Monday 24th Apr 2017

Elisa Sguaitamatti - 

A 23 anni dalle prime elezioni multipartitiche e multirazziali che portarono alla vittoria l’ANC (African National Congress) di Mandela, il Sudafrica è attualmente lo Stato economicamente più sviluppato e avanzato dell’Africa Australe. Al timone del Paese dal 2009, vi è Jacob Zuma, quarto Presidente della Repubblica e leader dell’ANC.

Tuttavia, il Presidente ha dichiarato di non volersi ricandidare alla guida del partito alle prossime elezioni di dicembre 2017. Una decisione maturata dopo mesi di isolamento politico e criticità a causa di pressioni di diversa natura. L’ultimo episodio risale alle tensioni durante la cerimonia annuale dello State of the Nation Address in Parlamento lo scorso 9 febbraio. Infatti, i membri del partito di opposizione EFF (Economic Freedom Fighters) hanno tentato di boicottare il discorso, provocando una rissa in aula prima di essere espulsi da un numero eccezionale di forze di sicurezza (440), una scena imbarazzante ripresa dai media di tutto il mondo. Per riscattare il partito, il Presidente ha accennato ad una possibile cessione della candidatura all’ex moglie Nkosazana Dlamini-Zuma, stimata ex Presidente della Commissione dell’Unione Africana che, se eletta, sarebbe la prima donna al vertice dell’ANC.

A fronte del prossimo rinnovamento dei quadri, appare interessante analizzare le cause del declino del partito egemonico sudafricano, evidenti già dopo le elezioni amministrative di agosto 2016, cartina di tornasole per l’espressione di insoddisfazione verso l’ANC. Infatti, le opposizioni, ovvero DA (Democratic Alliance) di Mmusi Maimane e EFF di Julius Malema, hanno intercettato molti voti e consensi dei cosidetti born free, i ventenni nati dopo la transizione democratica del 1994.

Una prima ragione del declino è attribuibile alla commistione tra Stato e partito, che ha finito per creare un sistema autoreferenziale in cui le linee politiche dell’ANC sono divenute programmi di sviluppo nazionale, ma spesso non hanno portato ai risultati sperati.

In secondo luogo, la disaffezione popolare è ascrivibile alla controversa condotta politica di Zuma, dopo 783 accuse di corruzione e scandali come l’utilizzo di fondi pubblici per la villa privata di Nkandla (poi parzialmente rimborsati) o l’affare Gupta, la famiglia di ricchi industriali vicina al Presidente accusata nel report “State Capture” di esercitare indebite influenze politiche, promettendo a persone di fiducia avanzamenti di carriera nei ministeri di Governo. Questi fattori hanno intaccato la credibilità di Zuma e del partito che appare sempre più diviso ed esposto a casi di corruzione e clientelismo. La legittimità del leader è stata messa in discussione più volte con mozioni di sfiducia da parte delle opposizioni e anche da un congresso del suo partito in cui Zuma ha rischiato di essere sfiduciato in seguito all’impeachment presentato da tre Ministri di Governo al NEC (National Executive Committee) dell’ANC lo scorso novembre.

Con l’inasprimento della crisi nella leadership politica, un’importante variabile da valutare è quella economica. Dal 2009 in avanti la “nazione arcobaleno” ha registrato un rallentamento nei ritmi di crescita rispetto al resto dell’Africa subsahariana. Per quest’anno, dopo un periodo di bassa crescita tendente alla stagnazione, il Governo prevede una lieve ripresa con un tasso di crescita dell’1,3%, malgrado sia ancora inadeguato per affrontare le radicali trasformazioni socio-economiche annunciate dal Ministro dell’Economia Pravin Gordhan in occasione della presentazione del budget statale 2017, lo scorso 22 febbraio.

Come dichiarato, lo Stato avrà maggiore capacità di intervento nell’economia e il National Development Plan 2030 e il Nine-Point Plan figurano tra le principali misure per stimolare crescita e occupazione mediante politiche di diversificazione. Questi progetti si focalizzano su investimenti in industrializzazione, settore minerario (oro e diamanti), agricoltura, forniture di energia, sviluppo di piccole e medie imprese, cooperazione tra settore pubblico e privato, attrazione degli investimenti esteri, opere infrastrutturali e turismo. Tuttavia, l’instabilità politica può occasionalmente creare scompensi nella sensibile economia domestica, causando volatilità sui mercati, aumento dell’inflazione e deprezzamento della valuta locale, il rand.

L’attuale fase di stagnazione ha accentuato i problemi socio-economici di una delle società più ineguali al mondo. Se l’obiettivo del National Development Plan è quello di liberare il Sudafrica da povertà, disoccupazione e disuguaglianze, i dati più allarmanti rimangono proprio quelli legati alla disoccupazione (27%), soprattutto quella giovanile (52%), alle disparità di reddito e allo scarso miglioramento dei livelli di benessere della popolazione. Di conseguenza, il rinvigorimento delle tensioni sociali è frutto di una deteriorata situazione socio-economica, con frequenti proteste contro l’inefficacia delle politiche governative e la paralisi istituzionale di fronte ai problemi reali del Paese.

