collocano tra il miglior 5% di tutto il paese. Ha vinto il premio “Studente dell’anno” nella classe di più di cento alunni. Il suo collegio, St. David’s Marist di Inanda, fa parte della rete mondiale di istituti dei Fratelli Maristi.

Figlio di Gerardo Giuricich e della dottoressa Maria Pestana, il 18enne ha detto che il segreto del suo successo é mantenere in equilibrio lo sport, l’accademia, le attività culturali e anche un po' di rilassamento con amici e famiglia.

“Ogni anno, la nostra pausa a Lussinpiccolo (Istria) mi ha aiutato a rilassarmi molto. Con tutto lo stress del collegio a Johannesburg, per me era molto importante trovare un luogo calmo dove potevo fare le cose che non riuscivo a fare a casa. Mio nonno, Nicolò, diceva sempre che il mare Lussignano si prende cura di tutto e specialmente dello stress!”, spiega Andrea. Tanti anni orsono i nonni, Nicolò e Claudia Giuricich, hanno lasciato l’isola dalmata di Lussinpiccolo per il Sud Africa, dove hanno fondato l’azienda Giuricich Brothers Costruzioni.

Andrea studierà per diventare un chirurgo maxillo-facciale e comincerá l’universitá a febbraio. A lui e ai suoi orgogliosi genitori le nostre felicitazioni.

Nel panorama nazionale dei risultati dei recenti esami di maturità in Sud Africa - ai quali qui si fa riferimento con il termine "matric", associabile all'uso italiano di chiamare "matricole" i nuovi iscritti all'università - spicca il successo ottenuto a Città del Capo da un giovane di origini franco-italiane, Jean-Luc Ciapparelli, che non soltanto è stato in assoluto il miglior "maturato" della Sacs - South African College School, la più antica e prestigiosa scuola pubblica del Sud Africa - ma si è anche dimostrato un vero "asso pigliatutto", aggiudicandosi i premi "Dux Scholar" e "Dr Ariel Goldberg" che sono assegnati annualmente dalla scuola agli allievi più brillanti. Inutile dire che il suo è stato il miglior risultato della scuola.

Jean-Luc, figlio di Martine e del dottor Paolo Ciapparelli, direttore amministrativo del Tygerberg Hospital, ha concluso il suo corso di studi con otto distinzioni e una media complessiva del 96,1 per cento. Primo su 150 studenti giunti agli esami di maturità e fra i primi su scala nazionale, si è già iscritto all'Università di Città del Capo, dove studierà per conseguire una laurea PPE, vale a dire in politica, filosofia ed economia, usufruendo di una borsa di studio assegnatagli dall'università senza alcun intervento da parte sua o della sua famiglia. Siamo più che certi del suo successo anche in questa nuova impresa, per la quale gli facciamo i nostri auguri, uniti alle congratulazioni a lui e ai genitori per i risultati appena ottenuti.

SACS High School

SACS is the oldest high school in South Africa, founded in September 1829. It is arguably the most magnificent setting at the foot of Table Mountain and Devils peak. The school prides itself on the balanced education it provides, the world-class facilities on offer, the fact that SACS men strive for excellence in all spheres of school life and that it places a strong emphasis on high moral values. Far from resting contentedly on its 180 year-old record of growth and excellence, SACS in the 1980s and early 90s led the Open Schools’ Movement, making it possible, without the formal sanction of the Nationalist Government, for the integration of South African schools. Boys ‘of colour,’ Muslim and Christian, had been enrolled at SACS throughout the 19th century but, segregated for 85 odd years by the Cape School Board’s Act of 1905 and the subsequent blight of Apartheid, the school had the unusual satisfaction of re-opening its doors in 1992 to boys of all races. One of only four schools world-wide privileged enough to possess its own Rhodes Scholarship, SACS has attracted to itself  pupils possessing the calibre, academically, culturally and in the sporting sphere, to qualify for consideration for this, ‘our greatest prize.’

THE SOUTH AFRICAN COLLEGE HIGH SCHOOL
MATRICULATION RESULTS 2016

NUMBER WROTE: 141

NUMBER PASSED: 140 (99.3%)

NUMBER OF BACHELOR PASSES: 135

PERCENTAGE OF BACHELOR PASSES: 95.7%

NUMBER OF DIPLOMA PASSES: 5

PERCENTAGE OF DIPLOMA PASSES: 3.6%

NUMBER OF PUPILS WITH A-AVERAGES: 53 (9 ACHIEVED MORE THAN 90%)

GRADE AVERAGE: 74.6%

AVERAGE NUMBER OF DISTINCTIONS PER PUPIL: 3

5 SUBJECT DISTINCTIONS: 11

6 SUBJECT DISTINCTIONS: 12

7 SUBJECT DISTINCTIONS: 20

8 SUBJECT DISTINCTIONS: 5

NUMBER OF SUBJECT DISTINCTIONS: 428

NUMBER OF PUPILS WITH 5 OR MORE DISTINCTIONS: 48

PERCENTAGE OF PUPILS WITH 5 OR MORE DISTINCTIONS: 34%

TOP FIVE:

FIRST JEAN-LUC CIAPPARELLI 96.1%

SECOND BRONSON RUDNER 95.4%

THIRD LIAM ABRAHAMS 94.6%

FOURTH MIKAL KOOIKER 94.3%

FIFTH JACK TEVERSHAM 93.1%

E' morto Giovanni Borsero. La sua scomparsa lascia un grande vuoto nella nostra comunità del Capo, in seno alla quale era stato per oltre cinquant'anni collaboratore di tutte le associazioni ma soprattutto presidente dei Piemontesi nel Mondo e del Circolo Italiano Anziani. Lo piangono la moglie Aurelia, i figli  Daniela, Scilla, Andrea, Fabio, Cristina e Mariella, i generi e le nuore e una dozzina di nipoti, nonchè i parenti in Italia. Aveva compiuto 91 anni il giorno di Natale, quando già un male incurabile ne aveva irrimediablmente minato la pur fortissima fibra. Noi lo ricordiamo con questo articolo che avevamo pubblicato quasi quattro anni or sono, mentre dall'Italia ci è pervenuto un messaggio dei nipoti italiani, che ci chiedono di porgere le più sentite condoglianze alla moglie Aurelia e di comunicarle la loro vicinanza in questo momento di dolore. Firmato da Gianfranco, unitamente alla famiglia e Lorenzina Borsero.


Giovanni e Aurelia Borsero   
La Gazzetta del Sud Africa - Created on Tuesday, 21 May 2013 09:11 -

 

Questo è l'anno delle grandi ricorrenze per la famiglia Borsero, che domenica mattina si è raccolta attorno all'altare della Chiesa della Santa Croce, nel District Six di Città del Capo, per rendere grazie a Dio  della sua immensa benevolenza e per festeggiare il primo degli anniversari che segnano tre partenze e altrettanti traguardi di un percorso caratterizzato sempre dalla forza che muove il sole e l'altre stelle: l'amore. Un amore a sua volta nutrito da sentimenti e principi condivisi che si chiamano rispetto, fiducia, altruismo, sincerità, abnegazione e senso della famiglia.

Aurelia oggi compie ottant'anni e fra qualche mese, il 26 ottobre, raggiungeranno insieme il traguardo delle Nozze di Diamante, mentre Giovanni compirà 88 anni il giorno di Natale. Numeri strabilianti, resi ancora più stupefacenti dal fatto che Aurelia e Giovanni vivono questa loro terza età con la stessa energia e gli entusiasmi degli anni giovanili. Ogni domenica mattina sono loro a fare le letture durante la messa in italiano di padre Giovanni e padre Jorge e sono ancora loro a organizzare le attività del Circolo Anziani Italiani di Città del Capo, del quale sono presidente e segretaria.

Sono stati festeggiati dalla loro grande e bella famiglia e dagli amici, prima in chiesa e poi a pranzo al Club Italiano, mentre sulla parete alle loro spalle scorrevano le immagini in bianco e nero e a colori di due vite divenute una sola storia che dura già da quasi un secolo e che ancora stanno scrivendo.

La gratitudine della comunità per il ruolo che hanno nel rendere meno difficile e solitaria la vita degli anziani è stata espressa con parole diverse ma con la stessa ammirazione da padre Giovanni in chiesa, dal console d'Italia Edoardo Vitali con un messaggio augurale e da Renato Fioravanti e Sabino Carlone con brevi interventi al microfono nella sala dei soci del Club Italiano, mentre gli invitati gustavano l'insalata russa che Giovanni aveva preparato con le sue mani e i cannoli siciliani della signora Lorenza Ganci.

Sessant'anni di matrimonio, dei quali quasi cinquanta in Sud Africa, sono un traguardo raro, non soltanto perché trova spesso un ostacolo insormontabile nell'età media delle persone, ma anche perché occorre veramente una tempra eccezionale per condividere tutto quello che la vita impone in un lasso di tempo tanto vasto. Forse il segreto di questi due giovani attuagenari sta nell'essersi circondati di tanti figli e quindi di una famiglia che ha continuato a rinnovarsi incessantemente, senza lasciare spazio alla noia e all'abitudine. Una famiglia che si compone in questo momento di quattro figlie e due figli con altrettanti compagni e compagne, dieci nipoti (più uno in arrivo) e un pronipote come regalo per il prossimo Natale. Tre figli - Daniela, Scilla e Andrea - sono nati in Italia, gli altri tre - Fabio, Cristina e Mariella - in Sud Africa.

Giovanni Borsero nasce a Carignano, a due passi da Torino, il 25 dicembre del 1925, mentre Aurelia Almerighi vede la luce il 21 maggio del 1933 a Cagliari, figlia di un ferroviere che però qualche anno dopo si trasferirà per lavoro a Rapallo. Qui si incontreranno nel 1951, complici le vacanze estive e le serate con gli amici nelle balere sul mare. Ma procediamo con ordine perchè fra le diverse date ci sono anche la seconda guerra mondiale e la resistenza.

Allo scoppio della guerra Giovanni è soltanto un ragazzo e non ha il dovere di indossare la divisa e partire per il fronte, ma appena compie 17 anni, nutrito di patriottismo e pieno di sogni di gloria, si arruola da volontario nell'aviazione e lo addestrano a diventare mitragliere di bordo, ma non fa in tempo a mitragliare nessuno perché arriva l'armistizio del 1943 e lui è fra quelli che riescono a tornare a casa. Appena il tempo di chiedersi cosa fare adesso che il padre, per sottrarlo alle retate dei tedeschi e dei fascisti, lo accompagna in montagna e lo affida a un suo amico partigiano. Resta con i partigiani fino alla fine del 1944, spostandosi in continuazione di notte da una valle all'altra per sfuggire ai rastrellamenti degli ex alleati germanici. Si ferisce una notte ruzzolando in un burrone, ma arriva alla meglio in vista del diciannovesimo compleanno quando cade anche lui nelle mani dei nemici, che lo portano alle Carceri Nuove di Torino onde sia processato per tradimento e inevitabilmente fucilato. La fortuna lo assiste attraverso un avvocato che riesce regolarmente a nascondere il suo fascicolo in fondo alla pila di quelli in attesa di processo e arriva così alla fine della guerra. Ancora una volta è il numero 25 del giorno e dell'anno della sua data di nascita a contrassegnare quella che in definitiva è la sua rinascita: il 25 aprile 1945 torna libero. Di quel periodo in cella racconta: "C'erano con me un socialista, un comunista e un liberale. Io ero stato balilla e avanguardista prima di fare il militare e il partigiano. Di politica non capivo niente e non sono cambiato".

Ci vuole un po' di tempo prima che le cose tornino alla normalità per Giovanni, che ha appena compiuto vent'anni ed è tornato a Carignano. Il bisogno di guadagnare lo indirizza verso un lavoro alla Fiat come controllore di qualità dei materiali che arrivavano dai fornitori, ma come tanti giovani della sua età, con un fisico da atleta, di bell'aspetto e gratificato da madre natura di una voce piena e calda, mentre fa anche il sindacalista della Cisl, si vede piuttosto su un palcoscenico completamente diverso e sente fortissimo il fascino del cinema e dello spettacolo. Nel 1948 si iscrive ai corsi serali di una scuola di arte e dizione che frequenta per i successivi tre anni. Nel 1951 si sente pronto a spiccare il volo e ha nella borsa un soggetto cinematografico che ha scritto e del quale si è assicurato i diritti, ma lo affida a mani sbagliate e qualche anno dopo avrà la sorpresa di vederlo tradotto in un film di successo di cui altri riscuoteranno i meriti e i proventi, visto che lui non ha più rinnovato il copyright. Nello stesso anno fa un provino alla Rai di Torino, dove però assumono soltanto annunciatrici e presentatori e gli consigliano di andare a Roma, quasi garantendogli particine per cominciare a farsi conoscere. Partecipa anche a qualche sketch in spettacoli con Dario Fo, ma il destino ha deciso diversamente per lui e galeotta è una vacanza a Rapallo, dove, in balera con gli amici, incontra una diciottenne che si chiama Aurelia Almerighi e le strappa un appuntamento per il giorno dopo.

Lei frequenta una spiaggia del golfo di Rapallo e lui esattamente quella opposta, ma niente paura, Giovanni noleggia una barca a remi e attraversa remando tutto lo specchio di mare che lo separa da quella ragazza bruna e alta che lo ha stregato. Solo che lei non c'è. Ha la madre indisposta ed è dovuta restare a casa per prendersene cura, con un filo di rimorso per la promessa mancata ma niente più. E lui, quando capisce che l'appuntamento è saltato, si rifà a remi tutto il golfo nella direzione inversa.

La rivede una settimana dopo nello stesso locale, "Il Porticciolo", nel quale anche i ragazzi di oggi vanno a innamorarsi. Fanno pace, di scambiano gli indirizzi e i numeri di telefono, poi lui torna alla Fiat e lei ai suoi studi da ragioniera e lui comincia a fare il pendolare del fine mese e del fine settimana fra Torino e Rapallo. Duecento chilometri in treno che sottraggono fra andata e ritorno una dozzina di ore a quelle che possono trascorrere insieme fra la tarda sera del venerdì e quella della domenica. Va avanti così per due anni, lui ha rinunciato ai suoi sogni di celluloide, lei si è diplomata e lavora all'Inps e nel 1953 si sentono pronti per mettere su famiglia. Si sposano il 26 ottobre e in poco più di nove mesi la famigliola cresce di una unità.

I signori Borsero sembrano avviati verso una maturità senza scosse, con la loro famigliola ferma a tre componenti, quando a Giovanni vengono a nausea il lavoro ripetitivo alla Fiat e la prospettiva di continuare così per almeno altri 25 anni. Nel 1958, in una conversazione con amici sente dire che a Milano è stato aperto il primo supermercato e decide di andarlo a vedere. "Non si sa mai - dice - che mi venga qualche idea". E ha ragione. Nel supermercato lo colpisce il banco dei prodotti alimentari surgelati  di una ditta del nord Europa. Si rende conto che a Torino non c'è ancora niente del genere e appena tornato a casa si dà da fare e riesce a ottenere la rappresentanza per Torino e provincia. Lascia la Fiat, compra un furgone, ci scrive in grande sul fianco la parola "Frost" e il proprio nome e comincia a battere le strade di città e villaggi. Scopre che il problema maggiore è rappresentato dal fatto che i negozi di prodotti alimentari non hanno banchi frigoriferi come il supermercato di Milano, ma non si scoraggia e inventa la formula: "Voi comprate i miei surgelati, io vi do il frigorifero". Arriva ad avere cinque furgoni e una lista di centinaia di clienti, ma poi il mercato cambia, cambiano i proprietari delle grandi marche di surgelati e i nuovi supermercati vanno direttamente alla fonte dei prodotti, per cui i rappresentanti finiscono fuori gioco.

Giovanni è rabbioso e non ha ancora deciso come affrontare la nuova situazione quando apre un giornale e vede una pubblicità del Sud Africa che promette sole e aragoste. Lascia la moglie con i figli, che sono appena diventati tre, e il 23 dicembre del 1964, due giorni prima del suo quarantesimo compleanno, scende dall'aereo a Città del Capo, trova alloggio presso una famiglia italiana e comincia a guardarsi intorno. Uno dei suoi primi incontri è con padre Maletto, missionario della Consolata e cappellano degli italiani, che gli offre ospitalità a prezzo ridotto nella sede della sua congregazione e lo esorta a studiare l'inglese. Trova lavoro come autista dell'autobus e nel 1965 Aurelia lo raggiunge con i figli e la mamma, Rita Satta, che l'aiuta in casa e si fa anche valere come pittrice. Aurelia, nonostante non sappia l'inglese, trova lavoro al Lloyd Triestino, dove hanno proprio bisogno di una come lei, in grado di fare la segretaria del direttore e di comunicare in italiano.

Nel 1969 il percorso lavorativo di Giovanni cambia nuovamente direzione. Apre un "take away" di piatti pronti e di surgelati in Long Street, all'epoca arteria di demarcazione fra i quartieri residenziali e le tante fabbriche della zona industriale. I cannelloni e le lasagne piacciono ai sudafricani che cominciano a scoprire i sapori della gastronomia italiana e il successo non si fa attendere, ma è di breve durata perché di nuovo il moderno che incalza cambia le regole del gioco, le fabbriche vengono sfrattate e i clienti scendono sotto la quota di sopravvivenza. E' il 1971 e i Borsero junior sono adesso sei. Punto e a capo. Giovanni trova lavoro ancora nel settore alimentare, questa volta come manager della catena dei negozi di "delicatessen" Millys, per la quale apre e avvia diversi punti vendita lungo l'Atlantic Seaboard, da Sea Point al Foreshore. Il più famoso esiste ancora a Sea Point e si chiama adesso New York Bagels.

I successivi vent'anni sono finalmente senza scosse e nel 1990 Giovanni approda alla pensione. Ha 65 anni. Tre anni dopo chiude anche il Lloyd Triestino e si chiude anche la parentesi lavorativa di Aurelia. Trovano comunque entrambi tanto da fare nell'ambito comunitario, nel quale sono ben introdotti avendo sempre frequentato le manifestazioni della Friends of Italy in Thibault Square. Partecipano alle prime riunioni per fondare l'Associazione dei Piemontesi sotto la presidenza del signor Fava e con personalità note come la professoressa Avondo e l'industriale Corbellari. Giovanni ne diventa il tesoriere, Aurelia la segretaria. Nel 1998 lui è eletto presidente del Circolo Italiano Anziani e lei segretaria. Quindici anni dopo sono stati rieletti per l'ennesima volta e domenica gli esponenti della comunità li hanno ringraziati per questo loro nobile impegno civile.

Questa, ridotta ai minimi termini la storia di Aurelia e Giovanni Borsero: due italiani di cui  andare orgogliosi, due persone ammirevoli, due genitori, nonni e bisnonni ai quali i figli domenica hanno detto con il loro affetto, con i gesti e con le parole: "Grazie di averci insegnato tutto con il vostro esempio". Così come Giovanni e Aurelia, in ginocchio davanti all'altare, hanno potuto dire nel silenzio appagato dei loro cuori: "Eccoci qui, Signore, con tutti quelli che ci hai affidato".

Ciro Migliore

Nell’ambito del corso di cultura italiana, correlato al primo anno di Italian Studies, il 18 luglio 2016 si è tenuta, presso la University of the Witwatersrand, una lezione con due relatori d’eccezione: la Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, Dr.ssa Anna Amendolagine e la Sig.ra Maria Chiara De Rossi Grant.

 

Il tema trattato era la moda italiana non solo nella sua veste di importante fattore di sviluppo economico, ma anche nel suo ruolo di diffusore della cultura italiana nel mondo. Nel corso del suo intervento, la Dr.ssa Amendolagine ha appunto sottolineato come la moda esprima alcune delle più importanti ed apprezzate caratteristiche dell’ “idea” che internazionalmente si ha dell’Italia, ricordando, altresì, come nel 2016, la Settimana della Lingua Italiana – un importante evento che coinvolge annualmente tutti gli Istituti Italiani di Cultura disseminati nel mondo - avesse come tema proprio la moda.

 

Al termine della lezione, il Dipartimento di Italian Studies di Wits ha immediatamente proposto agli studenti del primo anno l’idea di contribuire alla Settimana della Lingua Italiana. È stata pertanto predisposta una gara per la realizzazione della t-shirt ufficiale del Dipartimento di Italian Studies, dividendo il compito in due parti. Una prima parte, più strettamente accademica, nella quale gli studenti, a seguito del seminario e delle lezioni tenute in classe, avrebbero dovuto esprimere e motivare il loro parere sulla moda italiana, e una parte nella quale poter dar libero sfogo alla creatività, disegnando o descrivendo la loro proposta per la t-shirt del Dipartimento. Una volta consegnati, gli elaborati sarebbero stati giudicati da una giuria composta dalla Dott.ssa Amendolagine, dalla Capo del Dipartimento di Italian Studies, Claudia Gianoglio, e dalla Sig.ra Maria Chiara De Rossi Grant. Il vincitore avrebbe ricevuto un vocabolario, offerto dall’Istituto Italiano di Cultura.

 

L’impegno e la creatività espressa dagli studenti ha reso difficile la decisione della giuria, che infine ha decretato la vittoria del progetto di Jenny Liu. Sfortunatamente, a causa delle proteste, si è preferito consegnare il vocabolario a Jenny dopo l’esame finale anziché celebrare la cerimonia di premiazione durante l’ultima lezione del corso. Tuttavia l’alta partecipazione degli studenti all’iniziativa ed il loro interesse per la moda e la cultura italiana, ben espresso dalla qualità degli elaborati, ha pienamente soddisfatto le aspettative dell’Istituto Italiano di Pretoria e del Dipartimento di Italian Studies.

Ora si aspetta solo che il progetto vincitore, una volta inoltrato all’Ufficio Marketing di Wits, possa presto riceverne l’approvazione divenendo la maglietta ufficiale del Dipartimento.

 

Dr Luigi Robuschi

Gerhard Papenfus - 

Gerhard Papenfus, the chief executive of the National Employers' Association of South Africa (NEASA), has written an open letter to Labour Minister Mildred Oliphant -

Dear Minister

Since I am “white”, I take note when you talk so boldly about “whites” being the stumbling block in terms of your transformation agenda. I write this letter to you in order to get clarity.

According to your Party's National Democratic Revolution (NDR), the eventual target of your “transformation” policies is that every facet of the South African society (people in employment, ownership of business, participation in sports teams, shares on the JSE, education, the list goes on and on), must reflect the demographical composition of the South African society - approximately 80 percent black, 10 percent white, 8 percent coloured and 2 percent Indian. Hard work and skills are no longer the criteria; just the colour of the skin. Quality is sacrificed in an obsessive pursuit of quotas on the basis of skin colour. Total madness! However, you Minister, and your colleagues are pursuing these ideals, bit by bit, in every area and in every piece of legislation.

Minister, since the NDR envisages a “seamless transition”, you have to pursue this destructive path, and the current status and intensity of all transformational legislation is therefore merely an interim arrangement in your attempt to achieve your ideological version of a transformed society. The term “seamless transition” implies that you will never achieve it (even Hitler could not achieve it), but you will not stop trying, turning on the screws as you are failing, while systematically breaking down the economy.

You are obviously frustrated by the lack of progress, measured against your ideas and the ideals of the NDR. Therefore Minister, you need to give us, employers, some clarity as to how you want us to implement your plan, seeing that you have given us six months to rectify the “situation”, failing which, according to you, we will “face the full might of the law”.

Since the “whites” in our employ has such a “tight grip” on their jobs (according to you), please advise, Minister, how we can get rid of them (should any employer wish to do so). Their rights are entrenched in the constitution of the Republic and the Labour Relations Act. Since you are the custodian of this Act, Minister, you must be aware of the fact that huge penalties await employers if they dismiss employees without good reason, and the penalty is even more severe if dismissal is done for reasons based on the colour of an employee's skin. So, even if we want to get rid of these “whites” (incidentally, we don't want to, because they – as in the case of all other employees – are essential for the sustainability of our business), it is not possible within the current legal framework.

These pieces of legislation, which protects minorities against unfair dismissal, must be a source of huge frustration to you Minister, especially against the background of your desire to rid the workplace of these “whites” who so “stubbornly” cling to their jobs.

Should employers decide to rid their workplaces of these stubborn “whites”, even unlawfully, they are faced with a moral dilemma, Minister. Where will they go? If your transformation plan is to be implemented to the letter, there would be no place for them to go. The state, parastatals, municipalities and even the corporate private sector are already no-go areas for them for as long as the “seamless transition” applies; and if you could have your wish, since the demographic targets will never be met, they will have nowhere to go. Forever!

Maybe we must just dismiss them unlawfully. Perhaps you would suggest that we suppress our collective conscience, sacrifice our businesses and just “fire” them. Tell them to just go and make a living for themselves somewhere else. Send them to the wilderness of entrepreneurship. But, Minister, in this area your Party has placed a few very hostile hurdles in their path. In order for them to secure any substantial contracts, you demand that this entrepreneur (because of the colour of his skin) must have the minority stake (eventually 10 percent – according to the NDR) in the business he has established. You even interfere (or at least attempt to) in commercial dealings between companies.

All this despite the fact that this entrepreneur has established a business with no state assistance - no funding, subsidies, grants or incentive - which distinguishes this entrepreneur from other entrepreneurs who might be entitled to state assistance, all determined by the “colour of the skin”. This makes no sense, Minister! These arrangements are so bizarre that it justifies no further elaboration.

Minister, it is obvious that you have sacrificed economic growth for the sake of your version of transformation. But how do you want to effect meaningful transformation without economic growth? Removing the “whites” out of the workplace, whilst there are millions out there demanding a better life, will not solve your problem; it will in fact make it worse. It will never bring about meaningful national upliftment - but perhaps that is not what you have in mind.

Haven't you realised, Minister, that it is because of these policies that South Africa's economy is not growing. We are going in the wrong direction in every aspect of our society. The world is losing interest in us. Your societal re-engineering project will fail, Minister, and the price will be unimaginable. Don't you care? How is it that you want to give your people an overwhelming stake in a ruined economy? Is this the transformation you want? Or, is it more about revenge than about upliftment? Is your ultimate plan economic annihilation of a particular minority, dragging everything down in pursuit of your ideals and that of the NDR?

Minister, these policies are destined to bring poverty and hardship over the very people it envisages to benefit. Just as in the case of apartheid, this is legalised injustice, which deprives a whole nation of the ability to prosper.

Minister, the eventual outcome of all your ideas, might be the opposite of what you envisage. People prejudiced by these policies often become stronger, not weaker; and the immediate (but very temporary) beneficiaries of these ridiculous policies experience the disappointment of these failed policies later.

Yours faithfully

Gerhard Papenfus
* Gerhard Papenfus writes this in his personal capacity.

SOMMARIO: PD E MPS – ALITALIA – AUMENTI AUTOSTRADALI - RIENTRI AMARI - 

Buon anno! Ritorna IL PUNTO in un 2017 che ci ripropone un’Italia in crisi ma che non vuole, non sa o non può uscirne anche e soprattutto perché un gruppo di mascalzoni continua inossidabile ad occuparne il potere politico ed economico, in un vortice di reciproci interessi che sembrano incredibili e sono imbarazzanti per un paese moderno. All’inizio di un nuovo anno non bisogna essere preconcettamente pessimisti o limitarsi a banalizzare i problemi, ma bisogna conoscere e comprendere la realtà per saper reagire. Chi ha però la forza e la sincera ed onesta volontà di farlo? La crisi della politica è lo specchio della crisi del paese che dobbiamo affrontare assumendoci ciascuno le nostre responsabilità.

POLITICA & BANCHE
"Il governo auspica che la giustizia faccia rapidamente il proprio corso e tutti coloro che hanno provocato danni alla collettività, alle comunità locali, ai risparmiatori e agli investitori vengano sanzionati".

Parole sante quelle del ministro Pier Carlo Padoan, che – disceso da Marte – non si è chiesto però chi sia da ormai tre anni il ministro che avrebbe dovuto controllare la crisi bancaria, né chi ha nominato i vari componenti pubblici nei Consigli di Amministrazione di quelle banche e tantomeno chi controlli (o dovrebbe controllare) Banca d’Italia e Consob.

Non solo, Padoan ha già dimenticato chi sia intervenuto (o non intervenuto) sulle crisi bancarie del recente passato – tutte minimizzate e “coperte” - e abbia causato di fatto il precipitare della crisi per le Banche Popolari con norme poi dichiarate parzialmente inattuabili e incostituzionali. Soprattutto sarebbe interessante sapere se Padoan non conosca – per esempio – e abbia frequentato anche tale ingegner Carlo De Benedetti (orgogliosamente tessera n. 1 del PD nonché ufficiale finanziatore del partito!!) che in punto di morte (della banca) si è fatto gentilmente concedere 600 milioni di crediti dal Monte dei Paschi di Siena tramite disinvolte operazioni finanziarie garantite con “patacche” di aziende come Sorgenia, già facente capo appunto alla famiglia De Benedetti.

Attualmente il moribondo Mps – che pur in borsa va su e giù come le montagne russe permettendo però guadagni fantastici per chi ha giornalmente le “dritte” giuste - è così diventato azionista di Sorgenia con il 17% del capitale. Siena è anche socio di tante altre imprese in crisi, con debiti incagliati: è il primo azionista con il 7% di Cisfi, gruppo finanziario che fa capo a Gianni Punzo, azionista importante di Ntv (che gestisce “Italo”, i treni di Montezemolo e amici) e la stessa banca è azionista anche con il 22% della società che doveva realizzare il progetto immobiliare di Casalboccone, alla periferia di Roma, ma soprattutto è azionista di imprese pubbliche in crisi, controllate dalla Regione Toscana e da comuni tutti - da decenni - in mano al fu PCI ora PD. Esempi? Scarlino Energia, Fidi Toscana, l'Aeroporto di Siena, Bonifiche di Arezzo, Terme di Chianciano.

Le banche d'affari di solito investono nel capitale azionario di imprese sane, in crescita, non in imprese in perdita che rischiano l'insolvenza, ma stranamente sembra che Monte dei Paschi non ne ha infilata una giusta, anche se buona parte di queste aziende hanno appunto sede in Toscana e dintorni, strana terra patria anche di banca Etruria, ovvero i territori controllati strettamente da ex comunisti ora “democratici” e più recentemente dal fu premier Matteo Renzi, dalla fu ministra Boschi (ora badante ufficiale del governo) e relative famiglie: una sconsolante combinazione…

Quindi parliamoci chiaro: si incriminino e si processino alla svelta i banchieri che hanno fatto i furbi, ma anche i politici che li hanno coccolati, nominati e protetti e dai quali si sono fatti munificamente finanziare (o hanno fatto finanziare i loro amici), mentre la pubblicazione dell’elenco dei creditori insolventi più importanti e - quindi di chi ha abusato del credito - sarebbe ed è un sacrosanto dovere di trasparenza e correttezza.
 
CONTINUA LA FRANA ALITALIA
Anche il ministro Calenda sostiene e dichiara - come Padoan – cose sante a proposito della Alitalia che da tanti anni è in agonia e ci va giù senza mezzi termini: “I dirigenti non sono all’altezza”. Chissà cosa ne pensa il presidente dell’ex compagnia di bandiera, Cordero di Montezemolo, l’onnipresente tuttologo manager parapubblico (o “paraculato”) che passa da un buco industriale all’altro, ma sempre ricevendo interessanti prebende.

Poi Calenda insiste: “Ma non devono pagare i dipendenti”. Giusto se si intendono i poveracci avventizi, un po’ meno per la crosta dorata di tanti (troppi) dipendenti e dirigenti che – come ad esempio tanti piloti – hanno ricevuto per decenni stipendi super pur lavorando molto meno dei concorrenti.

Mentre Alitalia fallisce le altre compagnie aeree hanno intanto superato le crisi e volano alla grande. Dire per esempio oggi che Alitalia soffre “per la concorrenza dei low-cost” è ovvio, ma era previsto e sta nelle logiche di mercato, eppure mentre le altre compagnie si sono adeguate Alitalia sprofonda nel baratro.

La crisi Alitalia ha nomi e cognomi anche per le scellerate scelte su rotte e aerei da utilizzare che hanno distrutto una Compagnia da sempre peraltro idrovora di fondi pubblici. Così i numeri sono inequivocabili: a Dubai – per esempio solo dalle 3 alle 4 del mattino - partono in un’ora 21 voli intercontinentali, da Malpensa solo una decina in 12 ore.
 
Emirates ha 3 voli giornalieri su Milano sempre pieni, Alitalia ha cancellato l’unico collegamento che aveva, salvo poi piangere per le maxi-perdite.

L’esempio di Malpensa è infatti un classico esempio di incompetenza ed assurdità, uccidendo l’unico vero aeroporto intercontinentale del Nord Italia subito dopo averlo costruito e solo per folli visioni romanocentriche del traffico aereo. Qualcuno pagherà? Non credo, ma certo, pagano e pagheranno tutti gli italiani visto che la “privata” Alitalia in realtà è in mano alle banche che poi vedono di fatto regolarmente ripianati i propri disastri dai risparmiatori e dallo stato. E il gioco dell’oca ricomincia, mentre i “dirigenti incompetenti” (parola di ministro) passano da guidare i treni a far volare gli aerei, dalle società partecipate pubbliche ai cantieri, dai telefoni alle autostrade.
 
PEDAGGI FOLLI
A proposito di autostrade, mentre si sostiene che l’Italia sia in deflazione (ovvero che i prezzi diminuiscano) anche quest’anno alle società concessionarie che gestiscono le autostrade italiane si sono concessi generosi aumenti tariffari anche se spesso non sono stati fatti i lavori di ampliamento promessi a giustificare gli aumenti degli anni precedenti.

Destra o sinistra al governo le cose non cambiano e il potere ineffabile di questi colossi è tuttora paradossale ed assurdo, mentre le stesse società “concessionarie” – oltre che gli aumenti dei pedaggi – si vedono man mano rinnovate a prezzo di favore anche le loro concessioni a tutta perdita dei cittadini mentre in molti paesi, dall’Australia agli USA, le autostrade sono e restano gratuite.
 
RIENTRI AMARI
I lettori sanno che ho la fortuna di poter spesso girare il mondo, ma i rientri sono sempre più duri dovendo fare dei doverosi paragoni e rendendomi conto di come l’Europa sia ormai ai margini del mondo e l’Italia ancora più in coda.

Chi non vede, verifica o tocca con mano queste differenze difficilmente può rendersi conto di questa nostra spaventosa e progressiva arretratezza che purtroppo peggiora costantemente nell’indifferenza collettiva. Non solo gli italiani sono statisticamente sempre più “vecchi” ma è il nostro sistema che non regge più, vittima anche di burocrazie demenziali che umiliano chi vuole investire e creano formalità inutili, con ritardi e costi spaventosi.

Mentre gli alti corrono noi siamo fermi e il gap si allarga sempre di più ben comprendendo perché oltre 100.000 giovani laureati italiani ogni anno se ne scappino all’estero per disperazione.

Perfino il calcio italiano è ormai fuori dal grande giro e perfino la risorsa turismo - che con il food, la moda e il clima potrebbero essere il nostro punto di forza – è messo in difficoltà soprattutto per i costi: come scegliere un paese dove la benzina o l’energia costa il doppio del normale? Così da prima meta turistica al mondo siamo scivolati di molte posizioni e solo in Europa siamo ora ben dietro Francia e Spagna.

Noi rinviamo, cancelliamo, minimizziamo, banalizziamo tutto e purtroppo ecco i risultati

 
Un saluto a tutti!
Marco Zacchera

Goffredo Palmerini -

DESENZANO DEL GARDA - Quando da Verona s’imbocca la Serenissima verso Milano si ha difficoltà a pensare che in venti minuti appena s’incontri un mondo ricco di meraviglie e tesori da ammirare. Infatti già il cartello annuncia Peschiera del Garda, ad evocare la prossimità del più grande lago italiano. Ancora qualche minuto e l’autostrada supera il Mincio, il fiume in uscita dal lago che, bagnata Mantova, va poi a confluire nel Po, alimentandone il placido corso verso la foce. Già la natura si mostra più munifica e rigogliosa. Il lago, con l’enorme massa d’acqua, dona all’intorno un clima temperato e mite, favorendo fecondi vigneti - Lugana, Bardolino e Garda i vini tipici del lago -, un’intensa coltura di ulivi e persino la crescita di cedri, aranci e limoni altrimenti impossibile a questa latitudine.

Il Garda è un grande triangolo d’acqua - 370 km quadrati - che per 52 km si distende dalla punta settentrionale incuneata nei contrafforti delle Alpi, con le cime dell’Adamello e del Brenta, fino alla base meridionale dove ora ci stiamo recando. Profondo fino a 346 metri, originò nel Quaternario con la discesa attraverso la Valle del Sarca d’imponenti colate glaciali, disegnando nella costa occidentale la suggestione d’incomparabile bellezza con le rocce che strapiombano sull’acqua.

Lasciamo l’autostrada all’uscita di Sirmione. Nei pressi svetta la Torre di San Martino della Battaglia, che richiama il sanguinoso scontro dell’esercito piemontese contro quello austriaco nella seconda Guerra d’indipendenza del nostro Risorgimento.

Scendiamo verso il lago. Eccolo, mentre compare gagliardo, azzurro intenso, trapuntato di vele. Mirabili colpi d’occhio regala in questa giornata di sole autunnale. Un venticello leggero increspa le onde che disegnano arabeschi di schiuma, frangendosi poi sulle rocce della riva. L’amenità dei luoghi trionfa anche nella gradevolezza delle architetture: case, ville e giardini contornano il lago, rispettandone a distanza il respiro.

Siamo ora a Colombare, all’inizio della penisola, stretta lingua di terra che s’infila lunga nel lago, adornata di verde. La strada vi passa tra piante ben curate e case color pastello, postandoci a Sirmione. Lasciamo l’auto e guadagniamo a piedi l’ingresso del borgo, presidiato dalla maestosità del Castello Scaligero e dai cigni che solcano le acque del fossato e della darsena. Magnifico il maniero, con le sue mura merlate. Fu costruito alla fine del Duecento sotto la Signoria del veronese Cangrande della Scala. E’ il superbo vestibolo di Sirmione.

Il borgo ha un impianto medioevale e sulle strette stradine d’acciottolato affacciano negozietti, bar e vetrine fantasiose. E’ un incanto. Le fogge di case, alberghi e botteghe sono gradevoli, lo stile è armonioso con l’insieme. Nell’intrico di viuzze scopriamo la quattrocentesca Chiesa di Santa Maria Maggiore, che è il cuore del borgo. Nei pressi della riva cipressi e allori, mirti e lecci, palme e aceri, magnolie e oleandri, abeti e pini mediterranei affacciano sulle acque profonde del lago.

Seguiamo la strada addentrandoci verso la punta, dove il borgo si dirada e la penisola s’allarga per dare spazio a strutture ricettive e alle Terme. Nei pressi la rustica chiesetta, d’origine longobarda, di San Pietro in Mavino. L’apice del promontorio, punto più alto della penisola, offre una vista stupenda sul lago. Si spazia sui profili che lo contornano: a sinistra il suggestivo skyline di Desenzano e la possente costa rocciosa occidentale, che finisce su a Riva del Garda, mentre a destra l’andamento della riva veronese è piano e solo s’accentua nei pressi del pizzo di San Vigilio, dove il monte Baldo comincia ad elevarsi. Proprio sulla punta del promontorio dove siamo, degradando verso il lago, ecco i resti archeologici delle Grotte di Catullo, la residenza dove il grande poeta della latinità cantava con i suoi versi la bellezza di questi luoghi e l’amore per Lesbia.

Gaio Valerio Catullo era nato a Verona nel 56 a.C. Visse solo 30 anni, sufficienti però lasciare elegie e carmi di rara intensità poetica. Nella sua vita, passata tra Roma - dove ebbe amicizie ed amori, ma anche asperità con Cicerone e Cesare Augusto - e il Garda, nella residenza paterna di Sirmione il poeta ritrovava la serenità delle radici.

Il territorio gardesano, nell’antichità, aveva visto una forte presenza romana. Non solo perché nella parte meridionale del lago passava la Via Gallica, arteria d’importanza strategica che collegava Mediolanum (Milano) ad Aquileia, ma proprio per la bellezza e l’amenità del luogo che richiamava famiglie patrizie e letterati, come il grande poeta mantovano Virgilio Marone e lo storico padovano Tito Livio. In quel fastoso periodo il Garda conosce un’intensa stagione di cultura e di arte, e le sponde del lago sono una meravigliosa riviera fiorita che invita alle gioie dell’otium e della contemplazione artistica e letteraria.

Oggi questo luogo incantevole così caro a Catullo, e il borgo di Sirmione, richiamano una moltitudine di visitatori. Come peraltro tutti i centri del Garda sono meta di turismo culturale e sportivo, specie per chi pratica la pesca, gli sport acquatici e la vela. Un turismo interno assai numeroso raggiunge il Garda, e consistente anche quello dall’estero. Particolarmente frequentato da oltre due secoli da scrittori, artisti e musicisti del Grand Tour - Goethe, Stendhal, Byron, Nietzsche, Kafka, ed altri -, specie dalla Germania ma anche da altri paesi europei, negli anni recenti è meta di turismo dal nord America e pure dall’estremo Oriente.

Uno dei centri più significativi per flussi turistici è Desenzano. Bellissima città, può attualmente essere considerata la capitale del Garda. Non solo per la sua dimensione - ha quasi 29mila abitanti - ma per l’abbondanza delle meraviglie che offre, per la qualità delle iniziative culturali che vi si svolgono tutto l’anno, per l’eccellenza della ricettività turistica e dei servizi d’accoglienza offerti ai visitatori.

Da Sirmione in soli dieci minuti d’auto s’arriva in uno dei parcheggi nei pressi del centro storico della città, rigorosamente chiuso al traffico veicolare. Curatissimo il verde. La città è un vero giardino colorato di piante e fiori, di scorci intriganti, di piazzette e viuzze, d’angoli suggestivi, dispiegati nell’ampio arco del Lungolago che dalla frazione di Rivoltella si stende per 6 km fino al Lido di Lonato. Al centro il porto, dove i traghetti partono e attraccano facendo la spola con le località più frequentate del Garda. Un magnifico percorso pedonale, nel lato destro del porto, consente d’ammirare, quasi camminando sull’acqua, il gioco delle onde tra i massi della riva, mentre dalle panchine del Lungolago s’apprezzano i cangianti colori dei monti e dei colli, che staccano con il profondo blu delle acque. Cuore del centro storico di Desenzano è Piazza Malvezzi, con i suoi caratteristici portici e al centro la stele con Sant’Angela Merici, religiosa che qui nacque nel 1474, fondatrice dell’ordine delle Orsoline e protettrice della città.

Fa da quinta alla piazza il Duomo. Dedicato a S. Maria di Magdala, costruito a fine Cinquecento e aperto al culto nel 1611, custodisce preziosi affreschi di Andrea Celesti ed un’Ultima Cena di Gian Battista Tiepolo. S’inerpicano dal centro storico diverse stradine per raggiungere l’abitato disposto più in alto, quasi a teatro romano. Fin sulla sommità, dove s’erge il Castello a quattro torri angolari, risalente all’XI secolo. Forse edificato su un antico castrum romano, strategico per la sua posizione e possanza, è stato pregevolmente restaurato dal Comune ed ora ospita mostre e concerti. Poco distanti dal Castello i resti d’una magnifica Villa romana, edificata in diverse epoche tra il I secolo a.C. e il IV d.C. Vi si possono ammirare magnifici mosaici, un triclinium, un viridarium con tracce di pittura murale e diversi ambienti di servizio. Un Antiquarium espone i reperti provenienti dall’area di scavo. Nelle vicinanze il Museo Civico Archeologico, realizzato in una chiesa dismessa, espone materiali dell’età del Bronzo, reperiti da insediamenti a palafitte nell’area del Garda. Unico è l’aratro in legno di quercia risalente al 2000 a.C., l’esemplare più antico, finora, nella storia dell’archeologia. Ancora una citazione merita Desenzano, per il monumento che ricorda gli Aviatori, e tra essi Francesco Agello, il pilota dell’Aeronautica militare due volte vincitore del titolo mondiale di velocità, nel 1933 e ’34, proprio sul lago di Garda. Nell’idroscalo di Desenzano, negli anni Trenta del secolo scorso, si formarono infatti i piloti del famoso Reparto Alta Velocità che conquistarono con i loro idrovolanti MC 72 Macchi ben tre vittorie mondiali di velocità aerea, rompendo il muro dei 700 km orari.

Riprendiamo la via costiera, ammirando castelli e rocche che impreziosiscono i centri dislocati sulle colline o sulle rive del lago. Meritano ciascuno una citazione ed una visita: i castelli di Lonato e Soiano del Lago, quello possente di Moniga, la rocca di Manerba, e ancora il castello di San Felice sul Benaco. Stiamo intanto arrivando a Salò, incantevole cittadina situata in un’ansa del lago. Conserva ancora, in parte, una limpida struttura di ricco e potente borgo medioevale, la cui impronta fu purtroppo mutilata dal terremoto del 1901. Splendido il centro storico, sul quale domina la mole del duomo tardogotico con il magnifico portale e all’interno dipinti di Paolo Veneziano, Zenone Veronese e Girolamo Romanino. Con la livrea d’antica capitale della “Magnifica Patria” - di cui resta il prezioso Palazzo, collegato con un bel portico a quello del Podestà -, Salò era difesa da una solida cinta muraria. Ancor oggi l’impianto urbano, nonostante le conseguenze del sisma e le sostituzioni edilizie intervenute, è ben riconoscibile seguendo il profilo del Lungolago. Passato nel 1426 dai Visconti di Milano alla Serenissima Repubblica di Venezia fino al termine del Settecento, Salò ebbe una non ricercata notorietà quando Mussolini, nell’autunno del 1943, ne fece sede di alcuni ministeri della famigerata Repubblica Sociale.

 

Il viaggio è alla sua ultima tappa: Gardone Riviera, o meglio il Vittoriale degli Italiani. Per un abruzzese come me, anche se tanto mi divide dal suo pensiero e dalla sua visione della vita, è impossibile non rendere omaggio a Gabriele d’Annunzio. Nato a Pescara nel 1863, scrittore poeta e drammaturgo tra i più grandi della nostra letteratura per fecondità creativa, per la straordinaria versatilità del suo ingegno e per la copiosa innovazione del linguaggio poetico e narrativo, è stato il maggior interprete del “decadentismo. Uomo dagli amori travolgenti, come quello per Eleonora Duse, seduttore implacabile come implacabili erano le sue passioni. Ma l’immaginifico uomo di lettere fu anche politico, giornalista e militare, le cui gesta eroiche e quasi temerarie sono ormai leggendarie, come il volo su Vienna, la beffa di Buccari e l’impresa di Fiume. Insomma, un mito. Troppo ingombrante però per il regime fascista e Mussolini che, non mancando d’esaltarlo e in fondo temendone il carisma, tenne tuttavia il Vate “confinato” nella villa di Cargnacco, a Gardone. Ribattezzata da lui stesso Vittoriale degli Italiani, per sua volontà e indicazione, su progetto dell’architetto Giancarlo Maroni, la villa fu ampliata e trasformata a mausoleo di ricordi e simboli mitologici - con gusto assai discutibile e ridondante, per la verità - che celebravano il suo sfrenato egotismo. In questo luogo, dove fino all’ultimo d’Annunzio coltivò il gusto decadente dei suoi “eccessi”, nella cupezza d’una dorata solitudine spense i suoi giorni fino alla morte, arrivata il 1° marzo 1938. Oggi il Vittoriale è diventato un grande complesso monumentale e museale, dove unica aggiunta a quanto realizzato dal Vate è un panoramico teatro all’aperto. Del complesso, frequentato ogni anno da oltre duecentomila visitatori, cura la gestione e manutenzione la Fondazione Vittoriale degli Italiani, che nel corso dell’anno organizza pure eventi, convegni dannunziani, mostre e spettacoli. Qui, per ora, si ferma il nostro viaggio tra le meraviglie del Bel Paese, con la vista mozzafiato sul lago imperlato di riflessi e nell’azzurro il profilo verdeggiante dell’isola del Garda, regina del Benaco.

by Steuart Pennington - South Africa The Good News -
 
We have recently been given more space to contribute to the debate of what is and what isn’t racism and/or hate speech. Radio talk shows have reduced this highly difficult topic into puerile notions of ‘post-colonisation, de-colonisation, getting to know each other’ etc as an Afriforum spokesperson battles it out with some neoliberal do-gooder moderated by an ill-informed talk show host.
So, where to start? Is the “race question/hate speech” in South Africa just a black/white thing? When someone is accused of playing the race card or of hate speech are they contrasting blacks and whites only? Is someone who is accused of being “racist” or engaging in ‘hate speech’ always just white? Is race a social construct or is it a consequence of the fact that humanity is still evolving and that, despite our differences, we are STILL finding ways of getting to know each other?
Is there a difference between racism, discrimination, prejudice, and/or bias?
This is such a tricky and contentious issue in our country. I read the contributions of various authors often, and their views differ. Below are some of these views. I hope they are of interest and add value to the debate.
 
Differing Departure Points
It seems the answer to these questions depend on whether you have a sociological, historical or bio-geographical departure point when it comes to race and racism.
Nicholas Wade, in the Spectator (17 May 2014) “The genome of history”, contrasts the views of social scientists – who proclaim that race is a social, not a biological construct – with that of historians – who argue that races differ only in culture – with that of biological scientists who argue that studies of the human genome prove that human evolution has been extensive, recent and regional – (read tribal).
“Biological research reveals that no less than 14% of the human genome has changed under recent evolutionary pressure. Most of these signals of natural selection date from 30 000 to 5 000 years ago, just an eye-blink in evolution’s three-billion-year timescale,” Wade points out.
“Evolution does not stop” he proclaims. “There no reason to suppose human evolution ground to a halt at some decent interval before the present, as historians and social scientists habitually assume.”
“Or?” he questions, “Is there an argument to suggest that Africans, East Asians and Caucasians, evolving independently, adapted to their own set of regional challenges?”
“Indeed, it is hard to see anything in the human genome that would support any notion of racism,” says Wade, “but our growing knowledge of genetics does allow us to identify cultural and biological differences as a result of the evolutionary process of natural selection”.
“Edward Wilson was pilloried for suggesting in his 1975 book, “Sociobiology” that many human social behaviours might have an evolutionary basis. But research has proved him correct.”
“With human beings, evolution seems to have followed a particular strategy; keep the body as is, but vary social behaviour to let people exploit new niches”.
Jonathan Haidt, an American sociologist in a recent TED talk explains, “We have tribal origins, and have evolved tribally, this is not a bad thing and has, in many respects, translated into positive behaviours, playing sport against each other for example, 235 National flags, but – there is a negative side – war still happens on the basis of ‘tribal’ ideology.
 
Different Trajectories?
“Humans are still a single species, but at least three evolutionary changes in social structure seem evident:”
The first is the transition from foraging to settled life.
The second is the transition from tribalism to nation states – sometimes imposed.
The third from agrarian to modern economies, the Industrial Revolution.
“China was the first state to replace tribalism, the unification in 221 BC marked the emergence of the first modern nationalist state, Europeans took another 1 000 years to catch up, notably when the King of the Franks became King of France. Other populations, particularly in the Middle East and Africa, are in the throes of achieving this transition. Likewise the Industrial Revolution, which started in England was able “to transform the violent peasant population of the 1200’s into the disciplined workforce of 1800’s”.
“In many respects the evolution of the different population groups in the world has largely been in parallel, but on slightly different timescales, probably because of demographic and bio-geographical factors.
“Clearly no society is intrinsically superior to any other, but inevitably each has periods of greater relative success.
 
Geography, Institutions and Individuals
“So,” asks Wade, “Why are some countries rich and others persistently poor? Johan Rupert in the recent FM Business awards explains it simply, “they made different choices”.
Capital and information flow fairly freely, so what is it that prevents poor countries from taking out a loan, copying what rich countries do, and becoming rich and peaceful?”.
“The answers to such questions may lie in a hitherto unexamined possibility, that human social nature has been shaped by different social trajectories and that human groups therefore differ slightly in their social behaviour and in the social institutions that depend on that behaviour, variations in which can lead to very different kinds of society.
Significant human differences lie at this level, not at the level of individuals. This explains why people, unlike institutions, can easily migrate from one society to another.
Jared Dymond, in his book, “Guns, Germs and Steel” supports this contention; “Europe’s colonisation of Africa has nothing to do with differences between European and African peoples themselves, as racists will have it. Rather, it was due to accidents of geography and biogeography – in particular, to the continents’ different areas, axes, and suites of wild plant and animal species. That is the different historical trajectories of Africa and Europe stem ultimately from differences in real estate.”
“Continents differ in innumerable environmental features affecting the trajectories of human societies. People are not different, the environments in which they have evolved are different.
Malcolm Gladwell in his book, “Outliers” further concurs as he describes the concept of cultural legacies as “powerful forces, with deep roots and long lives. Cultural legacies persist, generation after generation, virtually intact, and they play such a role in directing attitudes and behaviour that we cannot make sense of our world without them.”
Alec Hogg refers to ‘Tree’ people and ‘Boat’ people. Tree people like sameness, insularity, nationalism. ‘Boat’ people like diversity, globalness, liberalism.
The recent Trump vs Clinton choice and Brexit choice are good examples of the cultural legacy of ‘Tree’ people rising in a world becoming more fearful of the consequences of globalism/immigration/diversity.
 
South Africa
So as we consider our own racial ‘issues’ in South Africa, can we conclude that we as individuals do not differ simply because we are people of a different race, and that expression of our individual differences can never be blamed on race – and that hate speech is a function of negative stereotyping, of Tree people fearfulness, not race.
I think we can – differing with each other, and from each other, is not “racist” and those who argue it is are quite simply wrong. But, it may be cultural. As Haidt explains, “We all have prejudices, we live in different video games, we like being with people who are culturally like us with similar backgrounds and interests – this natural phenomenon can and does transgress race.
So, race may be a troublesome inheritance, but it is better to explore and understand its bearing on human nature and history than to pretend for reasons of political convenience and correctness that different social trajectories don’t exist.
In our history when the Nguni tribes came into contact with the Bushmen they either enslaved or exterminated those on a ‘different social trajectory’, likewise when the British encountered the Xhosa, when the Boers encountered the British, when the Boers encountered the Nguni. World history is littered with similar examples: Inuit and European; Aborigine and European, Arab and African, Barbarian and Roman. When people on different social trajectories collided there was inevitably conflict – radical conflict. It was mostly a collision of culture – not of race.
What does that mean for us? It means we need to understand whether we are debating race in the context of a sociological, historical or bio-geographical perspective. To do this we need to:
understand the recent and regional environments within which we, of different races and cultures, have evolved and how that has impacted our cultural character;
understand what the collision of these cultures have meant for our national character and our trajectory as a society;
understand what social institutions we need to develop to ensure that our joint and different trajectories become shared, supported and sustainable.
These are the ingredients of reconciliation as opposed to a racial debate, or legislation governing hate speech, or a history lesson regarding our many challenges. Reconciliation is about understanding why we are colliding and then building an institutional framework – we started quite well with our constitution – in which we can understand, trust and co-habit with a shared vision of building a country in which we are truly “united in our diversity and determined to improve the quality of life of all citizens”, despite our apparent differences and historically different trajectories.
We will never do that if we continue to play the race card when it is convenient, when we disagree, or when we have nothing else but ‘hate’ speech.
 
Steuart Pennington is CEO of www.sagoodnews.co.za and author of SOUTH AFRICA @ 20: For Better or for Worse? (2013)
 

La celebrazione della nascita del "povero" di Betlemme è diventata una festa "pagana" che ignora i "fratelli" poveri

Giampiero Pallotta -

Il Natale, che dovrebbe essere un importante momento di “raccoglimento”, è diventato da tempo la più grande di tutte le “farse”. E’ la festa dello “spreco”, del “superfluo”, della “ipocrisia”. In pochi riescono a sfuggire a questa convenzione sociale del tutto “pagana”, mentre dovrebbe essere la festa della “cristianità” per eccellenza.

Il problema non sono i “regali” in sé, ma tutte le complicazioni che questa mentalità dello “sperpero” ci ha imposto. Che regalo fare, dove andare a prenderlo, quanti soldi spendere, quante ore di coda….. Senza considerare l’imbarazzo che si crea quando se ne riceve uno di cui non si ha assolutamente bisogno o che, semplicemente, non ci piace. Vogliamo parlare di quei bambini che, dopo aver ricevuto in un quarto d’ora i regali “che si dovrebbero ricevere nell’arco dei primi diciotto anni di vita”, riempiono di “allegria” natalizia la casa con dei “laceranti pianti isterici” perchè volevano un giocattolo diverso?

Non c’è nulla di male nello scambiarsi regali il giorno di Natale, nè, in fondo, di avere il piacere di fare il presepe (per chi ancora lo fa), addobbare l’albero, porte e finestre. Fa parte dei nostri usi, delle nostre tradizioni. Lo si e’ sempre fatto. Ma rendiamoci conto che “abbiamo passato il limite” tappezzando intere città (e soprattutto interi centri commerciali) di fiocchi di plastica, di luci decorative già dall’inizio di Novembre.

E’ pazzesco! Non è decisamente troppo in anticipo? Ma chi l’ha deciso? Il fatto d’iniziare a parlare di Natale due mesi prima riduce l’intensità della gioia e della “magica” atmosfera che si dovrebbe provare durante le feste.

Ma per fortuna “sembra” che sia iniziato il “rigetto” a questo “sfrenato” ed “insensato” consumismo: quest’anno le vendite non saranno ai livelli degli anni precedenti. 

Ma sarà vero?

Sarebbe un buon segnale. In questo modo riusciremo forse a ridare il giusto valore non solo ai “doni”, ma al Natale stesso per quello che rappresenta a livello religioso. Ci aiuterà a capire che lo scambio del dono dovrebbe essere un piacere, un gesto spontaneo, non una forzatura. Dovrebbe poi farci ricordare dei poveri soli e abbandonati, per lo più anziani, che ogni giorno sono sempre di più. Visitate una qualsiasi casa di riposo e vi accorgerete quanti ce ne sono.

Non è di “moda” oggi parlare dei poveri. Eppure sappiamo tutti quanto sia grande il dramma della povertà nel mondo. Per noi cristiani dovrebbe essere uno “scandalo” insopportabile.

E se la povertà è uno scandalo, oggi lo è in maniera“imperdonabile”. Nella storia umana, infatti, non ci sono mai stati tanti poveri come oggi, eppure mai il mondo è stato così ricco. 

Gesù usava il termine “fratello” solamente riferendosi ai “discepoli” e ai “poveri” e disse: “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me”.

A che serve la tavola sovraccarica di tanto ben di Dio quando c’è chi patisce o muore di fame? Cominciamo a “saziare” gli affamati, soprattutto quelli bisognosi di “affetto” perchè soli ed abbandonati e poi, quello che ci resterà, sarà più che sufficiente. 

In un brano del Vangelo di Matteo Gesù dice: “Avevo fame e mi hai dato da mangiare” e in una parabola è stato detto: “i poveri hanno bisogno della parola e non solo di aiuto: date col pane la vostra parola…”.

Sì, c’è bisogno di parole e di amicizia e così il povero lo sentiremo nostro familiare, un familiare che si trova nel bisogno.

Certo i poveri non sono “attraenti”, anzi normalmente “imbarazzano”. E spesso accade che allunghiamo il passo quando vediamo un povero che chiede aiuto. Eppure i poveri devono essere il “metro di giudizio” della civiltà che abbiamo creato.

Avere vera attenzione dei poveri, non come si fa con i mendicanti cui si getta una monetina pensando di mettere a posto la propria coscienzasignifica vedere nel loro volto quello di Gesù.

E’ infatti nei poveri, nelle loro concrete storie, che Gesù si è identificato. E’ ai poveri che Gesù ha rivelato cose che ha taciuto ai sapienti e ai potenti della terra. Infatti Gesù conosce i poveri “per nome”, come si legge in una parabola: “….il Signore narrando di un povero e di un ricco, dice il nome del primo e tace quello dell’altro, se non per dimostrare che Dio conosce gli umili ed è vicino a loro, mentre non riconosce i superbi”.

I poveri sono “fratelli” come li considerava Gesù. Ecco perché cristiani sono coloro che hanno “un povero per amico” e non ambiscono all’amicizia dei potenti, dei ricchi, belli e famosi.

Sì, essere “cristiano” vuol dire dare amicizia ad un “povero” e invitarlo spesso a tavola soprattutto a Natale.

Questa sarebbe la maniera per festeggiare “cristianamente” la nascita del “povero” di Betlemme”

LA VITTORIA DEL NO
Ha vinto il NO e Renzi (per ora) torna a casa tra un mare di polemiche soprattutto dentro il PD.  Renzi e il PD hanno perso ma hanno vinto quegli italiani che sono andati oltre le etichette e i partiti, quelli che si sono informati dei contenuti, quelli che dopo tanti anni di apatia hanno capito che il rischio era grosso. Hanno vinto i giovani, quelli del nuovo millennio.
Una maggioranza di italiani che ha sonoramente bocciato una riforma costituzionale mal scritta e che il premier ha reso ancora più antipatica con una sua presenza debordante e incontrastata sui media, spacciando quotidiane balle in quantità, una sorta di propaganda a reti unificate appoggiata dai “poteri forti” di mezzo mondo, ma invano perché il ricatto non è riuscito.
Tra l’altro anche dopo il voto si è visto quante balle erano state contate: la borsa non è crollata e neppure lo spread, anche se indubbiamente restano tanti problemi e servono presto un governo e una riforma elettorale seria, poi si andrà subito al voto.
 
All’estero invece - in completa controtendenza – incredibilmente vince largamente il SI tra gli italiani nel mondo ma con ben il 10% di schede nulle, un assurdo. Il sistema di voto è troppo complesso e pieno di “buchi” con possibili brogli, va assolutamente riformato.
 
Il vero problema è che ora (forse) va via Renzi, ma restano i Renziani. Migliaia di persone assunte nel sottobosco governativo e nei ministeri, i “fiorentini” del giglio magico, gli amici nelle banche, le nomine alla RAI e non solo alla Rai, gli infiltrati nei giornali, nelle società controllate…
 
TUTTA QUESTA GENTE ADESSO CHI LA LICENZIA?
 
Chi caccia o almeno contesta i giornalisti che spudoratamente hanno spinto per il SI pur spacciandosi per “indipendenti”? Quelli “partigiani” anche se pagati dal servizio pubblico.  Quelli che si sono pesantemente compromessi con Renzi, così come tutti quelli pronti (alla Bruno Vespa) a strusciarsi con chiunque. 
 
Per cambiare davvero l’Italia forse dovrebbe  cominciare proprio con uno “spoil system” imponendo le dimissioni di questa gente che - per puro spirito di potere (o peggio) - aveva puntato sul SI, gentaglia che da sempre resta arroccata ovunque e continuerà (a spese nostre) a fare danni.
Chissà se il pensiero delle dimissioni sarà passato anche nella mente di NAPOLITANO (da 67 anni in parlamento!), di PRODI, CASINI, VERDINI e compagni di merenda.
 
MA ADESSO BISOGNA RICOSTRUIRE
Ha stupito l’ampia vittoria del NO tenuto conto anche dell’alta affluenza alle urne.
A leggere le segmentazioni del risultato elettorale sembra che l’esito sia stato condizionato dagli under 35 (68% di NO) mentre politicamente Renzi ha raccolto solo (in parte) il voto del PD, un elettore su 5 del centro destra  e i segmenti isolati dei propri alleati di governo che confermano di contare pochissimo in termini elettorali.
Bocciata la pessima proposta di riforma costituzionale per i motivi che abbiamo sottolineato in questi mesi, resta però la necessità di aggiornare  la Costituzione e ribadisco che solo una ASSEMBLEA COSTITUENTE eletta  fuori dal parlamento e dal governo possa e debba – sentite le opinioni dei cittadini su specifici e singoli temi - stendere e far votare un testo condivisibile.
Un’occasione  per proporre di far ELEGGERE DIRETTAMENTE DAI CITTADINI IL CAPO DELLO STATO, ma soprattutto con un testo che deve unire e non dividere e quindi ascoltando (per esempio con sondaggi seri) i cittadini PRIMA di proporre un nuovo testo.
 
