Thursday 17th Aug 2017

Angela Nanni - La Stampa - 

La vitamina D è una vitamina liposolubile che si accumula nel fegato e nel tessuto adiposo, si sintetizza soprattutto attraverso la pelle per esposizione ai raggi solari, mentre è scarsamente presente negli alimenti.  
 
«È bene sottolineare che la vitamina D, a dispetto del suo nome, non è affatto una vitamina ma un vero e proprio ormone che regola il metabolismo del calcio: appartiene alla famiglia degli ormoni steroidei come gli ormoni del surrene e gli ormoni sessuali - tiene a precisare il dottor Claudio Pagano, specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo e Professore Associato di Medicina Interna presso l’Università di Padova, che aggiunge anche - Il fatto che per definizione sia liposolubile, implica la sua capacità di distribuirsi molto bene nei tessuti ricchi di grassi. Per questo motivo lo spazio in cui questo ormone si deposita è molto maggiore nelle persone con eccesso di peso; in altri termini maggiore è il peso corporeo, maggiore è la quantità di vitamina D che deve essere assunta per raggiungere livelli ottimali nel sangue».
 
DOVE E COME È PRESENTE  
Quando ci si riferisce alla vitamina D è bene sapere che è disponibile in diverse forme, da qui i diversi nomi che si possono leggere sulle confezioni dei prodotti o dei farmaci che la integrano. A tal proposito il dottor Pagano chiarisce ancora: «Il colecalciferolo o vitamina D3 rappresenta la forma inattiva dell’ormone prodotta dall’uomo sotto l’azione dei raggi solari nella cute; in questa forma la vitamina D è anche abbondante nel fegato, negli oli di pesce e in alcuni pesci marini come aringa, salmone e sardina. L’ergocalciferolo o vitamina D2 è di origine vegetale, si assume quindi con il cibo, ma è una forma molto meno attiva del colecalciferolo (da 50 a 100 volte). Il calcifediolo e il calcitriolo, infine, sono forme modificate della vitamina D, differiscono nella formula chimica: vengono fatte tutte queste distinzioni, perché quando la vitamina D è carente, di solito è sufficiente ricorrere a una supplementazione con calciferolo o calcifediolo, ma nei pazienti affetti da insufficienza renale cronica o ipoparatiroidismo si deve ricorrere all’uso del calcitriolo, una forma di vitamina D già attiva che non deve subire proprio il processo di attivazione a livello di fegato e reni».
 
A CHI MANCA LA VITAMINA D  
La sua carenza, negli ultimi decenni, sta diventando molto più frequente che in passato; a lamentarne un deficit sono soprattutto le persone anziane (costrette in casa o nelle strutture di ricovero e che quindi non riescono a godere a sufficienza dell’irradiazione solare), coloro che non si possono esporre al sole a causa di problemi dermatologici, le persone con la pelle scura, le donne che indossano veli o che comunque espongono scarsamente il loro corpo al sole, le persone che fanno uso di filtri solari (protezioni molto elevate) o la presenza di patologie che interferiscono con l’assorbimento della vitamina D come la celiachia.
 
«La prevalenza del deficit di vitamina D nella popolazione italiana è condizionata da diversi fattori: nei giovani ad esempio il problema è molto meno sentito (15%) rispetto alla popolazione anziana (70-80%). Altri fattori importanti che determinano bassi livelli di questo ormone nel sangue sono, in ogni caso, l’eccesso di peso e il trascorrere gran parte della giornata in ambienti chiusi» precisa ancora il dottor Pagano.
 
QUANTA NE SERVE  
Il fabbisogno di vitamina D è molto diverso a seconda della fascia di età: si parte dalle 200 unità\die per i bambini e gli adulti, alle 400 unità\die per le persone di età compresa fra i 50 e i 70 anni fino alle 600 unità per gli anziani con più di 70 anni.
 
Una carenza di vitamina, in età pediatrica, incide negativamente sulla calcificazione ossea , mentre in età avanzata contribuisce all’osteoporosi. La vitamina D, infatti, gioca un ruolo chiave nel metabolismo del calcio e del fosforo e una sua carenza si riflette in un’aumentata fragilità ossea.  
 
Senza la vitamina D il calcio non si assorbe come dovrebbe e a tal proposito il dottor Pagano conclude: «In assenza di adeguati livelli di vitamina D attiva nel sangue, il calcio contenuto negli alimenti non viene assorbito adeguatamente nell’intestino e quindi l’organismo è costretto a mobilizzare le scorte interne rappresentate dall’osso attraverso un altro ormone coinvolto nella regolazione del metabolismo del calcio, il paratormone. Se questo meccanismo si prolunga per tempi lunghi l’osso viene progressivamente indebolito ed esposto a rischio di frattura».
 
RACCOMANDAZIONI PER LA PEDIATRIA  
«L’ipovitaminosi D, condizione che va dall’insufficienza al deficit di vitamina D, riguarda in Italia oltre un bambino su due, con punte massime in epoca neonatale e nell’adolescenza, dove si arriva a percentuali del 70%. Primo fattore di rischio per la condizione è la scarsa esposizione solare e poi sono a rischio i bambini obesi perché il tessuto adiposo “sequestra” la vitamina D e quelli con la pelle scura perché questa non permette ai raggi solari di filtrare - precisa il dottor Alberto Villani, presidente della Società Italiana di Pediatria, che aggiunge – La SIP per tutti i neonati fino al compimento del primo anno di vita raccomanda la profilassi con vitamina D, indipendentemente dal fatto che l’allattamento sia fatto al seno oppure no, poiché né il latte materno né quello in formula, anche se addizionato, riescono a soddisfare il fabbisogno di vitamina D. Dal compimento del primo anno e fino ai 18 anni la profilassi con tale vitamina si raccomanda solo nei bambini di etnia non caucasica ed elevata pigmentazione, che si espongono poco al sole, che seguono regimi alimentari come la dieta vegana oppure affetti da condizioni patologiche come l’insufficienza renale o l’epatite cronica, l’obesità o la celiachia o le malattie infiammatorie croniche»