In questo quadro, è utile volgere uno sguardo più generale a quello che potrebbe essere definito Stato “duale” in cui le cicatrici dell’apartheid sono tuttora visibili. Infatti, un’economia sviluppata a base urbana multirazziale e ben inserita nell’economia globale si contrappone ad una rurale in via di sviluppo prevalentemente africana e poco collegata con l’esterno. Il dualismo economico è riflesso in un dualismo spaziale che consiste in un divario geo-economico tra aree urbane e rurali in termini di infrastrutture e servizi di base. In particolare, si tratta di una dicotomia tra economia formale dei tre principali settori statali (agricoltura, industria e servizi) ed economia informale delle township. Queste ultime sono sacche di sottosviluppo disconnesse dalle città e sono caratterizzate da assenza di lavoro, scarso accesso ad istruzione, servizi e trasporti e da livelli diffusi di povertà e criminalità. Da anni rappresentano una grande sfida da vincere, nonostante i programmi specifici per la riqualificazione e l’ammodernamento.

Infine, a livello sistemico lo Stato “duale” si manifesta con una polarizzazione tra Nord e Sud. Il Nord, cuore dell’industria estrattiva, manifatturiera e fulcro delle attività governative e finanziarie, gravita su Pretoria, Johannesburg e Bloemfontein ed è caratterizzato da una maggioranza nera; il Sud, dove sono diffusi il settore dei servizi, turismo e telecomunicazioni, è incentrato su Città del Capo ed è popolato da una maggioranza meticcia (coloured) e afrikaaner (discendenti dei coloni anglo-boeri).

Per quanto riguarda le dinamiche securitarie, le principali sfide sono di natura interna. Da due decenni, il Governo si deve confrontare con le azioni del PAGAD (People Against Gangsterism and Drugs). Fondato inizialmente come gruppo civico spontaneo di presidio del vicinato nella comunità meticcia di Città del Capo per prevenire e punire le attività delle gang e dei trafficanti di droga, in seguito si è trasformato in un movimento di vigilantes che compie azioni di terrorismo urbano e omicidi di esponenti ritenuti pericolosi per le comunità. Malgrado la sua presenza si sia ridotta, le azioni del gruppo proseguono nella convinzione che il Governo non riesca e non voglia intervenire per ridurre la criminalità e ripristinare il controllo sulle periferie. Secondo gli ultimi dati offerti da Statistics SA, il Sudafrica è ancora ai primi posti per tasso di criminalità pro-capite, soprattutto per numero di omicidi, rapine e stupri.

Altrettanto allarmanti sono le marce di protesta che spesso diventano aggressive e violente, sfociando in atteggiamenti di tipo xenofobo che prendono di mira i lavoratori stranieri emigrati da varie parti del Continente, ritenuti responsabili delle attività criminali e accusati di rubare il lavoro alla maggioranza nera.

La giovane democrazia sudafricana ha annunciato radicali trasformazioni socio-economiche in attesa della transizione all’interno dell’ANC e dell’appuntamento elettorale del 2019. Affinché il Paese possa superare l’eredità dell’apartheid, dovrebbe svecchiare istituzioni e modelli di gestione delle risorse in favore di tutti i cittadini, sostenendo in particolare le categorie più deboli e mettendo in pratica strategie che rispondano realmente all’evoluzione degli eventi. Per questo il Governo dovrebbe implementare una redistribuzione della ricchezza più omogenea, politiche di de-razzializzazione, di valorizzazione dei settori trainanti dell’economia ma anche di creazione di spazi per nuove opportunità. Inoltre, dovrebbe affrontare la questione irrisolta della redistribuzione della terra e investire maggiormente sul futuro delle nuove generazioni (istruzione e lavoro). Comunque, la sfida più grande rimane quella di rendere l’intero sistema meno “duale” e più inclusivo ed armonico. Ad oggi il destino del Paese è nelle mani del futuro leader dell’ANC da cui dipenderà la buona riuscita di questi cambiamenti.

Elisa Sguaitamatti è Dottoressa Magistrale in Scienze Linguistiche e Letterature Straniere con indirizzo Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Aspirante analista e fortemente appassionata di geopolitica e delle dinamiche regionali e internazionali dell’Africa e del Medioriente, collabora con Geopolitical Review e The Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence. Inoltre, per Balkanalysis.com si occupa di anti-terrorismo e di politiche di sicurezza dell’Italia. Attualmente si sta dedicando a un progetto di ricerca sui paesi BRICS, concentrandosi in particolare sul Sudafrica.