CONFUSIONE A DESTRA: ORA SERVONO LE PRIMARIE
Berlusconi ha subito colto l’occasione per rimettersi al centro della scena: si è dichiarato auto-portatore del 5% dell’elettorato  al NO (io invece ho sentito molta gente che ha votato SI proprio per la sua presenza a favore del NO…) ed  ha subito offerto appoggi per un governo di scopo in attesa di una nuova legge elettorale che – se fosse proporzionale, come spera  – gli offrirebbe una rendita di posizione come leader di FI utile per alleanze o convergenze future.
Tutto il contrario di Matteo Salvini che gioca invece la carta delle elezioni anticipate, fiutando il momento di slancio e chiedendo (come la Meloni) rapide elezioni primarie di centro destra per scegliere un leader, convinto di raccogliere una netta maggioranza.
Qui sta il punto: finchè Berlusconi  ritiene di essere lui il leader incontrastato di uno schieramento che forse non c’è più, rifiuta le “primarie” e il confronto non si andrà da nessuna parte, mentre in tanti si sentono smarriti e di fatto senza una guida autorevole a pochi mesi da quando si andrà comunque ad elezioni anticipate.
Logica e buonsenso imporrebbero quindi delle primarie di coalizione che scelgano nuovi riferimenti, ma Berlusconi si ostina in un arroccamento personale che a mio avviso non ha più senso, mentre dovrebbe sveltamente indicare alcuni suoi eredi cui passare la palla.
 
C’è chi sostiene che Salvini rischia di vincere alle primarie, salvo poi perdere in un confronto elettorale se si svolgesse un ipotetico ballottaggio. Ma almeno Salvini si mette in gioco, si fa ascoltare, punta il dito su troppe cose che Renzi ha dimenticato.
Temo che a destra si perderanno mesi in chiacchiere sterili, anche se alla fine dipenderà da quale sistema elettorale verrà adottato per le prossime elezioni politiche, soprattutto  se l’Italicum sarà in buona parte dichiarato incostituzionale.
Tempi lunghi perché è indecente che proprio  la Corte Costituzionale “per non influenzare il referendum” non si sia già espressa a settembre - come sarebbe stato logico e giusto - e  quindi si navighi ancora a vista con estrema incertezza in vista di una prima udienza il 24 gennaio. Il paese sprofonda, ma gli illustrissimi signori giudici se la prendono calma.
 
I NUOVI SCENARI
 
Il problema è che dal referendum è uscita vincente l’ “accozzaglia” immaginata da Renzi ma è indubbio che il fronte del NO sia molto variegato, mentre i sondaggi  sottolineano l’esistenza e il cristallizzarsi  di tre poli ormai sostanzialmente stabili e ciascuno sul 30% : il PD, altrettanti simpatizzanti per Grillo e - un gradino più sotto - una ipotetica aggregazione tra Lega, FdI e Forza Italia.
Se si scegliesse una formula a doppio turno la sfida finale probabilmente taglierebbe fuori il centro-destra che però potrebbe poi far convergere sui 5 Stelle un suo voto di protesta, come avvenne nelle scorse elezioni amministrative, mentre mi sembra difficile che possa succedere l’opposto.
Il referendum ha insomma pesantemente bocciato Renzi, ma  riaperto le ferite sia nel PD che a destra, dove qualcosa ci si deve pur inventare se non si vuole rimanere ai margini.
L’età e il logoramento del personaggio giocano contro Berlusconi, il problema è  che purtroppo l’interessato sembra non averlo ancora capito.
 
TRUMP, INTANTO…
L’avevano dipinto come il diavolo, come un saccente, porco e cretino miliardario capace solo di coalizzare gli americani più gretti e ignoranti, ha fatto imbufalire i progressisti radical-chic di tutto il mondo, ma passo dopo passo Donald Trump sembra avere  intanto imboccato la strada giusta.
Collaboratori azzeccati, esperti e prudenti (nonostante le solite critiche), immediata cessione del suo patrimonio per chiudere la bocca alle polemiche su possibili incompatibilità, blocco delle spese per il mega aereo presidenziale “Air Force One” (il contrario di Renzi!), taglio alle collaborazioni, conferma del suo programma.
Vuoi vedere che alla fine Donald sarà un Presidente meno peggio di quanto ipotizzato dalle cassandre progressiste?
 
Un saluto a tutti !                                                              
Marco Zacchera
 
Gli anziani di Città del Capo si sono ritrovati ieri al Club Italiano per il tradizionale pranzo di Natale offerto dal Circolo Italiano Anziani, che si è concluso con lo scambio di auguri fra una fetta di panettone e una coppa di spumante, cortesia del presidente del Comites Renato Fioravanti e di Franco Solinas, che ogni anno sono puntualmente fra i sostenitori dell'iniziativa.
Il menù offerto dalla cucina del club ha soddisfatto tutti, dagli affettati alla caprese dell'antipasto, alle tagliatelle di primo, ai rotoli di pollo con mozzarella di secondo, alla cassata in chiusura. Poi la lotteria che ha distribuito tanti premi offerti da Wijnhuis/La Perla, Adriatic Ship Supply, Mediterranean Shipping, Morgenster e Mamma Roma Restaurant. E infine il panettone con lo spumante.
 
Il console Alfonso Tagliaferri, pressato da altri impegni, ha fatto una breve apparizione per augurare a tutti serene festività di fine anno.
 
Un primato di quest'anno potrebbe essere che, a parte alcuni ospiti, tutti i partecipanti erano donne.

Due serate di grande musica, due concerti da incorniciare. Questo e molt’altro è stata la terza edizione dell’Italian Opera evening, tradizionale appuntamento di musica operistica delle due Dante Alighieri di Durban e Pietermaritzburg, quest’anno organizzato per la prima volta congiuntamente all’Istituto Italiano di Cultura di Pretoria, al Consolato Generale d’Italia a Johannesburg, al Club Italo-Sudafricano di Durban.

Ben centoventi persone hanno assistito al concerto presso la Tatham Art Gallery di Pietermaritzburg venerdì scorso, oltre trecento gli spettatori al Club Italo-Sudafricano di Durban North il giorno dopo.

Un grande successo di critica e di pubblico, che ha visto l’esibizione di raffinati artisti di prim’ordine: la grande soprano Bongiwe Madlala, la promettente Khumbu Dhlamini, il tenore Lucky Sibande, accompagnati al piano dal talento cristallino di Andrew Warburton, pianista d’eccellenza nel KwaZu-Natal. Tutti artisti sudafricani dal curriculum internazionale che hanno letteralmente conquistato le due platee.

“Siamo estasiati, un concerto sublime, ogni edizione è sempre più bella della precedente, vorremmo che la scena dell’Opera a Durban fosse viva come un tempo e rilanciata in grande stile. Mi sembra che voi lo stiate facendo egregiamente, andando in quella direzione”. Queste le parole di Marck Plant, conosciuto critico musicale locale, visibilmente emozionato.

Molte le personalità istituzionali presenti: il Console Generale d’Italia a Johannesburg, dott. Marco Petacco, che con le sue numerose visite ha mostrato ancora una volta tutta la sua vicinanza alla comunità italiana del KwaZulu-Natal, la dott. ssa Anna Amendolagine, Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Pretoria, che ha fortemente creduto in questo evento, il Console Onorario d’Italia a Durban, Costantino Buccimazza, il console onorario Finlandese, Jouni Dahllund.

“Siamo estremamente soddisfatti della riuscita dell’evento, che vediamo crescere di anno in anno. Siamo ormai giunta alla terza edizione, e in tre anni abbiamo praticamente quadruplicato gli spettatori. Sapevamo che il KwaZulu-Natal avesse fame di grande Opera e abbiamo pensato bene di scommettere su questo per regalare a queste due straordinarie città, Durban e Pietermaritzburg, un evento all’altezza del calore e del supporto che in questi anni ci hanno dimostrato”, cosi Tony Amatulli, coordinatore della Dante Alighieri in KwaZulu-Natal e ideatore del format che, partito come piccolo evento nel 2014, ha saputo crescere fino ad attirare l’attenzione e il coinvolgimento delle massime istituzioni diplomatiche e culturali italiane.

Una serata, è bene sottolinearlo, che può rappresentare una grande occasione di rilancio per la promozione dell’italianità sul territorio, per il ricompattamento della comunità italiana locale, alle prese con il difficile compito di tramandare il suo patrimonio di valori alle successive generazioni.  Per far questo, le due Dante Alighieri e il Club Italo-Sudafricano di Durban North, oltre a riaggregare le parti di comunità italiane sparse sul territorio, dovranno saper aprire i propri comitati ai nuovi italiani di recente emigrazione,  i molti giovani accademici e i professionisti impiegati nelle aziende italiane in Sudafrica, che potrebbero offrire contributi nuovi, nuovo orgoglio, nuove idee e progetti.

Fotoservizio di Ivana Surian

Ha vinto il no. Nessuna sorpresa. Gli italiani hanno una grande paura di cambiare. Lo dimostrano i proverbi e lo dimostra questo referendum, dal quale emerge chiaramente quella paura. Perché non venite a raccontarmi che gli italiani hanno capito benissimo le proposte di Renzi e non le hanno condivise. Quello che hanno capito è stato il messaggio forte degli oppositori: con il SI si apre la porta alla dittatura. E la paura ha fatto il resto.

Gli unici a esprimere una volontà di cambiamento più forte della paura - a parte alcune regioni - sono stati gli italiani all'estero. Si è tentato di indurli a scegliere il NO con il ritornello sulla perdita dei senatori esteri in caso di vittoria del SI, ma l'argomento non ha fatto presa o i senatori non valgono così tanto agli occhi del loro elettorato. Ecco dunque la sorpresa del referendum, il SI degli italiani lontani dall'Italia.

Dicono che le cose si vedono meglio da lontano. L'Italia vista da lontano, dunque, non piace alla maggioranza di coloro che la guardano da altre realtà socio-politiche. Che abbiano ragione loro? Mio padre diceva sempre che il tempo è galantuomo. Diamo tempo al tempo. E intanto muniamoci di tanta pazienza perché, se non mi sbaglio, entriamo in una fase politica molto travagliata, che potrebbe anche sfociare in elezioni politiche anticipate. Come volevasi dimostrare.
 
Ciro Migliore

Martine Cristofoli -

Con il titolo originale “Ma vie de courgette” il film d’animazione diretto dal giovane regista vallesano Claude Barras e scritto da Céline Sciamma, aveva conosciuto un successo incondizionato a La Quinzaine des Réalisateurs dell’ultimo Festival di Cannes. Ora, dopo aver riportato ben 18 premi in Festival internazionali, di cui 5 Premi del pubblico, doppiato in italiano e con il titolo  “La mia vita da Zucchina”, è sugli schermi europei e conosce uno stragrande gradimento di pubblico.

Il film d’animazione dell’anno, che si ispira ai  400 colpi di Truffaut,  è candidato per la Svizzera all’Oscar per il miglior film straniero nella categoria d’animazione e anche  ai Golden Globes. È un film delizioso, ma anche amaro, che sa toccare i cuori e commuovere lo spettatore per la sorte di bambini, gli orfani, che hanno perso uno dei beni essenziali della loro vita: i genitori.

Claude Barras nella sua stop-motion riesce a narrare con bravura e sentita partecipazione umana la storia di Icare e dei suoi compagni. Il film è tratto dal libro di Gilles Paris “Autobiographie d’une Courgette” (La mia vita da Zucchina, ed. PIemme).

“La stop motion - ci dice il regista - è un ibrido: da un lato è animazione e dall’altro è quasi un film classico ma al rallentatore. L’animatore prende il posto dell’attore in un certo senso. Recita il ruolo del personaggio tramite la marionetta e può girare 3-4 secondi di film al giorno. Abbiamo filmato parallelamente su 15 set con 10 animatori”.

E parlando dell’équipe aggiunge: “Abbiamo vissuto uno «spazio-tempo» molto speciale. Innanzitutto perché abbiamo lavorato a Lione, dove ci siamo trasferiti per quasi un anno di preparazione e per i 10 mesi delle riprese. Abbiamo vissuto fuori dalla vita normale, quasi come una piccola tribù autonoma e i nostri personaggi sono diventati dei compagni di cui in un certo modo abbiamo vissuto le avventure. Una cosa ancora più strana che abbiamo constatato è che nell’équipe si sono verificate le stesse cose che raccontiamo nel film”.

Icare, bambino di 9 anni,  vive in un orfanatrofio dove è stato portato dopo lo sfacelo della sua famiglia. Il padre ha abbandonato il tetto coniugale e la madre alcolizzata è stata uccisa involontariamente da Icare. La vita d’orfanatrofio è dura. Però ci sono anche momenti di distensione, quelli con i compagni con i quali si condividono ricordi tristi, ma anche quelli gioiosi. Icare non solo se la cava, ma trova anche l’amicizia della bella Camille, e un padre adottivo comprensivo e generoso. 

Da Cannes avevo scritto: ”Ben confezionato e ancor meglio orchestrato, i personaggi hanno la fisionomia dei tipi da videogame. Pur se non  è un’animazione per bambini piccoli, cattura l’attenzione del pubblico per tutti i cento minuti della sua durata. Proiettato alla Quinzaine des Réalisateurs in una sala al completo, è piaciuto e ha riscosso consensi e applausi. Lo si attende anche sui nostri schermi”  Sono contenta che ora  sia in programmazione  e che in tanti possano vederlo.

Martine Cristofoli

ROMA - Convocata dal vicesegretario Silvana Mangione, si è tenuta dal 25 al 27 novembre scorsi a Johannesburg la Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni Extraeuropei del Cgie.
Ad aprire i lavori la relazione di Silvana Mangione: riforma Comites Cgie, le polemiche sul voto all’estero e le proposte di legge per eliminarlo, la diffusione di lingua e cultura, la nuova emigrazione, le risorse nella Legge di Bilancio, Servizi RAI, anche in streaming, e rilascio della carta d’identità da parte dei Consolati nei Paesi Anglofoni extraeuropei.

A margine dei lavori, la Commissione ha approvato all’unanimità il documento finale che si riporta integralmente di seguito.

“La Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni Extraeuropei, riunita a Johannesburg dal 25 al 27 novembre 2016, in apertura dei lavori ha tenuto un minuto di silenzio in ricordo dell’Amb. Carla Zuppetti e del Sen. Cesarino Monti, che avevano partecipato all’ultima Continentale Anglofona a Johannesburg nel 2010 e in memoria dei lutti che hanno colpito la famiglia allargata del CGIE con la recente scomparsa del Cons. Mimmo Azzia e del padre del Cons. Vincenzo Arcobelli.

La Commissione è grata al Vicario dell’Ambasciatore Pietro Giovanni Donnici, Primo Consigliere Mirta Gentili, e al Console Generale d’Italia a Johannesburg, Marco Petacco, per la loro presenza e i loro interventi. La Commissione ringrazia calorosamente il Consigliere Riccardo Pinna, che ha reso possibile la realizzazione di questa Continentale malgrado il brevissimo preavviso e il Presidente dell’Intercomites e del Com.It.Es. di Johannesburg, Salvatore Cristaudi e il Presidente della Dante Alighieri, Gaetano Giudice, per la loro generosa ospitalità che ha consentito alla Commissione di dibattere tutti gli argomenti all’ordine del giorno in stretto contatto con gli organismi elettivi e le realtà associative della Comunità; e il Presidente del Com.It.Es. di Città del Capo, Renato Fioravanti, il Consigliere uscente Giuseppe Nanna e il già Consigliere Maurizio Mariano, presidente dell’Alleanza Elleno – Italo – Portoghese per loro presenza insieme ad un folto pubblico.

Prima di iniziare i lavori la Commissione ha ascoltato la relazione della Società Assistenziale Italiana che si occupa degli indigenti e ha visitato la sede di Casa Serena, la casa di riposo per anziani quasi interamente finanziata dalla comunità locale, convenendo all’unanimità che la cura delle fasce più anziane e più deboli delle collettività italiane all’estero non può essere demandata esclusivamente alle realtà locali, specie nei Paesi che attraversano momenti di crisi economica e politica, ma deve godere dell’aiuto diretto del Governo italiano.

Dopo aver ascoltato e approvato la relazione del Vice Segretario Generale, la Commissione ha affrontato un ricco Ordine del giorno, esaminando prima di tutto la bozza di proposta di riforma del Com.It.Es. e del CGIE, licenziata dal Comitato di Presidenza nella riunione del 21 e 22 ottobre 2016.

La Commissione conferma l’esigenza di mantenere intatta la piramide della rappresentanza degli italiani all’estero: i Com.It.Es. di base, il CGIE di sintesi, gli eletti all’estero che rappresentano le comunità al Parlamento italiano. La Commissione ha approvato a larghissima maggioranza l’impianto e i contenuti della proposta di riforma che, con i suggerimenti della Commissione Tematica sui Diritti Civili e Politici del CGIE – che l’ha già ricevuta in copia – dovrà essere sottoposta al dibattito, l’integrazione e l’approvazione finale dell’Assemblea Plenaria del Consiglio.

Da parte sua la Commissione ha eliminato una ripetizione nel testo, che si allega così emendato, e chiede che all’unico Consigliere del CGIE eletto in Africa venga attribuita anche la rappresentanza di tutte le altre comunità italiane presenti in questo Continente e che agli altri Consiglieri Anglofoni vengano parimenti attribuite le rappresentanze delle collettività nelle Nazioni limitrofe non rappresentate.

La Commissione ha apprezzato la bella manifestazione sportiva di fine anno organizzata dagli Asili Mondo Magico presso il Club Italiano di Johannesburg e plaude al lavoro di chi crea le condizioni per cui le prossime generazioni della Repubblica del Sud Africa possano vivere in piena armonia, senza frizioni fra le diverse comunità etniche e razziali. Invita quindi il MAECI a riconoscere e sostenere anche in futuro con il suo contributo questa bellissima iniziativa didattica e sociale.

Nella splendida sede della Dante Alighieri di Johannesburg, collegata alle Dante di Città del Capo, Durban, Pietermaritzburg e in futuro di Mozambico, la Commissione ha ascoltato le allegate relazioni del Vice Presidente degli Asili Mondo Magico, Vasco Rader e del Presidente della Dante, Gaetano Giudice, che hanno confermato quanto l’insegnamento e la diffusione della lingua e della culture italiane costituiscano lo strumento principale di proiezione del Sistema Italia all’estero e debbano essere congruamente finanziati e promossi, avvalendosi anche della formazione a distanza e dei recenti programmi del MAECI.

La Commissione ha consegnato all’Ambasciata, al Console Generale e ai responsabili degli enti citati e dei Com.It.Es., il libro bianco pubblicato in occasione della seconda edizione degli Stati Generali della Lingua Italiana.

Il tema della nuova emigrazione è stato introdotto da alcuni giovani esponenti di tre diversi tipi di questo crescente, spesso molto positivo, fenomeno.

Chiara Venturin, distaccata alla Dante nel quadro del progetto pilota dei neolaureati con la specializzazione nella didattica dell’italiano come seconda lingua, che il MAECI invia presso gli enti gestori nel mondo, ha sottolineato gli aspetti positivi di questa iniziativa che dà ai giovani un lavoro certo almeno per un certo periodo, consente di fare un’esperienza arricchente e di dare un contributo, fa conoscere per immersione realtà estere e persone diverse, costringe a mettersi in gioco, permette di insegnare a tutte le fasce di età e a tutti i livelli di italofonia e italofilia, stimola l’elaborazione di sillabi che rispondono alle specifiche esigenze locali e potrebbero in futuro essere usati per insegnare l’italiano come seconda lingua agli immigrati in Italia. La Commissione concorda che il progetto pilota costituisce un momento di eccellenza che deve essere proseguito e finanziato.

Alessandro Parodi, dopo la laurea, ha deciso di fare un’esperienza estera il più lontano possibile dall’Italia. Ha vissuto sulla sua pelle la difficoltà di ottenere un visto di lavoro in questo Paese, opera come giornalista per il giornale italiano La Voce, per cui ha potuto descrivere le comunità italiane del Sud Africa, mettendone in evidenza le capacità e la grinta ed è lieto di vedere che esiste ancora una parte del mondo che ha voglia di fare le cose e contribuire alla crescita della società e della sua gente nel Paese in cui risiede.

Mauro Benedetti, arrivato in Sud Africa al seguito di un’azienda italiana, ha deciso di rimanere e creare insieme ad alcuni amici una piccola impresa e ha aperto una gelateria di successo. Descrive il suo percorso dicendo: sono nato italiano, non ho fatto nulla per diventarlo fino a quando sono arrivato qui e lo sono diventato davvero. Mi sono trovato in un contesto più ampio che mi ha fatto sentire ambasciatore dell’Italia. Per noi che siamo “fuori” il concetto di emigrazione ha un significato diverso, cresciamo in un contesto molto più globale, ci rendiamo conto che l’associazionismo che non conoscevamo è formato da singole persone che danno valore al gruppo e agli obiettivi per cui è stato creato.

La Commissione ha ricevuto dal Consigliere Franco Papandrea (Australia) una copia della ricerca di Riccardo Armillei e Bruno Mascitelli commissionata dal Com.It.Es. di Melbourne e in parte finanziata dal MAECI con contributi integrativi, intitolata: “From 2004 to 2016 – A New Italian Exodus to Australia?”. Le presentazioni sono state completate dall’allegata relazione sull’associazionismo regionale, che ha messo in evidenza la progressiva chiusura delle Consulte dell’emigrazione in parecchie Regioni, lamentando la conseguente diminuzione di opportunità di contatti esteri per le Regioni che non comprendono l’importanza del mantenimento di legami forti con la rete dei corregionali all’estero.

Passando ad un punto successivo, la Commissione Continentale ha ricevuto con piacere l’informazione che una nuova legge in materia di riapertura e cancellazione dei termini per il riacquisto della cittadinanza italiana ha iniziato l’iter di approvazione parlamentare, e attende di vederne il testo per la obbligatoria espressione di parere da parte del CGIE.
Con riferimento alle recenti inqualificabili dichiarazioni che mettono in dubbio il valore e la legittimità dei risultati del voto referendario all’estero, la Commissione ricorda che dei quattro requisiti del voto sanciti dalla Costituzione, quello dell’uguaglianza si realizza nella sua stessa definizione, mentre il rispetto di quelli della personalità, libertà e segretezza ricade sotto la responsabilità dell’elettore.

La Commissione rigetta dunque qualunque insultante accusa e chiede la messa in garanzia del voto per le future consultazioni attraverso la stampa delle schede in Italia e l’assoluto controllo della correttezza delle operazioni di consegna e trasmissione dei plichi nei Paesi in cui non esistono sistemi di Posta pubblica perfettamente funzionanti.

In mancanza di dati certi la Commissione non ha potuto esprimere pareri documentati sul prossimo DEF e sulle assegnazioni per gli italiani all’estero.

Reitera dunque la necessità imprescindibile che il CGIE sia dotato di fondi sufficienti ad adempiere a tutti i dettami della sua legge istitutiva, tenendo tutte le riunioni tassativamente indicate per legge, per non dover ricorrere a superiori istanze affinché il rispetto della normativa non venga ulteriormente infranto; che ai Com.It.Es. siano erogati fondi che consentano loro di operare con efficienza; che i finanziamenti all’insegnamento della lingua e della cultura italiane si avvicinino a quelli di altri Paesi, le cui comunità all’estero sono meno numerose, ma la cui capacità di marketing attraverso la cultura supera di gran lunga la nostra; che non si dimentichi il contributo che le generazioni più anziane, ed ora in difficoltà, hanno dato all’Italia nel secondo dopoguerra e quindi si garantisca loro di completare in serenità il proprio viaggio di vita.

Infine la Commissione chiede che la RAI fornisca la ripetizione in streaming dei programmi trasmessi all’estero e domanda quando sarà possibile farsi rilasciare dal Consolato competente la carta d’identità, anche fuori d’Europa, dato che il passaporto digitale è ormai una realtà ovunque.

Gli allegati testi fanno parte integrante del presente documento finale, insieme alla relazione di apertura del Vice Segretario Generale.

Approvato all’unanimità il 27 novembre 2016”. (aise)

La relazione del vice segretario generale del Cgie Silvana Mangione
 
JOHANNESBURG – Nel sua relazione alla Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni Extraeuropei, riunita nei giorni scorsi a Johannesburg, il vice segretario generale del Cgie per i Paesi Anglofoni Extraeuropei Silvana Mangione, dopo aver salutato gli intervenuti, ha ricordato come all’ultima riunione della Commissione, svoltasi anni fa sempre in Sud Africa, fossero presenti l’ambasciatrice Carla Zuppetti, allora direttore generale della Dgit,  e il senatore Cesarino Monti, oggi entrambi scomparsi. La Mangione ha anche chiesto un minuto di silenzio in ricordo dell’ex Consigliere Mimmo Azzia e del papà del Consigliere Arcobelli, scomparso circa due settimane fa.
La Mangione ha poi sottolineato come  sei anni di distanza della passata riunione della Commissione “ le situazioni in parecchi ambiti di nostro riferimento non siano migliorate di molto, per non dire affatto. La nostra ammirazione – ha proseguito il vice segretario generale - va alla comunità italiana e di origine italiana in Sud Africa, che regge con la sua generosità le due fasce più fragili delle nostre collettività: i bambini ai quali si continua a insegnare italiano negli Asili Mondo Magico malgrado i contributi del Maeci non arrivino più per ragioni che ovviamente chiariremo e gli anziani, sulla cui assistenza e protezione sentiremo autorevoli interventi nelle giornate di oggi e di domani”. “Questa bellissima comunità – ha aggiunto la Magione - è altrettanto attivamente coinvolta in tutti i temi di ampio respiro che riguardano tutti gli italiani all’estero e di essi parleremo approfonditamente. Prima di tutto della riforma di Comites e Cgie, su cui intendiamo dire la nostra, visto che quando questi organismi non riescono a funzionare appieno, invece di rimuovere gli ostacoli esterni che ne impediscono il cammino, si comincia ad inseguire il miraggio delle riforme, che essendo una novità, dovrebbero da sole sanare i problemi che non sempre nascono dalle leggi in vigore, ma più sovente dalla mancata applicazione delle leggi in vigore, tranne una, quella che ha falcidiato la Commissione Continentale Anglofona, tagliando quasi tre quarti dei suoi componenti, che sono passati da 16 a 5 in rappresentanza di 4 Paesi e 3 Continenti. Oggi sono presenti tutti e 4 i Paesi e desidero ringraziare di cuore i colleghi dell’Australia e del Canada che, malgrado il brevissimo preavviso, sono riusciti a venire. Per gli Stati Uniti ci sono soltanto io, perché il Consigliere Arcobelli ha avuto, come già detto, un grave lutto in famiglia. Dobbiamo quindi riaffrontare – ha continuato la Mangione- la riforma del Comites e quella del Cgie. Vi sottoporremo una bozza di proposta che rappresenta la sintesi della maggior parte degli oltre sessanta suggerimenti costruttivi che ci sono pervenuti da Comites, Associazioni e singoli Consiglieri. La bozza è stata discussa ed integrata nel corso dell’ultima riunione del Comitato di Presidenza del Cgie. In questa sintesi non ho inserito le pochissime proposte che ricalcavano, modificandolo soltanto leggermente un disegno di legge presentato nel 2007, che il Cgie già allora aveva rigettato convintamente. A questo vorrei unire, con il vostro premesso, la disamina di una proposta di legge, presentata nel 2014 dall’On. Speranza cui si sono aggiunte le firme di altri sei deputati eletti all’estero sulla modifica della legge n. 459 che regola l’esercizio del diritto di voto per gli italiani all’estro, tornata alla ribalta in questi giorni, a seguito delle interrogazioni sulla messa in sicurezza del voto e le dichiarazioni dei promotori del NO al referendum, che hanno dimostrato di non conoscerci affatto quando hanno  minacciato ricorsi affermando che se il SÍ dovesse vincere per merito dei voti esteri tale vittoria dovrebbe essere considerata invalida. Vorrei ricordare a tutti che i quattro requisiti fissati dalla Costituzione Italiana per il corretto esercizio del diritto di voto sono che il voto deve essere personale, uguale, libero e segreto. Di questi quattro, uno è garantito dalla stessa Costituzione: il voto espresso da un cittadino italiano residente in Italia ha lo stesso valore di quello espresso da un cittadino italiano residenti dovunque altro nel mondo. Il rispetto degli altri tre requisiti fa parte dei doveri di ogni singolo cittadino che quindi deve votare personalmente, senza dichiarare previamente a nessuno come voterà e senza farsi imporre da altri come votare. Se qualcuno, con qualunque mezzo, cercasse di costringere l’elettore a votare in un modo diverso da quello che desidera oppure dovesse chiedergli di consegnare la scheda da votare, quell’elettore ha l’obbligo di denunciare alle autorità competenti il tentativo di impedirgli di esercitare liberamente il proprio diritto. Punto. Tutto qui. Non c’è bisogna di alcuna nuova legge per proteggere i nostri diritti come singoli elettori. C’è bisogno soltanto di una piena assunzione di responsabilità. Ciò posto, rinviamo successivi dibattiti le altre proposte contenute nel Pdl dell’On. Speranza e la stigmatizzazione delle dichiarazioni dei coordinatori dei Comitati per il No”.
“Un altro tema eternamente fondamentale, non soltanto per noi all’estero, ma anche per il rafforzamento della proiezione del Sistema Italia nel Mondo, - ha proseguito il vice segretario generale - è quello della promozione e diffusione dell’insegnamento della lingua e cultura italiane all’estero. Alla seconda riunione degli Stati Generali della Lingua Italiana, tenuto a Firenze il 17 e 18 ottobre scorso, il Vice Ministro Mario Giro ci ha assicurato che per il 2017 ci saranno €10 milioni per il Capitolo 3153 del MAECI dedicato all’insegnamento K – 12 e il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha annunciato la dotazione di €50 milioni da spalmare fra i tre Ministeri degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dell’Università, Innovazione e Ricerca e dei Beni Artistici e Culturali per la promozione della lingua e cultura italiane all’estero. Sono convinta che dobbiamo chiedere fermamente che si realizzi il famoso tavolo di concertazione fra MAECI, MIUR e MIBAC, integrato da rappresentanti del CGIE e guidato dal MAECI, che ne sa davvero molto in proposito, per la definizione delle priorità e delle finalità di spesa.
Sulla riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza un nostro autorevole Senatore, eletto in una delle due ripartizioni di nostra competenza, ci aveva annunciato che una nuova legge sarebbe stata approvata entro la fine di quest’anno. Lo auspichiamo veramente e ne parleremo, come al solito, senza peli sulla lingua, non appena ne riceveremo il testo in discussione.
L’elefante nelle nostre cristallerie è il bellissimo, ma in molti casi preoccupante, fenomeno della nuova emigrazione, la cosiddetta fuga di cervelli, definizione insultante sia ai plurilaureati che non fuggono da impegni più gravosi in Italia per andare a fare vacanze intellettuali all’estero sia agli emigrati per ragioni di sopravvivenza, snobbati dall’espressione cervelli che sembra esclusivamente cucita addosso ai grandi esperti. Infatti, fanno parte della nuova emigrazione non soltanto i ricercatori al lavoro in importanti centri di studio; ma anche gli imprenditori che aprono nuove prospettive all’Italia; i giovani che aspirano a un progetto di futuro che non trovano in patria; i pensionati costretti a insediarsi dove il loro misero mensile consente una vita dignitosa; altri esponenti di tutte le classi sociali. In realtà non sappiamo come definire questo flusso incontenibile di persone che accomuna il mondo intero e colpisce massicciamente l’Italia, destinazione storica di popoli invasori, che ne sono stati assorbiti, e recente di chi vi cerca salvezza, ma anche reiterazione della Amara terra mia, amara e bella, che cantava Modugno nell’addio di un emigrante. C’è molto di più dunque. C’è molto di diverso. C’è molto da fare, da proteggere, da dire, anche su questo”.
“Sull’esame della legge di stabilità e del cosiddetto DEF, il documento di programmazione economico finanziaria, - continua la Mangione - ci soffermeremo nello specifico alla luce delle ultime notizie, pervenute ieri, che ci garantiscono che la Commissione Bilancio della Camera ha approvato la redistribuzione proporzionale ai consolati coinvolti di €4 milioni derivati dalle percezioni consolari per le domande di cittadinanza; e ulteriori €4 milioni per il capitolo 3153, ancora gestito dalla DGIT, che dà contributi agli enti gestori dei corsi di lingua italiana. Il comunicato stampa dei deputati del PD, giunto ieri notte, afferma che il Presidente del Consiglio e il Governo hanno rilanciato con la proposta di creazione di un fondo quadriennale di 150 milioni da destinare all’insegnamento della lingua e cultura italiane, considerato intervento strategico. Le sollecitazioni ad avere immediate garanzie in merito alla reintegrazione dei fondi per il 2017 avevano portato prima il Sottosegretario Amendola ad assumere un impegno a valere sui 20 milioni del fondo previsti per il primo anno, e poi il Sottosegretario Della Vedova a confermare in Commissione Esteri l’orientamento del Governo. Il parere della Commissione Esteri sulla legge di Bilancio fa piena fede di questa richiesta e di questo impegno. Se non ci giungessero altre informazioni, potremmo comunque stilare una sorta di schema delle priorità di spesa che ci riguardano e chiedere un quadro esaustivo dei dati di spesa per quelle stesse voci da parte di Regioni, Province Autonome, Città metropolitane, Comuni, enti pubblici e così via, per capire fino in fondo quanto si eroga, e quanto si spreca, a fronte dei tagli che mettono in pericolo le esigenze minime e basilari della nostra esistenza e della promozione dell’Italia all’estero. In parole povere, - conclude il vice segretario generale - non abbiamo più voglia di essere buoni e neppure buonisti.
Ancora, parleremo dei Servizi RAI, anche in streaming, e del rilascio della carta d’identità da parte dei Consolati nei Paesi Anglofoni extraeuropei.  Altri punti potranno essere toccati nel corso dei lavori, man mano che ne emergerà la necessità. Siamo qui per costruire, non per essere schiacciati al nostro interno da qualsiasi camicia di forza procedurale”. (Inform)
 
Serata di musica e cucina italiana di alto livello l'altra sera alla Residenza diplomatica italiana di Cape Town, degna chiusura della prima Settimana della cucina italiana nel mondo.

L'Ambasciatore Donnici ha aperto la bella casa di Upper Torquay alla degustazione dei  manicaretti preparati con grande maestria dallo chef Giorgio Nava. Ogni piatto è stato introdotto da un brano musicale a cui si ispirava. Arcangelo Corelli, Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi solo per citarne alcuni, sono stati interpretati dal soprano Brittany Smith e dal baritono Luvuyo Mbundu accompagnati al piano da Lisa Enghelbrecht.

Apprezzati dai numerosi ospiti sia la musica che le deliziose creazioni culinarie.

Mario Angeli dal suo balcone italiano –

(Seconda e ultima parte) -

Nella puntata precedente (pubblicata il 14 novembre) ho tratteggiato alcuni dei principali retaggi che la Roma classica ha lasciato incancellabili ed a disposizione di tutta l’umanità e che noi italiani spesso trascuriamo, troppo assuefatti alle meraviglie culturali, artistiche e sociali di cui siamo debitori verso i nostri antichi padri e perciò distratti o disinteressati.

Ma Roma, trascinata dalla grandezza del suo passato ed arricchitasi di nuove energie, pur passando attraverso lunghi secoli bui, si consegna all’umanità di oggi grande e bella, acciaccata e violata, ma bella e grande.

Eppure continuo a ripetermi: povera Roma!

ROMA DI MEZZO: non alludo al “mondo di mezzo” ossia al “punto d'incontro tra interessi della politica e dell'imprenditoria e interessi della criminalità organizzata, in cui si organizzano e si trattano vantaggiosi affari illegali, che possono anche prevedere il reclutamento di manovalanza criminale”, come il dizionario Treccani definisce il diffuso malaffare che ha riempito le cronache romane, e non solo, da un anno a questa parte; con “Roma di mezzo” indico invece quella Roma che sta cronologicamente e culturalmente tra quella classica e quella d’oggi, cioè grosso modo dalla caduta dell’impero alla fine della seconda guerra mondiale: è un lunghissimo periodo di quasi 1500 anni, in cui Roma vide ogni sorta di tracollo e di resurrezione, passando da riconosciuta e temuta capitale politica e militare del mondo a cittadina derelitta, per ricostruire piano piano un primato culturale e religioso, frutto della rinascita delle arti che incantarono tutto il mondo e dell’irradiazione del cristianesimo che si diffuse “fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,1-26).

Seppur travolta politicamente e culturalmente dalle orde barbariche che la percorsero e devastarono selvaggiamente a partire dal V secolo dopo Cristo e, a ondate successive, spadroneggiata da armate straniere e da papi indegni, Roma, risorta a capitale del nuovo Regno d’Italia, dopo il salterello fra Torino e Firenze, vacillò quasi mortalmente sotto le scarpe chiodate naziste, che furono le ultime a risuonare con la loro sinistra cadenza sui sampietrini romani, e divenne finalmente e, confidiamo, definitivamente capitale della Repubblica italiana.

Un lungo periodo, tormentato, confuso e disomogeneo dal punto di vista politico ed amministrativo, ma nel corso del quale lentamente si formò e consolidò il culto della classicità antica con la valorizzazione della letteratura e soprattutto della scultura e dell’architettura e con un’esplosione artistica che, più sommessa nel periodo medioevale, raggiunse nel rinascimento e nel barocco vertici che forse neppur la somma delle opere d’arte di mezzo mondo potrebbe eguagliare in abbondanza e perfezione.

Furono secoli duri per il popolo, essendosi persi anche i principi di relativa democrazia che avevano caratterizzato il periodo migliore di Roma antica, per lasciar posto ai capricci delle oligarchie aristocratiche, laiche e clericali, ma almeno la gara alla magnificenza tra le potentissime famiglie ci ha lasciato in dote i tesori di Bramante, Michelangelo, Signorelli, Botticelli, Perugino, Ghirlandaio, Bernini, Caravaggio, solo per citare la minima arte degli artisti a cui il mecenatismo, soprattutto pontificio, commissionò celeberrime opere nelle arti figurative ed in architettura, assai meno in letteratura.

Le cannonate su Porta Pia del 20 settembre 1870 posero fine all’autonomia di Roma, che si poggiava su un innaturale connubio tra spada e croce, coronando il sogno risorgimentale e le ambizioni di Camillo Benso di Cavour (“La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico”, come aveva dichiarato un decennio prima) e diedero inizio alla tribolata costruzione di uno stato nazionale ben più complesso dell’originario ed omogeneo Regno di Sardegna, pur con l’annesso Lombardo-Veneto: si unificò l’Italia, Roma ne fu la prestigiosa capitale, ma il concentrato di problemi, malesseri, scandali, eccessi, illusioni non consentì di dotare né la città né ancor meno la nazione di strutture politiche ed amministrative efficienti e realmente democratiche, anzi, accarezzò i venti di guerra e trascinò la giovane nazione in due disastri bellici.

ROMA OGGI: tracciare la fisionomia di Roma dalla nascita della Repubblica ad oggi richiederebbe spazio ed approfondimenti eccessivi, per cui mi limito a riconoscere il grande cammino compiuto dalle strutture politiche ed amministrative, che, nate buone e sane dalla nuova Costituzione, via via sono però divenute acciaccate e cattive, non già per una loro intrinseca debolezza ma per la frequente pochezza dei politici che le hanno governate.

Neppure è il caso di passare in rassegna i sindaci succedutisi nella città dal 1946 al 2016, da Salvatore Rebecchini a Virginia Raggi: i parametri di confronto potrebbero essere i più svariati, dall’onestà alla compiacenza verso quel “mondo di mezzo” sopra citato, dalla competenza all’imperizia, dalla megalomania alla sobrietà, dalla riservatezza alla petulanza e così via, caratteristiche che i lettori, se lo vogliono, potrebbero attribuire a questo o a quel sindaco; si noti che ho mantenuto volutamente al maschile il sostantivo “sindaco” sebbene l’attuale, Virginia Raggi, rivendichi la variante femminile di “sindaca”, essendo lei indubitabilmente donna ed avendo ormai anche l’Accademia della Crusca accettato i vari ministra, ingegnera, avvocata, magistrata ed anche sindaca; non credo di aver remore sessiste, ma alle mie orecchie un po’ troppo classicheggianti quelle varianti grammaticali al femminile proprio non piacciono.

L’appellativo al maschile o al femminile ha poca o nessuna importanza, essendo invece determinante per lo sviluppo e l’attrattività di una città l’efficienza e l’onestà dell’amministrazione, sindaco in testa: non ho elementi certi per pesare le qualità dei primi cittadini delle città italiane, ma, secondo quanto riportato dal quotidiano Il Tempo di alcuni mesi fa, sembra che, in termini percentuali, il flusso turistico a Milano, Verona, Firenze e Napoli sopravanzi quello di Roma: demerito di alcuni sindaci un po’ chiacchierati e di un insieme torbido di malaffare, devastazione, abbandono, sporcizia, pericolo, invivibilità, caos, topi, truffe, borseggi, che ha riempito le cronache di mezzo mondo? Temo di sì, ma anche di molto altro.

Forse neppure le grandi rovine della classicità, gli immensi tesori dei musei, i palazzi, le piazze, i colli, gli scorci, i ponti, la luce, la gastronomia, i parchi di Roma, il richiamo della cristianità esercitano un’attrazione turistica tanto irresistibile da non far troppo pesare le inefficienze lamentate; non consola nemmeno il quarto posto che Roma godrebbe, secondo stime internazionali, nel confronto con le altre capitali europee, se si pensa che prima di lei si collocano Londra, Parigi e perfino Berlino.

Povera Roma!

Confortano un poco i segnali di un maggior interesse delle autorità capitoline e governative verso la manutenzione, il restauro e la conservazione dei beni artistici, a cui si aggiungono le sponsorizzazioni dei privati, come è accaduto per il restauro del Colosseo, finanziato da Diego Della Valle e la ripulitura, a cura di Bulgari, della scalinata di Trinità dei Monti, che si era ridotta ad un immondezzaio.

Ma sono minuzie, rispetto alla vastità degli interventi da compiere ed all’immane impresa di garantire la sorveglianza e, ancor di più, di educare i turisti sciamannati.

Povera Roma!

Roma potrà anche sfoggiare, unica al mondo, la sua qualifica di città eterna, ma la sua immortalità potrebbe alla lunga mostrare in modo impietoso gli assalti degli anni e il decadimento fisico della grande vecchiezza, ancor più se alla città non verrà garantito, con azioni energiche ed efficaci, il suo ineguagliabile primato culturale ed artistico, che richiami sempre più un turismo di qualità, a scapito dei turisti all’infradito che ciabattano tra le sue meraviglie senza saperne non dico capire ma almeno scorgere l’anima che affiora perfino da ogni pietra.

Povera Roma?

 

Povera roma

(prima parte)

Ciascuno a modo suo, tanti avrebbero buone ragioni per una simile esclamazione commiserativa, pur partendo da presupposti anche assai lontani e diversi fra loro.

In due puntate e in rapido sorvolo, partendo dall’antico glorioso passato di Roma e da alcuni elementi che ancor oggi vi restano saldamente ancorati, proporrò qualche  considerazione sulla Roma attuale, tentando di collegare i due estremi temporali, l’allora e l’oggi, attraversando il lungo tempo che sta nel mezzo.

 

ROMA CLASSICA: che cosa resta del grande impulso letterario e artistico della classicità romana che, assimilando i migliori stimoli delle coeve grandi civiltà assorbite o soltanto sfiorate, generò la cultura occidentale che, sebbene diversificatasi in vari rivoli, ha influenzato anche quelle degli altri continenti?

I suoi monumenti sono spesso oltraggiati dall’incuria dell’uomo comune e degli amministratori, perché “il tempo con sue fredde ale vi spazza/fin le rovine” (Foscolo, I Sepolcri, v. 231-232), tuttavia folle di visitatori accorrono da ogni angolo della Terra, tanti solo incuriositi, ma molti di più profondamente affascinati da quelle rovine che le muse della poesia hanno ingentilito per un tempo senza fine, tanto che, ancora saccheggiando il Foscolo (vv. 232-235), “le Pimplèe [le ninfe della poesia] fan lieti/di lor canto i deserti, e l'armonia/vince di mille secoli il silenzio.

Anche gli studi classici languono, almeno a giudicare dalla scarsa attrazione che il liceo classico esercita sui nostri giovani, essendo soltanto in sei su cento a sceglierlo dopo la licenza media.

Esporre in modo articolato le ragioni di una simile crisi sarebbe troppo lungo, ma vorrei citare almeno una causa, ossia un ottuso operaismo materialistico, che per decenni ha fatto balenare davanti agli occhi dei ragazzi le lusinghe di un impiego rapido e redditizio, da raggiungere attraverso percorsi di studio che privilegiassero la dimensione pratica a scapito di quella speculativa ed umanistica, come se fosse tempo perso gettare lo scandaglio nelle ragioni profonde dell’esistenza e dell’essenza umana, nei suoi limiti come nelle sue quasi divine potenzialità, e penetrare nel suo passato per trovare le migliori chiavi per costruire il presente e progettare il futuro.

Compiendo una banalizzazione un po’ ardita, ossia riducendo alla sola traduzione dei testi latini e greci il grande spettro culturale che il liceo classico esplora e fornisce ai suoi studenti, ci sono ragioni assai valide per auspicare un rilancio di quegli studi, se si condivide l’affermazione della scrittrice Paola Mastracola: “La traduzione è quel meccanismo diabolico di logica e sintassi che ci dà un allenamento mentale e cognitivo unico».

Non a caso i diplomati classici sembrano raggiungere ottimi risultati nelle facoltà scientifiche, come ha riconosciuto Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano.

Buone ragioni per sperare almeno nel mantenimento delle posizioni, se non anche in un auspicabile e benefico recupero del gusto per la classicità, si possono trovare nella nutrita schiera di ottimi latinisti e grecisti che insegnano nelle migliori università italiane e, fuori dal mondo accademico, in alcuni fenomeni di nicchia che però denotano un interesse per la classicità ancora vivo e moderno, tanto all’estero come in Italia: cito Ephemeris, un giornale on-line di informazione generalista proprio come la nostra Gazzetta, messo in rete a Varsavia dal 2004 ad opera di un gruppo internazionale di competenti latinisti, che tratta gli argomenti più svariati dell’attualità utilizzando esclusivamente la lingua latina; oppure Hebdomada Aenigmatum, un periodico di enigmistica, proprio come quelli che abbondano nelle nostre edicole, che però ha il pregio di essere redatto interamente in latino.

Infine merita una citazione l’utilizzo anche di Facebook per divulgare la classicità non solo nella fondamentale componente linguistica ma anche filosofica e artistica: è il caso di Studia humanitatis – paideia o Noi classicisti, che offrono con frequenza, seppure irregolare, pillole di antichità di storia, archeologia, lingua, arte, letteratura ed altro.

Forse alcuni accademici storceranno il naso di fronte a questi encomiabili sforzi di mantenere vive le radici più genuine e autentiche delle civiltà occidentali attraverso un utilizzo dinamico del latino al di fuori delle sedi ufficialmente preposte alla sua conservazione, ma sono convinto che alla solida sopravvivenza di una cultura concorrono più condizioni, tra cui senz’altro gli  studi classici e le felici iniziative divulgative che ho citato.

 

Mario Angeli

JOHANNESBURG - Si è aperta ieri, 25 novembre, e proseguirà sino al 27 a Johannesburg la riunione della Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni Extraeuropei, presieduta dal vice segretario generale del Cgie, Silvana Mangione.

Alla cerimonia di apertura della sede del Com.It.Es., nella sala Puccini del Club Italiano, 7 Marais Bedfordview, sono intervenuti: in rappresentanza dell’ambasciatore Pietro Giovanni Donnici, trattenuto a Città del Capo dalla conclusione delle manifestazioni della Settimana della Cucina Italiana, la sua vice, il primo consigliere d’Ambasciata Marta Gentile; il console generale a Johannesburg, Marco Petacco; il presidente del Com.It.Es. di Johannesburg e coordinatore dell’Intercomites del Sud Africa, Salvatore Cristaudi; il presidente del Com.It.Es. di Città del Capo, Renato Fioravanti; i consiglieri del CGIE Rocco Di Trolio (Canada), Franco Papandrea (Australia) e Riccardo Pinna (Sud Africa).

Indirizzi di saluto anche da parte degli ex consiglieri del CGIE Maurizio Mariano, ora presidente dell’Alleanza Elleno-Italiano-Portoghese del Sud Africa, e Giuseppe Nanna.

Prima dell’apertura ufficiale dei lavori, i partecipanti hanno visitato Casa Serena, oasi di riposo per gli anziani; quindi hanno affrontato l’OdG che, oltre a questioni comuni alle tre Commissioni Continentali del CGIE, introdotti dalla relazione d’apertura del vice segretario generale Mangione (che rappresenta anche gli Stati Uniti), tra cui: riforma dei Com.It.Es. e del CGIE; riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza; nuova emigrazione con la partecipazione dei giovani, che dibatteranno anche la difesa e messa in garanzia dell’esercizio del diritto di voto degli italiani all’estero, recentemente sottoposto ad inaccettabili e ingiustificati attacchi; all’odg anche i temi relativi alla situazione dei connazionali in Sud Africa con le relazioni di Michele Messina per Casa Serena e Adriana De Stefanis per la Società Assistenziale Italiana.

Gli incontri proseguiranno il 26 e 27 novembre con la partecipazione alla manifestazione di fine anno organizzata dagli Asili Mondo Magico, il dibattito sulla promozione e diffusione della lingua e cultura italiane all’estero nella sede della Dante Alighieri, la presentazione degli aspetti dell’associazionismo in Sud Africa, i servizi in streaming della RAI, le procedure di rilascio delle carte d’identità da parte dei Consolati nei Paesi Anglofoni Extraeuropei e altri argomenti inseriti in sede di approvazione dell’OdG o suggeriti dal pubblico formato da componenti dei Com.It.Es., delle associazioni e della comunità italiana e italo-sudafricana.

La Continentale si concluderà con la decisione del luogo e della data della prossima Continentale e la lettura e approvazione delle mozioni, degli ordini del giorno e del Documento finale. (aise)
Si é tenuta l'altra sera la diciassettesima edizione dell’FNB Business Excellence Awards presso il Wanderer’s Club di Illovo, Johannesburg. Durante la serata sono stati assegnati i premi ai vincitori dell’edizione 2016.

Quest’anno l’annuale cerimonia é stata presentata dall’Ambasciata Italiana e dalla Camera di Commercio Italo-Sudafricana.
 
L’evento ha premiato e riconosciuto il contributo della comunitá imprenditoriale Italo-Sudafricana alla crescita economica del Paese. Quest’anno all’attenzione del board della Camera di Commercio sono giunti nomi di imprenditori che si sono distinti per il loro business e i risultati ottenuti.

All’evento hanno preso parte stimate personalitá tra cui l’ambasciatore italiano in Sudafrica Giovanni Donnici, il Console generale a Johannesburg Marco Petacco, il Presidente della Camerta di Commercio Italo-Sudafricana Antonio Cimato, l’Amministratore delegato dell’FNB Business Michael Vacy-Lyle e l’Italian Trade Commissioner Marco Pintus.

Nel suo discorso il presidente Cimato ha incoraggiato la continuazione della programmazione di questo evento in futuro, sottolineando le sue speranze future circa la crescita e l’espansione della Camera. Il Presidente ha ringraziato tutti gli sponsor per il loro supporto e ha espresso la sua sincera gratitudine allo staff della Camera, tutti i direttori e i soci della Camera.

I vincitori dell’FNB Business Excellence Awards 2016 sono:

2016 Business Person of the year:      Antonio Di Loreto
2016 Business Enterprise of the year:  Ansaldo Energia - Fata
2016 Lifetime Recognition Award:       Mathew Giuricich
2016 Chairperson’s Excellence Award:   Gianni Ravazzotti

L’Amministratore delegato dell’FNB Business Michael Vacy-Lyle ha inoltre aggiunto: “Siamo felici di riconoscere, ancora una volta, il contributo delle imprese Italo-Sudafricane all’economia Sudafricana. Il 2016 é stato un anno di sfide per l’economia locale, quindi siamo contenti di vedere che queste imprese sono state in grado di crescere in un ambiente economico difficile.  Congratulazioni a tutti i vincitori; possano loro continuare ad avere successo nei loro rispettivi settori.”

Gli ospiti si sono intrattenuti grazie al cantante, cantautore e produttore Patrizio Buanne. Questo acclamato artista é nato a Vienna da genitori italiani provenienti dalla cittá di Napoli. Ha iniziato la sua carriera alla tenera etá di undici anni e si é esibito a livello internazionale.Buanne ha inciso diversi album di successo e canzoni in inglese, italiano, spagnolo, francese, tedesco, polacco, afrikaans, giapponese e cinese.

Ancora una volta l’evento  é stato un mezzo per aiutare i meno fortunati. Il ricavato della vendita dei biglietti della lotteria é stato donato all’associazione di beneficenza Little Eden, che aiuta da quasi cinquant’anni persone con handicap mentali. Finora é stato raccolto piú di un milione di Rand per questa giusta causa.
 
I vincitori dei  premi della lotteria:

1.     Primo premio: Due orologi Maserati del valore di R35 000 vinto da Norberto Lusi

2.     Secondo premio: Un voucher Italtile del valore di R30 000 vinto da Luigi e Lucy Slaviero

3.     Terzo premio: Un premio offerto dall’azienda SMEG del valore di R17 000 vinto da Jason Mannix

4.     Quarto premio: Un weekend per sei persone presso il Dinkweng Safari Camp del valore di R11 940 vinto da Mr Antonio Indiveri

5.     Quinto premio: Un pernottamento presso l’hotel Southern Sun Hyde Park, più un voucher del valore di R600 per il Luce Restaurant vinto da Mr Vaughn Durant

6.     Sesto premio: Un panettone Loison del valore di R2 500 vinto da Sharnie Coetzee


Nella fotografia, da sinistra a destra: Tony Cimato, presidente dell'Italian-South African Chamber of Trade and Industries; 2016 Lifetime Recognition Award: Mathew Giuricich; 2016 Chairperson’s Excellence Award: Gianni Ravazzotti; 2016 Business Person of the year:  Antonio Di Loreto; 2016 Business Enterprise of the year: Ansaldo Energia - Fata represented by Andrea Chiaratti and Italo  Ballestrelli; Margaret Giustizieri director at Italian-South African Chamber of Trade and Industries.

FNB Business Excellence Awards to Antonio Di Loreto, Mathew Giuricich, Gianni Ravazzotti and Ansaldo Energia

Now in its 17th year the annual ceremony was presented by the Embassy of Italy and Italian-South African Chamber of Trade and Industries.
 
The celebrations awarded and recognised the Italian South-African business community’s contribution to the economic growth of the country. This year laudable businessmen were considered for their business and commercial achievements.

The event was attended by an esteemed list of dignitaries, some included the Ambassador of Italy in South Africa Pietro Giovanni Donnici, the Italian Consul General in Johannesburg Marco Petacco, the President of the Italian-South African Chamber of Trade and Industries, Antonio Cimato, the CEO of FNB Business, Michael Vacy-Lyle and the Italian Trade Commissioner Marco Pintus.
 
Speaking at the awards, Cimato stated that he encouraged the continuation of the legacy of this programme outlining his hopes for the Chamber to grow in strength and numbers. He thanked all sponsors for their support and expressed his sincere gratitude to the staff of the Chamber, all the Directors and members of the Chamber.

The winners of the 2016 FNB Business Excellence Awards are:
 
2016 Business Person of the year:      Antonio Di Loreto
2016 Business Enterprise of the year:  Ansaldo Energia - Fata
2016 Lifetime Recognition Award:       Mathew Giuricich
2016 Chairperson’s Excellence Award:   Gianni Ravazzotti
 
“We are delighted to once again recognise the contribution of Italian-South African businesses to the South African economy. 2016 has been a challenging year for the local economy so we are pleased to see that these businesses were able to thrive in the midst of a tough operating environment. Congratulations to all the winners and may they continue to flourish in their respective fields,” added Michael Vacy-Lyle, CEO of FNB Business.
 
Guests were entertained by baritone singer, songwriter and producer Patrizio Buanne. This highly acclaimed artist was born in Vienna, Austria to Neapolitan parents from the city of Naples, Italy. He began his career at a very tender age of eleven and performed internationally to sold-out theatres and concert venues.  Buanne has successfully released several albums and has recorded songs in English, Italian, Spanish, French, German, Polish, Afrikaans, Japanese and Chinese.
 
 
Once again the event was used as a way to give back to the less fortunate. Little Eden, a home for people with mental challenges benefited through the sale of raffle tickets. To date over a million rand has been raised for this worthy cause.
 
 
The prizes of the raffle
 
First prize: 2 Maserati Watches (a his and hers) valued at R 35 000.
Second prize: Italtile Voucher valued at R 30 000.
Third prize: a SMEG Raffle Prize, valued at  R17 000.
Fourth prize: Weekend away for 6 at Dinkweng Safari Camp valued at R 11 940.
Fifth prize: One night Bed & Breakfast at the Hotel  Southern Sun Hyde Park, plus a R 600 Luce Restaurant voucher.
Sixth prize: Loison Magnum Panettone valued at R 2500.
 
Picture caption - from left to right: Tony Cimato President of Italian-South African Chamber of Trade and Industries; 2016 Lifetime Recognition Award: Mathew Giuricich; 2016 Chairperson’s Excellence Award: Gianni Ravazzotti; 2016 Business Person of the year:  Antonio Di Loreto; 2016 Business Enterprise of the year: Ansaldo Energia - Fata represented by Andrea Chiaratti and Italo  Ballestrelli; Margaret Giustizieri, director at Italian-South African Chamber of Trade and Industries.
 
Mancano pochi giorni al voto, mi permetto di fare un appello a chi è indeciso, non sa, non è informato, non ha capito, è distratto, non gliene frega nulla,  insomma un
 
APPELLO AGLI ONESTI CHE PENSANO DI VOTARE SI.
 
Me ne accorgo, sto diventando esasperato e  questo è sbagliato, ma come cittadino sono veramente indignato.

Non pensavo che mi sarei sentito così coinvolto a favore del NO al referendum ma noto cose così assurde, DISONESTE  e contro il buonsenso che trovo doveroso sottolinearlo a chi mi legge senza preconcetti, soprattutto alle tante persone oneste che in assoluta buona fede voteranno SI pensando così di migliorare l’Italia che tutti amiamo immaginando di innescare un cambiamento in positivo e invece rischiano di cancellare la propria libertà.
 
NON E’ UN DERBY
Innanzitutto non sono d’accordo che il referendum si sia trasformato in un derby pro o contro Renzi e malissimo ha fatto il premier a incentrarlo da mesi sulla sua persona oltretutto spaccando il paese e ricordandoci che una Costituzione dovrebbe unire e non dividere. Reciproche battute sull’ “Accozzaglia” del NO (Renzi) e repliche sulla “scrofa ferita” (Grillo) non sono ammissibili.
 
DEVO PERO’ DENUNCIARE COME GRAN PARTE DELL’INFORMAZIONE NON SIA OBIETTIVA, COME GIORNALI E TV, GRANDI INTERESSI BANCARI E CENTRI DI POTERE SI SIANO SCHIERATI NEI FATTI TUTTI PER IL “SI” MA SOPRATTUTTO MI PREME EVIDENZIARE COSA CI SIA  DIETRO AL VOTO.

VI SIETE CHIESTI PERCHE’ RENZI ALL’IMPROVVISO DECISE DI METTERE MANO ALLA COSTITUZIONE? Aveva mille altre riforme da fare ma la sua scelta (presa dopo le elezioni europee quando credeva di essere leader indiscusso) è stata di poter così avere le mani libere per gestire il potere cancellando i meccanismi di contrappeso che sono l’aspetto più importante della nostra e di tutte le Costituzioni moderne. I frutti avvelenati di un mondo corrotto che si sta consorziando dietro di lui sono maturati presto.
 
IL CASO DE LUCA:  LA CAMORRA AL POTERE ?
 
E’ per esempio inammissibile ed indegno che il Governatore della Campania Vincenzo de Luca convochi e parli a 300  “suoi (?!)” sindaci e con conclamata e plateale offerta di voto di scambio “soldi contro voti” li spinga addirittura a “mettere fra parentesi”(testuale) i loro compiti istituzionali per schierarli perché facciano campagna elettorale per il  SI solo e soltanto per la gestione di imponenti finanziamenti di stato. Leggete ed ascoltate, documentatevi su cosa ha effettivamente detto e agisca De Luca, come lui intenda senza pudore  IL CONTROLLO CLIENTELARE DELLA SANITA’ E DELLA INTERA REGIONE.

 http://www.ilfattoquotidiano. it/2016/11/18/de-luca-al- sindaco-di-agropoli-fai- quello-che-cazzo-vuoi-ma- porta-4mila-persone-a-votare- video/3203425/
 
L’ASCOLTO PENSO FACCIA RABBRIVIDIRE OGNI PERSONA CORRETTA: E’ IL DISCORSO DI UN PREISDENTE DI REGIONE A 300 SINDACI!!!.
EPPURE QUESTO GOVERNO (e questo PD!)  NON SOLO NON NE HA CHIESTO  LE IMMEDIATE DIMISSIONI MA NEI GIORNI SCORSI – dopo lo scandalo -  HA FATTO APPROVARE  UNO SPECIFICO  EMENDAMENTO ALLA CAMERA CON IL QUALE – CONTRAVVENENDO A QUANTO LO STESSO RENZI AVEVA FATTO VOTARE 3 ANNI FA – SI POTRA’ CONSEGNARE” L’INTERA SANITA’ DELLA CAMPANIA  PROPRIO A DE LUCA COME “COMMISSARIO”.

E’  inaudito, inconcepibile, vergognoso, pazzesco.

Ma gli elettori del PD si rendono conto a che punto di immoralità è arrivato il loro partito grazie a Renzi, Verdini ecc? 

Che questo accada già oggi (e per questo mi appello a chi vota SI) mi porta a chiedermi  cha cosa succederà domani quando Renzi o un altro leader - comunque NON votato direttamente dal popolo -  comanderà SU TUTTO e avrà una maggioranza parlamentare bulgara ai suoi piedi e con quella nominerà i vertici dei magistrati, i superburocrati, i vertici militari, l’intelligence e controllerà ancora di più tutta l’informazione.

Il caso De Luca è da manuale, altro che prendersela con quattro attivisti del M5S che avrebbero ingenuamente copiato delle firme (buone) per le liste elettorali a Palermo nel 2012!  EPPURE PER LA RAI – dimenticando lo scandalo di De Luca - QUESTA E’ STATA PER GIORNI LA PRIMA NOTIZIA NEI TG:  VI SEMBRA NORMALE?

Una TV di stato asservita al potere solo nello spasmodico tentativo di delegittimare un partito che evidentemente fa paura alla “Casta”: a voi va bene così? A me no, e non sono un elettore 5 Stelle.
 
IL SILENZIO DI MATTARELLA
 
In questo caos il presidente della repubblica tace. Non una parola, un commento, neppure un blando richiamo ad un “Governatore” che disprezza la legge, la Commissione antimafia e la sua presidente on. Bindi (prima dice che bisogna ucciderla, poi la chiama “calamaro”!). Un presidente che non solleva obiezione per i potenziali brogli nel voto all’estero, che non sollecita i magistrati a decidere per tempo sulla incostituzionalità dell’ Italicum, insomma che se deve criticare il governo perennemente tace.  Impotenza, viltà, imbarazzo?

