Thursday 27th Jul 2017

Fabio Caffio - 

Dopo venticinque anni di tumultuosa attività di controllo dell'immigrazione via mare, l'Italia appare ancora incerta sulla svolta da dare alle operazioni di salvataggio (Sar). Nel frattempo, ora che la politica ha un quadro realistico della situazione, tutti i nodi sono venuti al pettine, a partire da Mare Nostrum e Triton.

L'anomalia italiana nella gestione del Sar oltre l'area nazionale, frutto di ambizioni marittime e di prassi autoreferenziali, è lo scoglio da superare per ripartire su nuove basi, collaborando con la Guardia costiera libica, modificando Triton, selezionando l'ingresso nei porti delle Ong senza abbandonare la via maestra dell'umanitarismo.

Precedenti modelli operativi
Non tutto era sbagliato nelle decisioni assunte in passato di collaborare con Albania, Libia e Tunisia, demandando loro la responsabilità di fermare le partenze di imbarcazioni insicure. Certo, resta il macigno della condanna della Corte Europea Diritti dell'Uomo per i respingimenti in alto mare, ma nulla è mai stato eccepito sulle attività svolte nelle acque territoriali dei singoli Paesi.

Il modus operandi adottato dall'Italia in quegli anni era, tra l'altro, incentrato su un normale dispositivo di soccorso dislocato in posizione avanzata, nella nostra zona Sar, vicino Lampedusa.

Tutti ricordiamo, inoltre, le continue dispute con Malta che non accettava di essere luogo di sbarco delle persone salvate nella sua zona, sostenendo che la normativa internazionale sugli obblighi di accoglienza del Paese responsabile del Sar vada integrata dal principio di prossimità territoriale.


Aree operazioni Sar (Fonte EPSC).

Da Mare Nostrum a Triton
Il vero strappo con il passato avvenne con Mare Nostrum, quando ci assumemmo l'onere di prevenire i naufragi di migliaia di persone in navigazione al largo della Libia.

Mare Nostrum non era tuttavia un'operazione Sar, quanto una missione 'militare e umanitaria' svolta dalla Difesa al di fuori del controllo del centro nazionale Sar (MRCC-Roma).

A leggere le statistiche, pare che al tempo Marina e Guardia costiera rivaleggiassero su chi salvasse più persone. Non si spiega altrimenti come, durante il corso della stessa operazione, il MRCC della Guardia costiera abbia preso ad impiegare sistematicamente navi mercantili, ponendole sotto il suo controllo per salvataggi a ridosso delle coste libiche.

Sta di fatto che, terminata dopo un anno Mare Nostrum, nel novembre 2014, la sua eredità è stata assunta da Triton (prima a 30 mg. dalle coste italiane e poi più al largo, a sud di Malta) oltre che da Eunavfor Med, confermando la leadership della nostra Guardia costiera.

Sbarchi in Italia
A leggere il Regolamento di Frontex 656/ 2014 si comprende come l'Italia, essendo il Paese guida, dovesse necessariamente accogliere le persone salvate in mancanza di soluzioni alternative a Malta o altrove.

Oggi ci si chiede a che servisse una tale operazione, ma allora sembrò essere una mano tesa all'Italia nel suo sforzo umanitario. Forse, una maggiore attenzione all'interesse nazionale, avrebbe fatto capire che ad essere avvantaggiata era soprattutto Malta la quale allontanava così lo spettro degli sbarchi sul suo piccolo territorio.

Stranamente, dopo un po' è cominciata a circolare (ed è stata ripresa in interrogazioni al Parlamento europeo) la tesi che l'Italia avesse concesso a Valletta zero sbarchi, in cambio della mano libera sulle ricerche petrolifere in un'area di mare contesa. Sono solo illazioni, ma l'obiettivo potrebbe essere contestare il decreto italiano del 2012 relativo alle prospezioni nella zona della nostra piattaforma continentale a sud-est della Sicilia pretesa da Malta.

Guardia costiera libica ed Ong
Il Memorandum di Roma del 2 febbraio 2017 e la susseguente Dichiarazione di Valletta con cui si legittima il ruolo di sorveglianza delle acque territoriali demandato alla nascente Guardia costiera libica sono tuttora ritenuti fondamentali per la stabilizzazione della Libia.

Riserve sull'attività di capacity building di Italia ed Ue (aiuti sono stati deliberati nel recente Vertice di Tallin), sono però espresse da alcune Ong, le quali sostengono che esponenti della Guardia costiera libica abbiano commesso, a danno dei migranti, violazioni dei diritti umani sulle quali indagherebbe la Corte penale internazionale.

A prescindere dal fatto che la Corte non ha confermato la notizia, sarebbe paradossale se l'Italia e la Ue appoggiassero un'organizzazione criminale. La verità è che si imputano alla Guardia costiera libica quelle forme di coercizione per indurre le imbarcazioni insicure dei migranti a rientrare in porto, che invece sono applicate nell'Egeo o in acque antistanti la Spagna.

Lezioni apprese
La responsabilizzazione nel Sar degli Stati di origine dei migranti, piaccia o non piaccia, è l'unico modo per impedire tragedie in mare e traffici di esseri umani. L'Italia sostiene questo modello, d'accordo con l'Ue, per Libia, Tunisia ed Egitto.

La regionalizzazione del Sar, mediante accordi dedicati anche allo sbarco delle persone salvate, andava da noi perseguita in anni passati. Ora non è il momento, come dimostra la contrarietà di Spagna e Francia alle nostre recenti proposte.

Se così è (e lo ha confermato il recente incontro tenutosi nella sede di Frontex), allora tanto vale per l'Italia rinunciare a Triton, ad evitare che navi della Guardia costiera di Paesi del nord Europa (Islanda compresa) vengano da noi a sbarcare migranti a spese dell'Ue. Diverso il discorso per Eunavfor Med la cui regola di sbarco in Italia potrebbe essere cambiata in occasione del prossimo rinnovo del mandato.

Meglio contare sulle proprie forze, arretrando il dispositivo di soccorso in prossimità della zona Sar nazionale, chiedendo a Malta di assumersi le sue responsabilità se competente, e sperare nell'assistenza di Tunisia, Libia ed Egitto (con l'Algeria esiste già un accordo Sar).

Quanto alle Ong (che sin dall'anno scorso erano state accreditate con l'iniziativa Una Vis), bisogna partire dal presupposto che il loro impiego incondizionato rappresenta una torsione del sistema Sar nazionale. La chiusura selettiva dei porti andrebbe perciò vista in questa prospettiva.

Infine, vista la complessità dei problemi relativi al soccorso migranti che coinvolgono più ministeri, sarebbe auspicabile un loro accentramento presso un'unità di coordinamento della Presidenza del consiglio, come avviene in Francia per tutte le questioni relative all'azione dello Stato sul mare, in una prospettiva unitaria di perseguimento dell' interesse nazionale.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto in diritto marittimo