Thursday 17th Aug 2017

Mario Angeli dal suo balcone italiano - 

Patata mon amour”, ovvero festival della patata: per carità, evento castissimo, sebbene il nome si presti, con malizia goliardica, a qualche salace sottinteso.

L’intento degli organizzatori era soltanto quello di far mangiare alla gente quante più patate possibile, cucinate nelle varietà più appetitose e insolite; già, perché sembra che l’assillo che macera anche le amministrazioni di tanti comuni, compreso il mio, che concedono il loro patrocinio alle associazioni organizzatrici, sembra essere quello di indurre i propri cittadini a robuste mangiate fuori pasto, accompagnate da altrettanto generose bevute di birra, a cui spesso seguono schiamazzi fino alle ore piccole, ovviamente impuniti perché le cosiddette polizie locali lavorano fino al tramonto del sole; a tante abbuffate, come ovvia conseguenza dei processi digestivi, seguono liberatorie minzioni agli angoli delle vie, essendo i vespasiani assenti o dislocati dove magari… non scappa.

Rimanendo nel territorio della mia provincia, non si può negare lo sforzo dei pubblici amministratori per alleviare gli affanni di questa estate infuocata con una pluralità di eventi di vario genere e gusto, da quelli musicali, meglio se molto rumorosi, a quelli culturalmente più o meno raffinati, in cui c’è spesso qualcuno che, atteggiandosi ad unico, o quasi, soggetto pensante, espone le sue riflessioni, a pagamento, a quanti, accettando il patimento di ascoltarlo, magari scoprono di essere loro stessi capaci di pensieri anche più profondi; oppure si offrono presentazioni di libri, preferibilmente sulla storia locale, non quella più solenne, ma magari quella dell’asilo infantile chiuso tanti decenni fa e gestito dalle suore carmelitane quasi scalze: tanto oggi la stampa di un libro è alla portata della velleità di tutti, basta pagarsi interamente le relative spese.

Sono assai frequenti anche i cinema all’aperto, le cui vere nemiche non sono le programmazioni RAI, Sky, La7, Mediaset, tutte in caduta libera estiva, ma le zanzare, che si rivelano molto eclettiche sui gusti filmografici ma particolarmente raffinate nello scegliere il sangue giusto da succhiare, il mio tra i tanti, inducendo a chiudersi in casa.

Comunque gli appuntamenti gastronomici restano i più frequentati: sembra quasi un paradosso, dal momento che oggi la gente può mangiare bene ed abbondantemente a casa propria, sbizzarrendosi a cucinare secondo la tradizione o accogliendo i suggerimenti bio o vegan o quelli degli innumerevoli programmi televisivi, dove cuoche ruspanti o paludati chef, che sembrano arcivescovi in pompa magna, propongono piatti strabilianti che talora, dopo che li hai gustati, ti fanno sorgere urgente una domanda: ”Quando si mangia?”

Il fascino dei banchi alimentari degli ambulanti, oggi ridicolmente chiamati street food, esercita però una presa irresistibile, che spesso passa prima dall’olfatto che dal gusto.

Ma anche la vista e la fantasia hanno la loro parte: come resistere di fronte ad un accattivante manifesto, dove, tra le patate, fanno capolino due occhietti maliziosi? E poi quelle parole straniere, food, kids, fun buttate in faccia agli affamati clienti nella concreta pianura padana promettono qualcosa di davvero strabiliante; oppure, per essere coerente con le mie frequenti punzecchiature agli organismi italiani all’estero che pavoneggiano l’uso dell’inglese anche quando sarebbe preferibile usare la nostra lingua, indicano una inutile e ridicola esterofilia linguistica.

Tanto per restare ancora un attimo, tra adulti, sotto il pelo del leggero doppio senso, c’è forse da attendersi che, visto il successo del festival della patata, si organizzi anche quello del pisello, o di come lo si voglia chiamare, adottando le varietà linguistiche regionali che, dal Friuli alla Sicilia, denominano variamente quei preziosi oggetti anatomici.

In questo periodo di gran solleone, lasciando in pace, per una volta, le chiacchiere dei politici, si fa un gran discutere sull’ininterrotto flusso di migranti, dove la saggezza o almeno il buon senso non sembra che trovino casa tra i due opposti estremi, ossia tra chi cinicamente afferma che costoro sono una sciagura per l’Italia e chi, con puerile semplicismo, sostiene che invece sono una risorsa; forse l’opinione pubblica saprebbe meglio orientarsi verso una ponderata via di mezzo, se le forze politiche italiane la smettessero di cavalcare un problema reale e complesso come bandiera pubblicitaria in vista delle prossime elezioni.