MA SECONDO VOI MATTARELLA - COMPORTANDOSI COSI’ - SI DIMOSTRA “SUPER PARTES” O SPUDORATRAMENTE DI PARTE?

Se è “di parte” - come i fatti stanno dimostrando - non può allora pretendere il doveroso rispetto da parte di milioni di cittadini perché viola il suo ruolo di “Garante” della Costituzione (almeno finche resta) e della legge. Si avvia sul solco di Napolitano di cui non si sono ancora capiti né resi noti i collegamenti con personaggi squallidi sia della grande finanza che della mafia: di sicuro gli ultimi 3 Presidenti del Consiglio non sono stati neppure votati e Renzi non è neppure deputato.

Sentire pontificare Napolitano in questi giorni fa prima di tutto una grande tristezza.
 
ASSURDITA’ E DEMAGOGIA
 
Torniamo al referendum: in un’Italia che non funziona ci sono e c’erano leggi ben più importanti da fare che non questa riforma, oltretutto dipingendola come “ultima spiaggia” quando invece la Costituzione del 1947 è già stata emendata molte volte e potrà esserlo anche in futuro. Non capisco poi perché per cambiarla ci vorrebbero “vent’anni” (come sostiene Renzi), anzi “trent’anni” (come sostiene Alfano) visto che lo stesso Renzi ha compiuto tutto l’iter costituzionale di modifica in 1000 giorni e già ha perso tre mesi solo con questo referendum già previsto per ottobre e da lui rinviato per paura di perderlo.

Ma ci rendiamo conto che vincendo il SI
• Perderemo il diritto di votare per il senato
• Perdiamo il diritto di votare per le ex province (che restano, ma si chiameranno “aree vaste”), con grande ipocrisia.
• Che i presunti risparmi della politica citati da manifesti del PD saranno minimi (stimati dalla ragioneria dello Stato meno di 50 milioni sugli oltre 1000 milioni di costi annui del parlamento) e che non si toccano tutti gli altri costi del governo (aumentati con Renzi in maniera spropositata) e delle regioni
• non c’è il minimo taglio alla spesa pubblica pletorica di migliaia di enti inutili e il  “riaccentramento” dei poteri a Roma che potrà distribuire come vuole è folle (lo dimostra proprio il caso-Campania), contro la trasparenza e contro il buonsenso!
• Il testo della Costituzione diventerebbe illeggibile (il solo articolo 70 passa da 9 a 438 – quattrocentotrentotto! – parole). Infatti chi riesce a leggerlo NON vota più per il SI  (provateci!!!) e cambiando 47 articoli su 139 si scoordina tutto il testo. QUINDI NON SI SEMPLIFICA MA SI COMPLICA
• Collegando la Costituzione all’ “Italicum” si affida a un premier (non votato) tutti i poteri condizionando anche le elezioni successive, tra l’altro con i nomi degli eletti già in gran parte bloccati anche nell’UNICA Camera che resterebbe, dove un partito anche del 20% (magari anche solo rappresentante il 10% degli italiani) prenderà con il premio di maggioranza il 54% dei seggi. Secondo voi questa è democrazia?
 
LA BUONA FEDE DEI  SI
 
Eppure capisco che tanta gente voterà SI perchè – sostiene - “almeno cambiamo finalmente qualcosa” ma senza rendersi conto (perché NON glielo spiegano) che così si cade dalla padella alla brace, si peggiora la situazione attuale e che il nuovo testo costituzionale è contraddittorio e malfatto.

Oggi c’è Renzi, ma domani potrebbero approfittare di questa macelleria costituzionale CHIUNQUE, ma una Costituzione è sempre per i decenni futuri, non va  plasmata a favore di chi comanda al momento!

Per questo invito a riflettere e  a votare NO  anche perché è gravissimo che la stessa Corte Costituzionale non abbia battuto ciglio per un quesito spudoratamente “di parte” né voluto lo spacchettamento dei quesiti, né si sia espressa sull’ “Italicum” ma abbia invece  rinviato ogni decisione (scontata) di dichiararlo incostituzionale al dopo voto solo per favorire il governo, dimostrazione conclamata di una “giustizia ad orologeria” !

E’ poi indecente che la campagna mediatica del voto al SI punti alla presunta rovina impellente: spread, tassi, economia, se vincesse il NO sembra che crollerebbe tutto ed invece – semplicemente – si manterrebbe temporaneamente l’attuale Costituzione e si potrebbe mettere mano a riforme più serie. NON SI VOTA CON LA PAURA ! Questo si chiama condizionare il voto e spero solo che il gioco sporco ( che non è riuscito negli USA e per la Brexit  nonostante la propaganda debordante) valga anche per l’Italia.

Comunque andrà a finire il paese si è spaccato e ancor più lo sarà dopo il 4 dicembre, chissà se Renzi ha finalmente capito che ne porta una buona fetta di responsabilità.
 
SICUREZZA A MILANO
Secondo i dati ufficiali a Milano tra militari, carabinieri, poliziotti e guardie di finanza ci sarebbero già schierati 10.500 uomini, oltre alla polizia municipale.

Apprendere che Alfano invierà “ben” 150 soldati in più per presidiare la città non sembra cambiare molto il desolante quadro generale, anche perché quando occasionalmente i delinquenti vengono presi poi vengono subito prontamente rilasciati.

E’ accaduto anche a seguito della rissa di sabato notte sotto il palazzo della regione (con relativo accoltellamento) debitamente filmata, con tutti e quattro i filippini “fermati” che sono stati rilasciati per ordine del magistrato già lunedì mattina. Resta per uno di loro solo “un obbligo di firma” in questura una volta la settimana. Sarebbe interessante sapere come lo riprenderanno  se non dovesse neppure passare a firmare.

Espellerli in 24 ore o tenerli in galera per un po’ non sarebbe stato un esempio migliore?
 
RICORDO DI GAETANO RASI
 
Ha raccolto poco spazio nelle cronache  l'improvvisa  scomparsa - a quasi 90 anni - del prof. Gaetano Rasi, una delle persone più serie, colte e preparate che mai ho conosciuto.
Parlamentare, professione universitario, scrittore ed economista di valore fu ministro del governo Dini ma si dimise - dopo un solo giorno! - perché non condivideva le imposizioni di linea economica  del presidente Scalfaro al nuovo premier.

Era un caro amico e so che mi voleva bene, ma proprio avendolo conosciuto ho potuto apprezzare il suo lavoro, la sua preparazione umanistica ed economica, la lungimiranza e rettitudine legata alla sua innata coerenza politica.

Pochi avranno sentito parlare di lui: non era certo uomo da "Porta a Porta" o da talk-show eppure se i suoi suggerimenti economici fossero stati più ascoltati non ci troveremmo nel caos di oggi. Certo era l'antitesi della "politica dei bla bla" perché rigoroso, concreto, conseguenziale nei suoi ragionamenti.

Uomo profondamente di destra, serio, cattolico coerente e gran signore, era ovviamente critico su molti personaggi apparsi alla ribalta in questi decenni e quindi debitamente emarginato, anche perché contrario non solo alla politica delle parole ma anche a quella degli annunci, di solito superficiali e demagogici, senza  concretezze.

L’Italia dovrebbe ricordarlo con un GRAZIE  per tutto quello che ha trasmesso e insegnato,  sapendo che avrebbe meritato ben più attenzione e rispetto. 
 
Un saluto a tutti!                                                            
Marco Zacchera
 
 
 
 
Un tempo c'era a Sea Point, proprio di fronte all'Adelphi Centre, il Ristorante-Gelateria San Marco, dove i sudafricani che non potevano permettersi di gustare la gastronomia italiana potevano almeno concedersi un vero gelato italiano. Era la creatura di Luigi Scaglia, ristoratore monfalconese - che oggi potrebbe essere agevolmente uno "Chef Stellato"- di una generazione che ha reso popolare in questo paese la cucina italiana e che ha dato un grande contributo al prestigio conquistato con sudore e bravura dagli italiani che vi arrivarono durante la seconda guerra mondiale e subito dopo.
 
Oggi il San Marco di Sea Point non c'è più e quello del Waterfront e ormai soltanto un'imitazione e purtroppo non c'è più neanche Luigi. Se n'è andato la settimana scorsa, quietamente come aveva vissuto, portato via da un male che continua a uccidere anche se non fa più tanta paura. Il funerale sarà celebrato sabato prossimo, alle 11, nella chiesetta di Holy Cross del District Six, in Nile Street, che amava frequentare la domenica nei mesi che da anni trascorreva a Città del Capo dopo aver speso i mesi estivi italiani nella sua amata Monfalcone, attratto dalla nostalgia per la gioventù e dal gusto di esprimersi in "bisiacco" con gli amici che aveva recuperato 50 anni dopo essersene andato a cercare fortuna in Africa.
 
Luigi Scaglia apparteneva infatti a un piccolo esercito di 110 giovani italiani che il governo sudafricano degli anni 50 era andato a reclutare in Italia per offrire un servizio di qualità ai viaggiatori che dovevano spostarsi in giro per tutta l'Africa Meridionale e Orientale sui treni delle ferrovie sudafricane, ancora prigioniere del sogno di Cecil Rhodes di potersi spostare da Cape Town al Cairo restando sempre, almeno metaforicamente, in territorio sudafricano. Tutti ragazzi con una gran voglia di crescere e affermarsi, che dopo il contratto con le ferrovie avevano aperto ristoranti un po' dovunque. Luigi Scaglia lavorò per qualche tempo al Cafe Royal di Cape Town e quando gli capitò l'occasione di mettersi in proprio non se la lasciò sfuggire e acquistò il ristorante "Lerici" di Rondebosch, probabilmente aperto da qualche collega ligure.
 
"A quell'epoca - raccontava - non c'erano ristoranti italiani mediocri: o il meglio o niente". E lui sicuramente offriva il meglio, tanto è vero che poco tempo dopo impegnava il suo nome "Luigi's" in un nuovo ristorante a Woodstock, all'epoca un sobborgo pieno di vita e di benessere grazie alla presenza soprattutto di una fiorente industria tessile e manifatturiera che vantava essa pure numerosi nomi italiani.
 
Intanto aveva sposato per procura la sua fidanzativa monfalconese, Laura, che gli dava man forte nel ristorante e nel tempo libero metteva al mondo due figli, prima Alessandra e poi Maurizio.
 
Nella ristorazione la fama e il successo pieni arrivarono con il San Marco di Sea Point, succeduto a un precedente Venezia che pure si era guadagnato una buona fama. Un locale tipico italiano, con il prosciutto, i formaggi e gli altri prodotti tipici italiani ben in vista, che attirava tutti i notabili della città, dai politici agli imprenditori, nonché gli esponenti della comunità italiana.  Accanto al ristorante la gelateria San Marco, dove finalmente i sudafricani che conoscevano quasi esclusivamente i prodotti confezionati e il "soft-serve" delle macchinette potevano finalmente apprezzare il vero gelato artigianale italiano. La fila dei clienti e specialmente dei bambini in attesa del cono era uno spettacolo quotidiano e non di rado a formarla vi erano scolari delle zone povere alle quali la possibilità di assaggiare un buon gelato era stata offerta dalla generosità del buon Luigi. Alcuni di loro forse sabato mattina saranno a Holy Cross per dargli l'ultimo saluto.
Cinquecento persone - fra vecchi, anziani, giovani e bambini, italiani e no - hanno occupato ogni spazio disponibile nel grande salone delle feste del Club Italiano di Città del Capo per la festa del cinquantesimo anniversario della sua fondazione. Fra loro anche alcuni soci fondatori e discendenti di quelli che erano già avanti negli anni quando il sodalizio rinacque nel rione di Rugby dopo aver vivacchiato per alcuni anni in Kloof Neck Road, proprio dove le case più in alto sono sulle pendici di Signal Hill. Davanti alla porta ad accogliere tutti la presidentessa Chrystal Grauso, lei stessa cresciuta in questa "casa via da casa", e sugli scalini il tappeto rosso delle grandi occasioni, questa volta steso per i soci, gli ospiti più importanti. Un traguardo importante, una bella festa.
 
Chrystal è stata perfetta nel suo ruolo di padrona di casa, ha accolto tutti gli ospiti, dal primo all'ultimo, ha assegnato a ciascuno un posto a tavola e poi è salita sul palco per ringraziarli e dare a ciascuno il benvenuto. Fra loro anche alcuni ospiti amici del club, compresi il console Alfonso Tagliaferri e il vice console Antonio Rapisardi, ai quali Pietro Sangiorgio ha fatto omaggio personalmente del libretto da lui messo insieme con tanta passione e stampato per lasciare ai soci del futuro una memoria delle origini, faticosamente ricostruite attraverso interviste agli amici che con lui hanno condiviso questi primi cinquant'anni al club.
 
Nel suo discorso, come sempre sintetico, la Grauso ha ricordato i fondatori che risposero negli anni sessanta all'appello di padre Maletto, primo cappellano degli italiani del Capo, che aveva trovato qui una comunità smarrita e disorganizzata, che probabilmente stava perdendo la propria identità linguistica e culturale, affinché il Club Italiano diventasse veramente una bandiera, una casa, un luogo dove ritrovarsi ed essere fieri delle proprie radici. Poi ha ricordato i primi anni di quella comunità sociale che aveva bisogno di spiriti pionieristici e nel cui ambito si distinsero le donne che si divisero il compito di alternarsi in cucina per provvedere alle "faccende di casa", senza le quali non ci sarebbero stati nè pranzi nè cene sociali, almeno fino all'avvento dei fratelli Palmieri che hanno assunto la gestione della cucina e dato un assetto stabile al ristorante, diventato un punto di attrazione anche per i residenti non italiani e per tante associazioni del circondario che avevano bisogno di una sede dove incontrarsi e svolgere la loro missione comunitaria. Anche grazie a loro, oltre che ai soci e ai dirigenti che si occupano di ogni minimo dettaglio della vita del sodalizio, oggi il Club Italiano figura fra i dieci migliori del Capo.
 
Breve anche il saluto del console, che ha tenuto a distinguere fra compleanno e anniversario, dove il primo può essere meramente una data del calendario da festeggiare quando si ripresenta ogni anno, mentre il secondo è la risultanza di tanto lavoro e di tanta dedizione.
Un viatico speciale che ha reso indimenticabile questa celebrazione è stata la storica vittoria degli Azzurri contro gli Springboks il giorno precedente a Firenze, la prima di sempre, che ha caricato d'orgoglio tutta la comunità e ha contribuito a una più entusiastica patecipazione generale al canto dell'Inno di Mameli per il quale Renzo Ciman ha scoperto nei polmoni gran parte dell'energia che in gioventù l'aveva reso con i fratelli e sorelle protagonista di tante belle feste al club. Non meno sentito da tutti l'inno nazionale sudafricano, non soltanto omaggio dovuto ma testimonianza d'amore verso questo paese che ha dato a tutti generosamente opportunità di crescita e di benessere.
Un cinquantesimo da ricordare e una pista da seguire per le nuove generazioni di italo-sudafricani, che sicuramente hanno molto meno bisogno dei loro genitori di una "casa via da casa" ma hanno sicuramente ancora bisogno di restare legati almeno linguisticamente e culturamente alle loro radici, che sono fra le più antiche e nobili nel grande crogiuolo della famiglia umana.
Nell'occasione della festa per il cinquantesimo anniversario della fondazione del Club Italiano del Capo è stato presentato un libretto commemorativo realizzato da Pietro Sangiorgio (nella foto con il console Tagliaferri, il vice console Rapisardi e la presidentessa Grauso). Ne riproduciamo qui la parte centrale, in cui l'autore ripercorre la storia dei primi passi del sodalizio:

Preface:
This story is long overdue and we regret that we did not put “pen to paper” when we celebrated our Silver Jubilee or later at our 40th Anniversary and now we take this occasion to write “the story” for our children and grandchildren to know the people and events that made this happen. This is about establishing a “home-from-home” for Italian immigrants who decided to settle into Cape Town and the events following and leading up to the present time. While many people and events will be remembered in this story some may be missing and for that matter some of the people and events may be inaccurate as a result of the “memory loss” as many of the “architects” involved in establishing the Italian Club Cape Town are no longer with us to correct the information and therefore those people may not be given credit for their contribution. However, we can draw comfort from the hope that with time putting this story on paper may allow the family and friends of the “club” to reflect on these details, stimulate their memory and provide us with more accurate details of the people and events.

 To those people who provided us with this information and were happy to discuss the information over a cup of coffee, we are grateful for giving us these valuable bits of information before and after the “club” was established in Rugby, Cape Town. Some of the difficulties in writing this story were the conflicting views and then the difficulty confirming the details and so we have tried to find a “middle ground”. Now that this process has started we will be able to tell a story of the people and events and build thereon, it will also allow us to pay tribute to these people who started a process over 50 years ago and who saw fit to not only serve the Italian community but also the local community as well and we wish to acknowledge and thank them for the work they have started in this souvenir booklet.

 Therefore, the objective of this story is to start a journey and hopefully with time a more accurate story may be written and kept for future generations which will inform and inspire our children about the “club’s” personalities, events, and achievements. Hopefully, having collected and corrected information, we have recorded important lessons in making a contribution to our community and society. By reading this story may it become a “living document” for future generations.
 
Introduction
Once upon a time 58 Italian men and 3 Italian companies (Alitalia Airlines, Lloyd Triestino & Moni Brothers ) left their native land Italy in Europe to travel to Cape Town to settle with their families more than 50 years ago. The record books show that Italians were already in South Africa as far back as the 19th Century with the formation of the “Società Italiana di Mutuo Soccorso e Beneficienza” way back in 1890.
 
Some of the early Italian settlers were from Sicily and Puglia (Siciliani e Molfetesi) and were assisted by the Salesian Fathers at the Institute in Cape Town who helped them overcome the difficulties of conversing in English. Other Italians arrived some time after The Great War between 1918 and 1920 when conditions in Europe were tough and Italians who wanted a future for their families decided to emigrate (from Italy) to Africa and make Cape Town their home. And again with the outbreak of the World War II, thousands of Italian prisoners of war (POW) were shipped to South African concentration camps and many of these Italians stayed on after World War II and married Italian girls from families who were already resident in Cape Town and elsewhere in South Africa.

 It was in 1950 that the Reverend Father Lorenzo Maletto, of the Consolata missionaries arrived from Kenya, as chaplain to Italians in Cape Town. He writes in his diary, “to have found here sheep without a shepherd, far from home, even the best of families have abandoned almost all religious practice. To my question about why not attend neither the church nor the sacraments; the answer is always the same. The priests speak English and we do not understand them our English is too poor and we get bored in church. These priests also are not interested in us”. Taking this concern to the heart Father Lorenzo got to work amongst the Italian community and became their shepherd, involved in organising events for the youth, centred at Consolata House in Grotto Road, Rondebosch. During the week he would visit the sick at home or in hospital and arrange funerals. On Sundays attend to their spiritual nourishment for Christenings, weddings and birthdays; these would be celebrated after Holy Mass on Sundays in the Salesian’s chapel Somerset Road, Cape Town. These were opportunities for new Italian immigrants attending Holy Mass to meet and socialize with the local Italian families and as a result many of the Club’s members today owe their current status (families, children and grandchildren) to Father Lorenzo’s endeavours and concern for the Italian community.

 The past president of the Italian Club Cape Town Patrizia Di Gia’ fondly reports of the inauguration of the “Circolo Sociale Italiano” club at “Villa Del Monte", on Saturday, 8th August  1953, at the second last house at the top of Kloof Nek Road, the road that leads to Table Mountain. And so the 1st Italian Social Club was formed on the slopes of Table Mountain with basic facilities such as a recreation room and a reading room with a library set aside for the community and later building “bocce” bowling lanes to create a more social atmosphere. In his opening address the 1st president of this social club, Dr. U. Foresta (founder member of the ICCT) thanked Princess Ida Labia for her valuable work and contribution in the establishment of the new social and sports club. The inauguration was attended by the Italian consul Mr Barone who thanked Princess Labia for her valuable contribution in the postwar period in realizing the Italian dream by establishing a central venue for Italians to meet in Cape Town. However, for the bigger events such as Italian Republic Day celebrations, the Italian community would gather at the Italian Consul’s residence in Rondebosch, Fresnaye, Lakeside, Bishopscourt, Rontree Estate etc.
 
 With time the Italian community grew and so did the need for a bigger and more central place to meet and relax over a glass of “vino” or a cup of espresso with their family and friends and help each other. It can also be said that God works in mysterious ways in bringing together 60 Italian men and 1 Italian priest to pool their resources, convinced that something had to be done to improve the lives of Italian immigrants in their new land of opportunity. Cape Town was different in those days with immigrants living under a government with racial barriers. And so, these 61 men came from different towns and cities in Italy and were to leave an Italian mark on the Cape Town community with its Cosmopolitan blend of people from Portugal, Israel, Germany, Austria, France, Holland, Switzerland, and England to mention but a few nationalities. History remembers these Italian men who felt it was their responsibility of finding a “home-from-home” for Italians settling in Cape Town and then administering the affairs of this “home” until the present time.
 
The Family (1965 and 1966)
The year is 1962 and 58 Italian men, 3 Italian companies (Alitalia Airlines, Lloyd Triestino & Moni Brothers) and the Catholic chaplain to Italians, a certain Catholic priest Padre Maletto, met to discuss the building of a club house whereby Italians can congregate with particular attention for Italian immigrants arriving in Cape Town, to play sport, have a meal and meet the local Italians who could help them in settling into South African conditions.  It was agreed that a clubhouse would be built and Messrs A De Candia and A Traverso (1st and 2nd elected Presidents) with a number of founder members met to discuss the building of a clubhouse, they proposed that a simple building should be built with no fancy features, starting with a big hall, kitchen, dining area, bar, changing rooms and an office, which would be upgraded as funds became available.

 After many meetings, a venue was found and plans were drawn up and presented to the Cape Town City Council and in 1963 permission was granted for the Italian Club to be built on vacant land in Rugby and a 25-year lease was drawn up (renewed in 1988 for another 25) and signed with the City Council. So it can be said that Messrs A De Cania and A. Traverso and their Committee at the time were instrumental in the construction of the Italian Club with selected facilities.  So in January 1964 Italian businessmen started construction of the building, and thanks to the generosity of many Italian builders and businessmen who supplied building material and provided labourers. During this time as the club house was starting to take shape fundraising functions were arranged to pay for the material and labour. The fundraising events were held such as the “Borsallino Evening” organised by Lello Turilli, this being a dinner/dance with participants dressed in “Roaring Twenties / Al Capone” period dress. Then, there was an International Fair with participants from the Welsh Male Choir and an International Food Fair with food stalls from various nationalities and many other functions to raise funds and also to build a community spirit.

 And so with the delivery of bricks, sand, cement and manual labour, the vision of the Italian men and the Italian chaplain was being realised. This building project also created an opportunity for the Italian men to sponsor Italian bricklayers to immigrate to Cape Town and they, together with the local Italian builders, built the club. During the building operation the football field needed careful attention especially through the dry summers of 1964 (hottest day March 10 at 37*C), and 1965 (hottest day January 27 at 36*C). Having planted the grass and fertilizing it in 1964, lots of water was needed not to mention the ongoing removal of the rubble, weeds and flattening mole hills. It was in the summer of 1965/66 that the football field was marked and goal posts erected, ready for the 1st IFA football match at the Club in the winter of 1966. Besides being a venue for sports such as bocce and football, allowance was made for the ladies who played badminton; it is for this reason that the hall ceiling is so high.

 With the completion of the club house in March 1965, this dream to build a “home” with sporting and dining facilities was finally realized at 16 Donegal Street, Rugby, Cape Town, and on the 20th November 1966 the Italian ambassador His Excellency Mr. Augusto Assettati inaugurated the Italian Club Cape Town (ICCT). We can now look back with great pride and joy to these men whose vision it was ,“.......to promote, foster, provide and retain facilities for social, sporting and cultural activities amongst the Italian people and to facilitate their settling down in the South African community” (ICCT constitution). And so the Club became a “home” not only for the Italian community but for other nationalities and the local community as is evident today where both young and old can meet their friends and family to play sport, have a meal, and exchange news in their native (Italian) tongue.
 
Those Men and their Wives
The management committee together with our members can now look back with great pride and joy and pay tribute to those men and their wives who were able to create a “home” for the Italian community in Cape Town and contributed to the growth of the Italian Club enabling management and members to provide a “home” for future generations. As their descendants we are called to preserve our Italian culture and family values here at the Italian Club. This is part of our heritage and as custodians of Italian culture and family values we are called to continue the work started more than 50 years ago. It is to those founder members (and their wives) listed below that we, the management and members, wish to remember in this 50 year story booklet and pay tribute to them for their vision and contribution over the years.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Shared Vision
Community happens only to the extent that members see a vision and together pursue it and that can be said of the wives of our members who had a remarkable commitment in helping their husbands with one heart and mind to create a homely atmosphere for both their “men”, children and the new Italian immigrants.  This commitment supports that maxim, “a way to a man’s heart is through his stomach” and judging by the early days of kitchen duty (i.e. before the Palmieri brothers came along), it may be true to say that a way to a woman’s heart is through her stomach. The ladies speak fondly of those early days when with great enthusiasm and camaraderie they worked in the kitchen and dining area with their husbands.

 The club facilities were open many Saturday evenings to raise funds by holding dinner/dances to which prominent dignitaries were invited including members of parliament. Sunday lunches were popular in particular in the winter months when football matches were being played and in the evening pizzas were served for those who missed the lunch. During the week on Wednesday evenings dinner was served and the 1st Friday evenings of the month was a very popular date to keep at the club as a special fish menu was served; the fish supplied and cooked by Nicola Scali, Adolfo Di Giovanni and Leonardo Ganci, to mention three men who donated and cooked the dinner. We have no doubt that many other Italians contributed towards these events and there was lots of competition. And so while the husbands were at work the ladies were at the club dusting and sweeping the floor, preparing the tables and food and stocking up provisions of food and wine. Mrs Fiorini fondly recalls that during the presidency of Mr Mottalini, he would be in the kitchen cooking and then would disappear for a short while and reappear dressed up in his tuxedo ready for duty as Master of Ceremonies at the fundraising in the hall.

 At a later stage the ladies kitchen committee decided that all club members should be invited to participate in the kitchen duties and proposed that the Sunday lunches should be planned on a rotational basis whereby members from the different regions of Italy be invited to cook the Sunday lunches. This was unanimously welcomed by the members and a roster was drawn up whereby those members from the different regions would cook thus giving some a break from kitchen duty. This plan of theirs brought more life into the club; the labor was free and given from the heart and it created lots of regional competition to see whose meal was the “taste from Italy”. And so while the wives got the kitchen organized, preparing the food, arranging tables, waiting on tables and washing up, the men were at the stoves cooking up a “storm”. While this may sound rather romantic there was a lot of sweat, hard work and late night, for example, after a busy Saturday evening dinner/dance fundraising, the husbands and wives would go home to freshen up and get back to the club to prepare for Sunday lunch.

 During the winter season with Sunday football the club “came alive” and while the Italian football teams were playing the ladies were preparing rolls (mortadella was the favourite) and pizzas for supporters while lunch was being served. I fondly recall the ladies trying to keep up with the demand and while we waited in the queue outside the kitchen for our food we were entertained by the men playing cards, drinking espresso, smoking and getting quite excited in the usual Italian manner. The ladies committee (and husbands) involved in kitchen duty in those early days were; Natalina Borean, Giuseppina Loi, Mrs Ciman, Elvira Sabatti, Maria Nebuloni, Alba Naggi, Miki Ciman, and Anna Fiorini. No doubt there were many other wives involved but due to “memory loss” and time these names are not available. The pure pride and joy of husbands and wives working together with great enthusiasm cooking and serving their fellow countrymen cannot be described in words but will live on in our hearts and minds.

 During the presidency of Mr Pino Giardino the demand for meals and seating grew and the dining facilities became cramped and the ladies committee took a decision to extend the dining area to which the Management Committee had very little say in the outcome. The extension to the dining area was built to create a proper dining area in keeping with best practice and shortly after this the Club employed a husband and wife team (name not available), who cooked some gourmet Italian meals on Sundays and in particular at club fundraising functions. One of our loyal members Mirella Capocecera (Kunz) recalls as a young girl that the new chef had a German Shepherd dog that followed him everywhere and would patiently lie on the kitchen floor while husband and wife cooked. The bar was "Men only", women and children would be served at a kiosk window to the bar by the 2 friendly barmen, Charlie and Patrick who worked every Sunday at the club for many years and were much loved by everyone.
 
Festive Occasions
The seasons of Easter, Christmas and New Year are always special occasions at the Club for Italian families to celebrate together. The Christmas season can be a lonely time for those who do not have a family or whose family is on another continent and the memories of those days spent with their family can be an extremely tough time when everyone is greeted with a “Buona Pasqua”, “Buon Natale” and “Buon Anno”. It is at times like this that Italian immigrants draw comfort celebrating amongst newly made friends at the Club and it is at times like this that the vision of our founder members “bear fruit”, when men and women of the same culture come together and enjoy themselves with traditional Italian meals, a glass or two of vino or spumante and speaking in their mother tongue is a great comfort to them. These events provide opportunities to form long friendships and we are told that even marriage proposals were made and recorded in the story book. These events and other events like Italian Republic Day, Mother’s Day and Father’s Day are now part of our club tradition, albeit for Father’s Day, rumor has it that the modern Italian families stay at home because their wives do the cooking while on Mother’s Day the Italian families come to the club so that the husbands don’t have to cook under the pretence that they are treating their wives!
 
Sotto questo titolo - La nostra Gazzetta compie 11 anni e cambia - lo scorso 10 ottobre abbiamo pubblicato una spiegazione di quanto stava accadendo a questo sito, che aveva appena compiuto 11 anni. Il giorno dopo è andata online la nuova versione della nostra Gazzetta e la vecchia è finita in archivio, dove comunque i lettori possono raggiungerla. Sfortunatamente, i commenti inseriti in quella sede sono visibii soltanto a coloro che visitano il vecchio sito. E' così accaduto che un commento lasciato da un affezionato lettore non è mai stato pubblicato. Adesso il lettore ce l'ha inviato per posta elettronica e, proprio perché non è un commento addomesticato, abbiamo deciso di pubblicare qui il nostro annuncio di allora e la lettera del lettore. Eccoveli:
 
La nostra Gazzetta compie 11 anni e cambia
 
Cari lettori,
questo sito che abbiamo voluto chiamare prima "La Gazzetta del Capo" e subito dopo "La Gazzetta del Sud Africa" ha compiuto undici anni e sta per cambiare di nuovo, nell'aspetto se non nei contenuti. Nei prossimi giorni vedrete comparire il nuovo formato, forse oggi stesso se tutte le procedure andranno per il verso giusto.
Un cambiamento dettato dalla voglia di rinnovare ma anche dalla necessità di adeguarsi alle nuove esigenze dei programmi che dobbiamo utilizzare, i quali invecchiano anche loro, proprio come noi. Ci auguriamo che il nuovo formato vi piacerà e che vorrete continuare a seguirci. Tenete d'occhio il sito e appena saremo in grado di farlo vi diremo dove e come potrete trovare la nuova Gazzetta del Sud Africa e dove e come potrete comunque continuare a visitare questa vecchia amica che va in pensione se avrete bisogno di rivedere qualche articolo prima che il trasferimento di tutto sia completato. Buona lettura.
 
A Piero Ferrari non piace
 
Caro Direttore, grande nostalgia per questa vecchia versione che va in pensione. La nuova versione è imbarazzante a mio modesto parere e per il momento mi permetto di dare un giudizio negativo che ripeto solo personale ma ovviamente continuerò a seguire la Gazzetta perchè a me interessano i contenuti che non sono cambiati, poi l'impostazione del sito è un'altra storia, ci sono quelli di serie A che fanno i siti e poi quelli di serie B ma quello che contano sono i contenuti.
Giudizio negativo sul sito, giudizio sempre assolutamente positivo sulla direzione di Ciro Migliore per questa Gazzetta e per i contenuti che io apprezzo molto.
 
Saluti da Piero Ferrari
 
Piace a "Made in Italy"
 
Gentile Direttore, 
innanzitutto ci consenta ci rallegrarci per la nuova ed elegante veste grafica del sito della Gazzetta del Sudafrica.
Ci rifacciamo vivi dopo qualche tempo, per chiederle se fosse interessato a ospitare ancora il nostro programma radio settimanale "Made in Italy" sul suo nuovo sito, continuando così la collaborazione che avevamo felicemente avviato in un'ottica di networking tra tutti i soggetti che si danno da fare per promuovere la nostra identità e presenza nel mondo.
Non le nascondiamo che saremmo davvero onorati di poter continuare anche con lei.
Con l'auspicio di un suo cenno, la salutiamo cordialmente!
 
Luca Giacon
Producer "Made in Italy"
 
Cari lettori,
Si avvicina il 4 di dicembre e spero che sempre più lettori si informino bene sul quesito referendario non limitandosi a un ”derby” pro o contro Renzi. A mio avviso è la riforma costituzionale in sé a non reggere con articoli contorti e illeggibili (provate a capire per esempio  il nuovo articolo 70, che da 9 passa a 438 parole!). Il centro-destra però sembra smarrito con Berlusconi che sotto sotto tifa Renzi e intanto ha affondato anche Parisi salvo poi lamentarsi:  “NON HO EREDI..”. Certo, li ha regolarmente fiocinati tutti !!
Al centro-destra servirebbero elezioni primarie vere di schieramento per trovare il futuro leader e intanto farebbe bene a non scannarsi tra le sue diverse componenti anche perché - come forza di opposizione al PD - il MOVIMENTO CINQUE STELLE appare ogni giorno ben più unito e credibile.

Intanto – come sottolineo più avanti - il fronte del NO dovrebbe ricompattarsi subito con proposte alternative unitarie come quella di UNA ASSEMBLEA COSTITUENTE per studiare un nuovo testo costituzionale che, dopo opportuni sondaggi,  interpreti veramente le volontà degli italiani. Ne parliamo su questo numero de IL PUNTO mentre negli USA piovono infinite quanto scontate critiche su Trump… lasciatelo lavorare e poi si giudicherà!

GLI AUTOGOL DEL NO
Ma il composito fronte del NO – soprattutto sul fianco destro - vuole vincere davvero il referendum del 4 dicembre o invece rischia di  perderlo?

Il dubbio è legittimo visto che mentre IL MOVIMENTO CINQUE STELLE e LA SINISTRA DEL NO proseguono nella loro campagna, a destra ci si sta sbranando per potenziali leadership dimenticando l’oggetto e l’importanza strategica dell’appuntamento.

Non condivido di trasformare il voto in un “derby” pro o contro Renzi perché credo che invece si debba entrare NEL MERITO del nuoto testo costituzionale.

Quando lo spiego con calma a qualcuno che vuole votare SI dopo un po’ mi sento puntualmente dire “Non è possibile che il nuovo testo sia così, non è vero, non ci credo!”.

Se a persone in buona fede - lasciando stare le opinioni partitiche-  si spiega che messo così il nuovo Senato non funzionerebbe e, per esempio, gli si legge il “nuovo” articolo 70 vince l’incredulità e l’imbarazzo a votare  SI diventa evidente.

Ma se anziché confrontarsi apertamente ci si perde nelle liti dimenticando la concretezza non si convincono certo gli elettori anche perché molti  – soprattutto nel centrodestra – voteranno in buonafede SI perché vogliono cambiare, hanno sentito mille volte che “ora si cambia” e lo sperano davvero, NON sapendo che il nuovo testo è peggio di prima.

Questo è un aspetto fondamentale che Renzi si guarda bene dallo spiegare lanciando solo slogan forsennati e continui ed è per questo che chi crede nel NO deve invece SPIEGARE, CHIARIRE, LEGGERE, DETTAGLIARE NEL CONCRETO altrimenti tutto resta una scelta epidermica, non ragionata, non informata.

Se abbandoniamo gli slogan e centriamo il dibattito sui contenuti vincerà sicuramente il NO e lo sanno anche quelli del SI che infatti parlano di “nuovo”, di “semplicità” di “maggior velocità legislativa” senza ammettere che il testo è confuso, contraddittorio, inapplicabile.

Allora MENO POLEMICHE E PIU’ CONCRETEZZA. Solo così l’Italia non cadrà in una trappola mediatica dove il fronte del SI è fortissimo, guidato e sponsorizzato dai grandi giornali e dalla RAI (ma anche Mediaset ci sta andando dietro) che disprezza ogni par-condicio concedendo spazi inauditi al premier senza veri dibattiti e confronti.
 
 
PROPORRE UNA ALTERNATIVA
Il fronte del NO tutto insieme deve fare anche un altro passo: CONTROPROPORRE QUALCOSA IN ALTERNATIVA e c’è una proposta che indubbiamente unirebbe tutti: CHIEDERE CHE IN OCCASIONE DELLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE SI VOTI – FUORI DAL PARLAMENTO – UNA ASSEMBLEA COSTITUENTE CHE IN UN ANNO PREPARI ED ELABORI UN TESTO DI COSTITUZIONE COMPLESSIVO DA SOTTOPORRE POI AL VOTO DEI CITTADINI dopo aver semplicemente fatto dei sondaggi di opinione controllabili (costano pochissimo) su quali principi-cardine si ritrovi la maggioranza degli italiani. Presidenzialismo si o no? Bicameralismo si o no? Regioni a statuto speciale si o no? Riduzione della metà degli eletti si o no?  Un modo semplice, chiaro e democratico per scrivere velocemente la nuova Costituzione da poi far votare ai cittadini. Perché il NO non propone unitariamente queste cose??
 
RENZI SHOW ( e le amnesie di Padovan)
Il governo compie 1000 giorni e continua il quotidiano Renzi-show che ogni giorno ci regala fior di battute perché il leader – in evidente difficoltà - deve quotidianamente aumentarne la dose, come certi drogati.

Per lui ora il nemico e il male assoluto sono quelli del NO che se mai vincesse – dice lui - porterebbe il paese allo sfascio, farebbe aumentare lo spread, mentre “tutto il mondo ci guarda”.   Nessuno gli spiega che comunque resterebbe una Costituzione che fino a prova contraria è il meno peggio visto che vive e campa da 70 anni.

Renzi dimentica che i nodi sono altri: il deficit sta crescendo in maniera progressiva, gli obiettivi economici non vengono raggiunti, la disoccupazione non scende e  l’Italia con lui ha perso il momento magico di una ripresa. Per Renzi adesso tutti ce l’hanno con l’Italia visto che paghiamo i costi della Brexit, paghiamo per Trump, paghiamo perché l’Europa non ci ascolta, anche se questo governo da quando è in carica ha votato a Bruxelles 148 volte su 148 dando sempre il suo ok a tutte le decisioni comunitarie.  Peraltro il ministro  Padovan – bene incalzato da Matteo Salvini -  ha fatto a Porta a Porta una figuraccia dimostrando di non avere idea di quanto costi un litro di latte o di benzina né tantomeno una retta in un asilo-nido. Gente fuori dalla realtà, quindi, ma mai che Renzi si assuma qualche responsabilità per l’economia, la crisi delle banche, i migranti.

Le statistiche sono impietose (-90% di  nuove assunzioni stabili nel 2016 rispetto al 2015) mentre restano le quotidiane note di cronaca, come quella che sottolinea come Renzi a Roma ormai non ci stia praticamente  più, in perenne campagna elettorale a spese nostre.

Ha fatto notizia che per andare da Messina a Reggio Calabria (25 minuti di traghetto!) abbia invece fatto venire apposta l’aereo di stato da Roma- Pratica di Mare  al modico costo di 32.500 euro (ma non era più economico un elicottero?) che ovviamente pagano gli italiani.

Spesso però il ducetto fiorentino vende le pentole ma non i coperchi, come nel caso della famosa LETTERA INVIATA A 4,4 MILIONI DI ITALIANI ALL’ESTERO dove è stato erroneamente indicato il sito “www.bastausi” (anziché “www.bastaunsi”) per avere informazioni con il risultato che se qualcuno lo clicca… si ritrova in un sito del NO, provate per credere!!  Bel modo comunque di spendere milioni di euro (pubblici)!
 
TRUMP: LASCIATELO LAVORARE!
Trump entrerà in carica il 20 gennaio ma intanto è già cominciato il livore mediatico e non c’è giorno che scoppi una polemica, tanto per capire come sarà l’andazzo per i prossimi quattro anni. I consiglieri scelti  non vanno bene, le dichiarazioni meno ancora, il muro è razzista e avanti così. Tra l’altro pochi sanno che il “muro” con il Messico c’è già e per oltre 600 km. (su 3.220 di frontiera), messo su dal democraticissimo Obama, ma si fa finta di nulla perché ammetterlo  sarebbe imbarazzante.

Pochi sembrano capire che Trump, piaccia o no, è stato votato proprio perché ha avuto il coraggio di prendere posizioni contro i media che ci asfissiano ogni giorno con le loro prese di posizione demagogiche. Vale anche per l’Italia, basta accendere una TV o leggere le cronache di gran parte dei giornali. Gli inglesi al coro dei media  hanno detto “no”, gli americani pure, speriamo che il 4 dicembre anche gli italiani abbiano lo stesso coraggio e – anche loro - apertamente dicano NO.
 
SALA: URGONO SOLDATI A MILANO
Il sindaco di Milano ha scoperto l’acqua calda e chiede più soldati a Milano per presidiare la città vittima dell’immigrazione selvaggia e della guerra tra bande.

Ma guarda… il sindaco sinistrorso che avalla le proposte della Lega! Ha finalmente toccato con mano una realtà insostenibile con migliaia di accampati per strada nullafacenti e disperati.

Era ora se ne accorgesse, così come dell’esistenza di interi quartieri abbandonati dal comune e dallo stato.

Ma il problema non è solo milanese, purtroppo, conseguenza della mancanza assoluta di una politica migratoria e di incongruenze fatali, condita da tanta (troppa) demagogia populista. 
 
Un saluto a tutti !                                                               
Marco Zacchera
Straordinaria prova degli azzurri che superano gli Springboks con una prova di carattere: è il primo successo su una delle tre regine dell’emisfero Sud -
 
Valerio Vecchiarelli - corriere.it -

È un’impresa di quelle che fanno la storia del rugby italiano, per sua natura scritta su estemporanei giorni di gloria e lunghi periodi di depressione, ma questa volta il successo incredibile (20-18) dell’Italrugby sul Sudafrica è da appuntare sul libro dei ricordi. Mai era successo prima (in 12 incontri) e non ci sono alibi, scuse, crisi altrui da chiamare in causa. Nel rugby il più forte vince sempre e questa volta il più forte stava dalla parte della vittima destinata al sacrificio.

Passione e orgoglio
L’Italia è eccezionale nell’applicare alla perfezione il piano di gioco schizzato sulla lavagna da Conor O’Shea: rigore tattico, muscoli, gioco spostato con il piede sempre nel campo loro, conquista del territorio con una trincea avanzante e tanto impatto fisico. E questa volta il compito lo svolge per 80 minuti filati, senza una pausa di riflessione, senza un buco di concentrazione, trascinata da un Favaro monumentale, un pazzo che placca tutto ciò che è più alto della martoriata erba del Franchi, fa il guastatore nella linea nemica, si immola al limite della commozione per portare a casa una giornata che non si dimenticherà. Il fascino delle prime volte. E poi la saggezza di Parisse, il piede che diventa goniometro di Carlo Canna, il lavoro sporco dei tanti giovani, degli esordienti, di chi si è affidato a occhi chiusi alle cure del nuovo tecnico irlandese per ricevere una soddisfazione che mai un rugbista italiano, in oltre un secolo, aveva potuto godersi.

La presunzione dei più forti
Il Sudafrica ha in bacheca due Coppe del Mondo, è quarto nel ranking mondiale e, soprattutto, ha alle spalle un Paese che da sempre considera il rugby il suo passatempo preferito. E ha la presunzione dei forti, perché quando deve piazzare tra i pali due facili calci di punizione, in avvio di partita, sceglie di spedirli in touche per capitalizzare tanta spocchia con una meta. Lì si intuisce quanto l’Italia abbia lavorato in settimana, la difesa sulla rolling maul è perfetta, il Sudafrica arpiona la touche e non avanza di un centimetro, tanto è bella la testuggine azzurra. Dopo 8’ si ha l’impressione di essere finiti in un cinema dove si proietta un film già visto troppe volte. Habana finalizza un’azione multifase dei suoi, va in meta e apre i giochi. Dopo 3’, però, la risposta è esaltante: il pack azzurro li sfida sul loro terreno preferito, da una rimessa laterale si mette in moto la macchina perfetta, avanzamento in gruppo e Van Schalkwyk che viene portato in carrozza oltre la linea della gloria da 8 bracci di ferro. L’Italia ha un sussulto, poi subisce la reazione altrui e la meta di De Allende, va sotto nel punteggio (7-12) ma non crolla, regge l’urto dei muscoli Springboks, è lucida e attenta. Dopo 30’ Padovani spedisce in mezzo ai pali un tracciante da quasi 50 metri, il divario si riduce (10-12) per regalare un riposo di speranza.
 
Il pomeriggio troppo azzurro
Nel secondo tempo le emozioni si rincorrono. Lambie piazza (10-15), poi tutto diventa un’orgia azzurra, Favaro continua a dispensare rasoiate di placcaggi, Parisse detta i tempi, Bronzini e Canna in mediana sono lucidi, la mischia un concentrato di sacrificio. Al 16’ la svolta: l’Italia attacca, un autoscontro dietro l’altro dentro l’area dei 22, ogni punto di scontro si sente il rumore degli impatti, ma il pallone esce sempre dalla parte giusta. Alla fine Bronzini fa prendere aria all’ovale, Benvenuti va dritto per dritto, impegna l’ultimo difensore sudafricano e lancia Venditti verso la meta che cambia la storia. Canna trasforma per un sorpasso (17-15) che da solo è già notizia. Poi Jantjies firma dalla piazzola il controsorpasso, a cui 3’ dopo risponde un precisissimo Canna (20-18). L’ultimo quarto d’ora è solo adrenalina e muscoli a pezzi, c’è anche un’altra meta della mischia azzurra cancellata, dopo infiniti replay, dall’arbitro televisivo. Ma nessuno si lamenta. La storia è fatta. O forse la storia adesso può davvero iniziare.
Il 23 lezione sulla pasta al Vitality Healthy Food Studio di Sandton - Il 24 cena di gala al Prue Leith -

PRETORIA - L’Istituto Italiano di Cultura di Pretoria e la Prue Leith Chefs Academy celebrano insieme la prima Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, con lo chef ALMA Laura Torresin.
Tanti gli eventi in programma per scoprire lo straordinario gusto italiano tra dimostrazioni, degustazioni, cene e lezioni.

Si inizia martedì, 22 novembre, alle ore 12.00 con la "Giornata Porte Aperte" alla Prue Leith Chefs Academy di Centurion, dove sino alle ore 15.00 si terrà una dimostrazione di cucina contemporanea italiana con assaggi. Si prosegue dalle 18.00 alle 21.00 con la "Serata Porte Aperte!", serata informativa dedicata allo studio della cucina italiana in Italia e della lingua del buon cibo, amore e opera! Verrà servito un rinfresco. Entrambe le sessioni sono gratuite, ma solo su prenotazione.

L’indomani, mercoledì 23 novembre, dalle ore 9.00 alle 13.00, al Vitality HealthyFood Studio di Sandton, lo chef Torresin terrà una lezione di cucina su pasta fresca e verdure. Per imparare la pasta fatta a mano, le verdure cucinate all’italiana e i nostri prodotti tipici!

Infine giovedì 24 novembre, il Prue Leith Restaurant ospiterà a partire dalle ore 19.00 la cena di gala con menu di cinque portate, accompagnato da vini tipici, pensato e realizzato dallo chef Laura Torresin all’insegna della creatività e dei prodotti tipici italiani. (aise)
ROMA - Iveco lancia insieme agli All Blacks, partner dell’UNICEF, l’asta di solidarietà “Campioni per i campioni”. Nel corso di una conferenza stampa che si è svolta sabato scorso a Roma, Pierre Lahutte, Iveco Brand President, Paolo Rozera, Direttore Generale UNICEF Italia e Kieran Read, capitano della squadra di rugby più famosa del mondo, insieme ad alcuni giocatori del Team neozelandese, hanno presentato questa importante iniziativa che ha visto la messa all’asta di due veicoli unici firmati dalla squadra – il Nuovo Stralis XP All Blacks “Emotional Truck” e il Magelys utilizzato dai giocatori durante il loro tour in Europa. L’asta, che si è aperta martedì 25 ottobre, si chiuderà lunedì prossimo, 21 novembre.
L’iniziativa rientra nella più ampia partnership tra Iveco e All Blacks: dal 6 al 27 novembre, Iveco è infatti European Supporter degli All Blacks e fornisce alla squadra sei veicoli Iveco – due Magelys e quattro Daily Minibus Hi-Matic – per il trasporto dei giocatori e del management per tutto il tour europeo autunnale 2016. I tre appuntamenti europei della squadra neozelandese sono test match: dopo quello del 12 novembre scorso allo Stadio Olimpico di Roma, seguiranno il 19 novembre all’Aviva Stadium di Dublino e il 26 novembre allo Stade de France di Parigi.
“Ancora una volta Iveco e All Blacks scendono in campo insieme per il tour europeo e, in questa occasione, per compiere un gesto di solidarietà a sostegno dell’UNICEF e dei bambini del Sudafrica”, ha commentato Pierre Lahutte. “Siamo estremamente orgogliosi che i nostri campioni, il Nuovo Stralis TCO2 Champion e il Magelys, Coach of the Year 2016, indossino i colori di Iveco e degli All Blacks a supporto di questo atto di grande generosità”.
Direttore generale dell’UNICEF Italia Paolo Rozera ha ringraziato IVECO “per aver promosso questa importante iniziativa di solidarietà e gli All Blacks che da anni ci sostengono. Facciamo un bel gioco di squadra, in cui vincono tutti, soprattutto i bambini del Sud Africa”.
 
L’“Emotional Truck” All Blacks è la versione del Nuovo Stralis XP dedicata alla squadra degli All Blacks come speciale tributo alla grande partnership tra Iveco e i tre volte Campioni del Mondo di Rugby. La livrea dei veicoli è stata progettata e realizzata dal team Design di CNH Industrial, che ha dedicato particolare attenzione alla personalizzazione del veicolo con i colori e le grafiche della squadra neozelandese.
La versione “Emotional Truck” celebra le prestazioni raggiunte dal Nuovo Stralis XP, il veicolo più affidabile e a basso consumo attualmente presente sul mercato, progettato per massimizzare l’affidabilità, ridurre le emissioni di CO2 e il Costo Totale di Esercizio (TCO). La catena cinematica completamente rinnovata, il nuovo cambio al top di gamma, il motore riprogettato, l’ormai nota e confermata tecnologia HI-SCR, le funzioni GPS predittive di ultima generazione e tutte le nuove funzionalità sono in grado di consentire risparmi di combustibile fino all’11,2%, come confermato dai recenti test dell’Ente Certificatore tedesco TÜV. Le prestazioni straordinarie in termini di TCO e di riduzione delle emissioni di CO2 fanno del Nuovo Stralis XP un vero campione di TCO2.
 
L’altro veicolo messo all’asta è il Magelys Lounge che trasporta la squadra, un veicolo lungo 12,8 metri, che dispone di tetto in vetro in aggiunta alle superfici vetrate dei pannelli laterali, ed è equipaggiato con un motore Iveco Cursor 9 da 8,7 litri in grado di erogare 400 cv di potenza alla coppia di 1700 Nm e 1250 giri/min. Il motore è accoppiato al cambio automatizzato ZF AS-Tronic. Il veicolo è stato personalizzato appositamente per la squadra, con 46 comode sedute di cui 8 postazioni disposte intorno a due tavoli da gioco, nella parte posteriore del veicolo, per fornire maggior comfort ai giocatori.

L’allestimento prevede svariati optional tra cui macchina del caffè Lavazza, frigo, toilette, sedili reclinabili in pelle, connessione Wi-Fi, navigatore satellitare, sistema audiovisivo multimediale con due monitor LCD e prese USB per ciascuna doppia seduta. (aise)

Mario Angeli dal suo balcone italiano - 

(prima parte)

Ciascuno a modo suo, tanti avrebbero buone ragioni per una simile esclamazione commiserativa, pur partendo da presupposti anche assai lontani e diversi fra loro.

In due puntate e in rapido sorvolo, partendo dall’antico glorioso passato di Roma e da alcuni elementi che ancor oggi vi restano saldamente ancorati, proporrò qualche  considerazione sulla Roma attuale, tentando di collegare i due estremi temporali, l’allora e l’oggi, attraversando il lungo tempo che sta nel mezzo.

ROMA CLASSICA: che cosa resta del grande impulso letterario e artistico della classicità romana che, assimilando i migliori stimoli delle coeve grandi civiltà assorbite o soltanto sfiorate, generò la cultura occidentale che, sebbene diversificatasi in vari rivoli, ha influenzato anche quelle degli altri continenti?

I suoi monumenti sono spesso oltraggiati dall’incuria dell’uomo comune e degli amministratori, perché “il tempo con sue fredde ale vi spazza/fin le rovine” (Foscolo, I Sepolcri, v. 231-232), tuttavia folle di visitatori accorrono da ogni angolo della Terra, tanti solo incuriositi, ma molti di più profondamente affascinati da quelle rovine che le muse della poesia hanno ingentilito per un tempo senza fine, tanto che, ancora saccheggiando il Foscolo (vv. 232-235), “le Pimplèe [le ninfe della poesia] fan lieti/di lor canto i deserti, e l'armonia/vince di mille secoli il silenzio.

Anche gli studi classici languono, almeno a giudicare dalla scarsa attrazione che il liceo classico esercita sui nostri giovani, essendo soltanto in sei su cento a sceglierlo dopo la licenza media.

Esporre in modo articolato le ragioni di una simile crisi sarebbe troppo lungo, ma vorrei citare almeno una causa, ossia un ottuso operaismo materialistico, che per decenni ha fatto balenare davanti agli occhi dei ragazzi le lusinghe di un impiego rapido e redditizio, da raggiungere attraverso percorsi di studio che privilegiassero la dimensione pratica a scapito di quella speculativa ed umanistica, come se fosse tempo perso gettare lo scandaglio nelle ragioni profonde dell’esistenza e dell’essenza umana, nei suoi limiti come nelle sue quasi divine potenzialità, e penetrare nel suo passato per trovare le migliori chiavi per costruire il presente e progettare il futuro.

Compiendo una banalizzazione un po’ ardita, ossia riducendo alla sola traduzione dei testi latini e greci il grande spettro culturale che il liceo classico esplora e fornisce ai suoi studenti, ci sono ragioni assai valide per auspicare un rilancio di quegli studi, se si condivide l’affermazione della scrittrice Paola Mastracola: “La traduzione è quel meccanismo diabolico di logica e sintassi che ci dà un allenamento mentale e cognitivo unico».

Non a caso i diplomati classici sembrano raggiungere ottimi risultati nelle facoltà scientifiche, come ha riconosciuto Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano.

Buone ragioni per sperare almeno nel mantenimento delle posizioni, se non anche in un auspicabile e benefico recupero del gusto per la classicità, si possono trovare nella nutrita schiera di ottimi latinisti e grecisti che insegnano nelle migliori università italiane e, fuori dal mondo accademico, in alcuni fenomeni di nicchia che però denotano un interesse per la classicità ancora vivo e moderno, tanto all’estero come in Italia: cito Ephemeris, un giornale on-line di informazione generalista proprio come la nostra Gazzetta, messo in rete a Varsavia dal 2004 ad opera di un gruppo internazionale di competenti latinisti, che tratta gli argomenti più svariati dell’attualità utilizzando esclusivamente la lingua latina; oppure Hebdomada Aenigmatum, un periodico di enigmistica, proprio come quelli che abbondano nelle nostre edicole, che però ha il pregio di essere redatto interamente in latino.

Infine merita una citazione l’utilizzo anche di Facebook per divulgare la classicità non solo nella fondamentale componente linguistica ma anche filosofica e artistica: è il caso di Studia humanitatis – paideia o Noi classicisti, che offrono con frequenza, seppure irregolare, pillole di antichità di storia, archeologia, lingua, arte, letteratura ed altro.

Forse alcuni accademici storceranno il naso di fronte a questi encomiabili sforzi di mantenere vive le radici più genuine e autentiche delle civiltà occidentali attraverso un utilizzo dinamico del latino al di fuori delle sedi ufficialmente preposte alla sua conservazione, ma sono convinto che alla solida sopravvivenza di una cultura concorrono più condizioni, tra cui senz’altro gli studi classici e le felici iniziative divulgative che ho citato.

SOMMARIO: VINCONO TRUMP E LA LIBERTA’ – OSSERVAZIONI REFERENDARIE – L’EUROPA E’ SCOMODA, MA SUI CONTI QUESTA VOLTA HA RAGIONE -
 
Cari lettori,
l’elezione di DONALD TRUMP a 45° presidente degli  Stati Uniti resterà nella storia e credo che debba portare a riflettere  tutti gli italiani.
Se  i media sostenevano la  Clinton, i sondaggi pure, Wall Street e il grande capitale  vedevano Trump come il demonio, se tutti i radical-chic-sinistrorsi del pianeta lo dipingevano come un cretino sciupafemmine, come mai ha vinto? Ma non dovevano invece votare compatti per santa Hillary le donne, i neri, gli ispanici, le persone istruite e per bene, i giovani, attrici e cantanti, l’intellighenzia” e tutte le persone evolute ovvero la grande maggioranza?
Se addirittura contro Trump  erano schierati Obama e consorte, i partiti,  il potere e le banche e se in Italia Renzi, Benigni, la Mogherini e la Boschi, la Madia e compagnia cantante davano per certa la sua vittoria, COME MAI SI SONO SBAGLIATI?
Dedichiamo IL PUNTO di questa settimana a una riflessione su tutto questo, insieme ad una domanda: ma se ci hanno contato tante balle su Trump e la Clinton, non è che ce le stiano anche raccontando per spingere il loro  SI al  referendum?
Credo proprio sia così, allo stesso modo come credo che solo “dal basso” possa e debba nascere un movimento planetario che sottolinei sempre e in libertà i rapporti tra leader e malaffare, mafie, grandi finanze, demagogia dipinta e benedetta dal buonismo del 90% dell’informazione mondiale – peraltro espressione proprio di quello stesso potere economico - che alla fine si scopre non capire le realtà o voler nascondere una ovvia verità.
Gli americani sono più liberi mentalmente degli italiani, forse meno condizionati da stampa e TV e alla fine hanno scelto Trump. Perché alla fine IL RE E’ NUDO, si tratti di Renzi e della sua corte, di Obama e compagnia,  della Clinton e dei suoi traffici. GIUDICHEREMO TUTTI TRUMP DAI FATTI, MA INTANTO GODIAMOCI UN GIORNO DI LIBERTA’ DICENDO  GRAZIE ALLA MAGGIORANZA SILENZIOSA DI QUEL GRANDE E LIBERO POPOLO DEGLI STATI UNITI CHE CE L’HA REGALATA.

VINCE TRUMP, VINCE LA LIBERTA’
Lo ammetto, pensavo e temevo vincesse la Clinton soprattutto perché – anche se quasi tutti i miei amici americani sostenevano il contrario – pensavo fosse impossibile che Donald Trump, da solo contro (quasi) tutti riuscisse a rompere il cerchio di boicottaggio organizzato contro di lui e infine a  prevalere addirittura con ampio margine.
E invece il popolo americano si è ribellato, ha giudicato in libertà l’operato di Obama e le sue speranze e promesse mancate, ha ricordato le dirette responsabilità di Hillary Clinton nella  pessima gestione del potere americano all’estero e dei conflitti che ha scatenato in mezzo mondo quando era Segretaria di Stato..
Mille polemiche su Trump sono apparse così  per quelle che erano: forzature, sciocchezze, aspetti marginali anche se negativi  rispetto alla volontà popolare e alla speranza di dare un colpo a quella grigia piovra mondiale che si chiama poteri economici, grande finanza, gestione delle banche e delle monete, controllo asfissiante dell’informazione, sondaggi volutamente falsati per convincere fino all’ultimo ad andare a votare con il demonio.

Il voto a Trump non è stato solo “di pancia” ma frutto del ragionamento di decine di milioni di persone che sono realiste, sanno che gli USA sono in crisi perché lo vivono sulla loro pelle e che bisogna pur tentare di uscire da una situazione sclerotizzata.
Hanno votato per Trump non solo per “legge e ordine” ma lo ha fatto chi è senza lavoro, tanti neri a cui Trump ha urlato per mesi “Ma dopo un presidente nero, state meglio o peggio di prima?”. E poi casalinghe, cassiere, operaie, tante donne non preoccupate dalle battutacce che si dicono al bar, ma che non possono più uscire  tranquille la sera per strada, insieme a milioni di persone rovinate dalle banche o che hanno perso la casa per le speculazioni finanziarie. Trump ha parlato la lingua della gente, demagogo (forse) ma concreto, credibile proprio nel presentarsi diverso dal potere rappresentato da decenni proprio da Hillary Clinton e la sua dinastia.
 
E ORA L’ITALIA
 
Ma dobbiamo leggere il voto a Trump anche nella prospettiva italiana perché la sconfitta democratica è un macigno sulla testa di Renzi e la sua rete, copia conforme (e per molti versi speculare) della rete di potere della Clinton e di Obama.
Non è un caso che negli ultimi mesi le due parti si siano scambiate visite, sussurri e sorrisi, reciproche benedizioni, aiuti ed endorsement incrociati, compresa una donazione del nostro governo alla Fondazione Clinton, aspetto curioso sul quale spero qualcuno indagherà…

Anche alla luce di quanto avvenuto negli USA bisogna soprattutto fare molta attenzione nel capire la gestione del potere in Italia anche  in vista del referendum.
Renzi si è infatti messo a capo di una cupola affaristico-bancaria impressionante (leggete il recente libro di Maurizio Belpietro – non smentito - sugli affari delle famiglie Renzi-Boschi tra potentati fiorentini, logge massoniche, banche, speculazioni e truffe!)  che lo copre, lo coccola e lo difende in cambio di affari d’oro ma ai danni degli italiani.
Dall’affare Monte dei Paschi alla Morgan, alle speculazioni sui tassi, ai “suggerimenti” di questi mafiosi su come votare, tutto è disegnato “pro-Renzi” (con relative riprese di stampa) perché il giovane fiorentino NON è un “ripulitore” o un “rottamatore” come si era presentato, ma è diventato soprattutto un accorto gestore del potere.
Ha infatti intanto sistemato uomini suoi - spesso fregandosene delle procedure - dalla RAI ai giornali, dai servizi segreti al controllo dell’informatica, dai direttori generali ai (presunti) controllori anticorruzione, dalla Magistratura alla Presidenza della repubblica. Non è demagogia dirlo ma quotidiana realtà, che balza all’occhio con estrema evidenza per chiunque abbia voglia di approfondire questi temi.
E’ lo stesso tratto renziano che si evidenzia nel quotidiano diffondere balle, enormi balle sulla finanza, i costi, i presunti risparmi, l’andamento dell’economia ecc.ecc.
 
ECCO LA QUESTIONE REFERENDUM: SE PASSA IL SI RENZI METTEREBBE COMPLETAMENTE LE MANI SUL POTERE, CONTROLLANDOLO ANCORA DI PIU’ TUTTO E  IMPUNEMENTE, SENZA PIU’ CONTROLLI.
 
Un esempio? Se Trump farà qualche sciocchezza la Corte Suprema potrà chiederne l’impeachement (come già avvenuto per altri presidenti) ma con la vittoria del SI e l’ “Italicum” domani Renzi potrebbe controllare facilmente l’unica camera elettiva, il senato perché espressione regionale (con 17 regioni su 20 in mano al PD), la magistratura di cui governo potrà manovrare le nomine, ricattando anche il Quirinale, la stampa e le TV. 
Nella “nuova” costituzione non ci sono infatti più equilibri tra i poteri, il governo (pur non eletto dal popolo direttamente) farebbe quel che vuole.

