Monday 18th Dec 2017

Il venditore di beles -

Il grido arrivava prima di lui:

"Beles, beles...".

Poi dall'angolo spuntava la figura scheletrica di un uomo con una grande tanica sulla testa o con due ceste appese a un lungo bastone che era sostenuto dal suo collo e a sua volta sosteneva le ceste e le sue braccia, girate attorno al legno. Il passo ondeggiante era quello di una persona stanca, ma abituata a camminare e a portare grandi pesi. Come tutti gli eritrei, Tesfai - ma se preferite Tecle o Abraha - era abituato a coprire grandi distanze a piedi. La stanchezza non era quindi causata dalla lunga camminata che lo aveva portato a Gaggiret, bensì dalla fatica del suo lavoro e dal peso del suo carico.

Tesfai cominciava infatti a lavorare quando tutti dormivano. Scendeva lungo i tornanti della rotabile Asmara-Massaua sul far del tramonto, dormiva qualche ora fra i cespugli e si alzava prima dell'alba per la raccolta dei frutti. Il percorso, che dal nostro quartiere di Gaggiret doveva essere non meno di una ventina di chilometri, lo faceva, se era fra i più ingegnosi, con un carrettino reso mobile da cuscinetti a sfera applicati alle estremità di due legni, uno sul davanti e uno sul di dietro di una tavola larga una cinquantina di centimetri e lunga forse  settanta o giù di lì, che lui dirigeva con uno spago fissato alle estremità dell'asse anteriore, mobile quel tanto da permettergli di voltare a destra o a sinistra. Sul far della sera scendeva lungo i primi tornanti in direzione di Nefasit e il bassopiano, alle prime luci dell'alba risaliva verso le luci della città che illuminavano fiocamente il suo orizzonte. La zona di raccolta dei frutti era denominata Arbaroba. Il suo raccolto erano i beles delle piante che coprivano ogni centimetro di terreno delle pendici occidentali dell'altopiano eritreo.

Tesfai aveva le mani callose e dure come cuoio mal conciato, che si apriva in tanti minuscoli taglietti. La durezza dei suoi calli lo proteggeva almeno parzialmente dalle spine. Tesfai non aveva guanti.

La raccolta dei frutti era relativamente facile al principio della stagione, quando erano più vicini alla strada, ma diventava sempre più difficile, a mano a mano che i raccoglitori dovevano addentrarsi sempre più fra le piante, fitte come gli alberi delle foreste equatoriali.

Il terreno era pieno di dirupi e la raccolta era anche pericolosa, ma i raccoglitori non avevano alternative. Quella era praticamente l'unica raccolta che potevano permettersi perché non costava nulla. Le piante erano selvatiche e i frutti abbondanti e deliziosi. E loro se ne cibavano prima di venderli.

La raccolta era complicata dalla distanza fra il raccoglitore e i rami che ancora recavano frutti dopo le prime raccolte. Tesfai adoperava per questo una lunga pertica, sulla cui punta, siccome voleva che i suoi frutti non fossero danneggiati, aveva fissato una tanichetta capace di accogliere anche i frutti più grossi. Una volta imprigionato il frutto nella scatoletta, una torsione della pertica gli consentiva di acquisire l'oggetto dei suoi desideri, che in città avrebbe venduto per pochi centesimi. I raccoglitori più pigri, che non erano riusciti a procurarsi una scatoletta delle dimensioni giuste - rare in quell'epoca - utilizzavano un lungo chiodo con il quale infilzavano il frutto per strapparlo alla pianta e deporlo nella loro cesta o tanica.

Durante il giorno Tesfai e i suoi colleghi percorrevano le strade di tutti i quartieri di Asmara. Quando erano fortunati vendevano tutto il raccolto in poche ore, qualche volta anche a un solo compratore, altrimenti dovevano continuare a macinare chilometri fino al tardo pomeriggio, a mano a mano riducendo il prezzo della mercanzia in offerta. I primi compratori, infatti, sceglievano i frutti più belli e ai ritardatari restavano i meno attraenti e per di più peggiorati durante le ore di esposizione al sole, nonostante le foglie con cui Tesfai e amici cercavano di coprirli.

Qualche volta i clienti volevano alcuni frutti che avrebbero poi lavato e sbucciato loro stessi, ma più spesso i compratori erano ragazzi che lo aspettavano per strada e Tesfai deponeva il suo carico, si accosciava, tirava fuori il suo coltello - che altro non era se non un pezzo di lamiera sottile fatto arrotare dal passaggio di un treno sulle rotaie - e con tre colpi precisi toglieva la buccia e offriva il frutto al cliente, stando ben attento a far sì che le spine non toccassero la polpa.

Venduto tutto il carico, Tesfai si rimetteva in cammino ed era tardo pomeriggio, le ombre si allungavano e attorno alla discarica municipale dei rifiuti che si trovava proprio dove cominciava la discesa verso le piantagioni di madre natura. Le jene cominciavano a sostituire i corvi e i falchi che per tutto il giorno si erano cibati dei rifiuti della variegata umanità che popolava Asmara.

Tesfai fra poco si sarebbe disteso fra i cespugli a riposare per quanto restava della notte e prima del sorgere del sole si sarebbe rimesso all'opera, riprendendo il ciclo estenuante di raccolta e vendita che gli permetteva di guadagnare qualche soldo. A metà mattina i residenti dei quartieri avrebbero di nuovo sentito il suo grido:

"Beles, beles, belli, maturi freschi, senza chiodo".

E un bambino avrebbe attirato l'attenzione della madre gridando:

"Mamma, mamma, è arrivato il venditore di fichidindia".

Ciro Migliore