Nel segno della multiculturalità potrebbe essere organizzato a breve il festival del cous cous, della somoza, della tortilla, del wonton, dello zighinì, del felafel, del guacamole, del babaganoush, del bobotie, del fufu o del garri, ecc., che vedrebbe protagoniste in positivo le molte etnie presenti sul nostro territorio: si sa che, di fronte ad un buon piatto, spesso cadono anche le barriere ideologiche più ferree.

Ma non è della gastronomia degli immigrati che si discute molto in questi giorni, bensì della controversa decisione del governo di chiedere alle organizzazioni non governative, che si sono date il compito di salvare dal naufragio i migranti, di sottoscrivere un patto con regole chiare e dettate dall’esigenza di meglio tutelare gli interessi nazionali, pena il divieto di attraccare nei porti italiani: se ne è parlato fin troppo per doverle elencare qui e, nonostante sembrino assai poco limitative dell’autonomia delle varie ONG ma piuttosto necessarie per evitare abusi ed impuniti arbitrii, alcune organizzazioni non accettano di firmare tale codice di comportamento, rifiutando i richiesti controlli e denunciando il provvedimento governativo come un’indebita ingerenza o un attentato alla loro autonomia o, perfino, un favoreggiamento degli annegamenti nella fossa comune del Mar Mediterraneo.

L’argomento è assai complesso, coinvolge sensibilità differenti e meritevoli di rispetto ed ha a che fare con il delicato tema della sicurezza, dei profughi quanto dei cittadini italiani, quindi non può essere liquidato qui con quattro considerazioni; però almeno una, semplice ma forse non semplicistica, desidero proporla: se il governo italiano ha, come spero che nessuno voglia mettere in dubbio, la facoltà e la piena sovranità per dichiarare che nei porti d’Italia si attracca e si sbarca nel rispetto delle regole di legge, anche internazionali, e se tra queste vi è quella che le ONG che soccorrono i migranti in mare devono sottoscrivere un determinato codice di comportamento, per di più avallato dall’UE, la conseguenza è la lampante: chi firma attracca, chi si rifiuta raggiunga uno dei tanti altri porti che si affacciano sia sulla sponda nord che in quella sud del Mediterraneo o si diriga nelle molte nazioni UE che scaricano sull’Italia problemi europei.

Sarebbe come se una persona che, desiderando di entrare in casa mia, si rifiutasse di accogliere la mia regola elementare di entrarvi solo dopo che le ho aperto il cancellino, evitando quindi di scavalcare la recinzione, e mi accusasse di non so quale sopruso a fronte di una richiesta tanto condivisibile: con buona pace di tutti, se ne stia fuori.

Save the Children, che sicuramente non ha nulla da nascondere, ha firmato, altre ONG gridano allo scandalo: pazienza, se ne stiano fuori.

Un altro argomento che ha giustamente invaso tutti i notiziari è quello degli incendi boschivi, che hanno devastato vastissime e meravigliose aree del nostro territorio, la cui bellezza deturpata impiegherà molti decenni per ritornare com’era, ammesso che ciò sia possibile.

Si sa che l’autocombustione è una rarità assoluta e che la quasi totalità degli incendi ha l’uomo come colpevole, talora per sciatteria e negligenza, come un mozzicone acceso, un picnic, un diserbo bruciando le stoppie, ecc., ma molto spesso a causa di un comportamento piromane, dettato o da un pizzico di follia o da interessi di vario genere, che vanno dal pascolo all’urbanizzazione: le forze dell’ordine hanno arrestato alcuni presunti colpevoli e si resta in attesa degli sviluppi.

Ma la notizia più clamorosa è quella del fermo a Ragusa di una quindicina di vigili del fuoco volontari, che facevano scattare l’allarme per incendi inesistenti o appiccavano deliberatamente il fuoco su aree montuose per esservi inviati a verificare o a spegnere le fiamme, il tutto all’interessante paga di 10 euro all’ora; da decenni correva voce che in certe zone della penisola pompieri e piromani fossero una cosa sola, senza generalizzare, beninteso, però forse non c’era ancora stato un magistrato sufficientemente libero o coraggioso che volesse vederci chiaro.

Il momento è finalmente arrivato e ne vedremo gli sviluppi, anche se serpeggia il timore che la giustizia si limiti ad un paterno buffetto.

Non credo che sia necessario invocare il carcere, ma piuttosto ci si potrebbe ispirare alla regola del contrappasso che il maestro Dante ci ha fatto conoscere ed ammirare: basterebbe inviare costoro in Valle Brembana o in Valcamonica per spegnere gli incendi che dovessero verificarsi, con l’obbligo di soggiorno ininterrotto e prestando la loro opera nello spegnimento degli incendi per un numero di ore pari a quelle frodate allo Stato, il tutto senza né diritto di trasferta né retribuzione e con spese di vitto e alloggio a loro totale carico.

E si sa che in quelle valli prealpine gli incendi boschivi sono piuttosto rari.

Mario Angeli