Non sono scenari ipotetici: se vince  il SI tutto ciò è già “scritto” e così sarà, ma gli italiani non lo sanno, non ne sono informati e non possono saperlo Se chi lo dice è ridotto al silenzio mentre si ode solo il mantra mediatico del “bisogna cambiare, bisogna semplificare, bisogna risparmiare” salvo scoprire  – se si approfondisce - che TUTTE queste cose NON si attueranno con questa riforma combinata con l’ “Italicum”,  ma l’esatto contrario.
Cosa possiamo fare – anche verso gli elettori di centro-destra in buona fede – per far capire queste cose? Trump ha spiegato la sua diversità alla gente ed è stato votato e capito, messo alla prova e vedremo cosa farà.
Nel centro-destra italiano c’è la volontà di impegnarsi sul serio per questo? C’è la volontà di far crescere dei punti di riferimento e personalità credibili o ci si mette sullo stesso piano di parte della sinistra, ovvero si pensa solo al  mangia-mangia? Questo è il problema!
Speriamo che l’elezione di Trump aiuti ad aprire gli occhi di tutti e allora sì che il primo effetto positivo di questo presidente  sarà stato utile anche per tutti noi, a cominciare dalla vittoria del NO il 4 dicembre.
 
L’EUROPA E’ SCOMODA, MA HA RAGIONE
 
Da un po’ di tempo Renzi se la prende con l’Europa “cattiva”, quella che non agisce per i migranti, il terremoto, le necessità della edilizia scolastica.
Una scoperta tardiva, anche perché l’Italia ha sempre più i conti in rosso ma non bisogna dirlo altrimenti salta fuori che avrebbe ragione l’Europa. A Bruxelles ci hanno subito detto che sono d’accordo che l’Italia chieda più soldi per le spese dei migranti e quelle conseguenti al terremoto ma visto che valgono circa lo 0,1% del deficit e l’Italia aveva promesso di attestarsi sull’1,7% di disavanzo, come mai si passa al 2,4 ?
 
LA VERITA’ E’ CHE L’ITALIA NON RISPETTA ASSOLUTAMENTE I PARAMETRI PREVISTI E PROMESSI E SOLO PER QUESTO A BRUXELLES DICONO  ”STOP”.
 
I conti d'altronde lo dimostrano, anche quelli presentati con grande ritardo in Parlamento e infatti sono stati criticati anche da Corte dei Conti e Banca d’Italia prima ancora che da Bruxelles. La gente segue poco e non capisce, ma non occorre essere esperti per notare che nella legge di bilancio tanti parametri non quadrano mentre aumentano il debito pubblico e le tasse. Non è credibile che il deficit scenda dal 2,3% nel 2017 allo 0,2 nel 2019, con un aumento delle entrate del 6,89% nel biennio (da dove saltano fuori ?) e nonostante un maggior costo – altro che riduzione ! – della spesa pubblica. Renzi spara via slide le solite balle, semplicemente a Bruxelles per due anni gli hanno dato tempo, adesso se ne sono accorti e dicono “stop”.

Un saluto a tutti                                                                               
Marco Zacchera
 
Osservatore Romano -

ROMA - “La vita di Gesù, soprattutto nei tre anni del suo ministero pubblico, è stata un incessante incontro con le persone. Tra queste, un posto speciale hanno avuto gli ammalati”. Così Papa Francesco che ha dedicato l’udienza generale al tema “Visitare i malati e i carcerati”.

“Quante pagine dei Vangeli narrano questi incontri! Il paralitico, il cieco, il lebbroso, l’indemoniato, l’epilettico, e innumerevoli malati di ogni tipo… Gesù – ha ricordato – si è fatto vicino a ognuno di loro e li ha guariti con la sua presenza e la potenza della sua forza risanatrice. Pertanto, non può mancare, tra le opere di misericordia, quella di visitare e assistere le persone malate. Insieme a questa possiamo inserire anche quella di essere vicino alle persone che si trovano in prigione. Infatti, sia i malati che i carcerati vivono una condizione che limita la loro libertà. E proprio quando ci manca, ci rendiamo conto di quanto essa sia preziosa! Gesù ci ha donato la possibilità di essere liberi nonostante i limiti della malattia e delle restrizioni. Egli ci offre la libertà che proviene dall’incontro con Lui e dal senso nuovo che questo incontro porta alla nostra condizione personale”.

“Con queste opere di misericordia – ha sottolineato Papa Francesco – il Signore ci invita a un gesto di grande umanità: la condivisione. Ricordiamo questa parola: la condivisione. Chi è malato, spesso si sente solo. Non possiamo nascondere che, soprattutto ai nostri giorni, proprio nella malattia si fa esperienza più profonda della solitudine che attraversa gran parte della vita. Una visita può far sentire la persona malata meno sola e un po’ di compagnia è un’ottima medicina! Un sorriso, una carezza, una stretta di mano sono gesti semplici, ma tanto importanti per chi sente di essere abbandonato a se stesso. Quante persone si dedicano a visitare gli ammalati negli ospedali o nelle loro case! È un’opera di volontariato impagabile”.
“Non lasciamo sole le persone malate!”, l’invito del Santo Padre. “Non impediamo loro di trovare sollievo, e a noi di essere arricchiti per la vicinanza a chi soffre. Gli ospedali sono vere “cattedrali del dolore”, dove però si rende evidente anche la forza della carità che sostiene e prova compassione”.

Papa Francesco ha quindi ricordato che Gesù “non ha dimenticato neanche i carcerati. Ponendo la visita ai carcerati tra le opere di misericordia, ha voluto invitarci, anzitutto, a non farci giudici di nessuno. Certo, se uno è in carcere è perché ha sbagliato, non ha rispettato la legge e la convivenza civile. Perciò in prigione, sta scontando la sua pena. Ma qualunque cosa un carcerato possa aver fatto, egli rimane pur sempre amato da Dio. Chi può entrare nell’intimo della sua coscienza per capire che cosa prova? Chi può comprenderne il dolore e il rimorso? È troppo facile lavarsi le mani affermando che ha sbagliato. Un cristiano è chiamato piuttosto a farsene carico, perché chi ha sbagliato comprenda il male compiuto e ritorni in sé stesso. La mancanza di libertà è senza dubbio una delle privazioni più grandi per l’essere umano. Se a questa si aggiunge il degrado per le condizioni spesso prive di umanità in cui queste persone si trovano a vivere, allora è davvero il caso in cui un cristiano si sente provocato a fare di tutto per restituire loro dignità”.

“Visitare le persone in carcere – ha sottolineato ancora Papa Francesco – è un’opera di misericordia che soprattutto oggi assume un valore particolare per le diverse forme di giustizialismo a cui siamo sottoposti. Nessuno dunque punti il dito contro qualcuno. Tutti invece rendiamoci strumenti di misericordia, con atteggiamenti di condivisione e di rispetto. Penso spesso ai carcerati … penso spesso, li porto nel cuore”.

“Mi domando – ha aggiunto – che cosa li ha portati a delinquere e come abbiano potuto cedere alle diverse forme di male. Eppure, insieme a questi pensieri sento che hanno tutti bisogno di vicinanza e di tenerezza, perché la misericordia di Dio compie prodigi. Quante lacrime ho visto scendere sulle guance di prigionieri che forse mai in vita loro avevano pianto; e questo solo perché si sono sentiti accolti e amati. E non dimentichiamo che anche Gesù e gli apostoli hanno fatto esperienza della prigione. Nei racconti della Passione conosciamo le sofferenze a cui il Signore è stato sottoposto: catturato, trascinato come un malfattore, deriso, flagellato, incoronato di spine… Lui, il solo Innocente! E anche san Pietro e san Paolo sono stati in carcere. Domenica scorsa – che è stata la domenica del Giubileo dei Carcerati – nel pomeriggio è venuto a trovarmi un gruppo di carcerati padovani. Ho domandato loro che cosa avrebbero fatto il giorno dopo, prima di tornare a Padova. Mi hanno detto: “Andremo al carcere Mamertino per condividere l’esperienza di san Paolo”. È bello, sentire questo mi ha fatto bene. Questi carcerati volevano trovare Paolo prigioniero”.

“È una cosa bella, a me ha fatto bene. E anche lì, in prigione, hanno pregato ed evangelizzato. È commovente la pagina degli Atti degli Apostoli in cui viene raccontata la prigionia di Paolo: si sentiva solo e desiderava che qualcuno degli amici gli facesse visita. Si sentiva solo perché la grande maggioranza lo aveva lasciato solo … il grande Paolo. Queste opere di misericordia, come si vede, sono antiche, eppure sempre attuali. Gesù ha lasciato quello che stava facendo per andare a visitare la suocera di Pietro; un’opera antica di carità. Gesù l’ha fatta”.

“Non cadiamo nell’indifferenza, ma diventiamo strumenti della misericordia di Dio”, ha esortato il Santo Padre. “Tutti noi possiamo essere strumenti della misericordia di Dio e questo farà più bene a noi che agli altri perché la misericordia passa attraverso un gesto, una parola, una visita e questa misericordia è un atto per restituire gioia e dignità a chi l’ha perduta”. (aise)
Fotocronaca di Girolamo Florio -
 
Testo del discorso pronunciato domenica 6 novembre al Cimitero di Guerra e Sacrario Italiano a Zonderwater dal presidente dell'Associazione Zonderwater Block Emilio Coccia:
 
Honourable Representatives of the South African and the Italian Governments
Dear Italian and South African friends
Esteemed  Ladies  and Gentlemen
 
It is my  privilege, and indeed my pleasure, to welcome,  H.E.  Pietro Giovanni DONNICI, Ambassador of ltaly, Maj. Gen. Johan PELSER, representing the S.A. Air Force and the S.A. Government, H.E. Archbishop Peter Bryan WELLS, Apostolic Nuncio, Dr Marco PETACCO, Consul General of Italy in Johannesburg and Minister Counsellor Mirta GENTILE, Italian Embassy in Pretoria, Col. Pierluigi GRIMALDI, Italian Defence Attachè, representing the Chief of the Italian Defence  Force, to Admiral  Dirk de VILLIERS, representing the Chief of the S.A. Navy, to Maj. Gen. Charles ANNANDALE, representing the S.A. Police Services,  to Capt.(Navy) Gerald KOCH, German Defence Attache' and representing the German Defence Force, to Deputy Commissioner Terence RASEROKA, representing the National  Commissioner, Department of Correctional Services and to Area Commissioner Nico BALOYI, Head   of Correctional Services - Zonderwater.
 
I would also like to extend my warmest welcome to H.E. Mr. Nicolas RONCAGLIOLO Ambassador of Peru, to former Chiefs of the SAAF Lt. Gen. Denis Earp and Lt. Gen. Carlo Gagiano and  to Col. Heindrich Janzen, 0/C the Light Horse Regiment, to Col. James Findlay and C.W.O. Trevor WRIGHT, heading the representatives of the Transvaal Scottish Regimental Association, to the representative of the R. Air Force Association and Officers' Club, of the S.A. Legion of Military Veterans, of the S.A. Air Force Association National , and to the ever present friends and representatives of the ALPINE 44 Association and of the Warsaw Flight Commemoration  Association. 
.
A very special welcome and salute to the former Prisoner of War who is here with us: Paolo Ricci, 96 years old and still attending with enthusiasm this Memorial Service. Paolo, we hope to have the privilege of your presence for many years to  come.
 
I salute the Italian military, cultural, social and regional Institutions, including our sister Associations of the Carabinieri and the Alpini.
I express my gratitude to the SANDF, and to SAAF in particular, for the great support extended to our Association and for helping to make this ceremony an imposing and moving event.
 
My deep gratitude goes also to the Giuseppe Verdi Choir, and to Capt. Andrea Meneghelli for every year leading his "Silver Lions" team to Fly­past and salute the Italian POWs who are resting in this very special little corner of Italy in South Africa.
 
Last, but certainly not least, a welcome and a sincere word of thanks to the representatives of Department of Correctional Services-Z/Water, for the friendly and dependable cooperation at all time. Thanks to them, the already good relationship between the Department and the Italian-South African community has received yet another boost, this year, with the granting to our Association the Right of Use of a little Church built by the Italian Ps of War adjacent to the POW  Hospital. This Church is not only of high religious significance, but also of historical importance, as the attached building was equipped and utilised  to carry out the legai medical exams on the Italian military personnel who died in captivity. The Church will be soon officially opened to worshippers.
 
We celebrate this year the 75th Anniversary of the opening of the cemetery, from the day when the 21st years old Corporal CAMPISI Michelangelo was buried  in grave no. 1. He was the first of the 312 Ps of War who today are resting in peace in South African land, 277 here at Zonderwater and 35 at the PMBurg War Cemetery.
312 is a big number but not so big considering that 109thousand Italian Ps of War spent up to six years in this Country. That is the reason why we must be grateful to the Detaining Power - South Africa - for appointing wise and competent officers on command of the POW Camps. I will always remember with special gratitude Col. Hendrick Frederick PRINSLOO, whom the former Ps of War described: "A father, firm, but fair".
In fact, he deed everything possible to keep the mind and the body of these young men occupied in a constructive way as he knew, by personal experience that idling was the beginning of the end for a human being in captivity. He assisted them to procure, or to make, sport equipment and musical instruments,  and to erect  within the Camp, schools, churches, recreation halls and a new hospital with a 3000 beds capacity.
And for those who decided to co-operate  and volunteer  to work  outside the camp, he willingly  opened the barbed wire  gates. 25 000 prisoners were allocated to the agricultural sector, to help in the production of food; another 5 000 were employed  in national  projects, such as major roads, mountain passes and farming   settlements.
The infrastructure built by these men is not, however, the only valuable heritage left to us: they also left a precious legacy in the cultural, artistic, musical, technological  and social domains,  a gift  that has become part of our everyday life. For this legacy we are grateful, and pay tribute to our forefathers, to Those who are buried under the white crosses, and also to those who managed to survive that terrible period.
May their noble example, be the shining light forever guiding us and the future generations.
WE WILL REMEMBER  THEM.
Cari connazionali
Saluto e ringrazio le Autorita' civili, militari e religiose qui convenute per presenziare a questa doverosa e solenne cerimonia, che ci vede riuniti per ricordare i nostri cari Caduti in questa giornata a Loro specialmente dedicata.
Un particolare saluto, e benvenuto, a S.E. l'Ambasciatore d'Italia Pietro Giovanni Donnici e così pure a S. E. il Nunzio Apostolico, Arcivescovo Peter Bryan Wells, nonchè al Colonnello Pierluigi Grimaldi, Addetto alla Difesa, che per la prima volta partecipano a questa cerimonia annuale.
 
Voglio anche rivolgere un pensiero commosso alla memoria del nostro ex ambasciatore, Vincenzo Schioppa Narrante, che da poche settimane ci ha prematuramente  lasciati.
Ricorre quest'anno il 75mo Anniversario dell'apertura del Cimitero Militare Italiano di Zonderwater  e desidero innanzi tutto ringraziare il Governo  italiano ed il Governo sudafricano per il generoso contributo alla manutenzione  e conservazione  di questo Luogo sacro.
Nel marzo ultimo scorso sono stati qui traslati i Resti mortali di 25 Caduti italiani, dal Riquadro Militare di Worcester, grazie alla particolare  sensibilità ed al fondamentale supporto finanziario da parte del C.G. per le O.C.inG.
I Loro Resti, esumati da un cimitero vandalizzato e dissacrato, ora giacciono, dignitosamente, fianco a fianco dei Loro compagni di sorte, in questo piccolo lembo d'Italia dove perennemente arde la Lampada Votiva. Questa lampada è il simbolo del nostro affetto e della nostra riconoscente memoria. Non possiamo e non vogliamo dimenticare le angosce e i patimenti di quei giovani uomini, spesso oltre l'estremo limite, a testimonianza che le loro sofferenze Non furono invane.
Nel ricordare insieme il sacrificio dei 430 Militari e Civili italiani a cui la guerra e la conseguente prigionia non concesse Loro il continuato affetto familiare e che giacciono sepolti con onore in terra sudafricana, doverosamente ricordiamo TUTTI i Caduti per la Patria.
Prima di terminare leggo il messaggio di Amedeo di Savoia,inviato per celebrare il 75mo anniversario dell'apertura del Cimitero Militare Italiano di Zonderwater e indirizzato all'Associazione Zonderwater Block, ma che senza dubbio accomuna il sentimento di tutta la Comunità italiana (segue la lettura del messaggio che abbiamo già pubblicato nella nostra orecedente edizione).
 
Concludo, ·porgendo l'estremo saluto ad un ex Prigioniero di Guerra che ci ha lasciato nel corso dell'anno:    ,
Soldato POLITA Angelo: PRESENTE!
 
Anche tanti bambini a Zonderwater
 

Si è tenuta domenica scorsa 6 novembre nel Cimitero di Guerra e Sacrario Italiano a Zonderwater l'annuale commemorazione ufficiale dei prigionieri di guerra italiani ivi sepolti e di quelli morti dopo la fine della prigionia e quindi disseminati in tanti altri cimiteri del Sud Africa. Presenti le più alte rappresentanze diplomatiche e consolari italiane, esponenti delle forze armate dei due paesi e autorità politiche e civili sudafricane. Mentre ci riserviamo di pubblicare una più ampia cronata fotografica nei prossimi giorni, non potendo disporre al momento di alcuna informazione da parte dell'Ambasciata d'Italia a Pretoria e da parte del Consolato Generale d'Italia a Johannesburg, pubblichiamo per il momento il testo del messaggio inviato dal Principe Amedeo di Savoia che ci è stato inviato puntualmente dal presidente dell'Associazione Zonderwater Block Emilio Coccia.

Sembra proprio che il quiz culturale funzioni!
Sempre alla ricerca di qualcosa che possa attirare i giovani alla cultura, nel 2014 organizzammo la prima edizione del SOCIETA’ DANTE ALIGHIERI QUIZ GAME AWARD all'interno delle classi
della Northlands Primary School. Preparammo un testo che comprendeva brevi e facili nozioni riguardanti la storia, le geografia, la scienza ed alcuni cenni su personaggi importanti, sia riguardo all'Italia che al Sudafrica. Lo scopo era, ed ancora lo è, quello di creare una fraterna conoscenza fra i due Paesi: il Sudafrica e l'Italia.
L'anno successivo si maturò un'idea: perchè non ampliare questo giuoco culturale anche ad altre scuole di Pietermaritzburg? La proposta fu accettata con entusiasmo da quattro scuole, tutte
governative, ALLANDALE, DECCAN ROAD, NPS e TPA. Fu una gioia vedere che l'interesse verteva più al giuoco culturale che non ai premi, molto modesti in verità.
La preparazione dei testi fu molto arricchita con maggiore ampiezza di argomenti e foto colorate. Le 12 squadre, ognuna composta da quattro studenti, mostrarono serietà, volontà ed interesse culturale, con il grande sostegno dei loro insegnanti, tanto che quest'anno abbiamo avuto la terza edizione del SOCIETA' DANTE ALIGHIERI QUIZ GAME AWARD, che ha ricevuto la stessa entusiastica accoglienza.
Visto il successo, quest’anno abbiamo deciso di fare un tentativo anche con i più piccini del grado 1. Così il primo Novembre 2016 si è svolta la prima edizione del SOCIETA' DANTE ALIGHIERI
QUIZ GAME AWARD FOR CHILDREN, presso la Northlands Primary School.
Una troupe di 68 chiacchierini hanno partecipato alla gara, e come hanno risposto bene alle domande!
Incredibile la facilità di apprendere dei più giovani. Buffissimi. Alla fine della gara, disciplinatissimi, hanno ricevuto sandwiches e succo di frutta. I più bravi hanno avuto anche un premio e un trofeo!
Nella Hall della National Primary School si respirava un'aria di grande allegria, e vivacità.
Entusiasmante.
E così il prossimo anno organizzeremo anche la seconda edizione del QUIZ GAME FOR CHILDREN.
Il QUIZ GAME è risultato essere un grande strumento per avvicinare i giovani alla cultura.
 
Graziella Maggesi

ROMA - “Credere alla risurrezione è essenziale, affinché ogni nostro atto di amore cristiano non sia effimero e fine a sé stesso, ma diventi un seme destinato a sbocciare nel giardino di Dio, e produrre frutti di vita eterna”. Così Papa Francesco prima dell’Angelus recitato insieme ai fedeli giunti a San Pietro nella domenica in cui è stato celebrato il Giubileo dei Carcerati.
“A pochi giorni di distanza dalla solennità di Tutti i Santi e dalla Commemorazione dei fedeli defunti, - ha esordito Papa Francesco – la Liturgia di questa domenica ci invita ancora a riflettere sul mistero della risurrezione dei morti. Il Vangelo presenta Gesù a confronto con alcuni sadducei, i quali non credevano nella risurrezione e concepivano il rapporto con Dio solo nella dimensione della vita terrena. E quindi, per mettere in ridicolo la risurrezione e in difficoltà Gesù, gli sottopongono un caso paradossale e assurdo: una donna che ha avuto sette mariti, tutti fratelli tra loro, i quali uno dopo l’altro sono morti. Ed ecco allora la domanda maliziosa rivolta a Gesù: quella donna, nella risurrezione, di chi sarà moglie?”.
Gesù, ha spiegato il Santo Padre, “non cade nel tranello e ribadisce la verità della risurrezione, spiegando che l’esistenza dopo la morte sarà diversa da quella sulla terra. Egli fa capire ai suoi interlocutori che non è possibile applicare le categorie di questo mondo alle realtà che vanno oltre e sono più grandi di ciò che vediamo in questa vita. Dice infatti: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito”. Con queste parole, - ha aggiunto – Gesù intende spiegare che in questo mondo viviamo di realtà provvisorie, che finiscono; invece nell’aldilà, dopo la risurrezione, non avremo più la morte come orizzonte e vivremo tutto, anche i legami umani, nella dimensione di Dio, in maniera trasfigurata. Anche il matrimonio, segno e strumento dell’amore di Dio in questo mondo, risplenderà trasformato in piena luce nella comunione gloriosa dei santi in Paradiso”.
“I “figli del cielo e della risurrezione” – ha sottolineato il Papa – non sono pochi privilegiati, ma sono tutti gli uomini e tutte le donne, perché la salvezza portata da Gesù è per ognuno di noi. E la vita dei risorti sarà simile a quella degli angeli, cioè tutta immersa nella luce di Dio, tutta dedicata alla sua lode, in un’eternità piena di gioia e di pace. Ma attenzione! La risurrezione non è solo il fatto di risorgere dopo la morte, ma è un nuovo genere di vita che già sperimentiamo nell’oggi; è la vittoria sul nulla che già possiamo pregustare. La risurrezione è il fondamento della fede e della speranza cristiana! Se non ci fosse il riferimento al Paradiso e alla vita eterna, il cristianesimo si ridurrebbe a un’etica, a una filosofia di vita. Invece il messaggio della fede cristiana viene dal cielo, è rivelato da Dio e va oltre questo mondo. Credere alla risurrezione – ha sottolineato ancora – è essenziale, affinché ogni nostro atto di amore cristiano non sia effimero e fine a sé stesso, ma diventi un seme destinato a sbocciare nel giardino di Dio, e produrre frutti di vita eterna. La Vergine Maria, regina del cielo e della terra, ci confermi nella speranza della risurrezione e ci aiuti a far fruttificare in opere buone la parola del suo Figlio seminata nei nostri cuori”.
Dopo l'Angelus, in occasione del Giubileo dei carcerati, il Papa ha rivolto un appello “in favore del miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri in tutto il mondo, affinché sia rispettata pienamente la dignità umana dei detenuti. Inoltre, desidero ribadire l’importanza di riflettere sulla necessità di una giustizia penale che non sia esclusivamente punitiva, ma aperta alla speranza e alla prospettiva di reinserire il reo nella società. In modo speciale, sottopongo alla considerazione delle competenti Autorità civili di ogni Paese la possibilità di compiere, in questo Anno Santo della Misericordia, un atto di clemenza verso quei carcerati che si riterranno idonei a beneficiare di tale provvedimento”.
Papa Francesco ha anche ricordato che “due giorni fa è entrato in vigore l’Accordo di Parigi sul clima del Pianeta. Questo importante passo avanti dimostra che l’umanità ha la capacità di collaborare per la salvaguardia del creato, per porre l’economia al servizio delle persone e per costruire la pace e la giustizia”.
Concludendo, il Santo Padre ha augurato a tutti “una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!”. (aise)

Zonderwater, ovvero: dove metterli?

Dal sito dello Zonderwater Block -

Probabilmente uno dei fronti più trascurati da Hitler e Mussolini nella Seconda Guerra Mondiale è quello del Nordafrica. Il conflitto iniziò con alcune schermaglie di frontiera nel giugno del 1940 e terminò nel maggio 1943 con la resa delle truppe dell'Asse in Tunisia. Il teatro del conflitto non fu certamente di secondaria importanza sia per il numero di soldati che vi ebbero a combattere, sia per il susseguirsi incalzante delle vicende, sia per le conseguenze che tali vicende provocarono sullo scenario europeo, infine perchè in questi aridi deserti vennero combattute le prime battaglie veramente cruente. Rommel fu richiamato in patria da Hitler mentre cercava di sfondare ad El Alamein e raggiungere Suez per arrivare ai pozzi di petrolio del Medio Oriente; chi lo sostituì temporaneamente compromise con decisioni sbagliate l'offensiva italo tedesca, e a Rommel rientrato precipitosamente in ottobre , non rimase altro che ordinare la ritirata delle truppe tedesche. Agli Italiani fu lasciato l’ingrato compito di proteggere la fuga dell’alleato. A maggio del 1943 finiva il sogno della "quarta sponda".

Già dopo la battaglia di Sidi El Barrani (dicembre 1940), nell'ambito della Operazione Compass, le truppe inglesi si trovarono a dovere gestire logisticamente in un ambiente ostile, migliaia di prigionieri che le regole della prudenza e del buon senso prima che quelle della strategia militare, imponevano di allontanare da quegli scenari troppo vicini alle zone di combattimento in una situazione ancora molto fluida e senza che fosse possibile intravvedere un vincitore.

La soluzione, quasi obbligata, fu offerta dalla cobelligeranza col Commonwealth del Sud Africa, il cui Governo di Jan Smuts aveva di misura respinto la posizione di neutralità ed  anche una alleanza con Regno d'Italia e Terzo Reich. Fu così che molti italiani prigionieri in Egitto vennero imbarcati a Suez sulle stesse navi che in direzione opposta avevano portato truppe sul fronte mediterraneo, per essere sbarcati a Durban e condotti in una miriade di campi di prigionia in quello che era ed è il più esteso Stato dell'Africa australe. La minoranza bianca lì al potere in parte di origine britannica assicurava fedeltà alla Corona e la vastità del territorio, buona custodia. 

Il più grande di questi campi (ed il più grande in assoluto per prigionieri italiani nell'ultimo conflitto) fu Zonderwater, che in lingua boera significa "senza acqua".  Non è facile trovarlo sulle carte geografiche della Regione del Gauteng, fino al 1994 Transvaal, capitale Johannesburg. Qui, in una landa desolata e arida a forma di anfiteatro vicino alla miniera di Cullinan (dove nel 1905 venne trovato il più grande diamante grezzo del mondo, del peso di 3.106,75 carati),  vennero convogliati anche dai fronti  dell'Etiopia e dell'Eritrea fin dalla primavera 1941, i primi diecimila prigionieri.

Tende del primo periodo 1941 - 1942 In quel tempo le baracche non erano ancora state costruite,  i soldati  dovevano dormire all'addiaccio nelle tende e subire un trattamento molto rude da parte delle guardie; l’approvvigionamento alimentare si rivelava del tutto insufficiente. Lo testimoniano le relazioni super partes della Croce Rossa internazionale; lo confermano i diari e le lettere sfuggite alla censura dei prigionieri, il cui numero aumentava vertiginosamente.

 Alla fine dell’anno seguente venne chiamato a dirigere il campo il colonnello Hendrik Frederik Prinsloo (vedi foto a destra) Hendrik Frederik Prinslooche, confinato bambino in campo di concentramento dagli Inglesi nella guerra che li aveva visti opposti ai Boeri, conosceva in prima persona la durezza della segregazione. Egli  seppe quindi dare prova di  concretezza e umanità, facendo costruire dai prigionieri stessi, una piccola città di 14 Blocchi, ognuno con 4 Campi di 2000 uomini, a loro volta con  24 baracche dal tetto in lamiera. Un agglomerato  destinato ad accogliere oltre 100.000 soldati, con 30 km di strade, mense,  teatri, scuole, palestre, ove gli internati potessero trovare interessi ed evitare  inedia e disperazione; nonché ospedali con complessivi 3000 posti letto (vedi foto in basso a sinistra) e chiese dove i cappellani militari cercavano di imporre quel minimo di disciplina che gli altri ufficiali, inviati in India in spregio alla Convenzione di Ginevra, non potevano più garantire.

Nuovo ospedale a Zonderwater

All’interno del Blocco recintato da filo spinato e sorvegliato da sentinelle armate dall’alto di torrette, i p.o.w. (prisoners of war) potevano  circolare libe­ramente, ma si trattava sempre di prigionia, dopo mesi o anni di combattimenti e di privazioni, di umiliazione per la sconfitta, di sconforto, nell’incertezza sulla data del ritorno che metteva a dura prova la psiche di ognuno. Alcuni di loro letteralmente impazzivano e venivano ricoverati in uno speciale reparto dell’ospedale. Chi tentava la fuga verso il Mozambico, ove era aperto un Consolato italiano, e veniva ripreso, scontava il suo gesto con 28 giorni di permanenza nella casetta rossa, ove subiva un trattamento punitivo abbastanza duro.

Per tutti veniva fatto un censimento (talvolta anche due mesi dopo la cattura, periodo durante il quale il soldato era stato dichiarato "disperso") e redatta una scheda clinica, a prescindere dallo stato di salute. Sono tutte conservate in copia presso la Associazione Zonderwater  Block ex POW, dopo che previdentemente si era provveduto a fare una copia di quelle spedite in Italia su una nave che fece naufragio.

Tre archi - Cimitero Abbastanza spesso i prigionieri venivano trasferiti da un blocco all’altro. Questa procedura seguì precisi criteri ideologici dopo l’8 settembre 1943, quando le comprensibili tensioni di animi esacerbati si acuirono a seconda dei diversi orientamenti politici dei soldati. Alcuni scelsero di collaborare con i detentori recandosi a lavorare fuori dal campo, in varie attività, e per loro la vita diventò meno dura; altri restarono fedeli al giuramento e preferirono aspettare nella precarietà del vitto e delle condizioni generali il rimpatrio. Che per 252 di loro non avvenne: essi riposano nel cimitero che, assieme a museo, cappella e un monumento chiamato I Tre Archi (oggi simbolo del campo) costituiscono un lembo di terra italiana in Sud Africa, tutto ciò che è restato dopo che nel 1947, alla partenza dell'ultimo pow, le baracche furono abbattute e il campo fu smantellato.

Tre archi lapideQui, ogni prima domenica di novembre, si riunisce la comunità italiana alla presenza di autorità diplomatiche dei due Paesi per commemorare i circa 109.000 soldati che lì, a diecimila chilometri dall'Italia, sacrificando parte della loro giovinezza,  attesero l'agognato ritorno.

I precursori e le difficili origini -
 
Ciro Migliore -
 
Il Club Italiano di Città del Capo compie cinquant'anni e si preparano eventi per festeggiare degnamente questo importante traguardo. E intanto, come in tutte le ricorrenze importanti, ci si guarda indietro per ricordare come ci si è arrivati, per riviverne i momenti più importanti e per raccontarli a chi non li ha vissuti. Noi della Gazzetta, che di quel mezzo secolo abbiamo vissuto a Cape Town soltanto gli ultimi 22 anni, abbiamo cercato di guardare un po' più indietro per capire meglio la genesi del sodalizio e le motivazioni di quella spinta a unirsi così insolita fra gli italiani. Siamo convinti che nella comunità fosse maturata la convinzione di unirsi attorno a una bandiera e di dire finalmente. "Eccoci qui. Non ci nascondiamo e siamo fieri di essere italiani".
 
Nel periodo in esame, come si vedrà, sono nati e scomparsi diversi club italiani al Capo. I festeggiamenti riguardano il Club Italiano di Rugby, fondato nel 1966, che ha ereditato la bandiera dell'italianità da tutta una serie di precursori, a partire dalla Società Italiana di Mutuo Soccorso e Beneficienza del 1890.
 
Occorre quindi partire dalle origini della comunità italiana del Capo e guardare anche all'ambiente in cui gli immigrati si venivano a trovare. Senza andare proprio alla prima colonizzazione di queste terre, abbiamo dato uno sguardo alla storia del Capo a partire dalla seconda metà dell'Ottocento. Tanto per cominciare, non era ancora parte del Sud Africa di oggi, bensì un territorio scarsissimamente popolato che gli inglesi avevano sottratto alla Compagnia delle Indie Orientali durante le guerre napoleoniche. Molti boeri a partire dagli anni trenta dell'Ottocento se n'erano andati verso gli altipiani dell'interno e l'area geografica che oggi si chiama Sud Africa conteneva le colonie britanniche del Capo e del Natal, gli stati indipendenti dell'Orange Free State e del Transvaal e una dozzina di territori tribali.
 
In quella Colonia del Capo di Buona Speranza la presenza italiana era minima e comunque la stessa Italia ancora non esisteva o era appena una neonata alle prese con il sogno grandioso di divenire una potenza coloniale per poter trattare alla pari con i paesi europei che già si erano spartiti praticamente tutto il mondo. Non restava che l'antico Impero d'Etiopia, che nessuno aveva tentato di colonizzare e che l'Inghilterra aveva strapazzato con una spedizione militare per liberare alcuni ostaggi ed eliminare l'arrogante Imperatore Teodros, reo soprattutto di aver cercato di forzare la mano ai regnanti inglesi perché lo aiutassero a fare del suo immenso impero un paese "civile". Così, mentre i sogni coloniali di Crispi e compagni sfumavano fra le ambe intorno ad Adua, in una sconfitta che il mondo britannico sfruttò al meglio per oscurare la quasi contemporanea figuraccia che le giubbe rosse avevano rimediato a Isandlwana contro gli impi zulu, gli italiani si avvicinavano in ordine sparso alle terre australi dell'Africa. Minatori e avventurieri si dirigevano verso i campi diamantiferi di Kimberley, pescatori e operai d'ogni descrizione trovavano lavoro nella costruzione di ponti, strade, ferrovie e tutto quanto occorreva in territori pressoché vergini che si aprivano alla "civiltà".
 
Nei libri di storia, prima della Guerra Anglo-Boera (1899-1903), spiccano i nomi di  Rocco Catoggio, originario della Basilicata, e di John Molteno, arrivati al Capo l'uno con l'uniforme britannica - indossata per salvarsi la vita e non finire ai lavori forzati dopo essere stato catturato in una battaglia persa dai francesi che all'epoca la facevano da padroni in Basilicata - e l'altro come emigrante dall'Inghilterra, dove la sua famiglia brianzola si era trapiantata anni prima. Ma la loro presenza non agevolava di molto la vita grama che gran parte degli italiani si trovavano a condurre, non per demerito loro, poveretti, ma perché essere latini e cattolici non era certamente vantaggioso da queste parti in quei tempi. La religione cattolica era al bando perché la colonia era nata sulla spinta delle migrazioni protestanti causate in Europa dalle guerre di religione e infatti non si trova in tutto il Sud Africa alcuna delle grandi chiese cattoliche antiche così comuni nelle Americhe.
 
Gli italiani al Capo erano così benvoluti che i giornali di lingua inglese pubblicati all'epoca addebitavano regolarmente a "Italians" ogni evento criminale di cui davano notizia e nella parlata comune ci si riferiva a loro con i termini spregiativi di "mangiaspaghetti", "bloody dagoes" o "damned wops". Un missionario valdese inviato dalla Società Geografica Italiana a esplorare le condizioni degli italiani nei vari territori dell'Africa Australe si rese conto della reputazione delinquenziale che loro malgrado si erano fatti e si prese la briga di andare a verificare la situazione con le forze di polizia. Così scoprì che erano ben pochi gli italiani ad aver avuto problemi con la giustizia. La fama negativa era soltanto frutto di pregiudizi e di incompatibilità fra il carattere estroverso degli italiani, specialmente meridionali, e quello chiuso dei coloni arrivati soprattutto dall'Olanda, dall'Inghilterra e dalla Germania.
 
Nonostate tutti gli ostacoli, non mancavano gli italiani che si erano affermati nelle loro professioni ed erano divetati facoltosi. Fra tutti ne citeremo due che possedevano anche uno spiccato senso civico, forti sentimenti patriottici e una grande generosità: il toscano Oreste Nannucci e il veneto di Marostica Giuseppe Rubbi, commerciante e imprenditore il primo, accreditato come colui che ha introdotto le lavanderie nel paese (che ancora portano il suo nome), costruttore il secondo. Risalgono prevalentemente a loro, fin dalla fine dell'Ottocento, i tentativi più riusciti di restituire ai connazionali dignità e considerazione, organizzando strutture sociali che ne segnalassero la presenza, la consistenza e l'importanza. Nacque così la Società Italiana di Mutuo Soccorso e Beneficienza - che qualche anno prima era già nata a Kimberley e qualche anno dopo sarebbe nata a Johannesburg -, attorno alla quale di svilupparono poi i primi tentativi di creare una scuola, nella quale lo stesso Nannucci per primo insegnò l'italiano e altre materie, un centro di ritrovo e perfino una squadra sportiva - Ausonia - che gareggiava e spesso primeggiava nei confronti con le altre comunità.
 
Il primo gruppo consistente e organizzato di immigranti italiani si ebbe con la costruzione di dinamitifici per le industrie estrattive. L'appalto fu vinto dalla Nobel di Avigliana, alle porte di Torino, e dal Piemonte arrivarono decine di "cartuccere" e operai con le loro famiglie. Prima di loro, in verità, era arrivato - con tanto di bachi da seta - un gruppetto di setaioli da varie province del Nord Italia, ingannati da sogno folle di un proprietario terriero di Knysna, che li mandò a produrre seta in una foresta che non conteneva nemmeno un gelso. Per sopravvivere finirono per fare i taglialegna o altri mestieri. I loro discendenti, fra i quali la signora Etna Mangiagalli di Cape Town, vivono ancora in Sud Africa.
 
Poi ci fu la Guerra Anglo Boera, nella quale gli italiani si schierarono dalla parte dei boeri e diedero con il colonnello Ricchiardi e i suoi volontari della Legione Italiana un grande contributo allo sfortunato sforzo bellico del presidente Paul Kruger e del suo popolo, tanto da guadagnare al Ricchiardi la mano di una figlioccia del presidente e l'esilio insieme a lui in Svizzera, dove fu anche protagonista di un duello in difesa del suo onore (di Kruger). Lo stesso Ricchiardi organizzò l'emigrazione verso l'Argentina di un folto gruppo di "afrikaners" che non vollero restare in un Sud Africa a conduzione britannica. Ancora oggi i loro discendenti parlano "afrikaans" e seguono le tradizioni del loro popolo di africani bianchi.
 
Mentre la guerra era ancora in corso, constatato che l'emigrazione dall'Italia verso il Sud Africa era in aumento, il Commissariato dell'Emigrazione del governo regio mandò un ispettore, Adolfo Rossi, ex giornalista diventato famoso con i suoi servizi dai fronti caldi in Italia e anche dal fronte anglo-boero, con l'incarico di valutare le prospettive che si offrivano agli emigranti. Il sottosegretario all'agricoltura della Colonia del Capo ne fu informato e chiese di incontrarlo. Scopo del colloquio quello di far presente che il governo locale avrebbe visto con favore l'arrivo di 500 e forse più famiglie provenienti dal Nord Italia per lavorare nell'agricoltura. Orario di lavoro: dall'alba al tramonto per gli uomini, dalle 8 alle 16 o alle 17 per le donne. Paga di due scellini e mezzo per gli uomini e di uno scellino per le donne, quasi la stessa che ricevevano i braccianti africani di colore. Perfino i proprietari terrieri sudafricani si indignarono per il trattamento offerto agli italiani, ma non ci fu modo di far cambiare parere al governo e il negoziato fallì.
 
Un episodio che lascia intuire quanto dovesse essere dura la vita per gli italiani che nonostante tutto riuscivano ad arrivare fino al Capo.
 
Dopo la guerra, nel 1910, dal trattato di pace e dai successivi negoziati scaturì il Sud Africa odierno, con la scelta di avere il potere esecutivo a Pretoria e quello legislativo a Città del Capo. Gli italiani andavano aumentando di numero e fra il 1918 e il 1920 fondarono il Circolo Sociale Italiano in Kloof Neck Road, che aveva non soltanto un salone per le feste ma anche una sala di lettura con biblioteca e perfino i campi da bocce. Il bisogno di aggregarsi, di aiutarsi, di scambiarsi informazioni ed esperienze spingeva nella direzione dell'associazionismo. Se ne rese subito conto il conte Natale Labia, che, dopo essere stato console generale a Johannesburg, nel 1929 arrivò al Capo con l'incarico di Ministro Plenipotenziario del Governo Fascista di Mussolini. Sfortunatamente l'epoca di Labia durò poco.
 
Nel 1936, il 9 di gennaio, il nobile diplomatico fu stroncato da un infarto. Il giorno dopo avrebbe dovuto consegnare formalmente alla comunità la Casa d'Italia che aveva fatto costruire nel cuore della città. La donazione non ebbe più luogo e qualche anno dopo l'edificio divenne sede del Teatro Labia.
 
Nel 1939 fu formalmente istituita la Dante Alighieri di Cape Town, ma allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale tutte le istituzioni italiane furono soppresse dalle autorità e centinaia di italiani furono inviati al confino. Quelli che fino a quel momento erano ospiti indesiderati ma comunque tollerati erano improvvisamente diventati nemici. Ma, per uno di quei capricci del caso che sconvolgono anche i più raffinati progetti umani, il periodo bellico segnò per gli italiani il passaggio da una situazione di forte disagio a un nuovo rapporto di amicizia e collaborazione con i sudafricani, complici i centomila prigionieri italiani arrivati in Sud Africa e i meno numerosi ma non meno grati prigionieri sudafricani in Italia salvati e aiutati dagli italiani. Migliaia di ragazzi di Zonderwater, appena fu loro offerto di uscire dai reticolati per andare a lavorare nella costruzione di opere pubbliche o nelle aziende agricole abbandonate dai sudafricani andati in guerra, capovolsero completamente l'atteggiamento dei sudafricani, che videro in pochi anni la costruzione di passi montani (Du Toit e Outeniqua), strade, ponti, sistemi d'irrigazione, l'accademia della polizia e tante altre opere pubbliche, mentre le famiglie dei contadini si affezionavano subito a quegli strani e temuti "cattolici" che tenevano in vita le loro fattorie.
 
Nel clima mutato del dopoguerra la voglia di aggregarsi e di riconoscersi come italiani esplode e le bandiere del cambiamento sono i club che sorgono dappertutto. Comincia il dottor Ugo Giunchi a Johannesburg fondando il Circolo Sportivo Olympia, che diventerà poi il grande Club Italiano di Bedfordview, e lo seguono subito il Club Sociale Italiano di Pretoria e quello di Città del Capo, poi anche quelli di Linbro Park (poi confluito nell'Olympia), di Umkomaas, Vereeniging, Benoni, Nigel e Welkom, per citare soltanto i maggiori.
L'inaugurazione del Club Italiano di Città del Capo - chiamato allora Circolo Sociale Italiano - avvenne sabato 8 agosto 1953. Da documenti che ci sono stati messi a disposizione da Patrizia Di Già si viene a sapere che la sede era nella villa "Del Monte", penultimo edificio sulla sinistra in cima a Kloof Neck Road. I quotidiani Cape Times e Cape Argus ne diedero notizia nelle loro edizioni dell'11 agosto e la segnalazione dell'evento fu inviata a Roma dal console G. Barone. Presidente era il dottor U. Foresta. In una lettera di ringraziamento alla Principessa Ida Labia, vedova del Ministro Plenipotenziario Natale Labia, il console Barone racconta che "un grandissimo numero di italiani - vecchi residenti e nuovi arrivati - sono intervenuti a ho avuto il piacere nel mio discorso inaugurale di ricordare a ciascuno e a tutti il prezioso lavoro e l'attività svolti dal compianto Principe Labia, vostro consorte, in veste di primo Ministro Italiano nell'Unione" (del Sud Africa). In una precedente lettera, datata 1 agosto, il console aveva ringraziato la Principessa Labia per essersi offerta di far trasportare a proprie spese nella nuova sede il mobilio e le attrezzature del Circolo, immagazzinati a cura della stessa Principessa durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Era quindi questa la prima volta che nel dopoguerra prendeva forma il vecchio sogno di avere al Capo un Club Italiano.
 
In una lettera al Ministero degli Affari Esteri, datata 11 agosto, il console Barone dava notizia dell'inaugurazione e diceva che "la sede è molto dignitosa, ha numerosi ambienti e un salone per le riunioni che può essere anche attrezzato per rappresentazioni cinematografiche. La evoluzione della iniziativa della Casa del "Circolo", come ho riferito in precedenti rapporti, ha subito varie vicende dovute in parte alle condizioni ambientali e a difficoltà finanziarie che ho potuto ultimamente far superare. Sono sicuro che la Sede ora esistente contribuirà ad amalgamare sempre più questi Italiani e darà a loro occasione di incontrarsi e di passare qualche ora di svago in un ambiente sano ed accogliente".
 
In chiusura della missiva il console Barone affermava che "nella stessa sede del "Circolo" potranno, inoltre, affermarsi ancor più le altre iniziative già in atto (filodrammatica, piccola orchestra) e iniziarsi adeguate attività culturali, senza escludere, peraltro, una attività benefica".
 
Altri due documenti in possesso di Patrizia Di Già, che è stata con Michelina Ciman e Chrystal Grauso una delle tre presidentesse dell'attuale Club di Rugby (foto qui a destra), ci raccontano che il Circolo Sociale Italiano ospitò in "Delmonte", Kloofnek Road, il ballo di San Silvestro la notte del 31 dicembre 1955, mentre una lettera del presidente Foresta datata 5 maggio 1956 invitava i connazionali a iscriversi al Circolo Sociale, "unica istituzione italiana nella Città del Capo". "E' ovvio - affermava il presidente, che bisogna dimostrarsi Italiani non soltanto quando ciò ci conviene, ma ancor più quando ciò impone dei sacrifici: infatti, non v'è vero amore là dove non c'è dedizione e sacrificio. Dissidi e rancori personali dovranno pertanto, d'ora innanzi essere posti da un lato e ciascuno di noi dovrà sforzarsi di contribuire al benessere della nostra collettività".
 
Quali dissidi e rancori? La frase successiva della lettera lo fa intuire: "Nè la località della sede deve essere il pomo della discordia fra noi, perchè questa sarà decisa dalla maggioranza dei membri". Dal che si evince che il Circolo avrebbe dovuto traslocare e che esistevano disaccordi circa la posizione della nuova sede.
 
Essere soci del Circolo costava allora 4,4 sterline l'anno, ma la quota poteva essere versata in due rate semestrali di 2,2 sterline.
 
Le memorie di Padre Maletto
Eppure padre Lorenzo Maletto, missionario della Consolata, trasferito nel 1950 dal Chenia a Città del Capo, scrive nelle sue memorie intitolate "Un Missionario piccolo piccolo" di aver trovato qui "pecore senza pastore". Da qui in poi lasciamo a lui la parola:
"Mi rendo conto che serpeggia un diffuso senso di sbandamento. Lontane dalla patria, anche le migliori famiglie hanno abbandonato quasi ogni pratica religiosa. Alla mia domanda sul perché non frequentino più né la chiesa né i sacramenti, la risposta è sempre la stessa: «I preti parlano inglese e noi non li comprendiamo. Il nostro inglese è troppo povero e in chiesa ci annoiamo. Questi preti inoltre non s'interessano di noi».
"I Padri della Casa sono impegnati con gli studi e non possono prestare che sporadici servizi religiosi. Devo fare qualcosa. Intanto l'ufficio anagrafico della città mi fornisce un elenco di oltre seicento famiglie italiane! E' necessario prendere decisioni di ampio respiro, per raggiungere quelle pecore senza pastore. Preso il coraggio a due mani e raccomandata la cosa a Dio, mi presento all'Arcivescovo Mons. O. Mac Cann e gli faccio pressapoco questo discorso: «Le famiglie italiane qui residenti mancano di un'assistenza religiosa adeguata. Se vostra Eccellenza mi dà l'incarico, mi offro per essere il cappellano della Comunità». L'Arcivescovo, cuore grande di buon irlandese, va oltre: seduta stante, detta al suo segretario la mia nomina a Cappellano della Comunità Italiana per tutta la diocesi. Rimango stordito, ma ho ancora il coraggio e la presenza di spirito di esporgli un mio desiderio: comperare una macchina per svolgere meglio il mio lavoro. «Lei la comperi», mi risponde «io le prometto il saldo spese per la benzina, il bollo, l'assicurazione...» e mi congeda con una calorosa benedizione che rivela la sua contentezza. Diverse famiglie italiane mi aiutano.
L'economo generale, sollecitato, mi manda un assegno; io racimolo i miei risparmi e, dopo due mesi da quell'incontro, possiedo il mezzo che mi avrebbe procurato autonomia e rapidità di movimenti. Sono felice, entusiasta.
"Il lavoro va aumentando di giorno in giorno; passo all'ospedale a visitare i connazionali infermi; m'interesso delle pratiche che i nuovi arrivati non sanno svolgere; sono interpellato per telefono da un mondo di gente. I Padri giovani mi dànno una mano, ma il grosso del lavoro grava sulle mie spalle. Mi nascono in mente sempre nuove iniziative. Una di queste è l'idea di dividere in quattro settori la città. Stabilisco i luoghi d'incontro, avviso le famiglie e comincio. Una volta al mese celebro alla domenica la Messa a turno, zona per zona. Buoni i primi risultati: la Comunità corrisponde con entusiasmo, anche perché si sente agevolata. Ormai, in una maniera o in un'altra, dal Console d'Italia all'Arcivescovo... all'ultimo emigrato, tutti sono a conoscenza del missionario itinerante, mingherlino e sparutello, sempre in moto per avvicinare gli Italiani in un Paese dove i cattolici non raggiungono il sei per cento.
"Amici fidati mi sostengono e m'incoraggiano. Uno di questi, al secondo anno del mio impegno pastorale, mi dice un giorno: «Padre, perché non organizzare un Garden Party alla Consolata House? Bisogna estendere le conoscenze e renderle amicizie. Incontrarci nella Casa Missionaria, in un ambiente di festa... con lei, sarebbe tanto bello! Sono certo che le "Azioni Maletto" salirebbero sul mercato di Cape Town».
Rimango un po' interdetto. Una vocina interna mi sussurra: «Accetta subito». Un'altra invece, più timida, mi ammonisce: «Lorenzino, non fare il passo più lungo della gamba...». Ascolto la prima, confidando nel Signore. Cinque uomini e cinque donne si radunano formando un comitato e si dividono i vari incarichi. Accettano che al Garden Party siano invitati anche l'Arcivescovo e il Console d'Italia.
Si stabilisce di comune accordo un piano di propaganda. Si invitano tutti, anche quelli che non si sono mai visti ai raduni domenicali. La lettera circolare viene spedita appena siamo certi del consenso dei due invitati d'onore.
Tutto riesce molto bene. Nel pomeriggio sono presenti oltre cinquecento persone, raccolte nel vasto giardino della Casa dei Missionari. Parla l'Arcivescovo. E' la prima volta che si rivolge in modo esclusivo ai nostri immigrati: «Sono ben lieto», dice, «di essere qui con voi e di sentire che voi mi siete vicini...». Anche il Console ha parole d'incoraggiamento: afferma che il «sentirsi uniti nella fede e nell'amor patrio è un beneficio comune». Io, non so come, supero il Lorenzino dalla voce flebile, lanciando, con il grazie per la partecipazione, l'invito ai giovani di dar vita a un Club tutto per loro. Applausi e adesioni! E' veramente una bella festa!
Vino, dolci, bibite... Tutto quel ben di Dio è stato regalato dalle famiglie e dai ristoranti italiani; ognuno è servito a... discrezione, all'insegna della gioia del ritrovarsi insieme!
A sera, quando gli ospiti se ne sono andati e la mia destra è quasi intorpidita dalle numerose strette di mano, mi ritiro nella mia stanzetta e ringrazio il Signore! I giovani Padri sono rimasti entusiasti quasi più di me.
Quell'amico aveva ragione: "Le Azioni P. Maletto" sono salite, ma con esse è aumentato anche il lavoro.
Certe cose nascono adulte. Il "Club dei Giovani" è tra queste. Le numerose adesioni raccolte durante il ricevimento dànno vita ad un "Direttivo" pieno di fantasia, con tanto di Presidente, Segretaria e una sede che ricavo da una sala della Casa: giungono tavoli da ping-pong, bigliardini, tavole e tavolini; e così ogni domenica, dalle 18 alle 22, i giovani fanno irruzione nel nostro giardino, e la sede, provvista anche di un giradischi, offre musica per i tradizionali quattro salti in famiglia. Ogni due mesi: gita al mare o in montagna, secondo le stagioni. La voce corre. Molti in città si domandano cosa stia succedendo nella comunità italiana.
Poi i giovani propongono una squadra di calcio. Nasce l'Ausonia. Scrivo in Italia ai dirigenti della Juventus e dell'Inter. Giungono così le maglie dai fatidici colori e palloni da gioco in quantità. Cominciano le gare e gli incontri con altre squadre.
Ma il mio animo non è ancora soddisfatto! Le Messe domenicali sono ancora molto "silenziose". La vocina del cappellano raggiunge e conforta cuori e menti, ma "non si canta". Ne parlo ai giovani che dànno il loro appoggio e nasce così la cantoria. Io mi siedo al piano, in attesa che qualcun altro mi sostituisca. Finalmente arriva. Si fanno prove settimanali di canto. Le li-turgie domenicali vengono animate da armonie di ogni tipo, comprese quelle popolari, proprie delle regioni di provenienza degli immigrati, che si sentono di nuovo come nelle loro chiese d'infanzia e trovano il coraggio di manifestarsi cristiani!
I giovani sono inesauribili. Accarezzo ancora un sogno: la filodrammatica. Ne parlo con Angelo Gobbato, che frequenta l'Università e dimostra una grande passione per il teatro. E' un artista nato! Pensate che quando, dopo oltre vent'anni, lasciai Cape Town, era diventato direttore del maggiore teatro della città. Angelo trova altri giovani: una quindicina in tutto. Due volte l'anno si dànno spettacoli in un teatro con oltre quattrocento posti! Il ricavato va ai poveri e per coprire le spese di trasferta dell'Ausonia. E' una Comunità viva.
Resi corresponsabili, i giovani e gli adulti non mi hanno mai deluso".
Passano gli anni e il seme gettato da padre Maletto ha fatto germogliare una pianta forte, destinata a durare a lungo. E' invece la fibra del sacerdote, già minata dagli anni in Chenia, a non reggere più ai ritmi imposti dall'essere cappellano di migliaia di italiani in una grande area metropolitana. Infatti scrive:
A me rimane soprattutto il compito degli incontri personali con i giovani e i loro problemi. Si creano nuove famiglie cristiane, base fondamentale per una cristianizzazione in profondità. A sera vado a letto "stracco" morto. Una vocina mi dice dentro: «Padre Lorenzino, a Manira ti lamentavi di doverti impegnare soltanto in cose materiali. Ora non stancarti nel super lavoro missionario che io, il Signore, ti dono! ».
Gli immigrati desiderano trovare altri momenti per potersi incontrare e me ne parlano. Sta maturando quasi "un bisogno di trovarsi insieme" e di conoscersi meglio. Nascono così le "Cene sociali"... Il Comitato, sempre intraprendente, sceglie locali da quattrocento coperti; signore e signorine si prestano volentieri per il servizio. Le "Cene sociali" si realizzano due volte all'anno, con la partecipazione, alcune volte, dell'Arcivescovo e del Console. Tutto prende vita. Non ho di che lamentarmi!
La serietà del comportamento di tanti giovani è assicurata dai genitori stessi. Cresce la voglia di uscire dal ghetto, dalla "colonia" per diventare qualcuno.
Gli incontri suscitano il desiderio di avere una sala per la proiezione di film italiani. I nostri connazionali, pur lavorando in un Paese di lingua inglese, di questa non conoscono per lo più che l'indispensabile per sopravvivere. Non mi resta che approvare l'iniziativa. Così ogni domenica, quattrocento o cinquecento spettatori possono assistere a film di contenuto storico, culturale o di semplice svago; la "S. Paolo Film" mi viene in aiuto assicurandomi spettacoli validi, anche sotto l'aspetto morale. Persone capaci mi affiancano in questa difficile impresa.
Queste molteplici attività suscitano l'ammirazione del Console che vuole premiarmi con la Croce di Cavaliere d'Italia. La cerimonia semplice e decorosa si svolge in uno dei soliti raduni della Comunità Italiana nella nostra Casa. Approfitto di quest'occasione per lanciare un'altra iniziativa. Poiché si diceva in giro che la mia presenza era gradita (bontà loro): «Perché» dico io «non sarebbe gradito un giornalino, che mensilmente possa raggiungere tutti, proprio tutti? ». L'entusiasmo per l'iniziativa assicura la nascita e la riuscita di "Spigolature" che comincia a circolare, modesto nella veste tipografica, ma tenace assertore della fede, animato da molto entusiasmo. Dopo i primi numeri si aggiungono collaboratori e redattori capaci e creativi. L'Arcivescovo stesso mi incoraggia con un biglietto: «Benissimo per "Spigolature". Mi fanno riflettere e mi divertono! Continui ». Quando, nel luglio 1975, lascio definitivamente il Sud Africa, passo a P. Mario Valli la direzione di questo foglio. E' giunto al 145° numero.
Posso dire di non essermi mai tirato indietro nel mio lavoro missionario: per raggiungere gli emigranti macino migliaia di chilometri; ogni quattro o cinque anni devo cambiare la macchina, e la Comunità, giunto il momento, si tassa per assicurarmi il mezzo di trasporto. Ho lasciato l'ultima macchina che contava 240 mila chilometri.
Ogni sera immancabilmente, dalle 19 alle 21, sistematicamente incontro due o tre famiglie; in quelle ore si trovano tutti in casa: la mamma, il papà tornato dal lavoro e i bambini dalla scuola. Gli incontri sono semplici, basati sull'amicizia; semino parole d'incoraggiamento, di fede, di ottimismo, secondo i bisogni. Si portano e si superano insieme le molte difficoltà che si possono incontrare lungo la strada di un immigrato. Affermare che venga sfruttato può sembrare una parola dura e ingiusta, ma, certo, l'ambiente che lo circonda, non lo rende migliore se non giunge da se stesso ad elevarsi. Il Sud Africa, poi, conosce tutte le sfaccettature del razzismo.
Di giorno visito soprattutto i malati all'ospedale. La caposala mi conosce e mi telefona quando in corsia ci sono emigrati italiani. Faccio amicizia anche con i medici; pur non favorevoli al nostro credo religioso, li trovo sempre tanto rispettosi. Le ore tristi della morte sono condivise dalla Comunità e partecipate a tutti i connazionali attraverso "Spigolature".
Per principio, non accetto mai di fermarmi a cena presso le famiglie, che si stancano di farmene invito. Posso tuttavia asserire che, se si cerca il vero bene dei fratelli, essi ricambiano l'oscura fatica con un'amicizia profonda piena di affetto riconoscente!
Il giorno in cui il prof. Christian Barnard riesce ad eseguire un trapianto di cuore, si accendono migliaia di speranze in tutto il mondo. Il professore sudafricano diventa quasi un mito, e Cape Town la centrale del "miracolo scientifico".
L'ospedale di Groote-Schuur mi è noto per le frequenti visite che vi faccio ai nostri malati di cuore.
Conosco il professore e suo fratello, prof. Marius, anch'egli parte della équipe degli esperti famosi per queste operazioni a cuore aperto o per la cura di difetti cardiaci congeniti. La loro fama raggiunge le Province d'Italia da cui provengono i nostri immigrati. Da lì a voler vedere curati i propri congiunti il passo è breve. Inoltre, richieste da ogni parte d'Italia e del mondo giungono a valanga. Ricordo i primi "malati" che vengono con il seguito dei fotoreporter di noti rotocalchi alla ricerca di emozioni. Faceva pena invece vedere dei pazienti arrivare soli e sprovveduti di assistenza. Cerco di offrire loro particolare spazio del mio tempo.
Alcuni giungono anche senza preavviso. Il prof. Barnard non manca di farmi presente che egli non è né un "taumàturgo" né un mecenate del bisturi e io lo devo dire alla gente.
L'afflusso diviene sempre più massiccio. Uomini, donne e bambini si rovesciano su Città del Capo. La segreteria del celebre professore mi passa, ogni tre mesi, la lista dei richiedenti italiani e posso cosi prestare una migliore collaborazione.
Mi reco a ricevere il paziente all'aeroporto, gli sistemo i bagagli in macchina, lo porto a destinazione, affidandolo alle cure dei medici. Cerco di tenermi al corrente della diagnosi e dell'operazione, che dura dalle cinque alle sei ore. Dire le trepidazioni dei congiunti è impossibile. Finalmente appare il prof. Barnard: se è sorridente, significa che tutto è andato bene ancora una volta. «Well, well », dice sottovoce guardandomi. Altrimenti... Qualche volta devo io stesso interessarmi per il rientro della salma.
Il fratello del professore, prof. Marius, manifesta una singolare simpatia per gli Italiani. Non disdegna quasi mai l'offerta di cene con piatti all'italiana, in cui non devono mai mancare gli spaghetti, di cui è molto ghiotto, e i vini delle Langhe che definisce "ottimi cardiotonici". Nei momenti festosi mi vuole con la brigata e dice a tutti: «Fr. Maletto is one of my best friends. (Padre Maletto è uno dei miei migliori amici)». E' evidente che la particolare amicizia di cui godo da parte di questi due luminari della scienza medica mi giova per aiutare qualche immigrato che stenta a saldare le parcelle. Sono riuscito ad ottenere degli interventi chirurgici gratuiti.
Devo dire la verità che gli interventi con cifre molto alte li ho conosciuti soltanto al mio rientro in Italia. Il professor Barnard non richiedeva che 30-40 mila lire. La degenza post-operatoria, di sei mila lire giornaliere, però era lunghissima (da quaranta a settanta giorni). Il viaggio in aereo, la presenza di uno o due accompagnatori mandavano, tuttavia, alle stelle gli addebiti. D'altronde, può una moglie lasciar partire solo per Cape Town un marito, o una mamma il suo bambino?
Ritornati in patria, comunque andassero le cose, era commovente la riconoscenza che mi dimostravano con lettere e aiuti alle Missioni.
Nel diario in cui annoto le prestazioni di ministero, trovo segnati centoventidue malati di cuore che ho potuto assistere: centoventidue "indirizzi" formano, da soli, un notevole, attuale momento d'incontro!
Con gli anni, la mia salute va peggiorando. Fin da Manira i reni avevano minacciato di bloccarmi. Vi avevo posto rimedio passando in Sud Africa. Un'operazione alla prostata mi lascia postumi che mi debilitano un pochino. Ma la botta più forte arriva improvvisa: una trombosi coronaria mi porta all'ospedale privo di sensi. E' un mattino di febbraio del 1972. Tra la gente della Comunità Italiana corre ormai voce che io stia... per andarmene.
Sono curato da un simpatico dottore ebreo che mi tratta come fossi suo padre. In camera di rianimazione prima, in quella di degenza poi, per cinque settimane, ogni giorno o anche più volte al giorno, egli viene a trovarmi o lascia qualcun altro della sua équipe a sorvegliarmi. Un'infermiera professionale a turno controlla i diagrammi luminosi che segnalano ad ogni istante l'andamento cardio-circolatorio.
Ma vado riprendendomi poco alla volta. Sono dapprima permesse visite di pochi minuti, poi, sempre più lunghe, fino a potermi intrattenere con diversi gruppi di immigrati che mi vengono a trovare. La loro gioia è grande quando il bollettino medico segnala il "fuori pericolo".
Dieci, quindici, venti persone per volta, che ruotano attorno al letto di un prete, non possono non suscitare meraviglia da parte del personale e degli ammalati. Ne domandano il perché agli interessati. « E' il nostro padre », rispondono.
La mia gente non giunge a mani vuote: tutti si fanno premura di lasciare un dono. Ogni sera vengono i Padri della Casa Missionaria a prelevare, o meglio, a ridistribuire i doni in varie direzioni.
Non posso rifiutare quanto l'affetto di quei figlioli vuole esprimere.
Il mio amico medico s'interessa che il vitto sia buono e vario. «Lei deve guarire e tornare in azione», mi ripete incoraggiante. Dopo cinque settimane di degenza mi tiene questo discorsetto: «Per questa volta se l'è cavata. Ha superato bene la prova molto grave della trombosi coronarica recidiva. But, be careful (ma stia attento). D'ora in poi, dovrà riguardarsi molto. Ora che torna a casa, continui il riposo; più avanti potrà riprendere a guidare la macchina; lo sa, è atteso...».
E mi dimette dall'ospedale. I miei Superiori da Torino mi inviano P. Enrico Colpi a sollevarmi di gran parte delle attività pastorali che sono fiorite in questi anni. Viene anche il giorno in cui mi si ordina il rientro in patria. Do le consegne a P. Colpi e a P. Mario Valli, arrivato anch'egli per facilitare il mio ritorno. Il Comitato del Centro Italiani di Cape Town programma cerimonie solenni di addio. Preferirei andarmene alla chetichella, ma non posso farlo.
Ho sempre cercato di agire alla luce del sole e non posso rifiutare un saluto di commiato che può giovare ancora al bene di tutti.
Il Missionario non vive per sé ma per gli altri. Una lettera circolare avvisa che domenica 6 luglio 1975 vien convocata la Comunità presso il Club Italiano e nella parrocchia di Nazareth.
"Spigolature" esce in edizione straordinaria. Io scrivo alcune frasi per invogliare tutti a perseverare nel bene. Provo una certa emozione nello stendere quest'ultimo numero; le cose che devo scrivere richiedono una più profonda attenzione. Ne esce fuori quasi un testamento spirituale.
Domenica 6 luglio: alle ore 11 i locali del Club, nella nuova sede al centro di Cape Town, sono inverosimilmente gremiti. Il Presidente del Club, Dr. Pagano, parla a nome della Comunità. Il Console, Dr. Zamboni, ribadisce il suo apprezzamento per il lavoro svolto. Parlo anch'io. Sono molto breve: l'emozione mi impedisce di dire tutto ciò che vorrei...
Si sta per servire liquori, bibite e dolci, il tutto preparato con abbondanza, quando letteralmente irrompe in sala il sig. Nino Nebuloni. E' giunto in ritardo. Avanza al tavolo d'onore, chiede la parola, prende il microfono e, con voce stentorea e la foga di un milanese scatenato, dice press'a poco questo: «...Quanti hanno conosciuto e amato P. Maletto da oltre vent'anni, non hanno bisogno di nessuna parola. Ma i giovani, quelli del Club Italiano rilanciato, sì da essere, modestia a parte, il più bel Club di Cape Town, sappiano che è P. Maletto che ha realizzato questo. Altri hanno lavorato con lui, ma, senza di lui il Club non sarebbe quello che oggi è. La riconoscenza è la prima virtù. Ricordatelo, voi giovani, ricordiamolo noi tutti!».
Restiamo sorpresi e commossi per l'immediatezza convinta di quell'intervento. Il raduno al Club è davvero un ricordo che non dimenticherò mai.
Domenica 13 luglio: è il momento religioso del commiato. La chiesa parrocchiale di Nazareth è gremita come non mai, tanto che molti devono accontentarsi di assistere alla Messa dai corridoi e dalla sacrestia. Al Vangelo lascio parlare il cuore, non badando allo sforzo che gli chiedo: «Carissimi, è l'ultima volta che ho il piacere di rivolgermi a voi. Sempre vi ho parlato in modo franco, in privato e in pubblico; speravo sinceramente di realizzare maggiori frutti spirituali. Se invece di dar vita a tante iniziative avessi fatto penitenza e pregato di più, chissà, avrei raggiunto i frutti conseguiti dal santo Curato d'Arso Purtroppo, non ho saputo imitarlo! Perdonatemi se in questo ho mancato verso di voi... ».
Il silenzio regna nella vasta chiesa, ma non è il silenzio di cui un tempo "mi rammaricavo": pur con tutti i miei limiti, la comunione dei cuori regna nella Comunità italiana di Cape Town!
Nel pomeriggio, i padri Valli e Colpi mi accompagnano all'aeroporto. Mi inoltro nel grande salone passeggeri inverosimilmente gremito, dove mi accoglie uno scroscio fragoroso di battimani.
Lo stile inglese e sudafricano non ama i battimani estemporanei; ma quelli, lo comprendo subito, sono degli emigrati italiani, che non paghi di avermi salutato in due solenni circostanze e negli innumerevoli incontri personali, mi hanno raggiunto all'aeroporto. Ci scambiamo ancora saluti cordiali e strette di mano. E' un addio a non finire.
Suona il gong: l'aereo è già in pista. Mani protese, grida di saluto. Abbraccio i due confratelli che mi hanno accompagnato. Salgo sull'aereo, mi accomodo sul seggiolino presso l'oblò che mi permette di vedere ancora nel decollo Cape Town che si allontana. Mi sale dal cuore una preghiera: «Signore, perdona il male che posso aver commesso e, se qualche cosa di bene ho compiuto, accettalo nel tuo grande amore. Amen!».
La vocina misteriosa mi sussurra piano dentro il cuore stanco: «E ora, Lorenzino, preparati alla ultima tappa». Sono un Missionario felice!".
 
La domenica mattina del 28 ottobre 1980 - scrive il curatore di un libriccino che ne contiene le memorie -  si porta ancora al C.L.M. per disimpegnare il suo servizio. Alle dieci, un attacco cardiaco lo schianta; riesce a stento a farsi sentire. E' trasportato d'urgenza in infermeria e quindi all'Ospedale Mauriziano. Alle 18 spira assistito dai Confratelli.
 
Il cordoglio più vero che accompagnò la sua morte è nel ricordo ancor fresco di tutti.
 
Il cuore generoso di questo missionario, piccolo e tanto grande, testimonia che la tenacia, la fede e l'entusiasmo nel seguire la vocazione missionaria non sono un prodotto lontano o di altri tempi.
 
Il giorno prima di morire aveva suggerito a una persona, che gli chiedeva consiglio, «di punteggiare la giornata di pensieri buoni, ardenti, per richiamare la presenza di Dio, invocando luce dallo Spirito Santo ».
 
La storia di questo missionario è tutta qui: punteggiare la giornata della vita con una costante risposta di bene!
 
Nelle foto momenti dell'inaugurazione del  Circolo Sociale Italiano.
Il Club Italiano di Città del Capo, proseguendo nella tradizione iniziata da quando il saccheggio del cimitero di guerra italiano a Worcester ha reso obbligatoria la traslazione delle salme a Zonderwater, ha ospitato domenica la celebrazione del ricordo dei prigionieri di guerra italiani morti in Sud Africa durante la detenzione a Zonderwater, a Worcester, a Hillary (Durban), a Pietermaritzburg e nelle altre località sudafricane dove erano stati allestiti campi di prigionia.
 
Anche quest'anno la comunità ha risposto in massa alla chiamata degli organizzatori, che nel corso della cerimonia hanno dovuto aggiungere altre sedie per accomodare i ritardatari. Presente il console d'Italia al Capo Alfonso Tagliaferri, gli onori di casa sono stati fatti dalla presidentessa del club Chrystal Grauso, mentre il cavalier Renato Fioravanti, presidente del Comites delle province del Capo, ha rappresentato le famiglie dei caduti trasferiti a Zonderwater e la comunità locale. Il cappellano degli italiani padre Gerardo Garcia, assistito da padre Mario Tessarotto, ha celebrato la santa messa per i prigionieri e per tutti i defunti.
 
Corone di fiori sono state deposte fra le  bandiere d'Italia e del Sud Africa, sotto due grandi pannelli con i nomi dei prigionieri trasferiti da Worcester a Zonderwater e con quelli dei soci del club deceduti in questi anni, dal console Tagliaferri, dalla presidentessa Grauso e dai rappresentanti delle associazioni comunitarie (nelle foto).
I coniugi Marisa e Uliano Marchio hanno come sempre donato alla cerimonia una commovente colonna sonora, mentre gli alpini della sezione Ana di Cape Town hanno prestato il servizio di guardia d'onore. Il Warrant Officer delle Forze Armate sudafricane Giuseppe Ricci ha coordinato lo svolgersi della celebrazione, mentre Ciro Ferrone ha come sempre provveduto alla trasmissione degli inni nazionali del Sud Africa e dell'Italia e al perfetto funzionamento dei microfoni.
 
Nei loro brevi discorsi il presidente del Comites Renato Fioravanti e il console Alfonso Tagliaferri hanno ancora una volta spiegato i motivi che hanno reso inevitabile l'esumazione delle salme dei prigionieri sepolti nel piccolo cimitero di guerra italiano incorporato nel cimitero pubblico di Worcester. Il console ha tenuto a sottolineare che, nonostante il saccheggio sistematico del piccolo cimitero, le tombe non sono mai state profanate e anche la traslazione delle salme è avvenuta nel corso di quest'anno con il massimo rispetto verso i resti dei connazionali ivi seppelliti, i quali riposano ora nel grande Cimitero di Guerra Italiano, Sacrario e Museo di Zonderwater.
 
 
“Si salvano le banche, ma non le persone” -
 
Iacopo Scaramuzzi - Città del Vaticano - La Stampa -
 
«Affrontiamo il terrore con l’amore». Dopo l’incontro del 2014 a Roma e quello del 2015 in Bolivia il Papa ha ricevuto per la terza volta in Vaticano i movimenti popolari internazionali impegnati nella difesa di «terra, casa e lavoro per tutti» (in spagnolo tre «t»: tierra, techo, trabajo). Francesco, che ha denunciato con «vergogna» la «bancarotta dell’umanità» rappresentata dalla «obbrobriosa» situazione di respingimento degli immigrati, ha esortato i movimenti popolari a non farsi paralizzare dal meccanismo della paura, che sostiene un sistema iniquo: «Quando questo terrore, che è stato seminato nelle periferie con massacri, saccheggi, oppressione e ingiustizia, esplode nei centri con diverse forme di violenza, persino con attentati odiosi e vili, i cittadini che ancora conservano alcuni diritti sono tentati dalla falsa sicurezza dei muri fisici o sociali». Prima di concludere il discorso, in spagnolo, parlando di Martin Luther King, il Papa ha esortato i movimenti popolari a non farsi «incasellare», in un momento in cui cresce il «divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia», e a scegliere l’austerità per combattere il rischio della corruzione.  
 
«Mi congratulo con voi, vi accompagno, vi chiedo di continuare ad aprire strade e a lottare», ha detto il Papa ai rappresentanti di tutto il mondo di campesinos, cartoneros, attivisti impegnati in difesa delle categorie più deboli. Tuttavia, «ci sono forze potenti che possono neutralizzare questo processo di maturazione di un cambiamento che sia in grado di spostare il primato del denaro e mettere nuovamente al centro l’essere umano», ha denunciato Francesco. «Chi governa allora? Il denaro. Come governa? Con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare che genera sempre più violenza in una spirale discendente che sembra non finire mai. Quanto dolore, quanta paura! C’è – l’ho detto di recente – c’è un terrorismo di base che deriva dal controllo globale del denaro sulla terra e minaccia l’intera umanità. Di questo terrorismo di base si alimentano i terrorismi derivati come il narco-terrorismo, il terrorismo di stato e quello che alcuni erroneamente chiamano terrorismo etnico o religioso. Nessun popolo, nessuna religione è terrorista. È vero, ci sono piccoli gruppi fondamentalisti da ogni parte. Ma il terrorismo inizia quando hai cacciato via la meraviglia del creato, l’uomo e la donna, e hai messo lì il denaro. Tale sistema è terroristico», ha detto Francesco, che ha citato le denunce in tema di Pio XI e Paolo VI. «Nessuna tirannia – ha proseguito Francesco – si sostiene senza sfruttare le nostre paure. Da qui il fatto che ogni tirannia sia terroristica. E quando questo terrore, che è stato seminato nelle periferie con massacri, saccheggi, oppressione e ingiustizia, esplode nei centri con diverse forme di violenza, persino con attentati odiosi e vili, i cittadini che ancora conservano alcuni diritti sono tentati dalla falsa sicurezza dei muri fisici o sociali. Muri che rinchiudono alcuni ed esiliano altri. Cittadini murati, terrorizzati, da un lato; esclusi, esiliati, ancora più terrorizzati, dall’altro. È questa la vita che Dio nostro Padre vuole per i suoi figli? La paura viene alimentata, manipolata... Perché la paura, oltre ad essere un buon affare per i mercanti di armi e di morte, ci indebolisce, ci destabilizza, distrugge le nostre difese psicologiche e spirituali, ci anestetizza di fronte alla sofferenza degli altri e alla fine ci rende crudeli. Quando sentiamo che si festeggia la morte di un giovane che forse ha sbagliato strada, quando vediamo che si preferisce la guerra alla pace, quando vediamo che si diffonde la xenofobia, quando constatiamo che guadagnano terreno le proposte intolleranti; dietro questa crudeltà che sembra massificarsi c’è il freddo soffio della paura. Vi chiedo di pregare per tutti coloro che hanno paura, preghiamo che Dio dia loro coraggio e che in questo anno della misericordia possa ammorbidire i nostri cuori».  
 
«La misericordia non è facile, non è facile... richiede coraggio», ha detto ancora il Papa. «Per questo Gesù ci dice: “Non abbiate paura”, perché la misericordia è il miglior antidoto contro la paura. È molto meglio degli antidepressivi e degli ansiolitici. Molto più efficace dei muri, delle inferriate, degli allarmi e delle armi. Ed è gratis: è un dono di Dio. Cari fratelli e sorelle, tutti i muri cadono. Affrontiamo il terrore con l’amore».  
 
A partire dal Vangelo il Papa si è soffermato poi sul tema della disoccupazione, sottolineando che «gli ipocriti, per difendere sistemi ingiusti, si oppongono a che siano guariti. A volte penso che quando voi, i poveri organizzati, vi inventate il vostro lavoro, creando una cooperativa, recuperando una fabbrica fallita, riciclando gli scarti della società dei consumi, affrontando l’inclemenza del tempo per vendere in una piazza, rivendicando un pezzetto di terra da coltivare per nutrire chi ha fame, state imitando Gesù, perché cercate di risanare, anche se solo un pochino, anche se precariamente, questa atrofia del sistema socio-economico imperante che è la disoccupazione. Non mi stupisce – ha detto il Papa – che anche voi a volte siate sorvegliati o perseguitati, né mi stupisce che ai superbi non interessi quello che voi dite». 
 
Quanto all’immigrazione, quella attuale, ha denunciato Francesco, «è una situazione obbrobriosa, che posso solo descrivere con una parola che mi venne fuori spontaneamente a Lampedusa: vergogna». Il Papa ha fatto sue le parole pronunciate a Lesbo dall’arcivescovo Hieronymos di Grecia sulla «bancarotta dell’umanità»: «Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell’umanità non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero, e non solo il Mediterraneo... molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati di sangue innocente». L’immigrazione «è un problema del mondo. Nessuno dovrebbe vedersi costretto a fuggire dalla propria patria. Ma il male è doppio quando, davanti a quelle terribili circostanze, il migrante si vede gettato nelle grinfie dei trafficanti di persone per attraversare le frontiere, ed è triplo se arrivando nella terra in cui si pensava di trovare un futuro migliore, si viene disprezzati, sfruttati e addirittura schiavizzati. Questo si può vedere in qualunque angolo di centinaia di città». 
 
In questo frangente nel quale «il divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia si allarga sempre più come conseguenza dell’enorme potere dei gruppi economici e mediatici che sembrano dominarle», il Papa ha poi indirizzato due esortazioni ai movimenti popolari. Innanzitutto, «non cadete nella tentazione della casella che vi riduce ad attori secondari o, peggio, a meri amministratori della miseria esistente. In questi tempi di paralisi, disorientamento e proposte distruttive, la partecipazione da protagonisti dei popoli che cercano il bene comune può vincere, con l’aiuto di Dio, i falsi profeti che sfruttano la paura e la disperazione, che vendono formule magiche di odio e crudeltà o di un benessere egoistico e una sicurezza illusoria». Il secondo rischio da evitare, ha detto Jorge Mario Bergoglio, è quello di lasciarsi corrompere: «C’è corruzione nella politica, c’è corruzione nelle imprese, c’è corruzione nei mezzi di comunicazione, c’è corruzione nelle chiese e c’è corruzione anche nelle organizzazioni sociali e nei movimenti popolari», ha scandito il Papa, ripetutamente applaudito. «A qualsiasi persona che sia troppo attaccata alle cose materiali o allo specchio, a chi ama il denaro, i banchetti esuberanti, le case sontuose, gli abiti raffinati, le auto di lusso, consiglierei di capire che cosa sta succedendo nel suo cuore e di pregare Dio di liberarlo da questi lacci. Ma, parafrasando l’ex-presidente latinoamericano che si trova qui», ha detto il Papa guardando José «Pepe» Mujica, «colui che sia affezionato a tutte queste cose, per favore, che non si metta in politica, non si metta in un’organizzazione sociale o in un movimento popolare… o in seminario… perché farebbe molto danno a sé stesso e al prossimo e sporcherebbe la nobile causa che ha intrapreso. Davanti alla tentazione della corruzione, non c’è miglior rimedio dell’austerità; e praticare l’austerità è, in più, predicare con l’esempio. Vi chiedo di non sottovalutare il valore dell’esempio perché ha più forza di mille parole, di mille volantini, di mille “mi piace”, di mille retweets, di mille video su youtube. L’esempio di una vita austera al servizio del prossimo è il modo migliore per promuovere il bene comune e il progetto-ponte delle “3-T” (lavoro, casa, terra, ndr). Chiedo a voi dirigenti di non stancarvi di praticare l’austerità e chiedo a tutti di esigere dai dirigenti questa austerità, che – del resto – li farà molto felici».  
 
Il Papa ha concluso il discorso citando Martin Luther King: «Odio per odio intensifica solo l’esistenza dell’odio e del male nell’universo. Se io ti colpisco e tu mi colpisci, e ti restituisco il colpo e tu mi restituisci il colpo, e così di seguito, è evidente che si continua all’infinito. Semplicemente non finisce mai. Da qualche parte, qualcuno deve avere un po’ di buon senso, e quella è la persona forte. La persona forte è la persona che è capace di spezzare la catena dell’odio, la catena del male». 
Paolo Dieci -
 
All’origine della decisione del governo di Addis Abeba di proclamare, il 9 ottobre, lo stato di emergenza vi sono gli scontri che hanno opposto manifestanti e militari soprattutto nello stato regionale dell’Oromia, ma anche in quello dell’Amhara. Il bilancio complessivo è pesante: molti i morti durante le proteste degli ultimi mesi (almeno 500 secondo alcuni osservatori) e ingenti i danni causati.
Oromo contro i Tigrini?
La linea interpretativa prevalente mette all’origine degli scontri esasperate contrapposizioni etniche. In sostanza: una rivolta degli Oromo contro i Tigrini, dato che questi ultimi hanno dato vita all’Ethiopian People's Revolutionary Democratic Front, coalizione che governa l’Etiopia dal 1991, cioè da quando ha sconfitto il regime militare filosovietico del colonnello Menghistu Haile Mariam.
Del resto un’analoga linea interpretativa godette di molto credito anche ad inizio degli anni novanta, quando diversi osservatori, riflettendo sulla caduta del regime militare, lo identificarono come espressione dell’egemonia Amhara sul Paese. “Vista” così la policy etiopica, ma più in generale africana, appare abbastanza statica, un susseguirsi di conflitti per l’egemonia e per il potere contrassegnati da dinamiche etniche e tribali.
Sul fatto che gli scontri siano stati particolarmente frequenti e cruenti nello stato regionale dell’Oromia non vi sono dubbi, così come non ve ne sono sul fatto che in questo stato regionale risiede circa un terzo della popolazione etiopica, stimata in poco più di 90 milioni di persone.
Lo stato regionale copre peraltro territori tra loro molto differenziati, dalla zona pastorale meridionale di Borana, al confine con il Kenya, alle montagne del Bale a sud del fiume Awash. Identificare l’insieme della popolazione di lingua oromo come caratterizzata da un’omogeneità culturale, religiosa, socio-economica è molto complesso e in ultima analisi non corretto.
Analogia interpretativa a parte, ci sono però significative differenze con quanto accaduto negli anni novanta. Quando il regime di Menghistu Haile Mariam crollò, non lo fece in seguito ad un’esasperazione del conflitto etnico anti Amhara (per inciso, il regime stesso si caratterizzò anche per una certa propaganda contro questo gruppo linguistico, associato alla precedente dinastia imperiale), ma per l’effetto congiunto di eventi internazionali (il crollo dell’Unione Sovietica in primo luogo) e interni (la strutturale vulnerabilità alimentare del paese e la frequenza e gravità delle carestie).
Oggi il contesto è del tutto diverso, sotto i profili istituzionale (l’Etiopia è dal 1995 una repubblica federale), macro economico (il Paese registra una crescita economica del 10,9% nel decennio 2004-2014 senza essere produttore di petrolio ed essendo caratterizzato da almeno due dei fattori che secondo Paul Collier ostacolano lo sviluppo, cioè l’assenza di sbocchi al mare e l’avere ai confini stati fragili e instabili) e demografico. Anche la mappa del Paese è diversa dal 1991, laddove l’Eritrea è a tutti gli effetti, a partire dal referendum celebrato nel 1993, uno stato indipendente.
La coesistenza di crescita e povertà estrema
Tuttavia una costante rimane: la strutturale esposizione alle carestie. Nel 2015 la carestia, originata da una forma particolarmente violenta del fenomeno El Nino, ha colpito direttamente più di 8,2 milioni di etiopici, traducendosi in insicurezza alimentare o dipendenza per l'approvvigionamento di cibo dal governo o dalle associazioni umanitarie internazionali.
È a nostro avviso su questa coesistenza tra crescita e povertà estrema che si deve guardare per capire cosa sta davvero accadendo in Etiopia. Crescono le tensioni parallelamente alle diseguaglianze. La stessa capitale Addis Abeba - che in alcune aree assomiglia ad una moderna metropoli occidentale e in altre si caratterizza per assenza di servizi ed infrastrutture - esprime questa crescente divaricazione. Si innalza la crescita economica, ma si abbassa il livello di coesione sociale e di stabilità.
Cooperazione con l’Etiopia, come e perché
Un’evoluzione traumatica degli eventi in Etiopia rappresenterebbe un dramma. Per la sua popolazione, in primo luogo, ma anche per la stabilità dell’intera regione.
È sufficiente uno sguardo alla carta geografica: Eritrea, Sudan, Sud Sudan, Somalia, Gibuti e Kenya sono i Paesi confinanti. Da alcuni di questi provengono centinaia di migliaia di rifugiati e richiedenti asilo che risiedono nel territorio etiope (nel marzo 2016 i rifugiati e richiedenti asilo in Etiopia ammontano a 735.165 persone, la grande maggioranza delle quali dalla Somalia, dal Sud Sudan e, in misura minore, dall’Eritrea).
L’Etiopia va aiutata e sostenuta, con intelligenza e visione. È un ideale e impegnativo banco di prova anche per la nuova architettura della cooperazione italiana, basata su un rafforzato legame tra politica estera, partenariato per lo sviluppo, sostegno a sistemi di governance moderni e democratici.
Programmi centrati sul protagonismo delle società civili, internazionale ed etiopica, e sull’inclusione sociale dei gruppi che finora neanche hanno sentito il “profumo” della crescita economica possono segnare una direzione, ispirare correttivi ad un modello di sviluppo oggi caratterizzato da una crescita non sostenibile, perché disattenta nei confronti dei bisogni dei gruppi più vulnerabili, indipendentemente dalla loro base etnica o linguistica.
Dialogo sulle politiche economiche e sociali e azione umanitaria e a sostegno dello sviluppo sostenibile: sono i due ideali pilastri di un’incisiva politica di cooperazione con l’Etiopia. Occorre fare in fretta, anche attivando, in Italia, una consultazione strategica tra istituzioni, Ong e imprese presenti nel Paese.
 
Paolo Dieci, Presidente del CISP.
Bologna - Si può curare l’invecchiamento? Un gruppo di ricerca dell’Università di Bologna ci sta provando, partendo da un nuovo approccio: considerare il complesso di problemi che sorgono con l’avanzare dell’età come una sorta di unico processo autoinfiammatorio. In questo modo diventerebbe possibile curare i diversi disturbi età-associati tutti insieme, piuttosto che uno alla volta come facciamo oggi. A proporre l’idea è il team del Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale (DIMES) dell’Alma Mater guidato da Claudio Franceschi, professore emerito Unibo, che per primo ha osservato come l’invecchiamento sia caratterizzato da uno stato di infiammazione cronica, sterile, e di lieve entità. Un fenomeno che è stato battezzato “inflammaging” – infiammazione (inflammation) legata all’invecchiamento (aging) – di cui fino ad oggi sapevamo però molto poco, in particolare sull’origine degli stimoli che lo promuovono e lo mantengono.
A fare luce su questo punto è un articolo pubblicato su “Trends in Endocrinology and Metabolism”. Nello studio, il gruppo di ricerca dell’Alma Mater propone l’ipotesi secondo cui una delle più importanti sorgenti di stimoli infiammatori che sostengono l’inflammaging sia costituita dalla continua produzione di “spazzatura molecolare” da parte delle cellule dei nostri organi e tessuti. Con l’invecchiamento, i sistemi dedicati a smaltire questi scarti perdono efficacia, provocando così l’attivazione delle cellule-spazzini del sistema immunitario innato, come ad esempio i macrofagi.
“Ormai è chiaro – spiega Claudio Franceschi – come i macrofagi e altre cellule con il compito di spazzini del nostro organismo siano in grado di riconoscere e fagocitare non solo batteri e altri microbi che invadono il nostro corpo e danneggiano le cellule, ma anche e soprattutto molecole dei nostri tessuti, se queste si presentano alterate, oppure fuori dal loro normale contesto anatomico. Il riconoscimento di queste molecole ‘fuori posto’ viene interpretato come segnale di pericolo da parte del sistema immunitario innato, che attiva l’infiammazione per eliminare la ‘spazzatura molecolare’ e riparare il tessuto. Un fenomeno fisiologico che però aumenta con l’età, portando così ad un’eccessiva secrezione di molecole infiammatorie. In questo senso abbiamo proposto l’ipotesi che l’invecchiamento sia sostenuto da un processo autoinfiammatorio”.
Pur non essendo immediatamente causa di patologie, l’inflammaging sembra però rappresentare uno dei maggiori fattori di rischio per praticamente tutte le malattie associate all’età: malattie neurodegenerative, tumori, malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, sarcopenia e depressione maggiore, solo per citarne alcune. Scoprirne l’origine e la dinamica di sviluppo diventa allora un elemento importante per ripensare l’intero approccio alla cura dei disturbi dell’invecchiamento.
“Pensare all’invecchiamento in questi termini – aggiunge la dottoressa Miriam Capri, ricercatrice del DIMES, tra i responsabili dello studio – ci ha fatto ipotizzare che l’inflammaging e lo stesso processo di invecchiamento possano propagarsi non solo da una cellula all’altra, ma anche da un tessuto o un organo all’altro, ovvero sia a livello locale che sistemico, come se si trattasse di una malattia infettiva”. Una visione innovativa, questa, che apre scenari e prospettive in grado di consentire lo sviluppo di nuove strategie per ritardare l’invecchiamento: se le malattie età-associate condividono una comune origine infiammatoria, diventa possibile curarle tutte insieme, piuttosto che una alla volta come facciamo oggi. Lo studio del gruppo di ricerca Unibo va così ad inserirsi nel campo della Geroscienza, nuova disciplina che sta cambiando in modo profondo, spesso ribaltandole, concezioni stratificate e ormai obsolete sul processo di invecchiamento e le patologie ad esso correlate. - (NoveColonne ATG)
Credo che quello che sta avvenendo in Umbria e nelle Marche imponga una solidarietà e sobrietà nazionale che vada al di là di litigi politici e che in questo momento mi sembrano di cattivo gusto. Cerchiamo di dare tutti una mano a chi è in difficoltà, speriamo che i governanti facciano il loro dovere senza demagogia e intanto, almeno questa settimana, concentriamoci sulle elezioni americane che comunque condizioneranno il nostro futuro. In allegato vi invio quindi parti di un mio reportage dagli USA, che ho visitato ancora nei giorni scorsi.
 
SOMMARIO:  CLINTON CONTRO TRUMP –  MIRACOLI A SIENA
 
HILLARY CLINTON vs DONALD TRUMP: IL GRAN FINALE
A ormai pochi giorni dal voto, tutto negli USA sembra improvvisamente  tornato in equilibrio.  Anche se i bookmaster danno ancora la Clinton per vincente, non si riesce a capire se i sondaggi che fotografano un testa a testa siano una manovra tattica finale dell’entourage di Hillary  che ha bisogno di demonizzare Trump per portare al voto le stanche truppe democratiche  o se invece, effettivamente, sia scattato qualcosa che abbia rallentato la corsa alla candidata democratica.
 
UN SISTEMA COMPLICATO
Il problema è che anche negli USA il sistema elettorale è complicato: non contano tanto i voti  complessivi nazionali ma in ogni singolo Stato dove chi vince – anche per un solo voto - conquista tutti i delegati di quel territorio, delegati che a loro volta nominano il presidente.
Si va dai 53 “voti” assegnati a Stati popolosi come la California ai solo 3 eletti nel Montana e quindi un candidato alla presidenza può vincere anche nella maggioranza degli Stati ma non raccogliere i 270 delegati che – su 538 “grandi elettori” – assegnano la vittoria finale.
La partita si gioca quindi nelle aree popolose e più in bilico  dove  – come fu per la Florida nel 2000 – piccole oscillazioni sono determinanti per il risultato finale anche perché ad ogni censimento ci sono Stati che aumentano i loro delegati (come Florida e California) a dispetto di altri per il loro aumento di popolazione.  Un sistema complicato ma che funziona da due secoli e mezzo e queste sono comunque le regole del gioco.
 
I NUOVI AMERICANI
Nel frattempo, però, sono gli USA ad essere profondamente cambiati e chi sta votando in questi giorni (per posta o nelle sedi comunali, dove i seggi sono già aperti dal 24 ottobre, ma sta votando meno gente del solito e anche questo dato è indicativo) sono americani  molto diversi da quelli solo di una dozzina di anni fa.
Mai come in questi anni, infatti, gli USA sono ancor più diventati un crogiolo di lingue e di razze dove non solo l’inglese sta soccombendo allo spagnolo dopo decenni di immigrazione dal sud, ma addirittura vengono messi nell’angolo i WASP ovvero gli americani “storici”,   bianchi e protestanti.
I due candidati interpretano due mondi diversi e lontani tra loro, dove per la Clinton votano le minoranze, gli ispano-americani, il mondo gay, quelli che sperano in riforme sociali, i più acculturati e  i progressisti mentre contemporaneamente dietro a Trump si è coagulata una nuova America fatta di timori, di angosce, di classe media spaventata per  servizi sociali che non funzionano e  da milioni di pensionati, di ex militari ma anche tanti operai, “padroncini”, commercianti, gente che ha visto bloccarsi il “sogno americano”.
“In Europa non capite che qui siamo diventati un paese vecchio,  dove non c’è più sicurezza sul futuro, c’è poco lavoro, le autostrade sono ancora quelle di quaranta anni fa…”  sospira il mio vicino in un pub di Hannover Street, quartiere dell’East Boston  (terra storicamente democratica)  ieri pieno di immigrati italiani e oggi meta “cult” di vegani, ristoranti etnici, succhi  “bio” e centri tattoo. E’ qui - come in tutta l’America -  che ogni sera la gente va al proprio club ciascuno con una sua radice unica e diversa. Può essere sportiva,  etnica, di lingua, di abitudini sessuali divergenti. “Gli americani non hanno più una loro matrice comune, un sogno condiviso, un leader a cui guardare” è il lamento collettivo.
 
Il braccio di ferro tra la Clinton e Trump si gioca quindi al ribasso, al “meno peggio” e se solo il 53% dei repubblicani dice di sostenere Trump  addirittura la Clinton è approvata soltanto dal 47% dei democratici: la disaffezione elettorale è sempre più evidente.
 
UN VOTO DI CLASSE
C’è poi la rivoluzione interna ai due schieramenti: i neri inseriti nella classe benestante ora votano repubblicano, gli immigrati invece votano democratico, sperando in maggiori diritti civili, spazi tenuti dalla loro seconda generazione che  – raggiunta una nicchia di stabilità – non vuole concorrenza di nuovi intrusi.
La famosa proposta di Trump di costruire un muro al confine con il Messico fa storcere il naso ai benpensanti, ma trova ampia sponda nella  “pancia” della gente e se i giovani sembrano più per Hillary in molti però non voteranno, mentre anziani e pensionati sono decisamente per Trump che assicura “legge ed ordine”.
“Trump è uno che si è fatto da solo, che ha due p… così, adesso gli rompono le scatole per qualche donnina, ma meglio loro che quella massa di gay che vota la Clinton, che probabilmente è una di loro…”. Sciolto il primo istante di autocontrollo al pub si va giù sul pesante e sul becero (“fuck all!”) ,  ma è tutta l’America che lo fa dopo 18 mesi di accuse e contraccuse, di mail intercettate (o intercettabili) e spogliarelliste alla ricerca di dollari e pubblicità. Alla fine dei diversi programmi elettorali resta poco e si voterà prima di tutto “contro” l’avversario. Ma i neri poveri voteranno davvero Clinton? Chissà,  dopo che Obama non ha portato a cambiamenti importanti nella società americana forse molti di loro resteranno a casa. Saranno piuttosto  gli ispanici a votare Hillary e a fare la differenza, e questo acuisce ancora di più la differenza e la diffidenza tra i due elettorati.
 
L’EREDITA’ DI OBAMA
Obama non ha avuto lo spessore di uno statista, tanto che anche  la massiccia presenza della first lady di fianco a Hillary scatena polemiche (e battutacce) con qualche irritazione anche tra i sostenitori bianchi della Clinton che due anni fa hanno pagato lo scotto nelle elezioni di medio termine  con una grave sconfitta democratica. E se il presidente si spinge oltre e in questi ultimi giorni scende in campo di persona questo scatena anche effetti contrari e accuse di ingerenza.
“Votare Clinton è prudenza perché l’altro è matto, ma la Clinton è il potere, questa gestione del potere che proprio non piace”, mi dicono.  Allora cresce il voto di protesta, dell’antipolitica, oppure semplicemente la gente non voterà. “Tanto l’uno o l’altra uguali sono: dei ricchi che si possono permettere i costi di una campagna, sostenuti da altri ricchi che sperano di guadagnarci anche loro”. Sono frasi da pub, vivaci ma in fondo simili a quelle dei commenti in TV dove Hilary non è amata ma è difesa e  conquisterà così (forse) la maggioranza del voto femminile, degli ispanici, dei neri, del mondo gay in questi Stati Uniti sempre più eterogenei e divisi su tutte le questioni etiche di fondo.
Trump ha scelto la carta del tutto contro tutti, del “chissenefrega”  sperando di portare al voto qualche milione di indecisi per un voto di protesta ma è diventato anche il miglior collante per gli avversari che lo accusano di tutto e di più e dalla loro hanno le TV, i giornali, i commentatori.
“Trump non è un demonio e le cose che dice purtroppo sono vere e le dice in modo chiaro, netto, senza ipocrisie:  a noi piace” suggerisce un altro vicino di pub, dando avvio ad una discussione animata visto che la Cod  Beer non è esattamente acqua. Alla fine trecento milioni di americani si ritroveranno martedì divisi per lingua, questioni sessuali, religione, colore della pelle, provenienza. Conteranno  di più quasi dieci milioni di autisti e camionisti che con le “tute blu” si schierano con Trump o i ragionamenti  televisivi di forbiti commentatori che guadagnano cento volte ciascuno di loro? I pronostici dicono ancora Clinton, ma improvvisamente l’America si chiede cosa succederà se voteranno alcuni milioni di americani che a votare non ci sono mai andati. Staremo a vedere, certo martedì sarà una lunga notte…
 
MIRACOLO MONTEPASCHI
A Siena avvengono i miracoli: Il Monte dei Paschi di Siena, già banca di riferimento del PCI e poi del PD e da tempo disastrata, ha avuto un incremento in borsa ad ottobre in una sola settimana del 70% e piacerebbe tanto sapere quali maghi abbiano dato la dritta giusta permettendo a qualcuno di fare una speculazione fantastica, alla faccia di decine di migliaia di azionisti che ci hanno rimesso anche la camicia.
Ancora più notevole la notizia che per avere un reddito operativo (sperato) dell’11% all’anno si taglieranno ora 2.800 posti di lavoro.
Se qualcuno avesse la voglia di leggersi il bel libro di Maurizio Belpietro “I segreti di Renzi”, con tutti i maneggi della famiglia del premier in campo finanziario, scoprirebbe come ancora recentemente il Monte dei Paschi di Siena - pur derelitto – sarebbe riuscito comunque a fare un piacere a Carlo De Benedetti “sistemando” quote per 1,8 miliardi di euro (pari a 36 volte il presunto risparmio annuo previsto per il “taglio” del Senato votando SI al referendum) della sua inquinante centrale termica di Vado Ligure.
Certo che con queste operazioni la banca non poteva che andare al disastro, eppure dietro a questa banca – incredibile – si muovono altre grandi banche interessate, le stesse – come Goldman Sachs  - che spingono per il SI al referendum.
Vuoi vedere che dietro a Renzi e al Monte Paschi c’è in realtà un ben oliato sodalizio internazionale di banchieri e speculatori che fa affari grazie al nostro premier? Intanto leggetevi il libro di Belpietro, sono 18 euro ben spesi. 
  
Un saluto a tutti.                                                              
Marco Zacchera
Keith Gottschalk - Sowetan -
 
There are growing signs the tide has indeed begun to turn against South African President Jacob Zuma and his supporters.
The politics of patronage is no longer working as it used to when Zuma’s defenders could be rewarded for their efforts with promotion, tenders, or a lucrative revolving door to corporate directorships.
In addition, his power base is in a state of increasing disarray. Zuma came to power on a campaign driven by the African National Congress Youth League, Congress of SA Trade Unions (Cosatu), and the South African Communist Party. Today the youth league is a shadow of its former vibrant self. The trade union federation has split, with large unions such as the National Union of Metalworkers of South Africa and the National Education, Health and Allied Workers’ Union opposing him. The Communists are now strident in condemning state capture.
For the moment Zuma’s supporters control the ANC’s levers of power. But an unprecedented and growing army of ANC veterans, whose service to the party goes back to the 1950s, like Ahmed Kathrada, Andrew Mlangeni and Ben Turok, issue public protest upon public protest.
Most devastating of all, the ANC’s chief whip in parliament, Jackson Mthembu – whose very job description includes caucus discipline – backs critics of the ANC’s current executive. The chief whip would certainly not have issued his statement that the party’s leadership should resign unless he had taken the feeling of the majority of his caucus.
In short, Zuma’s critics within the ANC are emboldened to make protest upon protest, with clearly growing momentum. There is a sense that the Zuma machine within the ANC has begun to grind to a halt.
Some key Zuma allies are now deeply wounded, if not rendered ineffective. Among them are his defenders in the prosecution agencies, including the National Prosecuting Authority. Its powerful deputy director of public prosecutions Nomgcobo Jiba and the Specialised Commercial Crimes head Lawrence Mrwebi have felt the heat. Instead of being rewarded for their hard work protecting Zuma, their efforts got them debarred as advocates. And the president was compelled to institute an inquiry into whether they are fit and proper persons to hold their current posts.
Next, Shaun Abrahams, the head of the National Prosecuting Authority, ignominiously had to withdraw his threatened prosecution of Finance Minister Pravin Gordhan. A barrage of critics want him declared unfit for office.
Another Zuma ally, police minister Nathi Nhleko has also suffered a severe setback. His repeated attempts to dismiss Robert McBride from the Independent Police Investigative Directorate have backfired. The National Prosecuting Authority has withdrawn charges of fraud and defeating the ends of justice against him.
It appears that the Gupta family – accused of “capturing” Zuma and some of his cabinet ministers – also seems to be hedging its bets. There are reports that it has bought a R450 million mansion (US$34 million) in Dubai.
Simultaneously, Zuma’s legal woes never seem to cease. Yet another report from the retired Public Protector has not been good news for Zuma and his cronies, Minerals Minister Mosebenzi Zwane and Cooperative Governance Minister Des van Rooyen.
Zuma’s legal team has managed to stall a flurry of litigation from the official opposition and tenacious NGOs throughout the five years of his first term of office which started in 2009. His second term hasn’t been easier and it will now be tougher to continue stalling.
If Zuma is prosecuted at some point in the future, there is now no longer any guarantee that there will be hand-picked prosecutors in place should he come to court.
And up to 1000 former ANC municipal councillors are now unemployed following the recent local government elections. Councillors voted out of office only get a once-off severance payment, but no pensions. That once-off payment will have run out by now. Demoralisation and despair will be eroding Zuma’s support from that constituency too. ANC national MPs and provincials MPs will be calculating how a continuing Zuma presidency might hurt their own chances in the 2019 election.
Zuma supporters in the ANC are on the defensive. They are no longer able to justify Nkandlagate – the scandal over the use of public money on his private homestead – or his allegedly corrupt relationship with the Guptas.
His supporters are reduced to diversionary debating tactics and peddling in conspiracy theories and western imperialist plots for regime change. This attempt at smearing Zuma’s critics within the ANC as foreign agents is carrying less weight than ever before.
Meantime the official opposition, the Democratic Alliance, has announced it is transferring a chunk of its HQ staff to Johannesburg – with the specific mission of running a two and a half year election campaign against the ANC in the Gauteng Province. And so far, the difficult tactical alliance between the DA and Economic Freedom Fighters is holding.
British Prime Minister Harold Wilson famously remarked during the 1960s that a week can be a long time in politics. One ANC cabinet minister to whom I quoted that responded: “A day can be a long time in politics!”.
 
Keith Gottschalk is a Political Scientist, University of the Western Cape
This article first appeared on The Conversation
Le emozioni hanno un’incidenza altissima sul rischio di attacco cardiaco, così come un’attività fisica stressante: esce il più grande studio mai realizzato sul tema -
 
Emanuela Di Pasqua - corriere.it -
 
Non ti arrabbiare, fa male alla salute: quante volte abbiamo sentito questa raccomandazione, constatando noi stessi gli effetti della collera sulla nostra mente e sul nostro corpo durante una lite, un alterco sul lavoro o la classica bagarre nel traffico con vene del collo gonfie? C’è un fondamento scientifico: arrabbiarsi può addirittura causare un infarto e gli attacchi d’ira ci espongono a un rischio più che raddoppiato di avere un attacco di cuore. Insomma, di rabbia si può morire. 
La rabbia fa male (ma quanto?)
È risaputo che ira e stress non fanno bene, ma ora una ricerca del Population Health Research Institute della McMaster University di Hamilton, in Ontario, dopo aver esaminato e monitorato un campione di 12mila pazienti al primo attacco cardiaco, quantifica il rischio di infarto in condizioni emotive negative. In particolare i ricercatori hanno indagato su cosa stavano facendo e cosa stavano provando i pazienti nell’ora precedente l’infarto e 24 ore prima, rilevando che sia un’attività fisica eccessiva che uno stato emotivo negativo possono incidere in maniera significativa, ancor più se a ridosso dell’evento e in misura maggiore rispetto ai tradizionali fattori di rischio quali la pressione sanguigna, l’obesità o un regime dietetico scorretto. Quando la collera ci invade fino al punto di avvertirla fisicamente, il cuore batte più veloce, la pressione si alza, le coronarie si stringono e aumenta la probabilità che placche aterosclerotiche si distacchino, formando dei trombi. 
Un campione ampio e trasversale
Il valore aggiunto di questo studio sta nel corposo e trasversale campione reclutato. In precedenza infatti altre ricerche avevano evidenziato un link profondo tra rabbia, stress o persino eccesso di felicità e rischio di attacco cardiaco, ma i dati riguardavano sempre un campione troppo piccolo e si riferivano a una popolazione appartenente ai Paesi occidentali. Questa analisi invece coinvolge una popolazione appartenente a ben 52 nazioni, di età anagrafica media di 58 anni e in prevalenza maschile e i dati si riferiscono a ben 262 centri sparsi per il mondo. 
Le emozioni che spezzano il cuore
È emerso specificatamente che il 13,6% dei pazienti un’ora prima dell’infarto era impegnato in sforzi fisici pesanti e il 9,1% lo era stato nelle 24 ore precedenti. Il 14,4 per cento dei pazienti invece aveva avuto un attacco di ira, di tristezza o era emotivamente sconvolto nell’ora precedente l’infarto e il 9,9 per cento aveva vissuto gli stessi sentimenti il giorno precedente. Infine gli attacchi erano stati registrati quasi sempre in un intervallo temporale che va dalle 6 di mattina alle 6 di pomeriggio. Dunque più l’emozione è vicina, più è elevato il rischio che spezzi il cuore. E del resto si usa dire «sono arrabbiato (o triste, o persino felice) da morire». E non è solo un modo di dire.

By Prince Mashele – Sowetan - 

 

In a time of overwhelming national disorder, it is difficult even for the most common sense to prevail.

Indeed, disorder produces its own champions. Because champions of disorder thrive on noise and brio, it is impossible for the voice of reason to be heard.

Most often clever champions of disorder take on issues that make them appear as if they are defending our collective interests, when in fact they are destroying our future. One of these fashionable subjects is what is being called "decoloniality".

The violent element among the champions of disorder go around burning infrastructure on university campuses in the name of a "decolonised" education.

The more peaceful among them spend time producing loads of hollow words about "decoloniality".

It is interesting that the students who are calling for "decolonised" education are themselves not qualified to design a curriculum.

This could be the reason so few of them have explained what "decolonised" mathematics would look like. Maybe 1+1 will no longer be 2 in "decolonised" mathematics.

Ironically, the pseudo-intellectual champions of disorder have imbibed and accepted distorted conceptions of knowledge. They have accepted that there is a thing called "Western" science, which they must fight.

Because our noisy pseudo-thinkers don't understand that there is no "Western" science, they spend long hours chasing a ghost that does not exist - all in the name of "decoloniality". The thing generally referred to as "Western" science is in fact a universal heritage appropriated by the Occident and given a label designed to make white people feel good.

Some among us know Confucius, the great Chinese philosopher; Ibn Khaldûn, the legendary Arab polymath; Hannibal, the sophisticated African master of military strategy; and Socrates, the father of modern Western philosophy. All these greats inhaled oxygen.

There are fools today who wage verbal wars to "decolonise" oxygen, a gas that has never been - and shall never be - Western.

The fact that a white man discovered a specific natural law - such as Galileo's law of falling bodies - does not make the "discovered" law a property of white people. The law was in operation long before Galileo was born. It was - and continues to be - a natural, not Western law.

A great deal of what goes around in the name of "decolonised" education is nothing more than pretentious showmanship by champions of disorder who style themselves as intellectual tribunes of black people.

Behind the facade lurks a woeful misunderstanding of the very thing these champions claim to fight. That is why we are yet to come across a convincing elaboration of the content of their slogans. So, dear African child, please don't be fooled by confused black pseudo-intellectuals; study mathematics and science. There is nothing "Western" about these subjects, and nothing needs to be "decolonised" about them.

Decolonisation is a political and philosophical concept that must not be confused with or used to cast doubt on the pure content and importance of scientific knowledge. Seek ye the kingdom of scientific knowledge and ye shall be liberated.

Even if there was something "Western" about science, it would still be advisable for Africans to study it, if they hoped to build a better future for themselves.

Intelligent people must seek to understand the thing that places Western societies ahead of the rest. If you don't, you are a fool.

The problem with the "decoloniality" noise that is busy polluting our minds is that it diverts the attention of black people from urgent problems they should be working hard to resolve. Our greatest problem today as Africans is not "decoloniality", it is a triple crisis in which we are trapped.

The first is the crisis of production. The role of Africans in the modern economy is that of employees. Our brains don't produce and convert ideas into concrete things. Other people will never respect us until we do this.

Our second crisis is the lack of high culture. Other than low culture - characterised by such things as song, dance and dress - our collective life exudes no higher ideal. The evidence of this is the lack of a reading culture among us. In other words, our minds are not engaged in serious civilisational projects.

The last element of black people's triple crisis is the crisis of a backward politics. Due, or related, to the first two crises, we Africans have an uncivilised politics.

It is the politics of regression, not progress.

With all their problems, Asians - bar Arabs - are visibly making progress in the improvement of the quality of their lives.

We Africans kill each other for nothing - look at the Democratic Republic of Congo or South Sudan today.

If we don't kill each other, our politics is about corruption and empty slogans like "decoloniality", or such useless hot air. How long will it take for us to wake up?

Mario Angeli dal suo balcone italiano -

E come potevamo noi cantare…”: così si levava scabro il lamento di Salvatore Quasimodo, sopraffatto dalla disperazione di fronte alla barbarie dell’occupazione nazista a Milano nel 1945.

 

L’angoscia serra la gola e prosciuga le parole.

 

Non appartengo certo alla privilegiata schiera di quel “noi”, cioè dei poeti, ma neppure le tragedie che si stanno abbattendo sull’Italia sono paragonabili a quelle che il nostro paese subì durante la seconda guerra mondiale; eppure penso che chiunque sappia tenere in mano una penna per dare un senso compiuto alle proprie parole, debba lasciarle fluire, dolenti ma schiette: alcuni dei territori più belli d’Italia, dove la natura e la mano saggia ed antica dell’uomo hanno fuso in sintesi ed armonia perfette i canoni più puri e forse irripetibili della bellezza, da oltre due mesi sono devastati da terremoti distruttivi, che sembrano voler cancellare le opere e i giorni,  gli altari e le vite, forse anche la memoria.

 

La scienza, che pure progredisce a ritmi quasi sovrumani, di fronte al terremoto svela i suoi limiti, non potendo far altro che misurarne l’intensità, la potenza distruttiva e le possibili cause, discetta di zolle tettoniche, di placche, di derive, di faglie, ma purtroppo non sa prevedere né il quando né il dove; sappiamo per certo che alcune aree sono assai più esposte al rischio sismico, ma a chi vi abita non resta che attendere il prossimo terremoto, che probabilmente li coglierà nel sonno, come spesso è accaduto.

 

È ingiusto tentare di fare una graduatoria delle sofferenze fisiche, morali, affettive, economiche, culturali che ogni terremoto provoca e, al riguardo, credo che ogni soggettività meriti rispetto ed accoglienza.

 

Chiunque può aver scelto delle immagini simbolo, che maggiormente gli si imprimano nell’animo per liberare i sentimenti che più lo sollecitano; in riferimento al sisma del 30 ottobre, l’immagine che più mi angoscia è quella della facciata della cattedrale di S. Benedetto a Norcia, rimasta impietrita ritta all’impiedi, solitaria sulle rovine, un dente aguzzo su una bocca sdentata: immagine di un paese che sta andando in rovina, bruciante rimprovero alla sprovvedutezza di chi, pur sapendo quanto quei territori siano esposti al rischio sismico, non ha provveduto a mettere in sicurezza case, fabbriche, palazzi, chiese? Ovvero messaggio di speranza, come a dire che, se si vuole, si può ricostruire tutto, come fece, per citare un solo esempio, la tenacia friulana con la città di Gemona, interamente distrutta ma risorta più bella di prima, pronta a sfidare il prossimo terremoto?

 

Ad un’Europa, spesso troppo lontana dai reali interessi della gente, quella solitaria facciata ricorda che proprio i monaci di San Benedetto portarono nelle lontane regioni del nord e dell’est la croce, il libro e l'aratro su cui rinacque l'Europa, squassata dai disastri seguiti alla caduta della potenza di Roma, gli stessi monaci che conservarono la cultura della classicità e preservarono la lingua latina, impedendo che venisse travolta dai gutturalismi delle steppe pannoniche e favorendo la nascita delle nuove favelle oggi diffuse in mezzo mondo.

 

La ricostruzione della cattedrale di Norcia quindi non è un problema solo italiano, ma profondamente europeo, essendo San Benedetto il patrono d’Europa: in un mondo laicizzato, dove spesso sembra più sciccoso nascondere la propria fede cristiana, l’intera Europa, e con essa tutto il mondo occidentalizzato anche di altri continenti, piaccia o non piaccia, deve ammettere che le sue radici e la sua pur variegata identità culturale derivano da quell’aratro, da quella croce e da quel libro portati ovunque da quegli antichi monaci.

 

Un’altra immagine simbolo l’ho ricavata dalla sequenza video che ritrae le monache dell’abbazia di Norcia che fuggono dalla loro clausura, con il saio frettolosamente gettato sopra un pigiama o una tuta, premurosamente soccorse e quasi sollevate di peso, le più anziane, dai vigili del fuoco: due emblemi di generosità e altruismo che si sono incontrati nella polvere della cattedrale in rovina, le monache, al servizio di Dio, che chissà quante minestre, preghiere e buone parole hanno distribuito nei loro lunghi anni di vita claustrale, ed i vigili del fuoco, al servizio dello Stato, professionisti del soccorso, sempre efficienti ed i primi ad arrivare in qualsiasi calamità.

 

Il dramma degli sfollati dalle zone terremotate da molta stampa è stato accostato a quello delle decine di migliaia di disperati che continuano a gettare le loro vite sulle onde del Mediterraneo, sperando nel provvidenziale soccorso delle navi di pattuglia e nell’inevitabile sbarco sulle coste italiane: i giornali più inclini all’accoglienza pronta e generalizzata hanno evidenziato l’analogia tra le sofferenze degli uni e quelle degli altri, quasi a sottolineare una sostanziale identità che accomuna tutti gli uomini che soffrono, indipendentemente dalle ragioni o dalle provenienze, mentre altri giornali, quelli critici verso un flusso quasi incontrollato di profughi che, quando non si disperdono sul territorio nazionale, assorbono comunque grandi risorse umane e finanziarie, hanno sbandierato il noto slogan “prima gli italiani”; ciascuno si rispecchi liberamente nell’una o nell’altra posizione, però credo sia doveroso rimarcare che l’indifferenza verso le sofferenze degli stranieri anche più lontani non appartiene all’indole italiana: basterebbe elencare le innumerevoli e per lo più sconosciute iniziative di assistenza, in Italia ed in ogni luogo del mondo dove si soffre, animate, spesso anche a costo di gravi rischi, da schiere di italiani laici o religiosi.

 

Comunque l’Italia non è tutta uguale, lo si sa bene: non sono soltanto le diversità storiche e culturali a denotarlo, ma anche quelle etiche e valoriali, che non devono essere utilizzate per dividere, ma per valorizzare le peculiarità e le differenze, in un quadro però di unità nazionale, che a volte alcune iniziative regionalistiche, celebrate magari all’estero dove vivono consistenti comunità regionali, sembrano peccare di velleità nazionalistiche, erigendo a nazione una singola regione.

 

Ma questo è un altro tema.

 

Da un punto di vista sensazionalistico, sembra fare più rumore il rifiuto della gente di Goro ad accogliere una dozzina di donne recuperate dalle acque di Lampedusa, ma l’Italia nel suo insieme è tutt’altra cosa e forse anche i contestatori di quel paese, finora noto solo per le sue ottime vongole, meritano qualche attenuante, se è vero che l’assegnazione delle profughe sarebbe stata decisa dal prefetto di Ferrara senza neppure informare il sindaco della cittadina e requisendo con un atto d’imperio un locale ostello: anche in Italia, e così pure altrove, si vuole essere considerati cittadini, non sudditi, come invece, purtroppo, accade a buona parte dei rifugiati provenienti dalle molte dittature africane che tutto il mondo civile deplora ma che imperversano sostanzialmente incontrastate, quando non anche sostenute da chi ha interesse a mantenere al potere personaggi ricercati dalla Corte penale internazionale dell’Aja.

 

Tra i tanti dittatori devo citare Yahya Abdul-Aziz Jemus Junkung Jammeh, che dal 1994 impone la sua volontà al Gambia, piccola nazione africana con meno di 2 milioni di abitanti, che si attesta come il terzo dei paesi da cui proviene chi tenta l’avventura del Mediterraneo, con ben 8.556 rifugiati solo in Italia nel 2015 e tendenza al rialzo; mi ha offerto lo spunto per citare questo personaggio la notizia della sua richiesta alla Corte penale internazionale di aprire un'indagine sulle morti dei migranti africani che cercano di attraversare il Mediterraneo in barca verso l'Europa.

Purtroppo è drammaticamente vero che migliaia di africani, e non solo, affogano ogni anno in quelle acque e che molti sono proprio gambiani: ma, assodato che non è l’Europa né men che meno l’Italia a metterceli, sono molte decine di migliaia i naufraghi salvati proprio dall’Italia.

 

Anzi: il 18 aprile 2015 un peschereccio proveniente dalle coste della Libia affondò portandosi a fondo oltre 700 persone chiuse nella stiva, di cui moltissimi gambiani; passata l’emozione del momento, si sarebbe potuto archiviare il tristissimo episodio come uno dei tanti naufragi che da anni si susseguono nel Mediterraneo, invece il governo italiano, stanziando 1,6 milioni di euro, decise di recuperare il relitto adagiato sul fondale a 400 metri di profondità, per poter identificare le salme, restituendole alle famiglie quando possibile, o assegnare a ciascuno un pezzo di terra da uomini liberi almeno da morti.

 

Il 29 giugno il recupero del relitto si è concluso.

 

L’Italia i profughi li salva in mare e, fin che può li accoglie; i morti li raccoglie, non per gettarli in anonime fosse comuni, ma per onorarli, ognuno con una sepoltura degna di un uomo.

 

Qualcuno lo dovrebbe far sapere al presidente del Gambia.

Mario Angeli

ROMA - "È dare fiducia alle persone che le fa crescere e cambiare". Con un invito a superare i pregiudizi e a non rassegnarsi alle "chiusure", ma ad aprire "sempre nuovi spazi di vita", guardando "il cuore", Papa Francesco ha salutato i pellegrini in Piazza San Pietro per assistere all’Angelus.
Alla vigilia del viaggio apostolico che lo vede oggi e domani in Svezia per commemorare i 500 anni della Riforma, il Santo Padre non ha mancato di esprimere la propria "vicinanza alle popolazioni dell’Italia Centrale colpite dal terremoto".
Ma prima l’Angelus. "Il Vangelo di oggi ci presenta un fatto accaduto a Gerico, quando Gesù giunse in città e fu accolto dalla folla (cfr Lc 19,1-10). A Gerico", ha spiegato Papa Bergoglio, "viveva Zaccheo, il capo dei "pubblicani", cioè degli esattori delle tasse. Zaccheo era un ricco collaboratore degli odiati occupanti romani, uno sfruttatore del suo popolo. Anche lui, per curiosità, voleva vedere Gesù, ma la sua condizione di pubblico peccatore non gli permetteva di avvicinarsi al Maestro; per di più era piccolo di statura e per questo sale su un albero di sicomoro, lungo la strada dove Gesù doveva passare".
"Quando arriva vicino a quell’albero", ha continuato il Pontefice, "Gesù alza lo sguardo e gli dice: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua" (v. 5). Possiamo immaginare lo stupore di Zaccheo! Ma perché Gesù dice "devo fermarmi a casa tua"? Di quale dovere si tratta? Sappiamo che il suo dovere supremo è attuare il disegno del Padre su tutta l’umanità, che si compie a Gerusalemme con la sua condanna a morte, la crocifissione e, al terzo giorno, la risurrezione. È il disegno di salvezza della misericordia del Padre. E in questo disegno c’è anche la salvezza di Zaccheo, un uomo disonesto e disprezzato da tutti e perciò bisognoso di convertirsi. Infatti il Vangelo dice che, quando Gesù lo chiamò, "tutti mormoravano: "È entrato in casa di un peccatore!" (v. 7)". Il popolo vede in lui un furfante, che si è arricchito sulla pelle del prossimo. E se Gesù avesse detto: "Scendi, tu, sfruttatore, traditore del popolo! Vieni a parlare con me per regolare i conti!". Di sicuro il popolo avrebbe fatto un applauso. Invece incominciarono a mormorare: "Gesù va a casa sua, del peccatore, dello sfruttatore". Gesù, guidato dalla misericordia, cercava proprio lui. E quando entra in casa di Zaccheo dice: "Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto" (vv. 9-10)".
"Lo sguardo di Gesù va oltre i peccati e i pregiudizi. E questo è importante!", ha sottolineato il Papa. "Dobbiamo impararlo. Lo sguardo di Gesù va oltre i peccati e i pregiudizi; vede la persona con gli occhi di Dio, che non si ferma al male passato, ma intravede il bene futuro; Gesù non si rassegna alle chiusure, ma apre sempre, sempre apre nuovi spazi di vita; non si ferma alle apparenze, ma guarda il cuore. E qui ha guardato il cuore ferito di quest’uomo: ferito dal peccato della cupidigia, da tante cose brutte che aveva fatto questo Zaccheo. Guarda quel cuore ferito e va lì".
"A volte noi cerchiamo di correggere o convertire un peccatore rimproverandolo, rinfacciandogli i suoi sbagli e il suo comportamento ingiusto", ma, come ha osservato Papa Francesco, "L’atteggiamento di Gesù con Zaccheo ci indica un’altra strada: quella di mostrare a chi sbaglia il suo valore, quel valore che Dio continua a vedere malgrado tutto, malgrado tutti i suoi sbagli. Questo può provocare una sorpresa positiva, che intenerisce il cuore e spinge la persona a tirare fuori il buono che ha in sé. È il dare fiducia alle persone che le fa crescere e cambiare. Così si comporta Dio con tutti noi: non è bloccato dal nostro peccato, ma lo supera con l’amore e ci fa sentire la nostalgia del bene. Tutti abbiamo sentito questa nostalgia del bene dopo uno sbaglio. E così fa il nostro Padre Dio, così fa Gesù. Non esiste una persona che non ha qualcosa di buono. E questo guarda Dio", ha concluso l’Angels, "per tirarla fuori dal male". (aise)
Il cervello impara di nuovo a vedere
 
Pisa - Dopo una prolungata cecità, il cervello può essere di nuovo in grado di elaborare i segnali visivi? Lo studio pubblicato sulla rivista Plos Biology e condotto in collaborazione tra il team di Università di Pisa, Fondazione Stella Maris e Istituto di Neuroscienze del CNR, coordinato da Maria Concetta Morrone, e il team di Oculistica dell’Azienda Ospedaliera-Universitaria di Careggi e dell’Università di Firenze, guidato da Stanislao Rizzo, ha indagato tale aspetto studiando un gruppo di pazienti ciechi affetti da retinite pigmentosa che sono stati sottoposti all’impianto di una protesi retinica.
«La letteratura scientifica ha ormai dimostrato che dopo anni di cecità il cervello umano si “riorganizza” e le aree corticali un tempo dedicate a elaborare segnali visivi, essendo ormai inattivate, assolvono nuove funzioni come ad esempio l’elaborazione di informazioni tattili o uditive – spiega Elisa Castaldi, primo autore dello studio –. I dati ottenuti da questo gruppo di pazienti dimostrano che questo processo è in parte reversibile e che si può fare in modo che le aree che una volta erano visive tornino a svolgere la loro funzione originaria, sebbene il nuovo segnale visivo sia molto diverso e molto distorto rispetto a quello originale». 
Nello studio sono state misurate le risposte comportamentali e le attivazioni cerebrali con metodi di risonanza magnetica funzionale prima e dopo l’impianto della protesi. Il sistema di neuro-stimolazione cattura tramite una telecamera montata sugli occhiali del paziente immagini del mondo esterno, che poi elaborate e compresse vengono convertite in segnali elettrici e trasmesse, tramite un sistema di bobine a comunicazione wireless, a degli elettrodi impiantati che stimolano gli assoni delle cellule gangliari della retina. I pazienti imparano a utilizzare la protesi e riescono nuovamente a riconoscere stimoli visivi e durante questa lunga fase di apprendimento il cervello cambia e lentamente torna a essere attivato da stimoli visivi.
I risultati dello studio dimostrano che, dopo la protesizzazione, c’è un aumento di attività cerebrale misurata con la risonanza magnetica e che tale aumento è più forte nei pazienti che si sottopongono a un training più intenso.
«È importante tenere presente – continua Elisa Castaldi – che questi cambiamenti avvengono nell’arco di svariati mesi e che c’è una correlazione tra la quantità di esercizi riabilitativi effettuati dal paziente, il cambiamento cerebrale e la capacità di utilizzare il nuovo strumento. È come se il cervello dovesse imparare a vedere di nuovo». «Questi dati dimostrano che c’è una grande plasticità nel cervello non solo durante l’infanzia, ma anche in età adulta – aggiungono Maria Concetta Morrone dell’Università di Pisa e Guido Cicchini dell’Istituto di Neuroscienze del CNR –. Inoltre è molto importante aver osservato che essa non sia limitata alla corteccia, ma anche a strutture sottocorticali».
«Oltre 40 milioni di persone al mondo soffrono di cecità e in molti casi la causa è una lenta e progressiva degenerazione retinica, come nella retinite pigmentosa, una malattia retinica ereditaria che porta gradualmente alla cecità – specifica Stanislao Rizzo, docente del Dipartimento di Chirurgia e medicina traslazionale - Recentemente, si sono aperte nuove speranze per queste gravi malattie degenerative grazie alla realizzazione di nuove sofisticate protesi retiniche e di elementi fotosensibili che mirano a sostituire la funzionalità della retina e a stimolare di nuovo il cervello con segnali visivi. Comprendere il potenziale plastico del cervello adulto è fondamentale per migliorare e ottimizzare le future protesi retiniche”. - (NoveColonne ATG)
 
Nuova scoperta sul meccanismo delle cellule del cervello
 
Modena -  Una ricerca made in Unimore – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, coordinata dal dott. Jonathan Mapelli -, ha dimostrato uno dei meccanismi della memoria delle cellule del cervello. Il giovane ricercatore del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze di Unimore ha scoperto una nuova forma di plasticità sinaptica, ovvero il meccanismo cellulare e molecolare della memoria a livello dei circuiti neuronali. Il cervello è in grado di immagazzinare una grande quantità di informazioni che l’essere umano utilizza per apprendere e ricordare. Tutto questo è possibile grazie alla capacità di “memoria” dei neuroni e delle sinapsi, ovvero delle strutture che mettono in contatto i neuroni tra loro, ed in particolare, è noto, da circa 30 anni, che i neuroni e le sinapsi possono memorizzare segnali biochimici e bioelettrici.
Negli ultimi anni sono state identificate diverse forme di plasticità sinaptica, termine con cui viene chiamata la capacità delle cellule nervose di “ricordare”, cioè di modificare la propria attività sulla base dell’esperienza precedente. Ad oggi, tuttavia, non era ancora stato scoperto il meccanismo utilizzato dagli interneuroni inibitori, classe di neuroni ampiamente diffusa in tutto il cervello, per esprimere la capacità di memorizzare informazioni e proprio a questa area cerebrale i ricercatori modenesi hanno rivolto la propria attenzione. 
La ricerca, cominciata nel 2014, era indirizzata allo studio dell’attività degli interneuroni GABAergici del cervelletto, struttura cerebrale deputata principalmente al controllo e all’apprendimento della coordinazione motoria e sensoriale. Nel corso degli studi il gruppo di ricercatori modenesi ha scoperto come le interazioni fra neuroni di diverso tipo, presenti nello stesso circuito, possano influenzare reciprocamente la propria attività modificandola in maniera persistente. 
“E’ stato evidenziato - afferma il dott. Jonathan Mapelli di Unimore - che le sinapsi inibitorie di tipo GABAergico vengono modificate in maniera persistente dall’attivazione dei recettori glutamatergici di tipo NMDA, localizzati in prossimità delle sinapsi stesse. Questo meccanismo di condizionamento reciproco denominato “plasticità eterosinaptica” è fortemente dipendente dallo stato di attivazione dei neuroni coinvolti ed è particolarmente importante per il mantenimento del corretto rapporto fra i livelli di eccitazione e di inibizione nei circuiti cerebrali. Questo aspetto è di cruciale importanza in diverse patologie neurologiche quali epilessie o cefalee, in cui gli stati di sovra eccitamento di alcune cellule cerebrali non vengono contrastati dal corretto livello di inibizione sinaptica”.
La conoscenza dei meccanismi di funzionamento delle cellule nervose e di come il cervello è in grado di immagazzinare informazioni è un presupposto per la comprensione di come malfunzionamenti delle cellule cerebrali possano dare origine a patologie neurodegenerative quali Alzheimer o Parkinson, in cui la componente cognitiva legata alla memoria risulta seriamente compromessa. Un secondo aspetto molto importante legato alle possibili ricadute di questa scoperta riguarda la ricerca sulle tossicodipendenze, poiché patologie cerebrali legate alle dipendenze fondano il proprio funzionamento sui circuiti formati da degli interneuroni inibitori.
“Sarà molto importante - conclude il dott. Jonathan Mapelli di Unimore - costruire sulla base delle conoscenze acquisite modelli matematici in grado di riprodurre fedelmente il funzionamento delle reti neuronali cerebrali e di prevedere il loro comportamento in condizioni fisiologiche e/o patologiche, con il duplice scopo di acquisire informazioni non accessibili sperimentalmente e a contempo di ridurre l’entità della sperimentazione animale”.
La scoperta del gruppo di lavoro, coordinata dal dott. Jonathan Mapelli, è stata pubblicata su una delle riviste più prestigiose in ambito scientifico la PNAS - Proceedings of the National Academy of Sciences (USA). 
“Le neuroscienze costituiscono un’area scientifica molto attiva in Unimore - commenta il prof. Carlo Adolfo Porro, Direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze -  e questa scoperta del gruppo di ricercatori del nostro dipartimento aggiunge un altro importante tassello alla comprensione dei meccanismi alla base della modulazione delle informazioni all’interno dei circuiti nervosi, argomento di grande interesse sul piano neurofisiologico e traslazionale come ben testimonia la pubblicazione sui PNAS USA”. - (NoveColonne ATG)
 
Diagnosi mirata sulla lesione, minor numero di prelievi, individuazione delle aree sospette all'interno della ghiandola, percorso diagnostico più accurato, minori costi per il Servizio sanitario, anche alla prima biopsia, quindi al primo sospetto di tumore prostatico. Questi i vantaggi della Target Biopsy, una metodica basata sulla Risonanza Magnetica Prostatica, oggetto dello studio appena pubblicato dalla più importante rivista scientifica di settore al mondo, 'European Urology', elaborato dal professor Francesco Porpiglia, ordinario di Urologia del Dipartimento di Oncologia dell'Università di Torino, Ospedale San Luigi Gonzaga. Il cancro della prostata ha un'incidenza di circa 200 casi per 100.000 abitanti: in Italia è la seconda neoplasia più diffusa dopo il tumore del polmone, ma diviene la prima nella popolazione con età superiore ai 70 anni. Ogni anno in Italia ne vengono diagnosticati 40.000 nuovi casi.
La biopsia prostatica "standard", unico metodo usato oggi per la diagnosi del carcinoma della prostata, (in Italia circa 200.000/anno, negli Usa 1.000.000/anno) prevede il campionamento della ghiandola attraverso 12 prelievi, a cui se ne possono aggiungere altri 32 in caso di persistente sospetto di tumore dopo biopsia negativa. L'incertezza diagnostica, il rischio di sviluppare complicanze ad ogni prelievo bioptico, i costi per il sistema sanitario nazionale di prelievi ripetuti sono i limiti di questa metodologia.
In questo scenario l'avvento della Risonanza Magnetica Prostatica rappresenta senza dubbio una svolta nella diagnosi del tumore alla prostata, poiché consente finalmente di identificare l'eventuale presenza di aree sospette per tumore all'interno della ghiandola, rendendo possibile l'esecuzione di biopsie mirate e riducendo il numero di prelievi inutili. È questa la cosiddetta Target Biopsy, mirata sulla lesione, che viene eseguita mediante la sovrapposizione dell'immagine ecografica con quella della risonanza magnetica in tempo reale con le tecniche di fusione di immagini. Pochi centri hanno utilizzato questa tecnologia al primo sospetto clinico di tumore prostatico e quindi alla prima biopsia: finora tale approccio è stato usato solo dopo una prima biopsia negativa.
La ricerca del team del professor Porpiglia, prima al mondo nel suo genere, ha coinvolto 212 uomini al primo sospetto di carcinoma prostatico e mai sottoposti a biopsia: i pazienti sono stati suddivisi mediante schema "random" in due gruppi, il primo gruppo è stato sottoposto a risonanza magnetica e target biopsy mediante sistema di fusione di immagini, il secondo a biopsia standard. I risultati dimostrano una maggiore diagnosi di tumori con un numero inferiore di prelievi nel gruppo in cui è stata utilizzata la risonanza magnetica (50.5%) rispetto al secondo gruppo (29.5%), il che si traduce in una diagnosi più accurata, meno biopsie, meno rischi per il paziente, e in una riduzione dei costi per il sistema sanitario.
Lo studio è stato sviluppato da una rete multidisciplinare delle realtà dell'Università e del territorio con maggiore esperienza nella diagnostica del carcinoma prostatico, che coinvolge le Radiologie universitarie della Città della Salute diretta dal professor G. Gandini e dell'AOU San Luigi di Orbassano (A. Veltri) e quelle dell'IRCCS di Candiolo (D. Regge) e dell'AO Mauriziano di Torino (S. Cirillo) nonché la Struttura di Anatomia Patologica dell'AOU San Luigi (M. Volante).
"I risultati di questo studio supportano l'uso della target biopsy mediante "fusione" di immagini anche al primo sospetto diagnostico di carcinoma e sono la testimonianza dell'efficacia del modello di 'rete' - spiega il professor Francesco Porpiglia - che vede la stretta collaborazione fra urologi, radiologi e anatomopatologi, che collaborano in modo scientifico e secondo step definiti. Tale modello, potenzialmente, può essere riprodotto ed esportato, con l'obiettivo di ottenere una rete di radiologi 'esperti' nella diagnostica del carcinoma prostatico in continuo dialogo con urologi e anatomopatologi, al fine di migliorare la qualità del percorso diagnostico, a vantaggio dei sempre più numerosi pazienti. Questo nuovo percorso diagnostico e le imminenti innovazioni tecnologiche in questo ambito - prosegue il professor Porpiglia - oltre a migliorare la qualità della diagnosi contribuiranno a meglio definire la strategia terapeutica" . 
SOMMARIO: LA TRISTEZZA DI GORO - RENZI PENSIERO – IPOCRISIA SU ISRAELE – REFERENDUM: SEMPLIFICA? -
 
Cari amici,
monta la campagna referendaria e i media sono un ossessionante martellamento - con poche eccezioni - a favore del SI, dando uno spazio a Renzi e ai suoi collaboratori che supera il livello del buongusto. IO VI INVITO SOLO AD APPROFONDIRE IL NUOVO TESTO COSTITUZIONALE PROPOSTO perché è solo da una lettura di questi "nuovi" articoli che nasce "normale" un voto per il NO. Intanto l'episodio di Goro, con le barricate per respingere 19 migranti, è segnale di insofferenza profonda che va meditata, insieme ad una riflessione su come viene presentata e stravolta una manovra economica.
Un saluto a tutti. - Marco
 
GORO: I NODI AL PETTINE
Quanto sta avvenendo in queste ore a Goro e Gorino (Ferrara), dove la gente ha fatto le barricate per rifiutare l’arrivo di 19 migranti, è triste, ma va letto senza ipocrisie. Nessuna di quelle persone aveva odio (semmai timore) verso quelle persone, ma se non si fa uno sforzo per capirne ragioni e responsabilità sarà solo il primo passo di una lunga e sempre più tragica catena di rifiuti.
Due paesi del Polesine spopolati, dove è stata tolta la scuola, l’asilo, quasi tutti i servizi sociali e che vedono arrivare sconosciuti senza che nessuno li abbia coinvolti. Gli si impone d’autorità una presenza non mediata, spiegata, conosciuta e l’esperienza insegna che diventerà una presenza fissa nel tempo. L’emergenza, certo, ma qui non c’è più “emergenza” ma una cancrena: 153.000 arrivati ufficiali (poi decine di migliaia ufficiosi) quest’anno solo dal Canale di Sicilia ma aggiunti a quelli dell’anno scorso e ai prossimi che verranno creano un problema non solo per l’emergenza ma per mantenere queste persone e soprattutto dare loro un futuro, un lavoro, qualcosa da fare.
Un costo “europeo” ma conseguente a scelte miopi, folli, al rinvio continuo delle decisioni, a non voler prendere posizioni chiare (come hanno fatto altri stati) per organizzare filtri, accoglienze mirate, inserimenti. Nessuna decisione in Libia dopo mesi e mesi di chiacchiere, nessun blocco degli scafisti, nessuna decisione per bloccare il fiume all’origine mentre passano immagini quotidiane in TV (viste anche in Africa, proprio da dove parte il flusso dei disperati) dove si salvano tutti, salvo gli sventurati che finiscono in fondo al mare.
Ci sono in giro centinaia di migliaia di persone nullafacenti, 10.000 minori arrivati solo in quest’anno soli e abbandonati ma che poi “spariscono” e di cui non si sa più nulla, migliaia di persone sfruttate ogni giorno e un business clamoroso per mafia, camorra, cooperative rabberciate e poco serie che hanno fiutato l’affare.
Non può continuare un disordine così, non si può scaricare sulle spalle dei prefetti e dei comuni queste situazioni, non si possono chiudere gli occhi.
Da 2 anni e mezzo Renzi promette e non mantiene, adesso – per fini elettorali – fa la voce grossa in Europa ma non l’ha fatta per anni ed ha accettato di tutto. Non si può quindi affrontare questa situazione dando solo responsabilità ai “cattivi” abitanti di Goro, ma dobbiamo farci un esame di coscienza tutti, dal premier in giù fino a ciascuno di noi.
Ma tutti sanno che domani tanto sarà lo stesso, che la Mogherini è una incapace a livello internazionale, che la “politica” di Obama è di bombardare tutti, che l’ONU accetta e tollera paesi che non danno un minimo di garanzie umane e sono pieni di petrolio senza voler pagare dazio.
La “colpa” non è dei rodigini o dei migranti, è di un sistema perverso dove troppi guadagnano sulla pelle dei disperati e sanno di farla franca e che qualcun (altro) pagherà. Certo è un fallimento di sistema, ma se non viene incanalato questo flusso di migranti sradicherà il mondo occidentale perché è nella logica delle cose.
Conseguenze per  un paese che si è voluto cieco, miope, incapace, senza radici laiche, religiose, civili. Mentre la Boschi cinguetta in TV la gente si domanda: “Domani, dove metteranno i prossimi?”.
 
RENZI PENSIERO
Matteo Renzi è furbo, sfrontato ma molto intelligente. Gioca la sua partita mediatica dopo aver piazzato suoi fedeli ovunque, dai giornali alle TV (compresa Mediaset che si è addomesticata al potere). Ha varato una manovra economica che non sta in piedi, presentata con slide e foto ma neppure uno scritto, inviata “per riassunto” in Europa e non al Parlamento. L’ha poi cambiata radicalmente in pochi giorni davanti alle critiche montanti (vedi condono per i contanti) e quando da Bruxelles lo hanno tirato per la giacca se l’è cavata sostenendo che ce l’hanno con l’Italia, che “è questione dello zero virgola”.
Eppure è la solita manovra di facciata, dove sparisce Equitalia ma nasce “L’Agenzia per le Riscossioni” ovvero la stessa cosa ma cambiando nome, in un’Italia dove – appunto -  non ci sono più ciechi ma “non vedenti” soprattutto nei suoi confronti.
SVEGLIA SVEGLIA ITALIANI, NON FATEVI FREGARE DAL GUITTO DI FIRENZE!
Comunque Renzi meriterebbe un premio Nobel, quello della spudoratezza.
Fa, disfa, illude, con quasi nessuno che lo metta in angolo a chieder riscontri a quello che dice.
Il top? Tra i tanti, sublime il caso di venerdì 21 ottobre, ore 10, giornale radio di RAI-Radio 1.
La giornalista legge il sommario: "Proteste di Renzi contro l'Europa e a difesa del SI", poi brevi news dell’ISIS in ritirata da Mosul e il solito omicidio nel Sud. Parte il lungo servizio su Renzi - in parte viva voce, in parte redazionale - dove si riprende una intervista rilasciata dal premier  a Radio 105 in cui Renzi parla incontrastato di tutto e di più e soprattutto si lamenta che secondo lui i media danno troppo spazio al NO.
Pochi secondi per le altre news e fine del giornale radio.
Parlare da solo per poi dire che danno troppo spazio agli altri non è solo curioso, ma sarebbe anche da matti. Eppure – ossequiosi – quasi tutti i media lo prendono anche sul serio!
 
UNESCO CONTRO ISRAELE
Arrivare a sostenere che i termini arabi per denominare il Luoghi Santi abbiano più diritto - e quindi vanno resi ufficiali - rispetto a quelli ebraici che quegli edifici  proprio gli ebrei  hanno realizzato millenni prima è - prima che demagogico -  fuori dalla storia e dalla realtà.
Eppure è quello che ha votato l'UNESCO, con l'astensione dell'Italia.
E’ giustamente montata la polemica e tre giorni dopo Renzi interviene duramente difendendo Israele e ricevendone così lodi ed  elogi.
Peccato che Renzi non si fosse reso conto PRIMA che era stato il SUO governo a NON votare in favore di Israele.  "Ci si astiene sempre" è stato il commento... Ma perché protestare DOPO e non votare PRIMA? Come è mai possibile avere un minimo di credibilità internazionale se il nostro paese si comporta in questo modo? Nessuno che alla Farnesina si era reso conto che perfino il Messico su questo argomento aveva cambiato idea?
Eppure vedete bene il potere dei media: anziché bacchettare il governo per una brutta figura lo si loda per la ritrovata e tardiva dichiarazione di appoggio alla logica anche se solo dopo poche ore si cancella tutto, dimenticando la questione e certo non sollevando più la figuraccia di Gentiloni & Mogherini, visto che pure l’Europa si era adeguata.
Anzichè una bacchettata sulle dita al governo per un atteggiamento vergognoso i media applaudono così Renzi  per la "coraggiosa posizione presa”...contro se stesso!
 
REFERENDUM: SEMPLIFICA?
Conti alla mano la Costituzione Americana del 1785 dopo 231 anni e 27 emendamenti è tuttora composta di soli 7 (sette!) articoli  per un totale di 4.516 parole, titoli ed emendamenti compresi.
Il solo articolo 70 della “nuova” Costituzione che si vuole approvare passa da 9 (nove) a 446 (quattrocentoquarantasei!) parole. E questa vi sembra una “semplificazione”??!!  Nella sua ignoranza la ministro Boschi sosteneva che NON ESISTE AL MONDO UNA COSTITUZIONE DOVE CAMERA E SENATO ABBIANO GLI STESSI COMPITI. Evidentemente la giovane ministro ignora e  NON HA NEPPURE MAI  LETTO I SETTE  ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE AMERICANA!
Un saluto a tutti                                                              
Marco Zacchera
 
Roma - “Non ha mai toccato il mondo ma il mondo è stato toccato da lui”: è quanto recita l’epitaffio di David Phillip Vetter, il bambino americano che a causa di una malattia genetica (Ada-Scid) trascorse tutti i suoi 12 anni di vita all’interno di una bolla di nylon sterile, per sfuggire all’effetto letale di virus e batteri. Una storia, quella di David, che commosse il mondo intero e che generò un movimento d’opinione che spinse a investire risorse nella ricerca contro questa malattia. Oggi la risposta finalmente c’è, ed arriva attraverso una terapia genica frutto di un’alleanza tutta italiana tra Fondazione Telethon, ospedale S. Raffaele e l’industria farmaceutica GlaxoSmithKline Italia. Per tutti i bambini nel mondo che soffrono della stessa patologia di David, ora Milano è il punto di riferimento.
A rievocare questa storia emblematica – di come la ricerca scientifica può sconfiggere il dolore e la malattia – Giuseppe Recchia, Medical&Scientific Director della GlaxoSmithKline, nel corso di un convegno organizzato a Roma da Farmindustria, dal titolo “Le terapie avanzate. Un successo del made in Italy”. Uno dei successi – non certo il solo – della nostra ricerca nel settore, basti considerare che tra le terapie avanzate tre delle sei approvate in Europa sono successi internazionali della ricerca farmaceutica italiana: si tratta del primo farmaco in Europa con cellule staminali, della prima terapia genica e della prima terapia cellulare.
Più in generale, stiamo assistendo a “un Rinascimento della ricerca che si veste di bianco, rosso e verde. È un processo importante, ci sono 7 mila nuovi farmaci in arrivo. Se poi guardiamo nell’ambito delle biotecnologie è un Rinascimento straordinario. Uso una frase che coniò il ministro della Salute Lorenzin: ‘Stiamo passando dall’età del bronzo all’età dell’oro’”: così il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, a margine del convegno.
“La ricerca è diventata estremamente produttiva – aggiunge -, oggi parliamo addirittura di terapie avanzate, che consentono di avere a disposizione farmaci che nascono da processi di biotecnologia, processi biologici, quindi farmaci che derivano da cellule e tessuti viventi, che permetteranno nel brevissimo di fare anche una terapia personalizzata: il farmaco giusto alla persona giusta, sapendo in anticipo se un farmaco funzionerà o no e avendo delle caratteristiche di tollerabilità eccezionali”.
Secondo Eugenio Aringhieri, presidente del Gruppo Biotecnologie di Farmindustria, “la ricerca farmaceutica biotech è il collante tra presente e futuro. Con l’ingegneria tissutale, la terapia cellulare e la terapia genica, patologie in differenti aree terapeutiche – cardiovascolare, ematologia, dermatologia, infiammazione e malattie autoimmuni, muscolo-scheletrico, neurologia, oncologia, urologia – hanno possibilità di essere trattate. E dei 27 progetti in sviluppo, molti sono nelle ultime fasi, specialmente nella terapia genica e in quella cellulare. A beneficio della qualità della vita delle persone affette da malattie rare”. - (NoveColonne ATG)
L'amico Giuseppe Berinato, che da una vita cura i rapporti fra gli italiani del Sud Africa, Multichoice e la Rai, ci ha trasmesso la lettera di una "utente" e la risposta del direttore di Rai World Piero Corsini, al quale dobbiamo dare atto di non essersi astenuto dall'intervenire in prima persona. Purtroppo non possiamo dare la nostra opinione sui programmi Rai perché da alcuni anni abbiamo disdetto l'abbonamento a Multichoice. Ci sembra tuttavia di poter dire, da osservatori disinteressati, che è difficile dialogare quando le risposte dall'altra parte sono soprattutto intorno al tema che "certe scelte sono obbligate". Forse occorrerebbe cambiare interlocutori e fare le nostre rimostranze a coloro che impongono queste "scelte obbligate", quasi come fossero redivivi "Minculpop".
 
La lettera della signora Fontanella
 
Buongiorno Joe,
Prima di tutto volevo ringraziarti per l’interesse che hai mostrato nei confronti di chi come me è nauseato dalla programazione televisiva RAI in questo paese.
Non voglio sembrare pedante ma la cosa che più mi infastidisce è la  totale assenza di rispetto che i dirigenti RAI a Roma hanno nei nostri confronti quando continuano a trasmettere programmi visti e rivisti da anni (Linda e il Brigadiere, Il Marreschiallo Rocca, La Squadra ecc) trascurando completamente la messa in onda di programmi di attualità.  Dico questo perchè quando la visione del palinsesto giornaliero si blocca su una determinata ora o giorno (succede molto spesso) ci vogliono giorni prima che qualcuno in RAI se ne accorga. Questo dimostra la totale assenza di controllo da parte dei dipendenti RAI,  a cui non interessa nemmeno sapere che i programmi della mattina sono ripetuti nel pomeriggio e quelli del pomeriggio ripetuti  la notte.
Ci considerano dei perfetti imbecilli che hanno bisogno di ascoltare una notizia più di due volte e per tanti giorni consecutivamente.
Per non parlare poi dei Telegiornali che nello spazio di 1 ora ci vengono propinati per ben due volte. Prima il TG3 alle 19.00 (il pensiero comunista non deve mai mancare) e poi il TG1 alle 20.00.
 
Il calcio poi è un capitolo a parte poichè ci viene propinato in tutte le salse e a qualsiasi ora. Il canale RAI dovrebbe essere ribattezzato RAI SPORT percheè dal sabato pomeriggio per tutta la domenica e anche il lunedì e martedì non si parla e non si vede altro che  calcio. Hanno il coraggio di trasmettere partite con l’Albinoleffe e qualche altra squadra di serie C che non interessa nessuno.
Ci fanno sciroppare tutti i giorni programmi come Community o Ciao Francesca che, con la scusa che sono prevalentemente indirizzati agli emigranti, ci parlano dei pizzaioli e gelatai sparsi in tutto il mondo, degli stemmi araldici  come se la gran parte degli emigranti si sia lasciato il castello di famiglia prima di partire per terre straniere.
Forse è tempo che a questi dirigenti RAI si dica che gli emigranti non esistono più, ci sono solo italiani residenti all’estero e che di certo non hanno  bisogno della loro commiserazione. I nostri nonni e i nostri  genitori, al tempo della grande emigrazione, avrebbero voluto  ritrovarsi accanto alcune delle istituzioni italiane ma non hanno trovato nessuno. Sono stati lasciati a loro stessi in paesi con lingue e tradizioni diverse  riuscendo altresì con il lavoro e la forza di volontà ad inserirsi perfettamente nei paesi di accoglienza.
Oggi invece, dopo decenni di silenzio da parte delle istituzioni italiane, la RAI ci deve far sentire ancora una volta emigranti a cui non dovendo nessun rispetto si può far vedere tutto ciò che in Italia non viene trasmesso o viene bocciato alla prima programmazione.
Voglio precisare che personalmente, per collegarmi con il canale RAI, pago mensilmente la sottoscrizione o canone alla DStV di R 939.00 che sono  circa 60.00 Euro  e se i dirigenti RAI dicono che il segnale viene dato alla MNet “free of charge” questo non permette loro di considerare il pubblico sudafricano come degli accattoni a cui si dà solo gli avanzi.
Ti ringrazio ancora per tutto quello che potrai fare per cambiare questa situazione.
Cordiali saluti.
 
Risponde il direttore di Rai World Piero Corsini
 
Gentile signora Fontanella,
l’amico Berinato è stato così gentile da inoltrarmi (spero non gliene voglia) la sua mail.
Provo a risponderle, sperando di non tralasciare nulla.
Innanzitutto, vorrei assicurarle che, al contrario di quanto scrive, personalmente nutro il massimo rispetto (anzi, ci metterei anche molta ammirazione) per chi vive lontano dal proprio Paese; ciò detto, cercherò di andare per ordine.
Per quanto riguarda il blocco del palinsesto, suppongo lei si riferisca agli EPG, che NON dipendono dalla Rai, bensì dal distributore locale: il quale, lo sappiamo bene, è un altro problema, per l’alto costo dell’abbonamento. A questo proposito, mentre un piccolo (ma significativo) passo avanti è già stato fatto, confido che i colleghi Rai che si occupano della distribuzione possano spuntare condizioni ancora migliori.
Parliamo allora dei Tg: quella di offrire sia il Tg3 che il Tg1 (nonché il Tg2 e RaiNews) è una scelta precisa – ovviamente criticabile fin che si vuole – che risponde all’esigenza, manifestata da più parti e, da ultimo, nel Monitoraggio effettuato dal Ministero degli Esteri attraverso ambasciate e consolati d’Italia in tutto il mondo, di offrire un’informazione completa e pluralista.  A lei il Tg3 potrà non piacere, ma ci crede che per anni i miei predecessori sono stati accusati di essere anti-comunisti?
Veniamo al calcio: essendo sullo stesso fuso orario (almeno per alcuni mesi) rispetto all’Italia, il Sud Africa ne trae vantaggi ma ne paga gli svantaggi. Il vantaggio è che vede programmi in diretta, o comunque più a ridosso della messa in onda in Italia; lo svantaggio è che paga pesantemente lo scotto delle follie (almeno per me sono tali) del calendario della Serie A, che d’altra parte è seguitissima dalla maggior parte degli spettatori italiani nel mondo (almeno i maschi). Quanto alla serie C, credo si riferisca alla serie B, che è quella che trasmettiamo (una sola partita) quando la serie A si ferma. In questo caso, la scelta è dovuta al fatto che, trattandosi di squadre spesso di città o paesi minori, spesso coincidono con quelle zone da cui più numerosa è stata, purtroppo, l’emigrazione dall’Italia, il che significa che raccolgono a sé una larga tifoseria nel mondo.
A parte Cara Francesca, che non è più in palinsesto, mi spiace che non abbia colto (colpa nostra) che Community ha completamente ribaltato la prospettiva dei programmi tradizionali sugli italiani nel mondo: niente commiserazione, niente pietismo, niente valige di cartone, niente “spaghetti e mandolino” ma, al contrario, il tentativo di raccontare le mille facce e le mille esperienze della presenza dei nostri connazionali nei vari continenti. (Quanto all’araldica, non ci crederà ma è la rubrica su cui riceviamo più e-mail di spettatori che vogliono informazioni....).
Sempre su Community, mi dispiace che lei non tenga conto (forse non glielo hanno detto) che il programma viene replicato anche su Raitre (in una forma che prevede solo i filmati): la qual cosa ha avuto il merito di attivare – dopo vent’anni  e per la prima volta – la cosiddetta “informazione di ritorno” cui, ne converrà, chiunque viva fuori dall’Italia ha sempre tenuto moltissimo (giustamente, aggiungo io).
Quanto infine a Il maresciallo Rocca, Linda e il brigadiere e altri programmi, non mi sembra che Rai Italia “trascuri completamente la messa in onda di programmi di attualità”. Al contrario, se si guarda la programmazione dell’intera giornata, direi che, com’è logico e giusto, ce n’è per tutti i gusti.
Semmai, in vista del referendum del 4 dicembre, siamo stati costretti a modificare la programmazione per ospitare – come da obbligo di legge – i vari programmi di approfondimento nonché, a breve, le Tribune referendarie e i vari confronti tra le posizioni del “Sì” e quelle del “No”. Ripeto, è una scelta obbligata, rispetto alla quale non possiamo far nulla – senza contare che è nostro preciso dovere offrire informazioni che siano, come dicevo, il più possibile complete e pluraliste.
Ciò detto, è naturale che tutto sia perfettibile e migliorabile. Da questo punto di vista, e-mail come la sua sono uno stimolo prezioso e per noi indispensabile, così come lo sono stati gli incontri che ho effettuato la scorsa primavera a Johannesburg e Città del Capo (dove però temo di non averla conosciuta di persona).
Grazie davvero del tempo che ha dedicato a Rai Italia, e per ogni cosa non esiti a scrivermi.
Un saluto da Roma.
 
Piero A. Corsini
Rai World
Andrea Tornielli - Città del Vaticano -
 
«A me viene da dire una sola parola: avvicinarmi. La mia speranza e la mia attesa sono quelle di avvicinarmi di più ai miei fratelli e alle mie sorelle. La vicinanza fa bene a tutti. La distanza invece ci fa ammalare». Così Papa Francesco ha risposto alla domanda sulle sue attese per il viaggio in Svezia che inizia lunedì, in occasione dei 500 anni della Riforma di Lutero. Il Pontefice è stato intervistato da padre Ulf Jonsson, direttore della rivista dei gesuiti svedesi “Signum”; il testo del colloquio è stato diffuso da “La Civiltà Cattolica”. Jorge Mario Bergoglio ha parlato anche di Lutero, autore del «grande passo» di «mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo». 
 
Papa Bergoglio ricorda la prima volta che è entrato in una chiesa luterana in Argentina, nella calle Esmeralda, a Buenos Aires a 17 anni. Quindi cita l’incontro con un professore della Facoltà di Teologia luterana. In quel momento padre Bergoglio era insegnante di Teologia spirituale al Collegio San Miguel. «Ricordo che quello era un momento davvero difficile per la mia anima. Io ho avuto molta fiducia in lui e gli ho aperto il mio cuore. Lui mi ha molto aiutato in quel momento». 
 
Riforma e Scrittura  
Alla domanda su che cosa la Chiesa cattolica potrebbe imparare dalla tradizione luterana, il Papa risponde: «Mi vengono in mente due parole: “riforma” e “Scrittura”. Cerco di spiegarmi. La prima è la parola “riforma”. All’inizio quello di Lutero era un gesto di riforma in un momento difficile per la Chiesa. Lutero voleva porre un rimedio a una situazione complessa. Poi questo gesto — anche a causa di situazioni politiche, pensiamo anche al cuius regio eius religio — è diventato uno “stato” di separazione, e non un “processo” di riforma di tutta la Chiesa, che invece è fondamentale, perché la Chiesa è semper reformanda. La seconda parola è “Scrittura”, la Parola di Dio. Lutero ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo. Riforma e Scrittura sono le due cose fondamentali che possiamo approfondire guardando alla tradizione luterana. Mi vengono in mente adesso le Congregazioni Generali prima del conclave e quanto la richiesta di una riforma sia stata viva e presente nelle nostre discussioni». 
 
Preghiera comune e azioni di misericordia  
Sull’ecumenismo, il Papa ribadisce che oltre al dialogo teologico servono «la preghiera comune e le opere di misericordia, cioè il lavoro fatto insieme nell’aiuto agli ammalati, ai poveri, ai carcerati. Fare qualcosa insieme è una forma alta ed efficace di dialogo. Penso anche all’educazione. È importante lavorare insieme e non settariamente». Francesco ribadisce il suo no al proselitismo: «Un criterio dovremmo averlo molto chiaro in ogni caso: fare proselitismo nel campo ecclesiale è peccato. Benedetto XVI ci ha detto che la Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione. Il proselitismo è un atteggiamento peccaminoso. Sarebbe come trasformare la Chiesa in una organizzazione. Parlare, pregare, lavorare insieme: questo è il cammino che dobbiamo fare. Vedi, nell’unità quello che non sbaglia mai è il nemico, il demonio. Quando i cristiani sono perseguitati e uccisi, lo sono perché sono cristiani e non perché sono luterani, calvinisti, anglicani, cattolici o ortodossi. Esiste un ecumenismo del sangue».  
 
Quel pazzo della strage di Nizza  
Sul recente incontro di Assisi, «molto rispettoso e senza sincretismo», il Papa ricorda: «Tutti insieme abbiamo parlato della pace e abbiamo chiesto la pace. Abbiamo detto insieme parole forti per la pace, che le religioni davvero vogliono. Non si può fare la guerra in nome della religione, di Dio: è una bestemmia, è satanico». Francesco cita la strage di Nizza: «Quel pazzo che ha commesso quella strage lo ha fatto credendo di farlo in nome di Dio. Pover’uomo, era uno squilibrato! Con carità possiamo dire che era uno squilibrato che ha cercato di usare una giustificazione nel nome di Dio. Per questo l’incontro di Assisi è molto importante». 
 
Non manca un accenno al «terrorismo delle chiacchiere»: «Ogni persona è capace di diventare terrorista anche semplicemente usando la lingua. Non parlo delle liti che si fanno apertamente, come le guerre. Parlo di un terrorismo subdolo, nascosto, che si fa buttando parole come “bombe”, e che fa molto male. La radice di questo terrorismo è nel peccato originale, ed è una forma di criminalità. È un modo per guadagnare spazio per sé distruggendo l’altro. È necessaria, dunque, una profonda conversione del cuore per vincere questa tentazione». 
 
Trascendenza non vuol dire terrorismo  
Francesco si dice certo che la vera apertura alla trascendenza non può provocare terrorismo. «Ci sono idolatrie legate alla religione: l’idolatria dei soldi, delle inimicizie, dello spazio superiore al tempo, la cupidigia della territorialità dello spazio. C’è una idolatria della conquista dello spazio, del dominio, che attacca le religioni come un virus maligno. E l’idolatria è una finta di religione, è una religiosità sbagliata. Io la chiamo “una trascendenza immanente”, cioè una contraddizione. Invece le religioni vere sono lo sviluppo della capacità che ha l’uomo di trascendersi verso l’assoluto. Il fenomeno religioso è trascendente e ha a che fare con la verità, la bellezza, la bontà e l’unità. Se non c’è questa apertura, non c’è trascendenza, non c’è vera religione, c’è idolatria. L’apertura alla trascendenza dunque non può assolutamente essere causa di terrorismo, perché questa apertura è sempre unita alla ricerca della verità, della bellezza, della bontà e dell’unità». 
 
La mamma sgozzata davanti ai figli perchè ha difeso la croce  
A proposito della situazione dei cristiani in Medio Oriente, Papa Bergoglio afferma: «Credo che il Signore non lascerà il suo popolo a se stesso, non lo abbandonerà. Quando leggiamo delle dure prove del popolo di Israele nella Bibbia o facciamo memoria delle prove dei martiri, constatiamo come il Signore sia sempre venuto in aiuto del suo popolo». In questo momento il Medio Oriente «è terra di martiri. Possiamo senza dubbio parlare di una Siria martire e martoriata. Voglio citare un ricordo personale che mi è rimasto nel cuore: a Lesbo ho incontrato un papà con due bambini. Lui mi ha detto che era tanto innamorato di sua moglie. Lui è musulmano e lei era cristiana. Quando sono venuti i terroristi, hanno voluto che lei si togliesse la croce, ma lei non ha voluto e loro l’hanno sgozzata davanti a suo marito e ai suoi figli. E lui mi continuava a dire: “Io l’amo tanto, l’amo tanto”. Sì, lei è una martire. Ma il cristiano sa che c’è speranza. Il sangue dei martiri è il seme dei cristiani: lo sappiamo da sempre». 
 
Per la Chiesa la sfida è l’unione tra anziani e giovani  
Papa Bergoglio risponde poi a una domanda sulle Chiese delle periferie. «È vero che le Chiese giovani hanno uno spirito più fresco e, d’altra parte, ci sono Chiese invecchiate, Chiese un po’ addormentate, che sembrano essere interessate solamente a conservare il loro spazio. In questi casi non dico che manchi lo spirito: c’è, sì, ma è chiuso in una struttura, in un modo rigido, timoroso di perdere spazio. Nelle Chiese di alcuni Paesi si vede proprio che manca freschezza. In questo senso la freschezza delle periferie dà più posto allo spirito. Bisogna evitare gli effetti di un cattivo invecchiamento delle Chiese. Fa bene rileggere il capitolo terzo del profeta Gioele, lì dove dice che gli anziani faranno sogni e che i giovani avranno visioni. Nei sogni degli anziani c’è la possibilità che i nostri giovani abbiano nuove visioni, abbiano nuovamente un futuro. Invece le Chiese a volte sono chiuse nei programmi, nelle programmazioni. Lo ammetto: so che sono necessari, ma io faccio molta fatica a porre molta speranza negli organigrammi. Lo spirito è pronto a spingerci, ad andare avanti. E lo spirito si trova nella capacità di sognare e nella capacità di profetizzare. Questa per me è una sfida per tutta la Chiesa. E l’unione tra anziani e giovani è per me la sfida del momento per la Chiesa, la sfida alla sua capacità di freschezza».  
 
Contro l’ateismo preghiera e testimonianza  
Alla domanda su che cosa «si perde una persona che non crede in Dio», Francesco risponde: «Non si tratta di perdere qualcosa. Si tratta di non sviluppare adeguatamente una capacità di trascendenza. La strada della trascendenza dà posto a Dio, e in questo sono importanti anche i piccoli passi, persino quello da essere ateo ad essere agnostico. Il problema per me è quando si è chiusi e si considera la propria vita perfetta in se stessa, e dunque chiusa in se stessa senza bisogno di una radicale trascendenza. Ma per aprire gli altri alla trascendenza non c’è bisogno di fare tante parole e discorsi. Chi vive la trascendenza è visibile: è una testimonianza vivente. Nel pranzo che ho avuto a Cracovia con alcuni giovani, uno di loro mi ha chiesto: “Che cosa devo dire a un mio amico che non crede in Dio? Come faccio a convertirlo?”. Io gli ho risposto: “L’ultima cosa che devi fare è dire qualcosa. Agisci! Vivi! Poi davanti alla tua vita, alla tua testimonianza, l’altro forse ti chiederà perché vivi così”. Io sono convinto che chi non crede o non cerca Dio forse non ha sentito l’inquietudine di una testimonianza. E questo è molto legato al benessere. L’inquietudine si trova difficilmente nel benessere. Per questo credo che contro l’ateismo, cioè contro la chiusura alla trascendenza, valgano davvero solamente la preghiera e la testimonianza». 
 
«Ecco perchè celebro messa in Svezia nonostante i problemi organizzativi»  
Infine, il Papa offre un’indicazione ai cattolici svedesi auspicando «una sana convivenza, dove ognuno può vivere la propria fede ed esprimere la propria testimonianza vivendo uno spirito aperto ed ecumenico», perché «non si può essere cattolici e settari. Bisogna tendere a stare insieme agli altri». «”Cattolico” e “settario” sono due parole in contraddizione. Per questo - conclude Francesco - all’inizio non prevedevo di celebrare una messa per i cattolici in questo viaggio: volevo insistere su una testimonianza ecumenica. Poi ho riflettuto bene sul mio ruolo di pastore di un gregge cattolico che arriverà anche da altri Paesi vicini, come la Norvegia e la Danimarca. Allora, rispondendo alla fervida richiesta della comunità cattolica, ho deciso di celebrare una messa, allungando il viaggio di un giorno. Infatti volevo che la messa fosse celebrata non nello stesso giorno e non nello stesso luogo dell’incontro ecumenico per evitare di confondere i piani. L’incontro ecumenico va preservato nel suo significato profondo secondo uno spirito di unità, che è il mio. Questo ha creato problemi organizzativi, lo so, perché sarò in Svezia anche nel giorno dei Santi, che qui a Roma è importante. Ma pur di evitare fraintendimenti, ho voluto che fosse così». 
 
La grazia della vergogna  
Una domanda riguarda Gesù e che cosa rappresenta per il Papa: «Gesù per me è Colui che mi ha guardato con misericordia e mi ha salvato. Il mio rapporto con Lui ha sempre questo principio e fondamento. Gesù ha dato senso alla mia vita di qui sulla terra, e speranza per la vita futura. Con la misericordia mi ha guardato, mi ha preso, mi ha messo in strada… E mi ha dato una grazia importante: la grazia della vergogna... La vergogna è positiva: ti fa agire, ma ti fa capire qual è il tuo posto, chi tu sei, impedendo ogni superbia e vanagloria».
ROMA - "Accogliere lo straniero e Vestire chi è nudo": è partito dalle parole di Gesù per rivolgere un nuovo appello all’accoglienza dei migranti Papa Francesco, che ha tenuto come di consueto l’Udienza Generale in San Pietro, esprimendo il proprio no ad "atteggiamenti di chiusura e di non accoglienza", a "muri e barriere", ad "un istintivo egoismo", che "non è una soluzione". Al contrario "L’unica via di soluzione è quella della solidarietà. Solidarietà con il migrante, solidarietà con il forestiero".
Salutando "fratelli e sorelle" giunti in Udienza, il Santo Padre ha dunque annunciato la volontà di proseguire "nella riflessione sulle opere di misericordia corporale, che il Signore Gesù ci ha consegnato per mantenere sempre viva e dinamica la nostra fede. Queste opere, infatti, rendono evidente che i cristiani non sono stanchi e pigri nell’attesa dell’incontro finale con il Signore, ma ogni giorno gli vanno incontro, riconoscendo il suo volto in quello di tante persone che chiedono aiuto".
"Oggi ci soffermiamo" - ed ecco il punto – "su questa parola di Gesù: "Ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito" (Mt25,35-36). Nei nostri tempi è quanto mai attuale l’opera che riguarda i forestieri. La crisi economica, i conflitti armati e i cambiamenti climatici spingono tante persone a emigrare. Tuttavia, le migrazioni non sono un fenomeno nuovo, ma appartengono alla storia dell’umanità. È mancanza di memoria storica pensare che esse siano proprie solo dei nostri anni. La Bibbia ci offre tanti esempi concreti di migrazione. Basti pensare ad Abramo", ha osservato il Pontefice. "La chiamata di Dio lo spinge a lasciare il suo Paese per andare in un altro: "Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò" (Gen 12,1). E così è stato anche per il popolo di Israele, che dall’Egitto, dove era schiavo, andò marciando per quarant’anni nel deserto fino a quando giunse alla terra promessa da Dio. La stessa Santa Famiglia – Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù – fu costretta ad emigrare per sfuggire alla minaccia di Erode: "Giuseppe si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode" (Mt 2,14-15)".
"La storia dell’umanità è storia di migrazioni: ad ogni latitudine, non c’è popolo che non abbia conosciuto il fenomeno migratorio", ha affermato Papa Francesco. "Nel corso dei secoli abbiamo assistito in proposito a grandi espressioni di solidarietà, anche se non sono mancate tensioni sociali. Oggi, il contesto di crisi economica favorisce purtroppo l’emergere di atteggiamenti di chiusura e di non accoglienza. In alcune parti del mondo sorgono muri e barriere. Sembra a volte che l’opera silenziosa di molti uomini e donne che, in diversi modi, si prodigano per aiutare e assistere i profughi e i migranti sia oscurata dal rumore di altri che danno voce a un istintivo egoismo. Ma la chiusura non è una soluzione, anzi, finisce per favorire i traffici criminali. L’unica via di soluzione è quella della solidarietà. Solidarietà con il migrante, solidarietà con il forestiero".
"L’impegno dei cristiani in questo campo è urgente oggi come in passato", ha continuato Papa Bergoglio. "Per guardare solo al secolo scorso, ricordiamo la stupenda figura di santa Francesca Cabrini, che dedicò la sua vita insieme alle sue compagne ai migranti verso gli Stati Uniti d’America. Anche oggi abbiamo bisogno di queste testimonianze perché la misericordia possa raggiungere tanti che sono nel bisogno. È un impegno che coinvolge tutti, nessuno escluso. Le diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le associazioni e i movimenti, come i singoli cristiani, tutti siamo chiamati ad accogliere i fratelli e le sorelle che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla violenza e da condizioni di vita disumane. Tutti insieme siamo una grande forza di sostegno per quanti hanno perso patria, famiglia, lavoro e dignità. Alcuni giorni fa, è successa una storia piccolina, di città. C’era un rifugiato che cercava una strada e una signora gli si avvicinò e gli disse: "Ma, lei cerca qualcosa?". Era senza scarpe, quel rifugiato. E lui ha detto: "Io vorrei andare a San Pietro per entrare nella Porta Santa". E la signora pensò: "Ma non ha le scarpe, come farà a camminare?". E chiama un taxi. Ma quel migrante, quel rifugiato puzzava e l’autista del taxi quasi non voleva che salisse, ma alla fine l’ha lasciato salire sul taxi. E la signora, accanto a lui, gli domandò un po’ della sua storia di rifugiato e di migrante, nel percorso del viaggio: dieci minuti per arrivare fino a qui. Quest’uomo raccontò la sua storia di dolore, di guerra, di fame e perché era fuggito dalla sua Patria per migrare qui. Quando sono arrivati, la signora apre la borsa per pagare il tassista e il tassista, che all’inizio non voleva che questo migrante salisse perché puzzava, ha detto alla signora: "No, signora, sono io che devo pagare lei perché lei mi ha fatto sentire una storia che mi ha cambiato il cuore". Questa signora sapeva cosa era il dolore di un migrante, perché aveva il sangue armeno e conosceva la sofferenza del suo popolo. Quando noi facciamo una cosa del genere, all’inizio ci rifiutiamo perché ci dà un po’ di incomodità, "ma… puzza…". Ma alla fine, la storia ci profuma l’anima e ci fa cambiare. Pensate a questa storia e pensiamo che cosa possiamo fare per i rifugiati".
"E l’altra cosa", ha aggiunto il Papa, "è vestire chi è nudo: che cosa vuol dire se non restituire dignità a chi l’ha perduta? Certamente dando dei vestiti a chi ne è privo; ma pensiamo anche alle donne vittime della tratta gettate sulle strade, o agli altri, troppi modi di usare il corpo umano come merce, persino dei minori. E così pure non avere un lavoro, una casa, un salario giusto è una forma di nudità, o essere discriminati per la razza, o per la fede, sono tutte forme di "nudità", di fronte alle quali come cristiani siamo chiamati ad essere attenti, vigilanti e pronti ad agire".
"Cari fratelli e sorelle, non cadiamo nella trappola di rinchiuderci in noi stessi, indifferenti alle necessità dei fratelli e preoccupati solo dei nostri interessi", è stato il suo appello ai fedeli. "È proprio nella misura in cui ci apriamo agli altri che la vita diventa feconda, le società riacquistano la pace e le persone recuperano la loro piena dignità. E non dimenticatevi di quella signora", ha concluso, "non dimenticate quel migrante che puzzava e non dimenticate l’autista al quale il migrante aveva cambiato l’anima". (aise)

Mario Angeli -

Come sfruttare in modo creativo lo stimolo di uno spot di tre minuti per costruire una presentazione multimediale di un’ora: questa la sfida raccolta dagli studenti di italiano del grade 12 della Reddam House di Johannesburg, Valeria Pippo e Matthew Cavazzana, coordinati dalla loro docente prof. Laura Fiorini e, a giudicare dai convinti apprezzamenti da parte del pubblico, vinta con grande merito.

 

Il tutto si è svolto presso la Dante di Johannesburg lo scorso 21 ottobre, per iniziativa dell’istituto Italiano di Cultura di Pretoria e su input della Direttrice dott. Anna Amendolagine, nell’ambito delle celebrazioni collegate alla XVI Giornata della lingua e cultura italiana nel mondo: alcuni giorni prima della scadenza fissata, l’IIC ha messo a disposizione degli studenti lo spot, prodotto dal Ministero degli Affari Esteri, intitolato “Il design parla italiano” che, in modo efficace e brioso, attraverso sette nomi-garanzia dell’eccellenza italiana, “armonia, funzionalità-disegno, visione-bellezza, innovazione, creatività, eleganza, progetto-sostenibilità”, propone altrettanti rapidi percorsi per esplorare ed esaltare l’inimitabile ed inscindibile connubio tra la lingua italiana e il design italiano, che si alimentano vicendevolmente di bellezza e di fascino.

 

Attraverso immagini e video, pazientemente reperiti nel web, tagliati e montati anche con apposite colonne sonore, arricchiti e tra loro collegati dai commenti letti dagli studenti, il pubblico ha potuto ammirare, sulla scorta delle parole chiave sopra riportate, alcune realizzazioni uscite dal genio e dalla penna di disegnatori e progettisti italiani, come Massimo Vignelli, Gaetano Pesce, Renzo Piano, per citarne alcuni, spaziando dal piccolo elettrodomestico al complemento d’arredo, dall’abbigliamento al grande palazzo, alla borsetta.

 

Alcune realizzazioni di Guzzini, Seguso, Alessi, Max Mara, Bialetti, Ferrari, Lamborghini, Maserati, Piaggio (Vespa), Innocenti (Lambretta), come alcuni palazzi progettati da Renzo Piano, sono stati esplorati non solo nella loro eccellenza tecnologica, ma ne sono stati delineati alcuni tratti essenziali della perfezione stilistica e dell’equilibrio compositivo.

 

La presentazione si è spinta anche oltre il tema assegnato, mostrando come sia l’Italia intera il più perfetto esempio di sintesi tra il design della natura e quello prodotto dal genio dell’uomo, compresa la musica, il tutto descritto ed esaltato dalla lingua.

Al gruppo della Reddam va senz’altro riconosciuto il merito di aver confezionato un prodotto esauriente e gradevole, riuscendo ad avvalorare, se mai ce ne fosse bisogno, quanto il design italiano costituisca la trasposizione estetica della purezza, della fluidità e dell’armonia della lingua italiana.

 

La buona riuscita dell’evento è una riprova che la competenza e l’efficacia comunicativa possono essere raggiunte anche da un gruppo di studenti di scuola superiore che studiano l’italiano come terza lingua.

Mario Angeli

Quest'anno abbiamo imparato tanto in Italiano, guardando e presentando film italiani dopo avere passato ore e ore a prepararci per la presentazione.

Alcuni giorni fa, invitate dal Consolato di Johannesburg, abbiamo presentato, alla Dante Alighieri di Johannesburg, la serata della XVI settimana della cultura Italiana nel mondo, dedicata al design, alla moda e alla creatività. Abbiamo fatto tante ricerche, prima in inglese e poi le abbiamo tradotte in Italiano. Abbiamo lavorato per tre mesi, quindi abbiamo creato una presentazione in PowerPoint intitolata “Fatto in Italia-Made in Italy” con immagini e filmati, scritta e sottotitolata tutta in inglese per il pubblico che non capisce l'italiano e l'abbiamo presentata tutta in italiano. Alla realizzazione di un filmato e del manifesto pubblicitario ha collaborato anche Alba Verona, del grade 11.  La serata è durata più di un'ora.

Il 14 di Ottobre, questa è la data della serata, finalmente è arrivato dopo mesi di lavoro: eravamo agitate e preoccupate perché eravamo davanti a un pubblico speciale e abbastanza numeroso. Però quando abbiamo incominciato la paura è quasi sparita ed eravamo contente di presentare il nostro lavoro. Alla fine ci siamo sentite orgogliose di quello che abbiamo realizzato, soprattutto di essere state capaci di mostrare al pubblico quello che avevamo imparato e di portare tanti indietro nel tempo, ricordando le loro memorie.

Al termine della presentazione abbiamo ricevuto i diplomi dal dirigente del Consolato, Enrico Trabattoni, e dal Presidente della Dante, Gaetano Giudice,  insieme a un caloroso applauso.

Da questa esperienza abbiamo imparato che senza un lavoro in team non saremmo state capaci di completare il nostro progetto e che l’aiuto l’una con l’altra ci ha permesso di fare sempre meglio e di arrivare a risultati per noi spettacolari. Abbiamo migliorato il nostro vocabolario dell'italiano e soprattutto abbiamo capito che dietro a ogni prodotto italiano c'è una storia da raccontare; ogni inventore ha continuato a lavorare seguendo i suoi sogni, e adesso tutto il mondo conosce il suo prodotto.

Questo potrebbe essere motivo di ispirazione per ciascuno, perché anche noi potremmo diventare famosi inventori.

Giulia Damilano

Veronique Tzolov

Grade 10 – Reddam House Bedfordview

Made in Italy

We have learnt so much this year in Italian, from watching and presenting Italian movies to spending hours and hours on research for presentations.

We recently presented, at Dante Alighieri in Johannesburg, the 16th week of Italian culture of the year dedicated to design, creativity and fashion. We did a lot of research for it, mainly done in English and then translated into Italian. The research alone took us two to three months. From there we created our PowerPoint presentation with images and clips where the subtitles were written in English, for those who couldn't understand Italian, and we presented it in Italian. Apart from the text and pictures, we also presented short clips, where we added English subtitles. The PowerPoint took us a total of an hour to present.

On the 14th of October, the day had finally arrived and we were extremely nervous because this was one of the biggest and most special audiences we had ever spoken to up to date. However when we started, our nerves settled and we started to enjoy our presentation. Overall, we feel that we accomplished our goal. The highlight of the night was being able to show the audience what we had learnt and being able to take them down memory lane. At the end of our presentation, we received our diplomas from the headmaster of Italian Consulate, Enrico Trabattoni, and the chairperson of Dante Alighieri, Gaetano Giudice, with a heartwarming round of applause.

What we learnt from this experience is that without teamwork, we would not have been able to complete the presentation. We motivated each other to do our best and therefore allowing us to achieve spectacular results. Our vocabulary for Italian has also improved drastically. We also learnt that behind every incredible Italian product, there was an even better story to be told and that every single one of the inventors never gave up on their dreams, allowing them to become world renowned. This should be an inspiration to every one of us and we should be like our famous Italian inventors.

Buongiorno,
il mio nome è Piero Tomei, residente in Jeffreys Bay. Mi rivolgo a Voi per un aiuto dopo aver scritto alla "Vita in Diretta" (programma Rai, trasmesso da Rai International), 6 email senza risposta (educazione o incapacità nel maneggiare il computer).
Dalla fine delle vacanze estive i programmi di Rai International sono stati stravolti. Segnalo alcuni programmi annullati: Vita in Diretta, Storie Vere, Don Matteo, Che tempo fa, eccetera e in programma di normale produzione in Rai Italia. Tali programmi sono stati sostituiti da Maresciallo Rocca, Linda e il Brigadiere, Melevisio, Ondina, Da Da Da, Tutto il bello che c'è, Costume e società (ripetuto due volte), Tanto GEO (panorama italiano), Fiction, Un posto al sole (ormai in onda da due anni), tutti i Tg 1/2/3.                                 
Tutti programmi vecchi, ed e una vergogna, scusate, uno schifo, e mancanza di rispetto per gli italiani residenti all'estero, Rai International.non è gratis.
Un'altra anomalia è la programmazione giornaliera fuori controllo. Il Sr. Dall'Orto si presenta in TV  magnificando la nuova Rai, dovrebbe vergognarsi, e controllare i suoi programmi (è sufficiente un giorno). Sicuro che gli stipendi che ricevono devo dire che sono rubati.
Tengo a precisare che il mio non è l'unico lamento. Basta andare nel sito Rai.it (facebook) per piangere. Non manca la pubblicità per il Referendum SI o NO, almeno 10 volte al giorno.
Grazie. Spero nel vostro aiuto per ritornare ai programmi (anteriori).
Cordiali saluti.
Piero Tomei.
 
...e noi rispondiamo
 
Caro signor Tomei, noi non siamo in grado di valutare la sua lettera per il semplice fatto che abbiamo cancellato l'abbonamento a Rai Italia già da qualche anno. Il motivo? Troppo cara per quello che offre. Quindi, almeno su questo, la pensiamo allo stesso modo. Le auguriamo di ricevere soddisfazione. Saluti.
Now, in an innovative new production, LAMENTO at the Market Theatre, music by Claudio Monteverdi, written almost four centuries ago about these themes, becomes burningly relevant. - Umculo, in association with the Market Theatre and Windybrow Theatre, proudly presents LAMENTO, created by German-based South African tenor and director Kobie van Rensburg, at the Market Theatre, Newtown from 3 – 6 November, 2016. -
 
Music by Claudio Monteverdi merges with contemporary multi-media presentation in a production that brings together singers, instrumentalists, lighting, video, computer animation and blue-screen to tell a story that is passionate and political. Images and narratives from South Africa’s present and past, inspired by the Truth and Reconciliation Commission, form the core of LAMENTO. Animated projected texts in English, Zulu and Afrikaans come alive and move through the sets, along with the singers.
 
This will be the first time blue-screen technology has been used in a music theatre performance in South Africa and it is also the first time that some of Monteverdi’s music, including the 1624 “Battle of Tancredi and Clorinda”, has ever been performed in this country. Monteverdi’s work talked about love and hatred, violence and forgiveness; it was also biting political satire.
Van Rensburg adroitly brings 17th-century Italy and recent South Africa history into the here and now with a bold new work that is dark, funny, provocative and profound.
“Kobie’s work as a director has been winning awards and filling houses in Europe,” says Shirley Apthorp, director of Umculo. “Umculo is very proud to be able to present LAMENTO at the Market Theatre. It’s multi-layered and incredibly engaging, and somehow both precise and intensely lyrical. You can see why his shows are selling out in Germany, but at the same time what he has created here is uniquely South African. This is a love song to a country that is being torn apart by conflict, and a testimony to its capacity for healing.”
 
Five of South Africa’s most promising young classical singers - sopranos Elsabé Richter and Nombuso Ndlandla, tenor Nick de Jager and bass Ronald Paseka, with Bongani Mthombeni and Sibusiso Simelane alternating in the role of high tenor, will take the audience on a rollercoaster ride of emotions in search of truth and reconciliation in seven scenes where TRC hearings are addressed through the medium of opera.
 
“In fact”, says Apthorp, “to call it opera is a bit misleading. This is something new, made with gut-wrenchingly gorgeous music, to talk about things that matter today.”
 
The LAMENTO ensemble is made up of six instrumentalists on harpsichord/organ, chitarrone/baroque guitar, cello, viola and two violins.
 
What drives us to hate and hurt each other? What hope is there when our leaders are corrupt? What is the point where victim and perpetrator meet? How do we deal with past wrongs? Can we truly forgive? Does love still have meaning?
 
These are among the questions posed by LAMENTO, an exploration of Desmond Tutu’s declaration: “I am a prisoner of hope.”
 
Season: Thursday 3 November – Sunday 6 November 2016
Venue: The John Kani Theatre @ The Market
Performance times: Thursday to Saturday at 8pm and Sunday at 3pm
Tickets: R95.00
Bookings: Computicket – 0861 915 8000 / Block bookings - contact Anthony Ezeoke 011 025 0377 (direct line) / 072 413 9247 or Ncebakazi Thintsila 079 946 3071
 
Umculo is a Xhosa word which means both art music and reconciliation. Founded in 2010, Umculo is an international institution dedicated to supporting social development through music theatre in South Africa. Umculo’s “Comfort Ye” production won the prestigious RESEO/YAMA Award for Best Music Theatre Production for young audiences globally in 2015. In 2016, Umculo launched its Opera Incubator programme, headed by Kobie van Rensburg, to provide a growth platform for an operatic art form that is relevant to contemporary South African communities and institutions. By combining the aims of artistic excellence and innovation with educational and training programmes, the Opera Incubator explores the full potential of opera as a means of social development.  www.umculo.org
Umculo is offering EDUCATIONAL WORKSHOPS for Lamento to interested high schools and community groups (choirs given priority). The workshops are 90 minutes long. Through an interactive, creative process, participants are brought into contact with the content and form of “Lamento”. Please contact Phiwe Makaula on 078 092 2739 to arrange a workshop.
Production information
Director, Video, Stage & Set Design - Kobie van Rensburg
Sopranos - Elsabé Richter & Nombuso Ndlandla
Tenors - Nick de Jager & Bongani Mthombeni / Sibusiso Simelane
Bass - Ronald Paseka
 
Accompanied by the LAMENTO ENSEMBLE
 
Project Manager - Shirley Apthorp
Assistant Director - Tinus Spies
Co-ordinator: Education Initiative - Lebona Sello
Giornata mondiale del piatto simbolo della cucina italiana. Per l’occasione l’Aidepi ha realizzato una guida per evitare gli errori ai fornelli -
 
Lorenza Castagneri - La Stampa -
 
Ogni anno ne consumiamo, in media, 24 chilogrammi a testa. Ma il record non mette al riparo gli italiani dal commettere errori ai fornelli quando si prepara la pasta, di cui si è appena festeggiata la Giornata mondiale. Per l’occasione, l’Aidepi, l’Associazione delle Industrie del dolce e della pasta, ha pubblicato alcuni consigli per evitare di fare figuracce. Sarebbero pensati per i principianti in cucina, ma anche chi è un cuoco provetto troverà qualche spunto su cui riflettere. Leggete un po’. 
 
1. Non tutti i tipi di pasta funzionano con ogni condimento  
Premessa: i tipi di pasta in commercio sono almeno 300. E ognuno dà il meglio di sé con determinati sughi. Formati più strutturati, come tortiglioni o bucatini, sposano salse robuste tipo ragù o amatriciana. Le mezze maniche vanno bene per condimenti veloci ma anche per la carbonara. Forme più delicate come le farfalle si abbinano meglio a condimenti leggeri. Sono perfette servite fredde con le verdure. In generale, ricordatevi che una superficie rigata cattura meglio i sughi più sciolti, mentre una texture più liscia funziona con sughi più “avvolgenti”. 
 
2. La carbonara non deve essere una frittata  
Uno degli errori più comuni. Come evitarlo? L’uovo - un tuorlo per commensale - va mescolato crudo con il pecorino fuori dal fuoco, fino a ottenere un composto grumoso. La pasta appena scolata va aggiunta - sempre a fiamma spenta - al composto. Sarà la sua temperatura a cuocere l’uovo e legare la salsa. Se la crema è troppo densa, è sufficiente aggiungere un po’ di acqua di cottura.  
 
3. Pomodoro e basilico e la cottura a risotto   
Anche qui siamo ai fondamentali. Ma preparare questo semplicissimo piatto può nascondere insidie. Per evitare di trovarsi uno spaghetto troppo acquoso o, al contrario, troppo asciutto, la soluzione è provare la cottura “a risotto”. Scolate la pasta a mezza cottura conservando la sua acqua e finite di cuocerla in padella, aggiungendo un mestolo di acqua di cottura alla volta fino al suo completo assorbimento. In questo modo, l’amido amalgamerà il tutto in modo perfetto e la pasta, potrà essere servita già perfettamente mantecata. 
 
4. Il ragù non si può preparare in mezz’ora  
È vero che una pasta perfetta si può preparare anche in 15 minuti ma ciò non vale per quella al ragù. Napoletana o bolognese che sia, questa salsa deve rimanere a sobbollire per almeno tre ore, semicoperta e a fuoco lento bassissimo.  
 
5. Sì a un po’ di latte  
Per correggere l’acidità dei pomodori e dare consistenza al sugo, provate ad aggiungere un po’ di latte a fine cottura. E, se necessario, aggiungete anche un po’ di sale prima di servire. Salare troppo presto potrebbe risultare in salse saporite in modo esagerato.  
 
6. Pesto: il mortaio non si sbatte, si ruota  
In chi ama il pesto il desiderio sorge spontaneo: provare a prepararlo in casa. E allora: via il frullatore e armatevi mortaio in marmo. Il segreto per fare bene sta nel modo di roteare il pestello in legno che non deve “pestare” gli ingredienti ma roteare adeso alle pareti del mortaio, per dare alla salsa la giusta consistenza. 
 
7. Niente condimento «a caldo»  
Un’ultima raccomandazione su uno dei piatti più amati da italiani e stranieri: la tipica salsa ligure va aggiunta alla pentola sempre lontano dal fuoco. 
 
8. Cacio e pepe: non basta una spolverata di formaggio  
Perché sia davvero una pasta cacio e pepe - tra l’altro il New York Magazine l’ha proclamata piatto più cool del 2016 - il pecorino deve essere fatto mantecare. Come? Si prende un mestolo di acqua di cottura, si fa scaldare in padella a fuoco basso con formaggio e un goccio di olio. Raggiunta la consistenza giusta, il fuoco va spento e la cremina lasciata riposare. La pasta va poi mantecata in padella a fuoco vivo per pochi secondi e il gioco è fatto. 
 
9. La pasta fredda non si scuoce in pentola  
È uno dei piatti estivi più amati, in Italia e all’estero ma gli errori non mancano. I più comuni: lasciarla scuocere in pentola o raffreddarla con un getto di acqua fredda. Sbagliatissimo. Per fermare la cottura al punto giusto, provate la tecnica a campana. A due terzi della cottura, scolate la pasta e mettetela in una insalatiera sigillandola con pellicola trasparente. La pellicola si gonfierà “a campana” e la cottura si completerà a secco. In questo modo, la pasta si conserverà integra, al dente e buona anche per il giorno dopo. 
 
10. Sì alla pentola a pressione  
Già, la pasta, anche se a molti sembrerà strano, si può cucinare anche con questa tecnica. Facciamo l’esempio dell’amatriciana, preparata così dallo chef Davide Scabin. Mettete tutti gli ingredienti in pentola, con 100 millilitri d’acqua. Da inizio cottura, fischio o non fischio, vanno contati undici minuti circa. I vantaggi? Si prispamia sul gas - si utilizza una padella soltanto - e sull’acqua. Aidepi stima che se tutti gli italiani utilizzassero questa tecnica per cucinare la pasta, ci sarebbe un risparmio di 224 litri d’acqua all’anno procapite, per un totale di 17 miliardi di litri d’acqua risparmiati.  
Nella fase di aggiornamento del nuovo sito della nostra Gazzetta sono successi vari incidenti, tutti fortunatamente risolti senza gravi danni. Uno ha interessato una lettera al direttore di nove anni fa che il web designer ha utilizzato per collaudare i nuovi programmi. In qualche modo la lettera è sfuggita ai controlli ed è stata ri-pubblicata fra le notizie attuali, con tanto di risposta da parte del direttore. E in tutto questo non ci sarebbe niente da dire... se non fosse per il fatto che un lettore particolarmente attento e mattiniero l'ha vista e ha pensato di dare un suo contributo. A questo punto, che fare? Abbiamo deciso di riproporvi il tutto: la lettera, la risposta e il commento del lettore. Anche perché sembrano tutte cose scritte in questi giorni. (Nella foto uno degli incontri che fanno impazzire di gioia i turisti).
Ma dov’erano nascosti gli italiani di Città del Capo?
 
Lettere al Direttore, domenica 9 settembre 2007 
Ma dov’erano nascosti gli italiani di Città del Capo?
 
Gentile Direttore,
ho trovato "La Gazzetta del Sud Africa" quasi per caso. Sono appena rientrata in Italia dopo una vacanza in Sud Africa che mi ha incantata.
E' pur vero che abbiamo passato a Città del Capo solo 2 giorni, eppure mi è sfuggita la presenza italiana: ma dove erano nascosti? e quali attività culturali o momenti di aggregazione?
Siamo tutti rimasti così affascinati da questi luoghi incantevoli dove la natura e la civilizzazione si fondono in modo "quasi perfetto" che potremmo anche pensare di fare il "grande salto" e trasferirci qui.
A tale proposito chiederei a lei oppure ad altri lettori disponibili, di comunicarci se esistono siti o riviste - o qualsiasi altro riferimento - che ci possa aiutare ad avere un quadro della situazione (tasse, attività professionali, eccetera) e valutare seriamente l'opportunità di un trasferimento.
Un aspetto che vorrei condividere con lei è quello della sicurezza: o io sono l'ultima Candy Candy scesa dalle nuvole, ma non è così perchè adoro viaggiare ed ho lavorato anche in ambito turistico, oppure quello che si legge su Città del Capo ed il Sud africa è ingiustificatamente allarmistico. Su ben 4 delle guide in assoluto più diffuse in Europa che abbiamo consultato siamo stati messi in allarme riguardo:
-viaggiare in auto
-a piedi o in auto dopo il tramonto in città e periferia
-non parlare con sconosciuti
-chiudere le sicure della macchina e non fermarsi per alcun motivo.
Insomma, siamo partiti con l'ansia nostra e delle nostre famiglie come se stessimo andando in guerra.
Abbiamo viaggiato, girato a piedi, in auto di giorno e di sera senza MAI sentirci in pericolo, incontrato popolazioni di tutte le etnie e parlato in modo equilibrato e gentile. Ovviamente evito ipocrite considerazioni sull'ambiente paradisiaco, dato che i problemi sociali sono evidenti, tuttavia non mi è sembrato ci fosse alcuna differenza in termini di attenzione, rispetto a viaggiare in qualsiasi altra capitale o grande città europea: Londra, Parigi, Palermo, Napoli, Liverpool, Venezia non sono certamente più sicure.
Io stessa ho abitato a Londra e Parigi e ovviamente i comportamenti responsabili e zone da evitare sono universalmente noti, da un emisfero all'altro, senza necessità di dedicare intere pagine di guide turistiche a mettere in guardia i turisti. Intendo far presente alle ottime guide consultate questo aspetto in quanto ritengo che possa avere un impatto determinante nel settore turistico (in base al principio che se continuo a leggere di un paese che è pericoloso e non ho necesssità di visitarlo, posso anche decidere di cambiare destinazione).
Concludo facendo i miei più sentiti complimenti a coloro che hanno scelto di vivere in una zona così affascinante - e lontana dall'Italia - e ringrazio anticipatamente coloro che potranno fornirmi ulteriori informazioni per apprezzare ancor più questo meraviglioso paese.
Intendo dare fin da ora il mio piccolo contributo al Sud Africa: come ben vedete dal mio indirizzo e-mail, il mio impegno professionale è presso l'aeroporto di Pisa, perciò se qualche Toscano dovesse trovarsi in difficoltà cercherò di tendere una mano amica.
Cordiali saluti.
Valentina Cornuda
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Il direttore risponde
Cara Valentina, grazie per la bella lettera e per i buoni sentimenti. Come tutti, ne abbiamo bisogno. Credimi, non eravamo nascosti. Probabilmente i percorsi turistici non incrociano i nostri spostamenti quotidiani per motivi di lavoro. Ma ci siamo e siamo più di cinquemila soltanto nella provincia del Capo. Siamo giornalisti, architetti, avvocati, costruttori, ma anche ristoratori e parrucchieri, falegnami, muratori, professori, professionisti e operai, donne in carriera e casalinghe, agricoltori e vinificatori, commercianti e industriali, importatori ed esportatori, spedizionieri e agenti di viaggio. Una cinquantina di noi sono guide turistiche e quotidianamente mostrano le bellezze del Capo a migliaia di turisti italiani. Altri lo fanno a Johannesburg e nel Gauteng, nel Natal e nei parchi nazionali. Mentre ti scrivo al Club Italiano di Johannesburg sono riuniti i rappresentanti degli abruzzesi nel mondo, mentre domani sera al Club Italiano di Città del Capo saranno i piemontesi a festeggiare l’arrivo della primavera e con loro anche i siciliani, i veneti, i friulani e i campani e quelli delle altre regioni. E non so dirti cos’hanno in programma i circoli italiani dell’East Rand, di Welkom, di Vereeniging, di Durban, di East London, di Umkomas, di Port Elizabeth, di Paarl e delle altre città nelle quali gli italiani sono presenti in forma organizzata, ma so che in tutto il Sud Africa dovremmo essere oltre cinquantamila, visto che alle elezioni dell’anno scorso gli aventi diritto al voto erano più di ventiseimila.
Quanto a fare il grande passo di trasferirsi, posso dirti che ci sono giovani italiani che lo fanno tutti i giorni, ma non è una cosa facile. Le leggi del paese tendono a proteggere la manodopera locale e quindi è necessario essere portatori di specializzazioni non comuni nel paese o di capitali da investire, anche se non mancano le eccezioni. Penso che le autorità diplomatiche sudafricane in Italia siano in grado di dirti quali siano le professioni attualmente richieste in Sud Africa e anche nella nostra prima pagina puoi trovare links a camere di commercio italo-sudafricane e ad agenzie che assistono proprio coloro che vogliono trasferirsi. Se poi fra i lettori ce ne sono alcuni o tanti disposti ad accogliere il tuo invito a mettersi in contatto, potrai sentire anche altre opinioni.
In fatto di criminalità, tu hai potuto constatare che non è in corso la caccia al turista, ma le statistiche dicono che in un paio di settimane sono stati diciotto quelli rapinati lungo i sentieri della Table Mountain e sono ancora le statistiche a dire che le possibilità di essere rapinati e di morire ammazzati in Sud Africa sono molto più alte che nel resto del mondo. Le statistiche non differenziano fra il centro di Città del Capo e le baraccopoli di periferia, dove la concentrazione di delitti è molto più alta. Io, l’ho detto altre volte, vivo da sessant’anni in Africa e non sono mai stato rapinato né attaccato, ma ho perso diversi amici per mano di rapinatori dal grilletto facile. Che vuoi che ti dica? Destino? Esperienza? Meccanismi innati di autodifesa? Fortuna? Fai tu. Resta il fatto che questo è un bel paese, ricco di opportunità oltre che di problemi. Un recente sondaggio ha rivelato che nel 96 per cento dei casi gli abitanti sono fieri di essere sudafricani. Non trovi che sia una bella cosa?
Ciao e torna a trovarci o manda i tuoi amici e cercheremo di rimandarli tutti a casa sani e salvi e con gli occhi pieni delle bellezze di questo angolo di mondo. La settimana scorsa ho attraversato il Namaqualand ed era tutto fiorito. - Ciro Migliore
 
Contributo del lettore Piero Ferrari
Gent.ma Valentina
ho letto con molta attenzione la Tua lettera che hai mandato a La Gazzetta del Sud Africa, e leggendo la risposta del Direttore, persona che io ho il piacere di stimare da un bel po' di anni, mi permetto di confermare tutto quanto ha scritto in risposta e sono qui a darti la mia testimonianza di cosa sia il Sud Africa che io visito da circa 40 anni, prima per motivi familiari avendo il fratello di mia madre emigrato con la famiglia nel 1957 e poi per motivi di lavoro che mi portano tra Italia e Sud Africa negli ultimi 30 anni e di questi 30 anni, 10 li ho passati permanentemente a Johannesburg negli anni '90 in pieno clima di trasformazione da un sistema di regime ad una democrazia nata dopo le elezioni del 1994.
Fatta questa premessa di presentazione, ti posso dire che in tanti anni di Sud Africa, sia durante l'apartheid che dopo, non ho mai avuto problemi, non mi sono mai dovuto barricare in casa per paura di chissà quale pericolo. Certo però ho sempre usato la giusta attenzione che bisogna avere quando si è in Africa che non è l'Europa, pertanto non si guida di notte, non si cammina a piedi da soli di notte nè di giorno in certe zone ma questa è una regola che non vale solo per tutta l'Africa e il Sud Africa, ma anche per il Sud America, per certe aree degli Usa etc. Pertanto chi fa allarmismi inutili senza invece istruire i viaggiatori sulla differenza che esiste tra Europa e fuori dall'Europa, parte con il piede sbagliato a dare informazioni.
Mi fa piacere leggere che durante il tuo soggiorno non hai avuto alcun problema, ma questo non deve stupire, è la regola invece. Il Sud Africa è l'unico paese di tutta l'Africa che ti permette di arrivare all'aeroporto di Jnb o Cape Town, prenderti la macchina a noleggio e girare tutto il paese senza il minimo problema e con la massima assistenza in caso di imprevisti all'auto o alla persona.
La cosa importante però, che troppi dimenticano di fare, è quello di farsi una polizza Europassistance o similare  prima di partire per coprire improvvisi problemi di salute o di incidenti perchè se non hai l'assicurazione allora sono dolori, non solo economici ma concreti. Se sei assicurato, il servizio sanitario  sudafricano funziona magnificamente, se non sei assicurato rischi di morire per strada ma questo è tipico del mondo anglosassone e americano non solo sudafricano. Quindi prima regola partire assicurati.
Seconda regola, ricordarsi che non sei in Europa, e pertanto valgono le regole da rispettare che ho detto prima. Detto questo, il Sud Africa non è solo bellissimo ma anche capace di offrire al visitatore una esperienza incredibile di incontri con  culture e razze diverse che arricchiscono molto il visitatore.
Trasferirsi in Sud Africa? Difficile ma non impossibile, basta avere o i soldi per una attività in proprio - e qui la vedo dura se uno non ha gli agganci e le conoscenze giuste - oppure essere una persona specializzata, portatore di un bagaglio di esperienza in certi settori quali il turismo, le telecomunicazioni, architettura di interni, pubblicità anche se in questo settore i sudafricani sono tra i migliori al mondo.
Pensare di andare in Sud Africa per fare il semplice impiegato o la commessa o il barista o cose simili, non è il paese giusto (funzionava in tempo di apartheid non più ora).
Per concludere,  io oggi sono ogni 30/40 giorni in Sud Africa e ogni volta che ci torno vedo qualcosa di nuovo, segno che è un paese in fase di grande sviluppo con potenzialità enormi e te lo dice uno che è nel business sudafricano da tanti anni.
Spero di esserti stato utile nel darti qualche notizia  in piu sul paese e comunque resto a disposizione qualora servissero informazioni piu dettagliate. Non per farmi invidiare,  ma nei prossimi giorni sono in partenza per il Sud Africa e  scappo dai primi freddi torinesi.
 
Cordiali saluti
Piero Ferrari
 

Discorso al Gala Dinner dell’Italy/South Africa Summit, European House Ambrosetti, il 18 ottobre al Club Italiano di Johannesburg.-

 

Maurizio Mariano -

 

I stand here before you as a proud South African of Italian origin. On close examination of my blood the results read as follows: born in Johannesburg, paternal and maternal roots in Fallo and Villa Santa Maria, Province of Chieti, Abruzzo, Italy. Strains of Parmigiano Reggiano and Balsamic Vinegar – Medici Ermete are identifiable, because of my love for the City of Reggio Emilia.  

We extend a very proud welcome to you from the Italian Club of Johannesburg, the cultural, sporting, educational and social hub of the Italian community in Ekurhuleni, Gauteng.

This facility is the brainchild of a humble doctor from Forlì, Emilia Romagna, which may appear to be a coincidence, but when we consider the historic facts, we see a pattern of collaboration, solidarity and alignment of purpose between Italians and South Africans for the benefit of the community at large.         

                         

In 1948, the founder of this club, Dr Ugo Giunchi, and the members of the committee approached a group of Italian Immigrants who had recently arrived in South Africa, to each contribute a small amount of their weekly wages to purchase a farm where they had the vision to build a community centre and a home away from home. Today, 68 years later, housing a club house, an old age home, various sports facilities, a pre-school and a school, this very property hosts this evening’s distinguished guests.

Equally, with vision, conviction and purpose, in 1970, Giuseppe and Bruna Soncini embraced the young Anthony Mongalo when he arrived in Italy as the ANC Chief Representative, having fled Apartheid South Africa and its authorities. The fruits of this alignment and collaboration between the ANC and Reggio Emilia includes the signing of the Twinning Agreement in 1977 by the former President of the ANC, Oliver Tambo and the then Mayor of Reggio Emilia, Ugo Benassi. Further, in 1977 Giuseppe Soncini coordinated and further formalised this solidarity through the Committee for Friendship, Cooperation and Solidarity among Peoples.  Significant aid was extended to the ANC and today, 39 years later, this collaboration with the city of Reggio Emilia continues.

On the 24th of November 2015, in the presence of Premier David Makhura, Mrs Bruna Soncini, Anthony Mongalo, the Mayor of Ekurhuleni, Mondli Gungubele and the Italian Consul General in Johannesburg, Marco Petacco, the Wattville Library was renamed the “Giuseppe and Bruna Soncini Library”. 

Today, we have witnessed the signing of a Memorandum of Understanding between the Gauteng Province and the Region of Emilia Romagna and the signing of a Memorandum of Understanding between the City of Reggio Emilia and the Ekurhuleni Metropolitan Municipality.           

Former President Nelson Mandela said that “after climbing a great hill, one only finds that there are many more to climb”.

It has been a year since our last meeting in Cape Town. An anniversary such as this one inspires us to reflect on time that has passed and to reflect on how we tackled the hills that we chose to climb. It is also a time where we plan for the year ahead, selecting new hills to climb, and conquer.  And … as we move from hill to hill, we look back on the road that we have travelled and look forward to new destinations with a determined dream of a better tomorrow.

This same dynamic applies to the way in which we reflect on our history and our inheritance - in effect, each moment is a reflection of our past and our vision of the future. While we may be tempted to picture the scenario of climbing hills as an independent endeavour, the reality is that such actions are not isolated and often require a community of some form who share and contribute to the journey.  We share our path with our companions - compatriots and comrades from the present and the past.

South Africa and Italy have a long history of collaboration. Each has a rich individual history and an important legacy. A legacy bequeathed by those who made important and often supreme sacrifices in the quest for redress and a better future.

There is a wonderful history to be told of individuals who in business, politics, art and culture made a difference …Italians who made South Africa their home and South Africans who made Italy theirs. Not in a way that denied their roots but in a way that embraced the other country and recognised common opportunities, common challenges and a common vision for the future not only their own but that of a better society and a better world.

·         The basis for SA’s modern seafood industry was laid by several Sicilian and Calabrian families who arrived in 1880 bringing centuries old knowledge of fishing methodologies;

·         An Italian from Piedmont discovered the Sterkfontein caves, today the cradle of mankind;

·         A Geologist from Genoa was instrumental in developing  South Africa’s mining industry by recognising the value of manganese ore deposits;

·         130 Italians came to South Africa in the late 1880’s to build the Simonstown harbour and naval base;

·         South Africa’s pioneering radar system was developed by an Italian electrical engineer in the 1930’s;

·         Sappi, a global paper and pulp company with a strong South African heritage was built based on the ingenuity of an Italian’s  process to make paper;

·         The larger part of South Africa’s railways were engineered and configured by Italians in the 1940’s and so were many of the cylinder tunnels constructed at the time;

·         Most of the power lines in South Africa were constructed by Italians in the 1950’s,   

I can carry on as this is a topic dear to my heart – and we could in fact spar endlessly about Italians making contributions to economies outside Italy all over the world, and then as a proud son of parents from Abruzzo, we can then also discuss how many of these are Abruzzesi…but that is a delightful topic for another occasion…!

Much of this success and collaboration resides in history and the recent past – today we have convened at the special instance and through the tireless initiatives of the European House Ambrosetti to create new partnerships and opportunities. Supported by, inter alia, the Gauteng Government, the Government of Emilia Romagna, the Government of Lombardia, and the City of Reggio Emilia, we can share our thoughts and vision so that as we walk our path and climb the great hills that lie before us, in this volatile world at a time of unprecedented questioning and change, we lay the foundations for future collaboration and cooperation between Italy and South Africa, with the underling objective of leaving legacies of which we as individuals and as a collective, can be proud.   

Successo di un nuovo evento del Consolato d‘Italia a Cape Town in collaborazione con l’Istituto di Cultura a Pretoria nel quadro della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo -

Per tutti gli amanti della cultura, dello stile e del marchio italiani, da sempre sinonimo di qualità in tutto il mondo, martedì 18 ottobre si è tenuto un bell’evento organizzato dal Consolato Italiano in collaborazione con l'Istituto di Cultura Italiana a Pretoria dal titolo "Il Design Italiano oltre i 55 anni della Milano Design Week”. L’evento si è posto nella cornice della XVI edizione de "La Settimana della Lingua Italiana nel Mondo", manifestazione che mira a divulgare l’Italiano in tutti i suoi aspetti e che nel 2016 ha scelto di utilizzare il linguaggio degli oggetti, dei marchi, delle forme, in altre parole quello del design.

Ospite d’eccezione la giovane (ma nonostante ciò esperta) ingegnere e architetto Monica Tengattini che ha raggiunto Cape Town per tenere una lezione su questa forma d’arte nella sua evoluzione, sviluppatasi in parallelo alla storia dell’Italia del 900, e nelle sue forme che lo hanno portato a distinguersi ed a primeggiare all’estero divenendo l’ennesimo ambito artistico di spicco per il made in Italy.

Particolari attenzione e affezione sono state tributate dalla dott. Tengattini all’arte del design nella sua città, Milano: è stata esplorata la tradizione artistica del capoluogo lombardo spaziando dall’architettura ai marchi e ponendo l’accento sulle manifestazioni periodicamente ospitate dalla città che la rendono la capitale italiana riguardo a questo tipo di espressione artistica.

Come si può intuire dal titolo della lezione, grande rilievo è stato dato alla “Design Week” milanese e a tutte le manifestazioni che la compongono, in primis il “Salone del Mobile” ma non potevano mancare, trattandosi di Milano, riferimenti alla passata Expo e alle suggestive forme, le strutture e l’uso degli spazi che hanno fatto da contorno a un evento di simile portata.

Assolutamente appropriata è stata  la scelta della location: la lezione si è tenuta nella sede di Inscape, gruppo di istruzione presente  in varie città del mondo e focalizzato sull’insegnamento dell’arte e del design e ciò non ha fatto altro che dare al pubblico una ulteriore sensazione di immersione nella tematica trattata.

Prima della conferenza i partecipanti hanno avuto la possibilità di socializzare sorseggiando del buon vino ed altre bevande, a farla da padrone in questo senso è stato un altro simbolo della cultura italiana nel mondo ovvero il caffè, offerto dal rivenditore Emozione.

 

Quando vide Maureen Heather, Vittorio Franzoni seppe all'istante che quella era la donna della sua vita. Erano vicini di casa e quindi non dovette fare tanta strada per presentarsi alla sua porta e chiederle di uscire con lui. La risposta fu un secco no, ma Vittorio non si diede per vinto e continuò a proporsi come accompagnatore tutte le volte che la incontrava, collezionando una lunga serie di no. Maureen restò irremovibile... almeno fino a quando gli amici improvvisamente cominciarono a congratularsi con lei per il suo fidanzamento. Per un po' pensò che ci fosse un errore, uno scambio di persona o qualcosa del genere, ma poi dovette arrendersi all'evidenza e volle andare a vedere l'inserzione sul giornale che aveva provocato l'inattesa pioggia di congratulazioni. Il presunto fidanzato risultava essere l'insistente italiano vicino di casa. "Ancora lui!". Questa volta Maureen perse veramente la pazienza e si diresse a passo di carica verso l'uscio di quel vicino troppo intraprendente. Bussò e quando lui aprì la porta lo aggredì, furiosa: "Come si permette di pubblicare un annuncio di fidanzamento se fra noi non c'è nulla?". Ma Vittorio si era preparato e  con un largo sorriso ribattè: "Non C'ERA nulla, adesso però C'È questo" e le porse l'astuccio con l'anello di fidanzamento. Poco tempo dopo si sposarono e soltanto la recente morte di Vittorio li ha separati, dopo 62 anni di matrimonio e due figli, Mario di 56 anni e Peter di 54. Vittorio aveva da poco compiuto 99 anni ed era l'ultimo "ragazzo di Zonderwater" nella provincia del Capo.
Vittorio Franzoni era nato a Parma l'8 agosto del 1917. Stava per finire la Grande Guerra, dalla quale emergevano i personaggi che presto avrebbero precipitato tutti nella Seconda Guerra Mondiale. Figlio di un militare di carriera, indossò da volontario la divisa della Marina quando aveva appena compiuto 16 anni. Il tempo di imparare a stare in equilibrio sul ponte di una nave in navigazione ed eccolo spedito a dare un contributo alla guerra coloniale dell'Italia fascista contro l'Etiopia del Negus Neghesti Haile Sellassie I, succeduto sul trono del Leone di Giuda, che gli etiopi ricollegano alla Regina di Saba e al Re Salomone, a Menelik, colpevole di aver umiliato l'Italia di Crispi nel 1896 ad Adua.
Operatore radio, il giovane Franzoni finì in servizio sull'isoletta di Nocra, nel Mar Rosso, dove lo trovarono nel 1940 i marines australiani del corpo di spedizione alleato che era penetrato da sud nelle colonie italiane della Somalia e dell'Eritrea e che misero fine alle ostilità molto prima che su tutti gli altri fronti. Cominciava per lui una prigionia che sarebbe terminata soltanto dopo sei anni.
"Giugno 1940 - scrisse nelle sue memorie Vittorio -: in servizio come operatore radio sull'isola di Nocra, trenta miglia a Est di Massaua, Eritrea, una base navale italiana nel Mar Rosso che pochi giorni dopo sarebbe stata occupata dalle forze alleate. Dopo di che restammo completamente isolati e senza scorte vitali, aspettando ansiosamente di essere soccorsi. Poi, catturati dei marines australiani, cominciò un'odissea che sarebbe durata più di sei anni di prigionia contrassegnati dalla sigla P.O.W.
"Addio alla libertà, diventi un'entità sconosciuta fra milioni di altre vittime di una guerra che nessuno avrebbe avuto motivo di cominciare e tanto meno di combattere.
"Due settimane dopo fummo radunati e ci fu detto che ci avrebbero portati a Port Sudan. Tremila esseri umani assetati, affamati, dall'aspetto trasandato dopo giorni di dieta e in assenza del necessario per le abluzioni, furono immagazzinati sotto la coperta di una nave tanto malconcia che sarebbe stata più al suo posto in un cantiere di rottamazione che sulle onde del mare. Non volendo che la nave fosse scambiata per un trasporto truppe e possibilmente affondata dagli insidiosi U-Boat tedeschi (come accadde all Nova Scotia nel Canale del Mozambico), i catturatori avevano deciso che avremmo dovuto trascorrere le ore diurne nella stiva, con la possibilità di salire a respirare sul ponte soltanto di notte. Ci vollero dodici interminabili, penosi giorni per raggiungere la nuova destinazione.
"Il mal di mare colpì duramente la maggior parte dei passeggeri, aggravando una situazione già compromessa dalla mancanza di nutrimento adeguato e dal caldo persistente e oppressivo. Il vomitare e la soddisfazione di altre insopprimibili esigenze corporali ovunque vi fosse uno spazio libero contribuirono a diffondere un puzzo nauseabondo, che a sua volta provocava ulteriori malesseri e l'esaurimento di energie già ridotte al lumicino.
"Sbarcammo infine a Port Sudan malfermi sulle gambe, logorati da lunghi giorni di disagi intollerabili, lasciandoci alle spalle la nostra nave da crociera. Ci trascinammo fino alla stazione per prendere posto su un assortimento di vecchie carrozze ferroviarie trainate da una locomotiva chiaramente stagionata. Tre giorni e notti la vecchia caffettiera sbuffò attraverso il desolato e arroventato deserto sudanese. Scendemmo a Zeidab, una stazione lungo la riva del Nilo Bianco, a circa cento chilometri a Sud di Khartoum.
"Tende erano state erette sulla sabbia. Il fondo scavato abbastanza da consentire di stare in posizione eretta. Le latrine erano buche parzialmente coperte da due tavole, un'attrazione permanente per migliaia di insetti alati, ronzanti, sibilanti, mordenti, pizzicanti, che rendevano estremamente spiacevole il rispondere al richiamo della natura. Per l'acqua si erano state date vecchie borracce da riempire nel Nilo Bianco, più appropriatamente definibile Nilo Marrone. Per rendere l'acqua più potabile la dovevamo filtrare attraverso pezzi di stoffa: maniche di camicie, pantaloni, qualunque cosa che potesse impedire il passaggio della melma residua. E quanto al cibo, ci furono dati vecchi fusti che avevano contenuto bitume e che dovevano essere bruciati e raschiati fino a rimuovere quanto più catrame possibile per poi utilizzarli per cucinare. Cosa cucinavamo? Riso diventat verdognolo dopo aver trascorso anni in fetidi magazzini, pane fatto con più crusca che farina, che si abriciolava quando si tentava di tagliarlo. Occasionamente una magra razione di verdure e carne, di origini oscure. Una malsana e inadeguata alimentazione che aveva tristi conseguenze.
"L'assenza di proteine e vitamine, aggravata dal clima tropicale e dall'acqua non purificata causarono un'epidemia di scorbuto, seguita da casi generalizzati di grave dissenteria. I più gravi finivano in un ospedale di fortuna, dove mancavano le medicine necessarie e dove tristemente ma misericordiosamente passavano a miglior vita.
"E venne anche il momento di dover tornare in treno a Port Sudan, lasciandosi alle spalle un considerevole numero di camerati in una terra inospitale, dove le tombe di terriccio compattato e le croci di legno si sarebbero gradualmente disintegrate sotto il sole infuocato e il furioso vento del deserto, senza lasciare alcuna traccia.
"Prossima tappa, Mombasa. La nave, una replica della precedente, aveva soltanto la classe economica. Un orribile duplicato della precedente crociera, con la medesima persistente deprivazione di tutte le cose essenziali e con la mancanza di spazio vitale, tanto da  indurre a domandarsi quanto ancora un essere umano avrebbe potuto resistere.
"Sbarcando a Mombasa, esausti dopo la terribile navigazione, non riuscimmo ad apprezzare la vegetazione lussureggiante che inquadrava mirabilmente le rive di questo bel porto.
Barcollammo, stracciati e stanchi del viaggio, un triste gruppo di prigionieri, a suo tempo prodi esponenti delle forze armate italiane, sottomessi e demoralizzati in direzione di un altro campo. A sei chilometri dalla città entrammo in un campo circondato da un impenetrabile recinto, invaso dalla giungla, la nostra nuova e, ci  si augura, temporanea residenza. Prigionieri tedeschi vi erano stati detenuti durante la guerra 1914-18. Tutte le creature che si trascinano, strisciano o saltano erano la nostra costante compagnia e di notte occorreva stare attenti a non calpestare o antagonizzare rettili vagabondi, scorpioni e altre pericolose creature.
"Altri mesi di vacanza obbligatoria, un altro periodo di disumanizzante inattività e di progressivo indebolimento della resistenza fisica e psicologica,  in una situazione disperatamente al di là del nostro controllo.
"Pronti a salpare nuovamente, un'occasione aggiuntiva di allargare le nostre menti. Prossima tappa il Sud Africa. Dopo di che, misericordiosamente, niente più discendere a sud. Il viaggio un'altra miserabile ripetizione delle due precedenti crociere.
"Giorno di Natale: sbarchiamo a Durban. Velocemente ammassati in carri bestiame, senza l'imbarazzo di diver scegliere in che classe, diretti a Zonderwater, un altro campo che ci avrebbe ospitati per quasi sei interminabili anni. Con l'arrivo di altri prigionieri da diversi fronti della guerra, raggiungemmo il numero imoressionante di 42.000. Ogni volta che migravamo eravamo soggetti a una completa disinfestazione. Rimozione completa di capelli e peli, sapone alla creolina cosparso su tutto il corpo, docce bollenti e fumigazione degli abiti, delle coperte e di qualunque altra cosa... ma ancora capaci di resistere.
"Per tre anni abitammo in tende a campana, dieci per tenda, dove l'essere sempre a contatto di gomito causava spesso animosità, specialmente di notte, quando balcollavamo e di inciampavamo al buio, sulla via delle latrine. Poi le tende furono sostituite da baracche costruite son mezzi tronchi di legno.
"Settembre 1943: l'Italia firma l'armistizio con gli alleati, facendo nascere la speranza di un rimpatrio anticipato, subito cancellata, purtroppo, dalla notizia che i trasporti sarebbero stati disponibili soltanto nel prossimo futuro.
"E così si va avanti, a un passo fastidiosamente monotono, ogni giorno una noiosa ripetizione del precedente.
"Febbraio 1947: Dopo più di sei anni di concentramento, esco da uomo libero, guardando il reticolato dal di fuori invece che da dentro. Che cambio di scenario!
"Pagato il biglietto del treno da Cullinan a Johannesburg, mi restavano in tasca quattro scellini e sei penny, più l'inestimabile possesso della libertà. Sarò per sempre profondamente grato al Signore per avermi dato la forza interiore per superare questa lunga, estenuante sequenza di avversità materiali e mentali senza essere perpetuamente segnato dagli interminabili anni della prigionia".
Finalmente libero, Vittorio Franzoni ricuce faticosamente la trama della sua vita. Mente alle autorità sudafricane e si qualifica sarto per essere incluso fra i circa 800 ragazzi di Zonderwater autorizzati a restare nel paese senza dover prima rimpatriare. Non parla l'inglese, ma ha una mente pronta e una grande volontà di imparare, tanto da essere poi in grado di scrivere articoli per il giornale locale e di aiutare i figli nei compiti di scuola. Sceglie Klerksdorp per rifarsi una vita e fa l'imbianchino per guadagnare, ma ha talento e con il tempo apre e tiene per 15 anni uno studio artistico a Hillbrow, oggi centro proibito di Johannesburg, ma allora il cuore pulsante di una città che fra i grattacieli che la dominano ospitava bar, ristoranti, teatri e perfino giardini che sotto Natale si riempivano di bambini affascinati da luci, colori, alberi di Natale e perfino un Presepe. Gli affidano perfino l'insegnamento artistico nell Hill High School, ma non ha i titoli sudafricani necessari per insegnare e d'altronde la ripetitività dell'insegnamento lo stanca e dopo un anno il rapporto di lavoro si scioglie.
Nel 1978 Vittorio tornò per la prima volta in Italia, dopo 42 anni, ma trovò solo cugini che stentò a riconoscere. Abbracciò i fratelli Luciano e Pietro soltanto nel 1995, dopo quasi 60 anni. "Quando lasciai mio fratello aveva soltanto tre anni e mezzo, lo rividi che era sessantenne. Continuammo per un po' a guardarci, senza sapere cosa dire", raccontò poi Vittorio a un giornalista che lo intervistò per il Table Talk di Tableview un paio di anni fa, in occasione del suo 97.mo compleanno. Noi avevamo appuntamento con lui in tempo per la commemorazione dei caduti durante la prigionia che si fa in novembre al Club Italiano, ma la sua fibra straordinaria, dopo aver resistito per anni alle insidie di diversi campi di prigionia, dal deserto alla foresta, non ha resistito a una degenza in ospedale causata da una polmonite diagnosticata come gastrite.
Con lui si è definitivamente chiuso il capitolo dei "centomila ragazzi di Zonderwater", il cui ricordo è destinato a durare nel tempo, come tutte le leggende che rendono testimonianza alla parte migliore della nostra umanità.
 
Nelle foto: alcuni quadri di Vittorio Franzoni; la vedova Maureen Heather con i figli Mario e Peter e con il ritratto di Vittorio; il corpo insegnante della Hill High con Vittorio ultimo a destra in prima fila; l'intervista pubblicata da un giornale locale due anni fa.
ROMA - “In queste ore drammatiche, sono vicino all’intera popolazione dell’Iraq, in particolare a quella della città di Mosul. I nostri animi sono scossi dagli efferati atti di violenza che da troppo tempo si stanno commettendo contro i cittadini innocenti, siano musulmani, siano cristiani, siano appartenenti ad altre etnie e religioni”. Così Papa Francesco che, a margine dell’Angelus, si è detto “addolorato nel sentire notizie dell’uccisione a sangue freddo di numerosi figli di quell’amata terra, tra cui anche tanti bambini”.
 
“Questa crudeltà ci fa piangere, lasciandoci senza parole”, ha aggiunto il Santo Padre. “Alla parola di solidarietà si accompagna l’assicurazione del mio ricordo nella preghiera, affinché l’Iraq, pur duramente colpito, sia forte e saldo nella speranza di poter andare verso un futuro di sicurezza, di riconciliazione e di pace. Per questo chiedo a tutti voi di unirvi alla mia preghiera, in silenzio”.
Prima della preghiera mariana, il Papa ha richiamato la pagina di Paolo proposta dalla Liturgia con l’Apostolo in carcere e prossimo alla morte.
“In questo racconto autobiografico di san Paolo – ha detto ancora il Papa – si rispecchia la Chiesa, specialmente oggi, Giornata Missionaria Mondiale, il cui tema è “Chiesa missionaria, testimone di misericordia”. In Paolo la comunità cristiana trova il suo modello, nella convinzione che è la presenza del Signore a rendere efficace il lavoro apostolico e l’opera di evangelizzazione. L’esperienza dell’Apostolo delle genti ci ricorda che dobbiamo impegnarci nelle attività pastorali e missionarie, da una parte, come se il risultato dipendesse dai nostri sforzi, con lo spirito di sacrificio dell’atleta che non si ferma nemmeno di fronte alle sconfitte; dall’altra, però, sapendo che il vero successo della nostra missione è dono della Grazia: è lo Spirito Santo che rende efficace la missione della Chiesa nel mondo”.
“Oggi – ha sottolineato il Papa – è tempo di missione ed è tempo di coraggio! Coraggio di rafforzare i passi vacillanti, di riprendere il gusto dello spendersi per il Vangelo, di riacquistare fiducia nella forza che la missione porta con sé. È tempo di coraggio, anche se avere coraggio non significa avere garanzia di successo. Ci è richiesto il coraggio per lottare, non necessariamente per vincere; per annunciare, non necessariamente per convertire. Ci è richiesto il coraggio per essere alternativi al mondo, senza però mai diventare polemici o aggressivi”.
“Ci è richiesto il coraggio per aprirci a tutti, senza mai sminuire l’assolutezza e l’unicità di Cristo, unico salvatore di tutti”, ha esortato Papa Francesco. “Ci è richiesto coraggio per resistere all’incredulità, senza diventare arroganti. Ci è richiesto anche il coraggio del pubblicano del Vangelo di oggi, che con umiltà non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Oggi è tempo di coraggio! Oggi ci vuole coraggio! La Vergine Maria, modello della Chiesa “in uscita” e docile allo Spirito Santo, - ha concluso – ci aiuti ad essere tutti, in forza del nostro Battesimo, discepoli missionari per portare il messaggio della salvezza all’intera famiglia umana”. (aise)
SENTENZA TAR - LO SPONSOR OBAMA - REFERENDUM: CONTI ALLA MANO  – BELLA CIAO – RUBY TER -
 
Cari lettori, si fanno sempre più forti le pressioni per il SI al referendum: da Obama ai media, dalle banche americane (che ne hanno diretto interesse) è tutta una grandinata di chiacchiere ma se più sotto leggerete NEL MERITO le cose (questa settimana analizziamo la questione "risparmi") si moltiplica la necessità del NO. L'ipocrita sentenza del TAR che ha deciso di non decidere ne è una puntuale dimostrazione. Altri commenti sui funerali di Dario Fo al canto di "Bella Ciao" (per chi fu un paracadutista della RSI!)  e sul processo "Ruby Ter" di cui tutti sentivamo la necessità ed urgenza. Povera Italia, salviamola almeno dal disastro votando NO al referendum! Un saluto a tutti. - Marco 
 
SENTENZA TAR
Ponzio Pilato? Un dilettante dopo la sentenza del TAR del Lazio che ci mette tre giorni di camera di consiglio ininterrotta per decidere di non decidere. Strano, perché una decisione come quella pubblicata si prende in 5 minuti, molto meno strano se si immaginano le pressioni sui giudici che con una loro decisione diversa avrebbero potuto spiazzare il governo.
La decisione del TAR del Lazio è comunque una genialata: non dice "Il quesito è giusto" oppure "E' una forzatura pubblicitaria" ma decide di ragionare con un sillogismo: "Visto che il quesito è stato approvato dalla Corte Costituzionale, che è un organismo di garanzia, e anche dal Presidente della Repubblica, che è un altra espressione di garanzia, non può essere scorretto e quindi - indipendentemente da quello che c’è scritto-  il testo è “di garanzia".
Dal che se ne deduce che se la Corte o Mattarella  NON fossero "di garanzia" ma di parte allora il quesito stesso sarebbe "di parte" e potenzialmente non accettabile.
NON CONTA INSOMMA IL QUESITO IN SE (sul quale il TAR non si esprime), MA PIUTTOSTO IL “TIMBRO” DI GARANZIA CHE CI E’ STATO APPOSTO SOPRA.
Ebbene: non vi sembra che l'atteggiamento tenuto anche di recente dalla Corte Costituzionale sull'Italicum (decidendo di "non decidere" fin dopo il referendum per non "disturbare" le elezioni) sia una decisione assolutamente "di parte" e tesa a garantire NON i cittadini ma il governo?
E l'Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica che dimostra ogni giorno una visibile accondiscendenza verso Renzi - che d’altronde lo ha voluto ed eletto - non si dimostra nei fatti  "di parte"? E allora che GARANZIE di indipendenza ed equità danno queste due istituzioni?
Ma se non lo sono e nell’accettare e avallare il quesito renziano hanno fatto una scelta di parte – e per me l’hanno assolutamente fatta - allora la sentenza del TAR confermerebbe esattamente che il quesito referendario NON è di garanzia, perchè NON lo sono chi lo ha deciso e confermato.
Alla fine di questo ragionamento appare evidente che il TAR del Lazio - dopo tre giorni di aspre polemiche interne, altrimenti se la sarebbe cavata in pochi minuti - ha fatto una scelta meramente di comodo, lavandosene le mani.
 
OBAMA: NO GRAZIE
E’ un gioco delle parti, ad uso dei media che applaudono entusiasti. Obama riceve Renzi e seguito in pompa magna, lo loda, dice SI al referendum (piacerebbe sapere cosa ne sappia Obama del referendum del 4 dicembre, potessimo fargli un paio di domandine..) e su questo si innesca la grancassa dei reciproci salamelecchi e lustrini.
Stringi stringi Obama va in pensione e non si farà rimpiangere, è stato coperto di elogi solo perché faceva così “fino” che un nero salisse alla Casa Bianca, vedi il premio Nobel per la pace conferitogli ad inizio mandato, anche se poi ha fatto guerre e disastri in mezzo mondo dalla Siria alla Libia, ma ce lo si è dimenticato. In USA oggi c’è un acceso malcontento e solo per la figura controversa di Trump i repubblicani si lasceranno probabilmente scappare una grande occasione per battere i democratici.
Certo tutto il sinistrismo e “progressismo” locale, europeo ed americano loda e riloda Renzi e le sue truppe cammellate, ma è il controllo dei media, delle TV, dei poteri economici a giocare la partita.
“Il re è nudo” anche se è un Presidente perché alla fine il destino del mondo è deciso dalle grandi banche e colossi finanziari che portano avanti i loro affari con alcuni pupazzi come sono OBAMA E RENZI, simmetrici ed identici.
Una guerra economica mondiale dove gli USA minacciano l’Europa che divisa non reagisce, ma soprattutto dove rischiamo PASSI FALSI IN POLITICA ESTERA.
Non ha senso che l’UE e l’Italia si buttino per esempio contro la RUSSIA. Non è giusto, non è logico, non ci conviene, eppure – e qui ecco il padrone che tira il guinzaglio del cagnolino – l’Italia segue a ruota senza neppure porsi i problemi. Che differenza c’è tra i bombardamenti USA in YEMEN e quelli russi in SIRIA? Muoiono civili innocenti, ma i “cattivi” sono SEMPRE da una parte (COME LA STORIA INSEGNA, SOPRATTUTTO SE SCRITTA DAI VINCITORI) mentre sugli altri si sfuma.
Chi se non Obama e la sua Hillary Clinton hnno la responsabilità storica di aver dato ragioni di esistere all’ISIS? Chi ha distrutto l’Iraq e poi la Siria e poi la Libia?
Un premio Nobel per la pace! Ditemi se questa non è pura e semplice demagogia.
 
FO E BELLA CIAO
Certo ci vuole sempre rispetto per i morti e apprezzamento per le qualità artistiche di Dario Fo, peraltro premiato con un ennesimo Nobel dal pretto sapore demagogico, ma ho trovato di cattivo gusto intonare “Bella ciao” ai suoi funerali, visto che Dario Fo ai tempi della guerra partigiana era volontario paracadutista della Repubblica Sociale Italiana e – di stanza a Tradate - ha anche partecipato in quella veste a dei rastrellamenti, come confermato da sentenze della Magistratura che hanno assolto chi lo aveva sostenuto e come  poi d'altronde è stato ammesso – ma solo dopo molti anni e a denti stretti – dallo stesso Dario Fo.
Si può cambiare idea e rinnegare il proprio passato, è legittimo cambiare bandiera, ma quella canzone mi è sembrata davvero inopportuna, la quintessenza dell’ipocrisia. 
 
REFERENDUM: I RISPARMI CHE NON CI SONO
La scorsa settimana ho pubblicato il “vecchio” e il “nuovo” articolo 70 della Costituzione e quando l’ho messo in mano ad amici che pensavano di votare SI sono rimasti sbalorditi, pensando a qualche mio trucco, invece è (purtroppo) tutto vero. Adesso passiamo ad un  altro aspetto: I RISPARMI. L’Italia è tappezzata da manifesti del PD che sostengono che “si tagliano i costi della politica”. Benissimo: DI QUANTO?
“Via i senatori, un miliardo di tagli alla politica, a dieta le Regioni, legge elettorale anti larghe intese. Italia #cambiaverso”, così twittava il premier Matteo Renzi il 19 gennaio 2014. In realtà l’Italicum migliore del mondo oggi è contestato da tutti e i risparmi con il “nuovo” Senato non saranno di 1000 milioni come sosteneva Renzi e neppure 500 come più avanti ha sostenuto la Boschi, ma solo circa  48 milioni, ovvero l’8,8% dei 540 milioni che il Senato spenderà nel 2016 per assicurare il suo funzionamento.
Mistero tra l’altro di come Renzi mai potesse indicarne 1000 se il bilancio del Senato per il 2016 è di 540, ma evidentemente era la solita burla. Ma come si arriva ai 48 milioni stimati dagli stessi uffici di palazzo Madama? Azzerando le indennità  parlamentari dei senatori, visto che anche i 100 nuovi componenti saranno pagati dalle regioni di provenienza. Si parla però di una cifra lorda perché vanno sottratti i circa 14 milioni che rientrano nelle casse dello Stato sotto forma di Irpef e quindi il risparmio sulle indennità ammonterà a circa 28 milioni di euro.
Poi ci sono altri 37 milioni 266 mila euro che Palazzo Madama attualmente sborsa per le spese sostenute dai senatori per lo svolgimento del mandato. Con la riduzione da 315 a 100 del numero dei senatori, il risparmio si assesterà intorno ai due terzi del totale perché è ovvio che, anche ai nuovi senatori, uno straccio di supporto per lo svolgimento del proprio mandato bisognerà darlo. Che siano le Regioni o Palazzo Madama a corrisponderlo poco cambierà per il contribuente. In pratica si risparmieranno circa 25 milioni, ma anche in questo caso lordi dal momento che circa 5 rientrano attualmente all’erario attraverso la leva fiscale. Sommati ai 28  delle indennità, portano il totale a 48 milioni di euro.
Gentilmente Renzi, la Boschi o chiunque altro è in grado di smentire queste cifre? Anche la ragioneria generale dello stato ha fatto i conti e – inserendo anche il CNEL – risultano
55,6 milioni di Euro di minori spese, ovvero meno dello 0,2% della manovra finanziaria di fine anno, 0,000 ecc. del bilancio statale.
In cambio, per cominciare, gli italiani perderanno il diritto di voto per eleggere il Senato. 
 
RUBY TER
In arrivo il processo “Ruby ter” per Berlusconi e compagnia che da anni entusiasma l’Italia e di cui vi era assoluta necessità. La Procura di Milano ha messo insieme 45 FALDONI DI DOCUMENTI (!!) affinchè finalmente giustizia sia fatta, sostenendo la corruzione di testimoni che ai tempi difesero l’ex Cavaliere. Immaginate di essere voi un testimone che dovesse un domani testimoniare CONTRO le ipotesi della Procura e difendendo degli imputati: vi sentireste liberi di farlo o “tenendo famiglia” cerchereste di evitarlo? Siamo a Berlusconi che “compra” testimoni o si delinea di fatto una legittima suspicione di esatto contrario?
Ciascuno risponda nel profondo della propria coscienza.
 
Un saluto a tutti                                                             
Marco Zacchera
 
 
 
 
 
by asiel - Southern Cross -
 
Joe Tosini believes that on the last day Jesus will judge people on whether they fed the hungry, clothed the naked and, especially, whether they loved one another, not on whether they were baptised with a sprinkling of water as an infant in a Catholic Church or by being plunged into a pool as an adult in an evangelical service.
Tosini, a Pentecostal Christian, is founder of the Phoenix-based John 17 Movement, an ecumenical initiative about forming relationships and friendships among Christians.
Unlike the formal ecumenical dialogues the Catholic, Orthodox, Anglican and mainline Protestant churches engage in, the John 17 initiative does not involve theological dialogue and the examination of doctrinal similarities and differences.
Tosini and others in the movement focus on Jesus’ actions and words at the Last Supper and, particularly on his prayer in John 17:21: “That they may all be one, as you, Father, are in me and I in you, that they also may be in us, that the world may believe that you sent me.”
Pope Francis has been very supportive of the John 17 Movement and other informal ecumenical initiatives with evangelical and Pentecostal Christians.
The initiatives fit into a “walking ecumenism,” which the pope described during a meeting with members of the Conference of Secretaries of Christian World Communions.
Pope Francis told the group, which represents most of the world’s major Christian communities, “It is important that theologians study, that they find agreement and identify disagreements; this is very important. But, in the meantime, ecumenism is done by walking and by walking with Jesus – not with ‘my’ Jesus against ‘your’ Jesus, but with our Jesus.”
“The path is simple: It is travelled with prayer and with helping one another,” the pope continued. “Praying together, the ecumenism of prayer, one for the other and all for unity. And then, the ecumenism of working on behalf of the many needy, the many men and women today who suffer from injustices, wars, these terrible things.”
In journeying, praying and working together, he said, “this is already unity, unity in walking with Jesus.”
Tosini was at the Vatican in early October, staying at the guesthouse where Pope Francis lives and participating in meetings to plan events for June 4, the feast of Pentecost.
In 2014, Pope Francis invited people to Rome in 2017 for special Pentecost celebrations to mark the 50th anniversary of the Catholic charismatic movement, which traces its origins to a retreat held in 1967 at Duquesne University in Pittsburgh.
Tosini wants to be there to celebrate with Pope Francis a new process of what he calls “relational reconciliation,” a process that “is not about doctrinal alignment” or theological differences among Christians. It’s about affirming that in Christ, Christians are brothers and sisters called to love one another, even when they differ like siblings in any family do.
“The scandal of division is completely opposite of what Jesus prayed for,” Tosini said. “Our challenge is going to be the diversity, the differences that we have,” he said, but the key is to let them be “reconciled in Christ” just like members of a healthy family accept their differences as a natural part of family life.
An important step, Tosini said, is to follow Pope Francis’ example having Catholics and Pentecostals acknowledge each other as Christians and stop treating and speaking of each other as less than Christian.
“We’re all sinners,” Tosini said. “If we all focus on Jesus being the one Lord, the one saviour – if we focus on that, if we come to that cross, we limit all these distinctions” that create hostility and the “ignorance and bigotry” that often have marked relations between Catholics and evangelicals.
Coming together as brothers and sisters, Christians are called to go out into the world together, he said. In Matthew 25, Jesus said people would be judged on whether they gave food to the hungry, visited the sick and comforted those who mourn, “he didn’t say, ‘By the way, how were you baptised?'”
“Our lost and dying world is desperate to see a loving, healthy family,” Tosini said. “It’s the cry of the human heart and that’s the part we are trying to play” by bringing Christians together and saying, “Let’s forgive each other, let’s love each other, let’s respect each other, let’s listen to each other, let’s eat together first, you know?”
 
By Cindy Wooden Catholic News Service
Johannesburg - On October 18-19, 2016, in Johannesburg, the third South Africa–Italy Summit took place, an initiative developed and promoted by The European House–Ambrosetti (TEH-A).
After three years, the Summit has already managed to become an influential platform to strengthen strategic bilateral relations. Paolo Borzatta, Senior Partner of The European House – Ambrosetti addressed the growth of the Summit over these three editions. “To expand the globe you need three things: knowledge, personal feeling and trust: these are the main objectives of the Summit.”
During this edition, three Memoranda of Understanding were signed, at different relevant levels of governance: Government, Region, City
- a Memorandum of Understanding between the Italian Ministry of the Environment (represented by the Deputy Minister Barbara Degani) and the South African Ministry of Water Sanitation (Minister Nomvula Mokonyane) for cooperation in water management;
- a Memorandum of Understanding between the Gauteng Province (Premier David Makhura) and the Emilia-Romagna Region (President Stefano Bonaccini), for economic, social and technological cooperation (also water management). Every year for the the next five years there will be a bilateral meeting between Gauteng and Emilia Romagna;
- a Memorandum of Understanding between the Ekurhuleni Municipality and Reggio Emilia.
Moreover, for the first time, the Summit has had the patronage of the Italian Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation together with the Italian Embassy in South Africa, the South African Embassy in Italy, the National Foreign Trade Institute – ICE, the South African–Italian Chambers of Commerce and Industry, the Emilia-Romagna Region and the Secretariat of State for Industry, Handicraft, Trade, Transport and Research of the Republic of San Marino.
This year, the Summit has had the patronage and active cooperation of the Province of Gauteng – which accounts for 35% of South Africa’s GDP and 10% of the GDP of the entire continent – the main driver in the continuously multiplying relations between Italy and South Africa.
With the third edition of the Summit we have significantly broadened the scope of this event, both internationally, institutionally, and businesswise:
- Bigger companies in terms of business volume
- 200 business leaders
- 14 European and African countries
- 7 Ministries or Vice Ministries
- 3 Regional/Provincial Governors (or Vice Govenors)
- 2 representatives of supranational institutions (EU – SADC)
- 4 Ambassadors
- Diplomats from 3 other countries (Greece, Lesotho, Angola)
- Several B2B meetings between CEOs organized
- 3 field trip to provide participants with hands-on experience on South African Business opportunities.
 
Stefano Bonaccini, President of the Emilia-Romagna Region: “While many people in our continent answer to the challenges of our time by building walls, we believe in the power of building bridges. We should open our eyes: this agreement between the Emilia Romagna Region and the Provincial Government of Gauteng is the first agreement with an African region. Emilia Romagna and Gauteng are the locomotives of their respective countries thanks to exports and industry excellences.” David Makhura, Premier of Gauteng: “Last year Gauteng launched an ambitious strategy of development and internationalization to make the province the premium investment destination to Sub-Saharan Africa; the people of South Africa and Italy share historic bonds of friendship and mutual respect and our political and business relationship has to be built on these. There exists a significant potential to reinforce the ties between Italy and South Africa and Gauteng: the South Africa – Italy Summit aims at this.”
Fabrizio Sala, Vice President of the Lombardy Region and Assessor for Social Housing, Expo and Internationalization: “We are in South Africa as a result of a specific, conscious choice, for which we have chosen an important partner: The European House – Ambrosetti. Our aim is to take the numerous SMEs in the Lombardy Region abroad, allowing them to expand and to develop on international markets. The Lombardy Region seeks to make South Africa a priority destination in the near future”.
During the Summit the Italian Ministry of the Environment and Protection of Land and Sea signed an agreement with the South African Ministry of Water and Environmental Affairs. The agreement is to promote cooperation between Italy and South Africa on water management and governance, as well as skills and research development. It will also focus on joint projects and initiatives which would create jobs and contribute to tackling unemployment.
South Africa's Minister of Water and Sanitation, Nomvula Mokonyane, signed the agreement on behalf of South Africa. “The agreement is an opportunity for the two countries to share best practices and knowledge and to contribute to solving the realities of climate change,” Mokonyane said. She said food security and the promotion of alternative solutions in housing and the green economy are also important parts of this agreement. “Our water research commission will make this agreement a legal, living document which both parties need to pay attention to”. Italy's Deputy Minister of Environment and Protection of Land and Sea, Barbara Degani, signed the agreement on behalf of the Italian republic. Degani said this agreement is an opportunity to exchange expertise and know-how in water management and that the Italian government is looking forward to this partnership.
There are concrete opportunities for cooperation in the energy sector, both in terms of renewables and fossil fuels (particularly for the whole gas value chain). A clear regulatory environment would unleash such potential. Natural gas and renewables are the best weapons for fighting climate change: Italy is the perfect partner for South Africa and SADC countries. Fabrizio Zago, CEO Building Energy: “A new sustainability pattern, driven by the COP21 agreement, will push the green energy market globally and in South Africa as well; renewables and gas are the best choices to supply South Africa with cost-effective and sustainable energy.”
In the following year, the most relevant automotive players from Italy and South Africa will draft an action plan with the aim of completing the automotive value chains for tier 2 and tier 3 components, upscale local production and carry out import substitution strategies.
Paolo Olivero, South Africa Country Leader of MA: “With a double-digit growing market, South Africa is a major opportunity for Italian automotive value-chain players; Chinese car manufacturers have announced an $800 million investment in South Africa: Italians are missing out on a very profitable localization opportunity.”
Luca Monti, Private and Corporate Manager of Ubi Banca: “Until a few years ago, the internationalization of production and sales was a strategic issue only for larger enterprises, while today they are part of the agenda of any entrepreneur”. “We are concentrating over 80% of investments in areas where over 80% of Italian exports come from. Offering adequate services to support the expansion of enterprises from this area abroad is a strategic priority for the group".
During the Summit, Fiera di Milano completed the acquisition of Fiera Milano Exhibitions Africa (FMEA), the South African branch of the exhibition center company. The new Global CEO Corrado Peraboni explained how this decision forms part of the group’s strategy for expansion in the Continent. FMEA is among the main organizers in South Africa of the Cape Town Art Fair and the larger Good Food and Wine Show. Speaking on the sidelines of the Summit, Maria Chieppa, General Manager of FMEA, explained that Fiera Milano Exhibitions Africa has invested some €651,000 in the Good Food and Wine Show to consolidate its position in the country, and a further €520,000 will be invested in the Cape Town Art Fair. “FMEA”, she said, “can become the launching pad for the group in Africa. We are strengthening our presence in the country as a base for subsequently entering the market of Sub-Saharan Africa”.
The fourth edition of the South Africa-Italy Summit will take place in Johannesburg, October 17-18, 2017.
Il 9 agosto 2012 avevamo dedicato a Puglia Cheese, che aveva da poco debuttato con successo sul mercato sudafricano dei formaggi tipici italiani, un articolo che ne tracciava il percorso fino a quel punto, che sembrava la svolta decisiva nella trasformazione di un'impresa artigianale in un grande caseificio. E infatti le cose andarono proprio così e in tempi da record il sogno di Davide Ostuni e dei suoi amici e soci sembrava prossimo alla realizzazione. I tre avevano anche trovato soci sudafricani che avevano i mezzi per facilitarne la  crescita. Una specie di invito a cena... solo che al momento di sedersi a tavola per il banchetto i nostri eroi ebbero la spiacevole sorpresa di scoprire che purtroppo erano proprio loro destinati a finire in pentola. Il resto è storia recente e non vale la pena soffermarcisi sopra più a lungo perché è molto più interessante la notizia che Puglia Cheese sta ripartendo dalle origini, ma questa volta con il capitano della nave da solo al comando e agli argani. Davide Ostuni si è ripreso il suo sogno e vuole realizzarlo.
Negli ultimi tempi su Puglia Cheese sono circolate negli ambienti italiani le voci più disparate e quasi tutte negative. Unico dubbio se avesse già cessato l'attività o stesse per farlo. Voci non vere. L'azienda ha avuto problemi, è anche andata in liquidazione, ma l'etichetta ha continuato a essere apposta sulle mozzarelle, le burrate, i caciocavalli e gli altri prodotti che Davide Ostuni continuava comunque a produrre e vendere dalle sedi più disparate e nelle condizioni più difficili. E adesso, grazie anche ad amici che gli hanno dato una mano, sta rimettendo in piedi il suo nuovo caseificio, con le attrezzature del vecchio, in nuovi locali nella zona di Parklands, dove a un centinaio di metri di distanza la Pasticceria Tre Castelli offre anche una vasta scelta di pasticceria italiana e un espresso come raramente si ha il piacere di bere anche in locali molto più noti e prestigiosi. Torneremo sull'argomento dei formaggi non appena il nuovo caseificio entrerà a pieno ritmo in produzione.
Ne siamo contenti per Davide e per tutti noi che non dovremo rinunciare ai buoni sapori e alla qualità a cui Puglia Cheese ci aveva abituati. Auguri, Davide.
Ed ecco l'articolo che avevamo dedicato a Puglia Cheese quattro anni fa:
 
Fulmineo successo dei formaggi di Puglia Cheese
 
Gli italiani sono in Sud Africa da lungo tempo e hanno avuto nella storia di questo paese un ruolo molto significativo. Pur senza disturbare i personaggi che fanno capolino nella storia di questo paese prima della fine dell'Ottocento, resta essenziale il contributo che i nostri connazionali hanno dato al progresso del moderno Sud Africa, costruendo linee elettriche e ferroviarie, strade, ponti, gallerie, passi di montagna, case, palazzi, alberghi, stazioni ferroviarie, pontili, fabbriche e via dicendo. Grandi e piccole imprese hanno contribuito a fare del Sud Africa uno dei paesi più avanzati del mondo. Ma non è di questo contributo che oggi vogliamo parlare, bensì di quanto il Sud Africa sia debitore verso gli italiani di tante piccole cose che oggi tutti danno per scontate ma che non fanno parte del suo patrimonio genetico originario.
Lasciamo da parte il teatro dell'opera e gli italiani che lo hanno fatto nascere e crescere per concentrarci invece sull'evoluzione del gusto sudafricano a tavola. Ancora meno di cinquant'anni fa, se si cercava di comprare un litro di olio d'oliva, benché i liguri fratelli Costa l'avessero introdotto e lo producessero al Capo già dai primi del Novecento, ci si sentiva rispondere: "Provi in farmacia". E chi aveva mai sentito parlare del pesto in questo paese che sembrava vivere quasi esclusivamente di "braai"? Perfino gli zucchini erano ancora oggetti misteriosi, così come lo sono tuttora finocchi e carciofi. Ancora negli anni settanta trovare una pizza decente era un'impresa.
Oggi, invece, ci sono forse più pizzerie in Sud Africa che in Italia, anche se molte sfornano pizze che di italiano non hanno quasi niente. Forse l'unica cosa in comune è proprio la mozzarella, che però qualche volta sa più di stoppa che di latticino, a seconda dell'etichetta.
Ecco: la mozzarella, con l'olio d'oliva e il pesto, potrebbe essere l'emblema della "colonizzazione" italiana del Sud Africa nel campo dell'alimentazione. Ricordo che una decina di anni fa, arrivando con colleghi della Rai a Orania, nel Northern Cape, per un servizio sull'ultimo avamposto della cultura boera, la proprietaria dell'unico alberghetto del villaggio ci fece trovare per cena una pizza a testa, che con grande spirito di sacrificio, per non deluderla, ci sforzammo di mandare giù, sorpresi e divertiti dall'aver scoperto come anche i più irriducibili difensori delle tradizioni afrikaans si fossero arresi al gusto italiano.
La mozzarella, così come il provolone, il caciocavallo, il pecorino e diversi altri formaggi tipici italiani, sono oggi prodotti quasi ovunque in Sud Africa, oltre che dai grandi caseifici, fra cui Parmalat, anche da diversi piccoli e grandi casari italiani, dai Bandini ai Cremona, a Zandam, a tanti altri più o meno noti. Marchi come La Campania sono noti in tutto il paese, anche se fra gli italiani del Gauteng nessuno ha ancora oscurato la fama di Tonino "Mozzarella" Abbatemarco.
L'evoluzione dei prodotti è stata costante e oggi si riescono a trovare quasi ovunque mozzarelle e caciotte che, pur non potendo ancora competere con quelle di bufala, reggono comunque bene il confronto con quelle che si vendono nei negozi di latticini in Italia.
Il che vuol dire che ci vuole qualcosa di veramente speciale per guadagnarsi la fama che i prodotti di Puglia Cheese hanno acquisito in poco più di due anni da quando sono comparsi sul mercato, prima a Città del Capo e poi piano piano anche a Johannesburg e in altre città e cittadine.
Protagonisti di questa storia di successo, così come i pionieri che hanno introdotto i formaggi italiani in questo paese, sono due avventurosi italiani arrivati in questo paese nel 2010 senza sapere esattamente cosa avrebbero fatto da grandi e un loro amico che li ha poi raggiunti con il suo bagaglio di esperienze e conoscenze nella produzione dei tipici formaggi pugliesi. Si chiamano Davide Ostuni, Fabio Fatelli e Cosimo Rotolo. Puglia Cheese è la loro creatura.
Davide era emigrato da ragazzo in Inghilterra, ma negli anni novanta, poco più che ventenne, era approdato a Città del Capo al seguito di una fidanzata sudafricana, si era per qualche anno guadagnato da vivere facendo il modello, ma nel 1994, non essendo residente, era stato costretto a tornare in Europa con una moglie sudafricana di nome Ursula che non era la ragazza con la quale aveva fatto il viaggio di andata. Nel 2010 la decisione di tornare in Sud Africa, questa volta anche con due figli e gli amici Fabio e Cosimo, vogliosi di cimentarsi insieme a lui nell'impresa di far conoscere ai sudafricani i veri sapori della cucina pugliese.
Le prime mozzarelle vennero al mondo in un caseificio artigianale di Montague Gardens nel quale Cosimo doveva arrangiarsi a utilizzare un pentolone che conteneva 50 litri di latte sistemato su un fornello da cucina. La difficoltà maggiore fu però quella di trovare il latte con le caratteristiche organolettiche ideali, in un paese che privilegia alti contenuti di grassi, mentre la mozzarella ha bisogno di materia prima relativamente magra. Individuati alcuni produttori disposti a fornire il latte di mucche selezionate per soddisfare le loro necessità, la bravura del casaro e le esperienze pregresse di Davide e Fabio nella commercializzazione dei prodotti hanno dato vita al fenomeno Puglia Cheese. Oggi il caseificio è in un grande fabbricato dell'azienda vinicola Zevenwacth, su una collina fra Stellenbosch e l'aeroporto di Città del Capo dalla cui sommità si vedono il mare della Falsa Baia e il centro balneare di Strand, nonché la massa rassicurante di Table Mountain. Qui nascono formaggi che non hanno nulla da invidiare a quelli italiani. Anzi, in alcuni casi le materie prime e il risultato finale sono anche migliori. Non per niente l'anno scorso Puglia Cheese ha conquistato fra l'altro il titolo di Campione del Sud Africa e il Qualité Award, ripetendo entrambi i successi quest'anno e aggiungendo la medaglia di bronzo del World Cheese Award per la burrata, che è senza dubbio il loro cavallo di battaglia.
In un tempo incredibilmente breve i formaggi di Puglia Cheese sono stati adottati da negozi di prodotti alimentari, ristoranti e pizzerie di buona reputazione e dalle aziende vinicole che offrono ai turisti la possibilità di accompagnare gli assaggi di vini con quelli di formaggi. E a Città del Capo, in Kloof Street, il "Mozzarella Bar" è diventato un posto alla moda soprattutto grazie alla bontà dei formaggi pugliesi.
Una storia di successo, dunque? Sì, senza dubbio, ma anche una nuova pagina della storia dell'imprenditoria italiana in Sud Africa e nel mondo, a testimoniare come gli italiani all'estero, oggi come un secolo fa, sono persone speciali. Quelle persone che, secondo una ricercatrice americana che abbiamo incontrato qualche anno fa, hanno un gene raro che li spinge ad affrontare l'ignoto e le grandi distanze per poter realizzare i propri sogni. Proprio come Davide, Fabio e Cosimo.
Address by President Zuma, on the occasion of the annual South African Heads of Mission Conference, OR Tambo Building, DIRCO -

The Minister of International Relations and Cooperation, Ms Maite Nkoana-Mashabane
Honourable Deputy Ministers of International Relations and Cooperation, Ms Nomaindia Mfeketo and Mr Luwellyn Landers,
Your Excellencies Ambassadors and High Commissioners,
DIRCO top management,
Delegates,
Distinguished guests,
 
We welcome all our heads of mission back home for this important annual get together, where we share ideas and update you on issues and priorities to enable you to continue representing the country well.
It is indeed momentous for us to meet in OR Tambo Building in the October month, which has been declared OR Tambo Month.
I had a privilege to officially open this building in honour of OR in December 2011, recognising the outstanding contribution of this illustrious leader in the struggle for liberation and in shaping the South Africa we live in today.
Also importantly, OR shaped the foreign policy of the democratic South Africa and laid a firm foundation as the foremost diplomat and face of the ANC during the most difficult time in our history.
Former President Nelson Mandela reminded us that OR's ideals can never die when he said:-
"?.Oliver Tambo has not died because the ideals of freedom, human dignity and a colour-blind respect for every individual cannot perish”.
We urge you as our representatives abroad, to internalise the ideas of OR and build a South Africa that prioritises unity, justice and respect for democracy, equality and the human rights of all.
Be inspired by OR as you make your contribution in building a prosperous South Africa, which makes meaningful progress in the fight against poverty, inequality and unemployment.
We are building a South Africa where more of our people have jobs, especially the youth, and where people also have income generating opportunities through running successful small businesses and a booming township economy. It must be a South Africa where those in rural areas have land to grow their own food, and where they can also have opportunities to earn an income through a thriving rural economy.
As our representative abroad you have a responsibility to build friendships and partnerships that will help us achieve these goals.
The economy remains an apex priority for our country. The National Development Plan outlines what we are seeking to achieve. We want to achieve inclusive growth, jobs and a decent life for our people.
South Africa remains an important investment destination in the continent, a destination of choice on many fronts, and the gateway for businesses into Africa. We have been able to draw more Foreign Direct Investment in the continent and want to continue doing so.
Our infrastructure and institutions still present a competitive place to conduct business.
We have a stable democracy, which was affirmed two months ago in our successful free and fair local government elections. 
Our exemplary leadership role on the international front has earned us widespread admiration, demonstrated in many leadership roles that we continue to play on the global stage. 
You are our foremost marketing and promotion officers. You need to continue to position our country positively and help us to grow the economy through global economic partnerships.  Keep our country brand alive and visible everywhere.
As said the economy is the apex priority. We say so mindful of the global economic meltdown and also some domestic economic constraints which are making it difficult to achieve the growth we seek.
Despite the 3.3% growth in our GDP in the second quarter, our economy is still facing major challenges.
The recent announcement by the Stats SA of the loss of 67 000 jobs means that we are not out of the woods yet; we need to redouble our efforts at rejuvenating and growing the economy.
At about 23%, our unemployment rate remains at worrying levels, particularly among the youth.
But we have plans in place to achieve our goals, especially to reignite growth.
You need to familiarise yourselves more with these plans, in particular the Nine Point Plan that is our action plan to implement the NDP.
The plan is aimed at promoting  growth in sectors such as agriculture, energy, tourism, science and technology, industrialisation, infrastructure development amongst others.
To contribute to success, it means economic diplomacy should be an apex priority. Our heads of mission need to promote various sectors of our economy to host countries.
We have established good working relations with the business community, Business Unity SA and the Black Business Council.
We also continue to work with Labour as part of a patriotic effort to boost inclusive growth. We had a report back meeting recently from CEOs who are part of the Presidential CEO Initiative led by the Minister of Finance, Mr Pravin Gordhan and the Chairman of Telkom Mr Jabu Mabuza.
Considerable progress is being made. Business is establishing an SME fund and also engaging stakeholders in an initiative to create job opportunities for a million young people. We promoted these initiatives at the highly successful 8thBRICS Summit in India over the weekend. We urge you to take this spirit of cooperation forward in the missions you head and promote South Africa in every possible way to local business.
Our efforts of revitalising the economy also include transforming our State Owned Companies, to advance inclusive economic growth. 
A lot of discussion is taking place in government on who to make the SOEs function better and not to be a drain on the national fiscus, but to be catalysts for development.
I will be convening a Special Cabinet meeting on SOE reform, where Ministers will discuss nothing else on the agenda but SOEs, so that we can benefit from the collective wisdom.
To grow the economy, we are also employing a host of other strategies including local procurement and growing black entrepreneurs and industrialists.
In this regard, you have a responsibility to brief your host countries of our broad-based black economic empowerment programme. They need to understand our transformation imperatives well and know what to expect when they seek investment opportunities in the country.
The de-racialisation of the ownership, control and management of the economy must be accelerated and all have a role to play to ensure success for the sake of achieving true reconciliation in our country.
In my last meeting with the Presidential Broad-Based Black Economic Advisory Council, we agreed that more work must be done to ensure that transformation does not become just lip service. We believe the 500 billion rand buying power of the state must be utilised to achieve this noble and correct goal.
In this regard, government is to produce a new procurement law which will replace the Preferential Procurement Policy Framework Act or the PPPFA which is unpopular with black business. They say it hinders transformation.
We are developing regulations that will make the PPPFA helpful while awaiting the finalisation of the new law. One of the key new measures in the regulations, which we hope to finalise soon, is the enactment of 30 per cent set asides, requiring of big companies subcontract 30 per cent to SMMEs.
The National Treasury and the Department of Trade and Industry  will be able to brief you further on these changes so that you are able to explain to investors abroad and in the continent.
Supporting small business is critical because unless we grow our small business sector, we will not achieve our employment goals or successfully fight poverty.
Your Excellencies
As you aware, education remains a key priority of our government. We are making progress in promoting free education. For example, 80 percent of our schools are no-fee schools and the children of the poor and the working class do not pay fees.
 
With regards to higher education, the Freedom Charter states as follows:
"Higher education and technical training shall be opened to all by means of state allowances and scholarships awarded on the basis of merit.”
 
The expansion of the National Student Financial Aid Scheme is part of efforts of ensuring that more children of the poor and the working class attend universities, universities of technology and technical and vocational training colleges.
We have also gone beyond the call of the Freedom Charter to support students on the basis of merit, as well as the need.
It is in this vein as well that in response to the call of students, government is to again carry the costs of fee increases for children of parents who cannot afford the increases, as announced by the Minister of Higher Education and Training.
To look at long term funding and support for higher education, I established a judicial commission of inquiry chaired by Judge Heher.
We urge all who have an interest in finding a solution to make presentations to the commission.
The Higher Education Minister Nzimande will be here with you this week and I urge you to share with him helpful experiences from your host countries.
I also urge you to explore more partnerships and new areas of cooperation that can broaden educational opportunities for our youth.
This could be in the form of scholarships, exchange programmes and vocational skills training programmes, among others.
We have had successful cooperative partnerships with countries such as Cuba. Other countries have offered us a large number of scholarships which we appreciate.
I believe we can optimise the scientific and cultural exchanges that we often commit to in our bilateral relations.
It is however worrying that genuine concerns regarding high tertiary education fees are hijacked for wrong ends, and involve particularly violence, arson and various forms of destruction of property.
We have to ensure that universities complete the 2016 academic programme, while we are still  finding medium to long-term solutions.
The Minister in the Presidency Mr Jeff Radebe is leading efforts to support the Minister of Higher Education and Training and universities to stabilise universities and support students who want to write exams and ensure that the academic year is not lost.
The police will also continue to ensure that those who use genuine grievances to promote criminal acts are arrested and face the full might of the law.
We are a caring government. We are sympathetic to the message from the students because we share the understanding of the need to ensure that children of the poor and the working class obtain higher education.
There is therefore no need for violence and the kind of protests we have seen, which give an impression that students think government is opposed to what they are asking for. We are not opposed to the call, we support it. It is a noble call. We also urge them to support the orderly processes of finding solutions to this important challenge.
They must not break doors that are already open.
Your Excellencies,
We trust that missions work well with Brand SA, Tourism SA, dti and other departments and agencies aimed at promoting the country.
Brand SA is conducting an Investor Perceptions Study in 16 countries, which will indicate what investors think about our country and will inform our strategies to attract investments.
The outcomes of this study will be shared with you through DIRCO and Brand SA will be at your disposal to unpack it further.
We are pleased with the progress cited in the World Economic Forum Global Competitiveness Index which was released at the end of September. It demonstrates the great strides that South Africa has made in various areas.
The results show that South Africa improved by two places, following an improvement of seven places last year.
More impressive however is that South Africa improved in 10 of the 12 areas assessed by the World Economic Forum (WEF).
These include Goods and Market Efficiency, Labour Market Efficiency, Macro-economic environment, Infrastructure, Innovation, Higher Education, Health and Primary education, business sophistication, financial market development and technological readiness.
Most noteworthy are growth by ten positions on Goods and Market Efficiency and labour Market and by six positions in macro-economic environment and higher education and training, out of 138 countries.
All these will support our efforts to tell our good South African story, and we must tell it.
Ladies and gentlemen
Let me reiterate that as we work to reignite growth, our efforts are moderated by the challenging international economic climate. There is a sharp decline in commodity prices and shrinking revenues, Brexit ramifications in Europe, as well as security matters such as terrorism.
Climate change is also taking its toll, with erratic rainfalls and the drastic drop in our water reserve levels. This is affecting our livestock and crops, thus slowing our economic growth and threatening food security.
These challenges make the implementation of the Paris Agreement on climate change more urgent.
Some of your host countries have technologies that we require to mitigate the effects of drought, such as drought resistant seeds, and technologies that convert ocean water.
Let us explore all these possibilities and lastly, continue to work collectively with our partners for a peaceful and stable Africa, including silencing the guns by 2020 as envisaged in our 2063 vision.
Your Excellencies,
We welcome you back home indeed for this important interaction.
We urge you to continue your good work in advancing the mission of building a truly united, non-racial, non-sexist, democratic and prosperous South Africa.
 
Nello scambio culturale l’incontro con i corregionali guidati dal presidente Efasce Lori Colussi -
 
PORDENONE  - Il 18 settembre si è conclusa la prima parte del progetto di Alternanza Scuola/Lavoro e di volontariato in Sud Africa.
Gli studenti coinvolti sono rimasti entusiasti dell’esperienza che hanno descritto come «un’occasione per mettere a frutto i propri talenti e imparare nuove modalità e termini specifici in campo lavorativo » (Agnese),«un incentivo a migliorare se stessi e dare sempre il meglio con il sorriso sulle labbra nonostante le difficoltà, come facevano i compagni di lavoro di Cape Town» (Alessandro). A nessuno è sfuggita la complessità, le differenze e i contrasti sociali ed economici presenti nella società, che però non hanno fatto venir meno lo spirito accogliente e disponibile dei suoi abitanti. «C’è la gente che sta bene e vive una bella vita e a breve distanza c’è chi abita nelle baracche delle townships: vedere queste cose con i propri occhi fa un altro effetto!» (Matteo).
«Le persone che ho incontrato all’ospedale della Croce Rossa vivono con molte difficoltà, scarsità di acqua e di elettricità, ma hanno sempre voglia di sorridere» (Mariasole).
L’incontro con i corregionali, con il presidente dell’Efasce Lori Colussi, insieme all’energia di questa società giovane e dinamica hanno portato i ragazzi a riflettere sull’importanza di avere belle idee e buoni progetti da realizzare anche lontano da casa, se necessario, ma soprattutto hanno dato loro «un senso di appartenenza ad un qualcosa di grande, e il desiderio di dare il mio contributo - afferma Francesco - affinché si possa migliorare e creare un solido futuro per noi giovani italiani e per le generazioni che verranno».
Ci uniamo come insegnanti a questo desiderio, nella convinzione che il progetto contribuisca a migliorare le competenze linguistiche, relazionali e professionali dei nostri allievi, aprendoli a una realtà che vada oltre le frontiere.
Ci mettiamo subito al lavoro per l’organizzazione della visita dei giovani Sudafricani nella nostra Regione nel 2017.(Isa Brovedani, Luisa Forte-Pagina Pordenonesi, N.38, 16 ottobre 2016/Inform)
Ci ha scritto Marco da Roma. Poche parole ma molto importanti per noi. Grazie a lui per averci voluto dare questo riconoscimento che fa molto bene al nostro amor proprio e senza dubbio ripaga in qualche misura il nostro nuovo webmaster che ha disegnato la nuova Gazzetta: Andrea Couvert di SlowDesign. Ecco cosa ci dice Marco:
Ogni tanto leggo La Gazzetta del Sudafrica, complimenti per la nuova veste grafica del sito internet! Molto meglio della precedente versione!
Saluti da Roma.
Giacomo Galeazzi - La Stampa -
 
«Dobbiamo pregare non per vincere la guerra, ma per vincere la pace - esorta Francesco - Pregare è lottare, non è rifugiarsi in un mondo ideale, non è evadere in una falsa quiete egoistica». Sulla facciata della basilica vaticana campeggiano gli arazzi con i ritratti dei sette beati proclamati santi. In piazza le delegazioni ufficiali e numerosi gruppi di pellegrini dai loro cinque paesi. I nuovi esempi di santità «hanno raggiunto la meta, hanno avuto un cuore generoso e fedele, grazie alla preghiera: hanno pregato con tutte le forze, hanno lottato, e hanno vinto».  
 
Nell’omelia, commentando le Letture, il Papa ha invitato a essere «uomini di preghiera». Questo, evidenzia il Pontefice, è «lo stile di vita spirituale che ci chiede la Chiesa: non per vincere la guerra, ma per vincere la pace». L’impegno della preghiera, infatti, «richiede di sostenerci l’un l’altro». E «la stanchezza è inevitabile, a volte non ce la facciamo più, ma con il sostegno dei fratelli la nostra preghiera può andare avanti, finché il Signore porti a termine la sua opera». 
 
Questo, puntualizza Jorge Mario Bergoglio, è il modo di agire cristiano: «Essere saldi nella preghiera per rimanere saldi nella fede e nella testimonianza». 
 
Un grande applauso si è levato dalla folla dei pellegrini in piazza quando nella Messa di canonizzazione in piazza San Pietro, Francesco, ha letto la formula con cui ha proclamato sette nuovi santi, tra cui due martiri e due italiani. Moltissimi alla cerimonia i devoti soprattutto di Elisabetta della Santissima Trinità Catez, monaca professa dell’Ordine dei Carmelitani scalzi, la prima a utilizzare l’espressione «Dio Madre» nei suoi profondi scritti spirituali, dunque anticipatrice del magistero di Luciani e Bergoglio in questa materia.  
 
E, evidenzia Francesco, «solo nella Chiesa e grazie alla preghiera della Chiesa noi possiamo rimanere saldi nella fede e nella testimonianza».  
 
Concelebrano la Messa con il Pontefice il cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo di Caracas, Javier Navarro Rodriguez, vescovo di Zamora (Messico), Manuel Herrero Fernandez, vescovo di Palencia (Spagna), Ricardo Pinila Colantes, superiore generale dei Figli di Maria Immacolata, Giuseppe Giudice, vescovo di Nocera Inferiore-Sarno, Santiago Olivera, vescovo di Cruz del Eje (Argentina), Roland Minnerath, arcivescovo di Digione.  
 
«Pregare non è rifugiarsi in un mondo ideale, non è evadere in una falsa quiete egoistica- afferma Francesco - Al contrario, pregare è lottare, e lasciare che anche lo Spirito Santo preghi in noi. È lo Spirito Santo che ci insegna a pregare, che ci guida nella preghiera, che ci fa pregare come figli».  
 
In piazza San Pietro anche il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi alla guida della delegazione italiana. Il presidente della Repubblica Mauricio Macri guida invece la delegazione argentina. Quella francese è capeggiata dal ministro dell’Ambiente Segolene Royal, quella spagnola dal ministro dell’Interno Jorge Fernandez Diaz, quella messicana dal direttore generale aggiunto per gli Affari religiosi Roberto Herrera Mena.  
 
I santi sono uomini e donne che entrano fino in fondo nel mistero della preghiera, spiega Francesco. Uomini e donne che «lottano con la preghiera, lasciando pregare e lottare in loro lo Spirito Santo; lottano fino al limite, con tutte le loro forze, e vincono, ma non da soli: il Signore vince in loro e con loro». Perciò «anche questi sette testimoni che oggi sono stati canonizzati hanno combattuto la buona battaglia della fede e dell’amore con la preghiera». Perciò, aggiunge, sono rimasti saldi nella fede, con il cuore generoso e fedele. Dunque, attraverso il loro esempio e la loro intercessione, invoca il Papa, «Dio conceda anche a noi di essere uomini e donne di preghiera; di gridare giorno e notte a Dio, senza stancarci; di lasciare che lo Spirito Santo preghi in noi, e di pregare sostenendoci a vicenda per rimanere con le braccia alzate, finché vinca la Divina Misericordia».  
 
C’è un sacerdote argentino caro a Francesco, Giuseppe Gabriele del Rosario Brochero, il «Cura Brochero», che tra il 1800 e il 1900 percorse su una mula distanze enormi per portare ai più poveri la consolazione di Gesù, tra i sette nuovi santi proclamati oggi dal Papa. Gli italiani sono due sacerdoti, uno bresciano e uno salernitano. Due sono martiri: José Sánchez del Río, un ragazzo di appena 14 anni, ucciso nel 1928 durante la rivoluzione anticattolica in Messico e la conseguente rivolta dei «cristeros». Ha resistito ai torturatori che volevano fargli rinnegare la fede. Sul suo corpo gli viene trovato un biglietto per la mamma: «Ti prometto che in Paradiso preparerò un buon posto per tutti voi. Il tuo José muore in difesa della fede cattolica e per amore di Cristo Re e della Madonna di Guadalupe». E viene ucciso nel 1792 durante la «Rivoluzione francese» il primo martire lassalliano, Salomone Leclercq. Proclamati santi anche due italiani. Il sacerdote bresciano Lodovico Pavoni, fondatore della Congregazione dei Figli di Maria Immacolata. Durante la rivoluzione industriale del 1800 con i suoi «frati operai» insegnava ai giovani emarginati la fede e il lavoro. E il sacerdote salernitano Alfonso Maria Fusco, fondatore della Congregazione delle Suore di San Giovanni Battista, vicino ai contadini del sud dimenticati dopo l’unità d’Italia. Gli altri sono uno spagnolo e una missionaria francese. Il vescovo spagnolo di Palencia Manuel González García, morto nel 1940, fondatore dell’Unione eucaristica riparatrice e della Congregazione delle Suore Missionarie eucaristiche di Nazareth, promotore del culto eucaristico e noto come il «vescovo dei Tabernacoli abbandonati». Infine, la mistica francese Elisabetta della Santissima Trinità, carmelitana scalza, morta nel 1906 a 26 anni a causa del morbo di Addison, offrendo tutto per la salvezza delle anime e per gli scoraggiati. 
 
Poi nell’Angelus recitato dopo aver canonizzato davanti a 80mila fedeli sette figure vicine a chi soffre, il Papa lancia un accorato appello sui temi sociali, sollecitando politiche serie per il lavoro perché la povertà degrada e uccide. «Uniamo le nostre forze, morali ed economiche, per lottare insieme contro la povertà che degrada, offende e uccide tanti fratelli e sorelle, attuando politiche serie per le famiglie e per il lavoro», raccomanda il Pontefice ricordando che domani ricorre la «Giornata Mondiale contro la povertà» promossa dall’Onu. «Il tema scelto per la Giornata (“Diritti Umani e Dignità dei Popoli che Vivono nella Povertà”) richiama quanto proclama la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata sessant’anni fa, quando dichiara che “ognuno ha il diritto ad un regime di vita adeguato per la salute e il benessere proprio e della propria famiglia”». E «Alla Vergine Maria affidiamo ogni nostra intenzione, specialmente la nostra insistente e accorata preghiera per la pace». 
Kasturi Behari-Leak; Elelwani Ramugondo; Harsha Kathard - TimesLive -
 
Amid discussions about high fees and free higher education, many may have forgotten that students’ demands aren’t just related to cost.
The new round of protests at South Africa’s public universities was triggered by the announcement that universities will be allowed to raise their fees in 2017. Amid discussions about high fees and free higher education, many may have forgotten that students’ demands aren’t just related to cost.
They also want universities to decolonise. They want diverse, representative teaching bodies and curricula that aren’t rooted in Europe and the global north. This demand underpins a great deal of the anger and frustration expressed by students in the ongoing standoff with university managements. But there has been a lack of healthy, meaningful dialogue between students and academic staff during the current cycle of protests.
An initiative set up at one South African university earlier this year in response to these particular calls could offer a way to diffuse the current protests. We have learned many lessons as part of the University of Cape Town’s (UCT) Curriculum Change Working Group. We believe they may be valuable for individual academics, departments, faculties and entire institutions.
The working group was initially set up to look at the broader issue of curriculum reform and decolonisation. It was called on to play a role when the current wave of protests began. It is a combination of the work started earlier in 2016 plus our more recent engagements with students and staff that we believe might offer useful pointers for other universities.
Debate and engagement
The working group is led by black scholars – a very deliberate move for a westernised university in post-apartheid South Africa. The notion of blackness in this context extends beyond simply a racial category. It embraces those who have a particular consciousness around coloniality. The group has considerable experience, knowledge and expertise related to the development of contextually and socially relevant curricula. They are well versed in the use of inclusive approaches to teaching and learning.
When we were first formed we developed a concept paper and terms of reference. We collaborated closely with faculty academic representatives, student representatives from faculty councils and those academics and students who wanted to get involved.
Our work has been put to the test during the recent protests.
The working group was approached by the vice-chancellor Dr Max Price to engage with protest groups after it became clear that there was deadlock between the university’s management and the protesters.
One group we worked with involved students who had occupied the Dean of Health Science’s suite. These students wanted to disrupt their faculty’s traditional power structures, and the practices that made them feel like they were not worthy and didn’t belong.
Using the theoretical framework of critical realism we got to work.
What is critical realism?
Critical realism isolates underlying and invisible mechanisms to show how these can act as negative influences. In this example, the mechanisms in question have led students to experience the curriculum as alienating.
This approach provides the wherewithal to drill down to the underlying reasons for people’s behaviour and experiences. It doesn’t allow students’ feelings simply to be dismissed. Having committed to a critical realist approach the working group couldn’t just say, “we’ve heard you, and we’ll fix the problem at some point”.
Having engaged extensively with the students we were able to gain a deeper understanding of their concerns. There are two that we will discuss here: how a particular practical clinical examination was conducted, and how marking practices are undertaken.
The protesting students complained that this practical test left them feeling judged on the basis of their appearance or the accent with which they spoke English. They tabled a demand for follow up questions to be standardised – meaning that all students be asked the same questions rather than it differing from person to person. They also wanted clear guidelines about how markers arrive at a final result.
This, they felt, would guard against students being marked down based on how they express themselves in English or their appearance. In this example, race and class intersect directly in the clinical learning setting. Those who perform better identify easily with the norms expected in such settings.
Using a critical realist framework, our task was then to drill down to the values, attitudes and beliefs that underpinned the students’ demands. This revealed how their experiences of the examinations were influenced by the faculty’s underlying practices – conscious or unconscious – and beliefs.
In other words, what were the conditions in the faculty that led students to make such demands? What were the conditions being reproduced that led students to this experience?
The lack of trust in how marks are allocated led to some students experiencing assessments as discriminatory. This in turn raised issues for the whole faculty about assessment as a social and knowledge practice.
These students experienced assessments as being affected by racial markers like appearance and accent. This highlights students’ fear of marginalisation and alienation in a higher education environment where value systems have prejudiced race, class and gender.
Thorough analysis, deep understanding
In a system built on hierarchies of power, students are questioning who controls the outcomes of assessments. They’re also asking hard questions about who controls the norm for the archetypal doctor who is deemed successful enough to be worthy of being a health practitioner. More significantly for students, they are asking who is constructed as the “other”.
Our role wasn’t to table solutions. It was to create a space in which students’ demands were thoroughly analysed and deeply understood. We presented our analysis of student demands to the students, the faculty’s management and its staff.
The students seemed visibly encouraged by the alignment between their own ways of understanding the issues and what the analysis allowed those “in power” to see about hierarchies of power and patterns of inclusion and exclusion that self-perpetuate within faculties and departments.
Our analysis has yielded positive early results. The Dean of Health Sciences has taken on board the outcome of our exploration and committed to changing current practices to enable a decolonisation of the curriculum.
Based on this commitment, the students have ended their occupation and returned to class. We’re currently working with a different protesting group at another of the university’s campuses.
Towards solutions
As our experience shows, deadlocks can be broken and truces brokered when protesting students are presented with concrete solutions to their immediate problems.
With universities in turmoil and students feeling unheard, this may be the approach that’s needed. Genuine listening and a deep understanding of students’ demands could make all the difference.
 
*Amanda Barratt, Senior Planning Officer in UCT’s Institutional Planning Department, also contributed to this article.
 
Kasturi Behari-Leak: Academic Staff Development Lecturer, Centre for Higher Education Development, University of Cape Town
Elelwani Ramugondo: Associate Professor in the Department of Occupational Therapy, University of Cape Town
Harsha Kathard: Interim Head of the Health Sciences Education Department, University of Cape Town
This article was first published in The Conversation
Cari Lettori,
se vogliamo finalmente approfondire il tema REFERENDUM con dati alla mano, leggetevi il "nuovo" testo dell'articolo 70 rispetto a  quello oggi in vigore e comprenderete come la "nuova" Costituzione sarebbe alla fine un grande pasticcio come sottolineano decine di giuristi, non ultimo l'ex presidente della Consulta Onida che ha presentato tre giorni fa l'ennesimo esposto contro questo testo fuorviante e raffazzonato. Le Costituzioni devono essere chiare, semplici e applicabili, non generare il caos interpretativo. Pensate solo se i due presidenti di Camera e Senato non fossero d'accordo su un qualsiasi elemento di applicazione dello stesso articolo 70.
Su IL PUNTO di questa settimana  trovere anche alcune riflessioni sul presidente Mattarella - per me una autentica delusione - sulla politica discutibile dell'Europa contro la Russia e sulle evidenti ipocrisie americane perché possono esserci molti motivi per non votare per Trump ma farlo indignandosi per una frase da caserma da lui pronunciata 11 anni fa mi sembra una autentica ipocrisia: di cosa si chiacchiera nei bar o dal parrucchiere (compresi quelli per signora) ti tutto il mondo, ogni giorno? Piuttosto indigniamoci per MILIONI DI CRISTIANI PERSEGUITATI NEL MONDO e non abbandoniamoli, come invece fanno l'Italia e l'Europa.
A tutti un saluto.
Marco
DELUSIONE MATTARELLA
Il Presidente  della Repubblica SERGIO MATTARELLA è una vera delusione e sembra incapace di uscire dalle solite, trite e ritrite frasi di circostanza, sottostando ad un’autentica incapacità di anche solo accennare a quella che potrebbe apparire una larvata critica a Renzi.
Non la pensavano così Scalfaro o Napolitano nei confronti di Berlusconi, ma evidentemente Mattarella è politicamente un Renzi-dipendente.
Le ultime ipocrisie presidenziali sono state esternate mercoledì all’assemblea ANCI dove Mattarella ha chiesto agli italiani di non esagerare a dividersi con il referendum.
Ma, caro presidente, DOVE ERI quando Renzi ha voluto una riforma elettorale in plateale contrasto con la sentenza della Corte Costituzionale? DOVE ERI E COSA DICEVI quando hai promulgato quella stessa legge? COME HAI (NON) COMMENTATO quando si è scelto un quesito referendario-spot, in plateale vantaggio del SI? Soprattutto PERCHE’ HAI TACIUTO quando Renzi, strafottente ed arrogante, un anno fa si è auto-intestato il referendum trasformando in una resa dei conti  “ad personam” una discutibile riforma costituzionale?
Avevo conosciuto personalmente un Mattarella dinamico, autonomo di pensiero e rispettato per la sua indipendenza di giudizio. Ora sembra incredibilmente silenzioso se c’è da prendere una posizione minimamente audace, magari di critica ad un Renzi-pigliatutto.
Per esempio – da supremo responsabile della Magistratura – non sarebbero servite due parole di commento all’assoluzione di Cota, Marino, Podestà ecc. e non già per le sentenze in sè MA SUL CONCETTO CHE LA LEGGE SEVERINO IMPEDISCE DI PARTECIPARE AL VOTO A CHI E’ “INQUISITO”, NON IMPORTA SE POI COLPEVOLE O MENO con il bel risultato che ci si sbarazza anche così di avversari politici scomodi?
E magari con una tiratina d’orecchi anche a certi Magistrati che con le loro scelte (vedi sempre il Piemonte) hanno dimostrato due pesi e due misure su vicende quasi analoghe, dimostrando un evidente sinistra-pensiero e costringendo (ingiustamente) alle dimissioni una giunta eletta dalla maggioranza dei cittadini? Tre magistrati hanno contato di più di milioni di persone che hanno votato su liste che i Tribunali avevano accettato?!
Su queste e tante altre cose, purtroppo, Mattarella è distratto o almeno tristemente tace.
 
TRUMP IN USA
Fatemi capire perché proprio non ci riesco. Se Trump è così tanto un satanasso, sporco e becero, triviale con le donne ed esaltato, se quindi contro di lui si schierano quasi tutte le TV e i giornali del mondo, se fa inorridire tutte le persone di cultura suscitando le ire di Obama e famiglia, di Wall Street e delle grandi Banche, come mai  “è ancora in corsa”? Peggio: se dietro a lui ci sarebbe solo l’altro uomo nero del mondo (Putin) che addirittura schiera i suoi hackers per violare le mail della candida verginella Hillary (però non ne hanno scoperto neppure uno) dovrebbe essere ormai super odiato da tutti… come mai è possibile che ci siano ancora decine di milioni di americani che invece si appresterebbero comunque a votarlo? Tutti brutti, sporchi, maniaci e cattivi? Non capisco…
                                                   
REFERENDUM: SE VINCE IL SI …
Quando vi dicono che l’Italia “crescerà” con la nuova riforma costituzionale, leggetevi l’attuale articolo 70 della Costituzione e quello futuro.
Articolo 70 - oggi
“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere". 
 
Articolo 70 – domani (testo ufficiale)
“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti. Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati».
Letta la nuova formulazione? Davvero? Fino in fondo?  Bene,  pensate ora a quante migliaia di ricorsi costituzionali e di giurisdizione si potranno instaurare  su qualsiasi argomento con questo testo incomprensibile, confuso e prolisso. Non si “crescerà” certo per questo, quindi… votate NO!
 
QUESTO TESTO – COME SOSTIENE LA BOSCHI - VI SEMBRA “SEMPLIFICAZIONE”?!
 
RUSSIA
Gentiloni ha annunciato che nel 2018 un contingente armato italiano, in chiave NATO, verrà schierato ai confini della Russia. Ma siamo così sicuri della logica di questa politica di rottura con Mosca?  Dovremmo chiederci se sia vero che ad Aleppo i raid aerei siano “marcati” Russia e con che armi combattano gli insorti che si oppongono ad Assad. Potrebbe emergere (come è purtroppo la realtà) che combattono con armi americane (e italiane) vendute all’Arabia Saudita e da qui girate alle truppe sunnite, armi che sono usate anche dall’ISIS. Arabia Saudita che in Yemen, ma lontano dai riflettori, esegue bombardamenti contro i civili nel disinteresse del mondo, come una politica apertamente pro-ISIS è tenuta dal ricco  Qatar.
Prima di “rompere” con la Russia e imputarla di tutti i mali possibili credo dovremmo avere il coraggio di porci un bel po’ di domande...
 
COMPLIMENTI A RENZI
Quando i complimenti ci vogliono bisogna farli sportivamente e quindi “una tantum” le congratulazioni  a Renzi sono dovute. Nella fregola di imbarcare il maggior numero possibile di categorie potenzialmente votanti per il SI al referendum e illudendole attraverso la prossima manovra economica, dopo pensionati e dipendenti pubblici, venditori di mobili e inventare il "Bonus per le potenziali nuove mamme" è un’idea degno di un guitto, insuperabile!
 
PERSECUZIONE DEI CRISTIANI
Vorrei essere cittadino di un’Italia e di una Europa dove i nostri responsabili politici prendessero (finalmente) posizione nei riguardi delle autorità musulmane di quei paesi che scientemente organizzano la persecuzione o la discriminazione dei cristiani.
Dall’Arabia Saudita al Pakistan, dove recentemente nel disinteresse dei più  sono state fatte chiudere e dichiarate illegali 11 televisioni locali cristiane nel paese, dichiarate sovversive dal "Pakistan Electronic Media Regulatory Authority", ente del governo pakistano, tra esse l’unica emittente cattolica del paese che operava da 17 anni. La Tv, finanziata dai fedeli locali, diffondeva film di ispirazione cristiana, documentari sulle attività della Chiesa locale, talk shows, interviste e varie pratiche di pietà. Il tutto veniva trasmesso dalla parrocchia di san Francesco di Lahore entro un raggio di 10 km, a beneficio di circa 8.000 famiglie cattoliche. La piccola emittente finora ha rappresentato anche una fonte di reddito per 11 componenti dello staff. Come ricorda “Aiuto alla chiesa che soffre”. 
La scorsa Pasqua, sempre a Lahore, mentre i Cristiani festeggiavano nel parco Gulshan-i-Iqbal, un kamikaze si è fatto esplodere, causando 72 morti, di cui 30 bambini, e 340 feriti: nessun colpevole!
Invece di sostenere una comunità le cui ferite sono ancora sanguinanti, il governo chiude 11 televisioni, semplicemente perché cristiane.
L’auspicio è che chiunque in Italia abbia a cuore libertà religiosa e di informazione sia a fianco dei Cristiani pakistani in questo momento particolarmente difficile. “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come una delle poche organizzazioni che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2015 ha raccolto oltre 124 milioni di euro nei 22 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato 6.209 progetti in 146 nazioni. Credo che dovrebbe essere meglio conosciuta ed aiutata.
 
Un saluto a tutti                                                              
Marco Zacchera
 
 
 
“Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce” - La Giornata si celebrerà il 15 gennaio 2017 -
 
CITTA’ DEL VATICANO - E’ stato pubblicato il messaggio di Papa Francesco per la 103.esima Giornata mondiale del Migrante e del rifugiato che si celebrerà il 15 gennaio 2017 sul tema: “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”. Qui di seguito il testo del messaggio.
Cari fratelli e sorelle! «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37; cfr Mt 18,5; Lc 9,48; Gv 13,20). Con queste parole gli Evangelisti ricordano alla comunità cristiana un insegnamento di Gesù che è entusiasmante e, insieme, carico di impegno. Questo detto, infatti, traccia la via sicura che conduce fino a Dio, partendo dai più piccoli e passando attraverso il Salvatore, nella dinamica dell’accoglienza. Proprio l’accoglienza, dunque, è condizione necessaria perché si concretizzi questo itinerario: Dio si è fatto uno di noi, in Gesù si è fatto bambino e l’apertura a Dio nella fede, che alimenta la speranza, si declina nella vicinanza amorevole ai più piccoli e ai più deboli. Carità, fede e speranza sono tutte coinvolte nelle opere di misericordia, sia spirituali sia corporali, che abbiamo riscoperto durante il recente Giubileo Straordinario.
Ma gli Evangelisti si soffermano anche sulla responsabilità di chi va contro la misericordia: «Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6; cfr Mc 9,42; Lc 17,2). Come non pensare a questo severo monito considerando lo sfruttamento esercitato da gente senza scrupoli a danno di tante bambine e tanti bambini avviati alla prostituzione o presi nel giro della pornografia, resi schiavi del lavoro minorile o arruolati come soldati, coinvolti in traffici di droga e altre forme di delinquenza, forzati alla fuga da conflitti e persecuzioni, col rischio di ritrovarsi soli e abbandonati?
Per questo, in occasione dell’annuale Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, mi sta a cuore richiamare l’attenzione sulla realtà dei migranti minorenni, specialmente quelli soli, sollecitando tutti a prendersi cura dei fanciulli che sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari.
Le migrazioni, oggi, non sono un fenomeno limitato ad alcune aree del pianeta, ma toccano tutti i continenti e vanno sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione mondiale. Non si tratta solo di persone in cerca di un lavoro dignitoso o di migliori condizioni di vita, ma anche di uomini e donne, anziani e bambini che sono costretti ad abbandonare le loro case con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza. Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi. La corsa sfrenata verso guadagni rapidi e facili comporta anche lo sviluppo di aberranti piaghe come il traffico di bambini, lo sfruttamento e l’abuso di minori e, in generale, la privazione dei diritti inerenti alla fanciullezza sanciti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
L’età infantile, per la sua particolare delicatezza, ha delle esigenze uniche e irrinunciabili. Anzitutto il diritto ad un ambiente familiare sano e protetto dove poter crescere sotto la guida e l’esempio di un papà e di una mamma; poi, il diritto-dovere a ricevere un’educazione adeguata, principalmente nella famiglia e anche nella scuola, dove i fanciulli possano crescere come persone e protagonisti del futuro proprio e della rispettiva nazione. Di fatto, in molte zone del mondo, leggere, scrivere e fare i calcoli più elementari è ancora un privilegio per pochi. Tutti i minori, poi, hanno diritto a giocare e a fare attività ricreative, hanno diritto insomma ad essere bambini.
Tra i migranti, invece, i fanciulli costituiscono il gruppo più vulnerabile perché, mentre si affacciano alla vita, sono invisibili e senza voce: la precarietà li priva di documenti, nascondendoli agli occhi del mondo; l’assenza di adulti che li accompagnano impedisce che la loro voce si alzi e si faccia sentire. In tal modo, i minori migranti finiscono facilmente nei livelli più bassi del degrado umano, dove illegalità e violenza bruciano in una fiammata il futuro di troppi innocenti, mentre la rete dell’abuso dei minori è dura da spezzare.
Come rispondere a tale realtà? Prima di tutto rendendosi consapevoli che il fenomeno migratorio non è avulso dalla storia della salvezza, anzi, ne fa parte. Ad esso è connesso un comandamento di Dio: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20); «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto» (Dt 10,19). Tale fenomeno costituisce un segno dei tempi, un segno che parla dell’opera provvidenziale di Dio nella storia e nella comunità umana in vista della comunione universale. Pur senza misconoscere le problematiche e, spesso, i drammi e le tragedie delle migrazioni, come pure le difficoltà connesse all’accoglienza dignitosa di queste persone, la Chiesa incoraggia a riconoscere il disegno di Dio anche in questo fenomeno, con la certezza che nessuno è straniero nella comunità cristiana, che abbraccia «ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9). Ognuno è prezioso, le persone sono più importanti delle cose e il valore di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti.
Inoltre occorre puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature. Anzitutto, si tratta di adottare ogni possibile misura per garantire ai minori migranti protezione e difesa, perché «questi ragazzi e ragazze finiscono spesso in strada abbandonati a sé stessi e preda di sfruttatori senza scrupoli che, più di qualche volta, li trasformano in oggetto di violenza fisica, morale e sessuale» (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2008).
Del resto, la linea di demarcazione tra migrazione e traffico può farsi a volte molto sottile. Molti sono i fattori che contribuiscono a creare uno stato di vulnerabilità nei migranti, specie se minori: l’indigenza e la carenza di mezzi di sopravvivenza – cui si aggiungono aspettative irreali indotte dai media –; il basso livello di alfabetizzazione; l’ignoranza delle leggi, della cultura e spesso della lingua dei Paesi ospitanti. Tutto ciò li rende dipendenti fisicamente e psicologicamente. Ma la spinta più potente allo sfruttamento e all’abuso dei bambini viene dalla domanda. Se non si trova il modo di intervenire con maggiore rigore ed efficacia nei confronti degli approfittatori, non potranno essere fermate le molteplici forme di schiavitù di cui sono vittime i minori.
È necessario, pertanto, che gli immigrati, proprio per il bene dei loro bambini, collaborino sempre più strettamente con le comunità che li accolgono. Con tanta gratitudine guardiamo agli organismi e alle istituzioni, ecclesiali e civili, che con grande impegno offrono tempo e risorse per proteggere i minori da svariate forme di abuso. E’ importante che si attuino collaborazioni sempre più efficaci ed incisive, basate non solo sullo scambio di informazioni, ma anche sull’intensificazione di reti capaci di assicurare interventi tempestivi e capillari. Senza sottovalutare che la forza straordinaria delle comunità ecclesiali si rivela soprattutto quando vi è unità di preghiera e comunione nella fraternità.
In secondo luogo, bisogna lavorare per l’integrazione dei bambini e dei ragazzi migranti. Essi dipendono in tutto dalla comunità degli adulti e, molto spesso, la scarsità di risorse finanziarie diventa impedimento all’adozione di adeguate politiche di accoglienza, di assistenza e di inclusione. Di conseguenza, invece di favorire l’inserimento sociale dei minori migranti, o programmi di rimpatrio sicuro e assistito, si cerca solo di impedire il loro ingresso, favorendo così il ricorso a reti illegali; oppure essi vengono rimandati nel Paese d’origine senza assicurarsi che ciò corrisponda al loro effettivo “interesse superiore”.
La condizione dei migranti minorenni è ancora più grave quando si trovano in stato di irregolarità o quando vengono assoldati dalla criminalità organizzata. Allora essi sono spesso destinati a centri di detenzione. Non è raro, infatti, che vengano arrestati e, poiché non hanno denaro per pagare la cauzione o il viaggio di ritorno, possono rimanere per lunghi periodi reclusi, esposti ad abusi e violenze di vario genere. In tali casi, il diritto degli Stati a gestire i flussi migratori e a salvaguardare il bene comune nazionale deve coniugarsi con il dovere di risolvere e di regolarizzare la posizione dei migranti minorenni, nel pieno rispetto della loro dignità e cercando di andare incontro alle loro esigenze, quando sono soli, ma anche a quelle dei loro genitori, per il bene dell’intero nucleo familiare.
Resta poi fondamentale l’adozione di adeguate procedure nazionali e di piani di cooperazione concordati tra i Paesi d’origine e quelli d’accoglienza, in vista dell’eliminazione delle cause dell’emigrazione forzata dei minori.
In terzo luogo, rivolgo a tutti un accorato appello affinché si cerchino e si adottino soluzioni durature. Poiché si tratta di un fenomeno complesso, la questione dei migranti minorenni va affrontata alla radice. Guerre, violazioni dei diritti umani, corruzione, povertà, squilibri e disastri ambientali fanno parte delle cause del problema. I bambini sono i primi a soffrirne, subendo a volte torture e violenze corporali, che si accompagnano a quelle morali e psichiche, lasciando in essi dei segni quasi sempre indelebili.
È assolutamente necessario, pertanto, affrontare nei Paesi d’origine le cause che provocano le migrazioni. Questo esige, come primo passo, l’impegno dell’intera Comunità internazionale ad estinguere i conflitti e le violenze che costringono le persone alla fuga. Inoltre, si impone una visione lungimirante, capace di prevedere programmi adeguati per le aree colpite da più gravi ingiustizie e instabilità, affinché a tutti sia garantito l’accesso allo sviluppo autentico, che promuova il bene di bambini e bambine, speranze dell’umanità.
Infine, desidero rivolgere una parola a voi, che camminate a fianco di bambini e ragazzi sulle vie dell’emigrazione: essi hanno bisogno del vostro prezioso aiuto, e anche la Chiesa ha bisogno di voi e vi sostiene nel generoso servizio che prestate. Non stancatevi di vivere con coraggio la buona testimonianza del Vangelo, che vi chiama a riconoscere e accogliere il Signore Gesù presente nei più piccoli e vulnerabili.
Affido tutti i minori migranti, le loro famiglie, le loro comunità, e voi che state loro vicino - conclude Papa Francesco - , alla protezione della Santa Famiglia di Nazareth, affinché vegli su ciascuno e li accompagni nel cammino; e alla mia preghiera unisco la Benedizione Apostolica. (Inform)
 
Papa Francesco: milioni di migranti sono messi in fuga dai mutamenti del clima
Messaggio del Papa in occasione della giornata mondiale dell’Alimentazione -
 
I mutamenti climatici sono un fattore decisivo dell’aumento del numero dei profughi e migranti. Papa Francesco ha voluto ricordarlo nel messaggio indirizzato alla Fao in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione. «Come dimenticare - si è chiesto il Papa - che a rendere inarrestabile la mobilità umana concorre anche il clima? I dati più recenti ci dicono che i migranti climatici sono sempre più numerosi e vanno a ingrossare le fila di quella carovana degli ultimi, degli esclusi, di coloro a cui è negato anche di avere un ruolo nella grande famiglia umana. Un ruolo che non può essere concesso da uno Stato o da uno status, ma che appartiene a ogni essere umano in quanto persona, con la sua dignità e i suoi diritti». 
 
Secondo Francesco, «non è più sufficiente impressionarsi e commuoversi davanti a chi, a ogni latitudine, chiede il pane quotidiano», e sono oltre 800 milioni di persone, scrive in altra parte del messaggio. «Sono necessarie - infatti - scelte e azioni: un mutamento di rotta al quale siamo tutti chiamati a cooperare: responsabili politici, produttori, lavoratori della terra, della pesca e delle foreste, ed ogni cittadino. Certo, ognuno nelle diverse responsabilità, ma tutti nel medesimo ruolo di costruttori di un ordine interno alle Nazioni e di un ordine internazionale che non permettano più che lo sviluppo sia appannaggio di pochi, né che i beni del creato siano patrimonio dei potenti. Le possibilità non mancano e gli esempi positivi, le buone pratiche, ci mettono a disposizione esperienze che possono essere percorse, condivise e diffuse». 
 
Per il Papa, inoltre, «la volontà di operare non può dipendere dai vantaggi che ne possono derivare, ma è un’esigenza legata ai bisogni che si manifestano nella vita delle persone e dell’intera famiglia umana. Bisogni materiali e spirituali, ma comunque reali, non frutto delle scelte di pochi, di mode del momento o di modelli di vita che fanno della persona un oggetto, della vita umana uno strumento, anche di sperimentazione, e della produzione di alimenti un mero affare economico, a cui sacrificare addirittura il cibo disponibile, destinato per natura a far sì che ognuno possa avere ogni giorno alimenti sufficienti e sani». 
 
«Siamo ormai prossimi alla nuova tappa che a Marrakech chiamerà gli Stati Parte della Convenzione sui cambiamenti climatici a dare attuazione a quegli impegni. Penso di interpretare il desiderio di tanti - ha confidato infine Papa Bergoglio - nell’auspicare che gli obiettivi delineati dall’Accordo di Parigi non rimangano belle parole, ma si trasformino in decisioni coraggiose capaci di fare della solidarietà non soltanto una virtù, ma anche un modello operativo in economia, e della fraternità non più un’aspirazione, ma un criterio della governance interna e internazionale».  
 
 
Sandiso Phaliso - Cape Times -
Transformation at the workplace is happening at a painfully slow pace, particularly in the private sector, Deputy Labour Minister Phathekile Holomisa told business and government officials during a dialogue on equity transformation in the city. Holomisa said top positions in the sector were still dominated by white people, particularly white males.
The dialogue was the first in a series to understand the dynamics of the implementation of the Employment Equity Act. Labour spokesperson Sithembele Tshwete said countrywide there was an under-representation of women in executive, management and technical positions. Tshwete said there is a persistent gender pay gap and skewed racial composition favouring white male employees.
Holomisa said legal action would be taken against businesses and municipalities dragging their feet or bluntly refusing transformation in the workplace. He said the Labour Department had increased its inspectors to conduct visits to the country's companies to ensure Employment Equity criteria were being met.
The department's Commission for Employment Equity (CEE) report reveals that 78.6% of top management posts were held by white people. The report also showed that the representation of people with disabilities in the workplace had decreased from 2% to 1.7%, with white men more likely to find employment.
Black Management Forum regional chairperson Loyiso Ngqwemla said current Labour Department figures were “upsetting, disappointing and needed to change fast”.
Rodney Koen, chief executive of Business Consulting, said the department should take in graduates and train them to gain experience, thus enabling them to be in a position to qualify for management positions.

Cara comunità

Vi preannuncio che ad una riunione con Multichoice è stato annunciato che la RAI sarà accessibile anche sul pacchetto più piccolo chiamato EXTRA @ R459.00 p.m. (circa 105 canali).

Dopo anni che chiedo, finalmente una piccola concessione. Non è quanto volevo nè quanto continuo a chiedere, in particolare per i nostri anziani. Lo avrei voluto ridotto ancora di più sui pacchetti ancora meno costosi…..ma è il meglio che possono fare per ora, anche perchè lo devono fare per le altre comunità come vedete nell’allegato: i cinesi, i portoghesi e gli olandesi . Degli altri non mi importa affatto, a me interessa La RAI e la nostra comunità.

La concessione agli anziani, abbonati pre 2001  @ R29.00 p.m. rimane invariata anche se è un numero in continua decrescenza!

Per ora ci accontentiamo, ma non mi fermo, continuo a bussare.
Purtroppo, l’aspetto commerciale è al di fuori del controllo di Corsini o di RAI Italia, sta a Multichoice.

Assicurandovi sempre della mia dedicata e massima attenzione.

Cari saluti.
Giuseppe Berinato

 

Three new hotels to be built in Cape Town -
Cape Times Business News -
Johannesburg - More than R3 billion will be invested in South Africa by the Amdec Group for five Marriott International branded hotels. These hotel developments are expected to have positive economic spin-offs, with about 8 000 construction-related jobs and more than 700 permanent new hospitality jobs expected to be created.
Alex Kyriakidis, the president and managing director for the Middle East and Africa (MEA) for Marriott International, said that the group would by 2020 have 77 hotels in South Africa, of which 60 were its existing Protea Hotels portfolio.
He said the 77 hotels and almost 10 000 rooms would make South Africa Marriott International’s third-largest market in the entire MEA region.
“Our mission now is to grow the Marriott portfolio of brands right across the country. We are gearing up to do that. We have a lot of enquiries and a very healthy pipeline of dialogue with prospective (hotel) owners,” Kyriakidis said.
Three of the new hotels to be developed by Amdec in partnership with Marriott International are in Cape Town. They include a 200-room Marriott Hotel at Amdec’s mixed-use Harbour Arch development in the Culemborg node; a 189-room AC by Marriott at Amdec’s Yacht Club development at the gateway to the Victoria & Alfred Waterfront; and a 150-room Residence Inn on Cape Town’s foreshore.
The Harbour Arch development is expected to open in 2019, while the ACT Hotel Cape Town Waterfront will be ready for guests from June 2018.
These new hotel developments represented an extension of Marriott International’s partnership with the Amdec Group. It follows the announcement last year of the development of the first two Marriott-branded hotels in South Africa at the Melrose Arch precinct in Johannesburg. A sod-turning ceremony took place for the 150-room Johannesburg Marriott Melrose Arch and 200-unit Marriott Executive Apartments Johannesburg Melrose Arch. Both are expected to open in 2018.
Of the expected 700 new hospitality jobs to be created in South Africa, 470 were expected to be created in the three new hotels in Cape Town and 320 in Johannesburg.
James Wilson, the chief executive of Amdec, said they were proud to pave the way for Marriott International’s growth plans in Africa and help to open up new markets for this leading hotel company. Marriott International’s expansion in South Africa formed part of its growth strategy for the MEA region.
Kyriakidis said with the acquisition of Starwood Hotels, Marriott International had 140 properties and 25 000 rooms in 19 countries in Africa, employing 40 000 associates. But Kyriakidis said the company had 60 hotels under construction, including the hotels in South Africa. This would increase its presence to 27 countries and 200 hotels and about 37 000 rooms in Africa by 2025, with the total number of associates rising to 60 000, he said.
Kyriakidis said the growth rate in the MEA region was about 33 percent, excluding any hotel signings they did over the next five years, which was the highest in Marriott International.
He said South Africa’s tourism had tremendous potential and 85 million members of Marriott Rewards would know all about the company’s presence in South Africa. “We launched Marriott Rewards in this market with Protea last year and the uptake has been phenomenal. With the expanded portfolio and 85 million members, we are going to be promoting South Africa right across the world,” he said.

Grande successo del concerto offerto dal consolato d’Italia a Cape Town – 

Venerdì 7 Ottobre il Consolato Italiano a Cape Town, nel ‘riaprire’ la stagione di eventi dopo i mesi invernali, ha offerto un concerto del gruppo jazz Dark Dry Tears, che ha presentato il suo ultimo lavoro Thinking Beats Where the Mind Dies.                                                                                  

Il quartetto, nato da un’idea di Danilo Gallo (basso) e composto da Francesco Bearzatti (sassofono), Francesco Bigoni (sassofono e clarinetto) e Riccardo Tosi (batteria), propone un sound che combina melodie tipicamente jazz ad atmosfere punk-grunge, retro rock e melodiche.

L’esibizione é riuscita nell’intento di coinvolgere, appassionare e divertire i presenti grazie alla capacitá della band di passare dal proprio stile sperimentale a sonoritá piu classiche e persino alla rivisitazione in chiave jazz di alcuni successi della musica italiana del passato. Infine non sono mancate influenze della cultura musicale africana: il concerto  é stato chiuso con la riproposizione di un canto tipico locale appreso dai Dark Dry Tears alcuni giorni prima durante un workshop musicale con gli studenti del College of Music di Harare. La band é poi partita alla volta di Johannesburg per la seconda data sudafricana di un tour che li porterá ad esibirsi in altre due cittá dell’Africa subsahariana quali Maputo (Mozambico) e Addis Abeba (Etiopia).                                                                                                                        

L’evento si é svolto nella suggestiva cornice di “The Palms”, nel quartiere di Woodstock, la quale ha ospitato per l’occasione gli stand di PugliaCheese ed Emozione Coffee presso cui é stato possibile assaporare formaggi e caffé di produzione italiana. Prima dell’esibizione inoltre sono state aperte al pubblico le porte della galleria d’arte contemporanea SMAC e del salone di antiquariato Onsite, il quale ha peraltro contribuito con alcuni dei suoi pregiati articoli ad allestire la scenografia del palco che ha ospitato l’esibizione della band.             Ottima é stata la risposta sia della comunitá italiana a Cape Town che di quella locale: un pubblico di circa 200 persone é accorso all’evento dimostrando il proprio apprezzamento nei confronti dell’organizzazione che annovera, oltre al Consolato Italiano a Cape Town, la Fondazione Musica per Roma, l’Istituto Italiano di Cultura a Pretoria e CAPAGO Cape Town .

Selezionato per i campionati studenteschi del mese prossimo a Durban e già si parla di nazionale - La famiglia cerca sponsors -
La "freccetta blu" delle scuole sudafricane, Francesco Campagna, ha mantenuto la promessa e ai campionati scolastici di Bloemfontein ha vinto nella gara dei 100 metri piani la sua decima medaglia d'oro e si è meritato il passaporto per partecipare ai Primary Youth Athletic Championships che si disputeranno nel prossimo mese a Durban, dove correrà con i colori della squadra provinciale della Western Province.
Questa decima vittoria conferma che Francesco è un talento naturale della velocità pura, tanto che negli ambienti sportivi si comincia già a parlare di un suo ruolo in un futuro non tanto lontano nella squadra nazionale giovanile sudafricana di atletica leggera.
Ma, come sempre avviene negli sport puri e poveri, onori e oneri sono quasi sempre un'accoppiata indivisibile, motivo per cui la famiglia di Francesco ci ha chiesto di fare un appello ai nostri lettori: "Se fra voi ci sono persone o ditte disposte a sponsorizzare questo campioncino, si facciano avanti". Fatecelo sapere e noi gireremo l'informazione alla famiglia di Francesco.

Dopo una notte insonne e di lavoro per presentarvi oggi la nostra Gazzetta in una nuova veste, all'alba di oggi qualcosa è successo e tutto il nostro lavoro, almeno per il momento, è andato perduto, per cui vedete online una versione del giornale che serviva soltanto per preparare quella definitiva. Stiamo cercando di recuperare, attraverso il server, le cose che per il momento sembrano perdute. Speriamo di riuscirci in tempi relativamente brevi. Nel frattempo perdonateci e abbiate pazienza.

Lo sapete che ci si può abbonare?

Lo sapete che ci si può abbonare alla Gazzetta del Sud Africa? Sì, anche se il nostro giornale è accessibile a tutti gratuitamente, volendo ci si può abbonare.

Ma perché? Perché non possiamo contare su nessun aiuto esterno tranne quello dei nostri inserzionisti, ai quali tuttavia non possiamo chiedere più di tanto. Il che significa che ormai da otto anni a sostenere tutto il peso del lavoro necessario per aggiornare il sito tutti i giorni e offrirlo agli italiani del Sud Africa per le loro esigenze di informazione, attiva e passiva, siamo soltanto noi della redazione. Ma, se volete, nulla vi impedisce di darci una mano e farci così sapere che apprezzate il nostro lavoro.

Quanto costa l'abbonamento? Quanto volete, ma fate che non sia un'elemosina. Secondo noi un'offerta dignitosa dovrebbe essere di almeno 200 rand o 15 euro all'anno... ma se vi sembra troppo poco, fate voi.

E grazie.

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Ciro Migliore
(per la Gazzetta del Sud Africa)
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