Friday 20th Oct 2017

"Meskel": la Festa della Croce

Questo articolo sulla festa del Meskel, scritto dal Sig. Ghebremicael Besserat, apparve su un giornale italiano (di cui purtroppo non conosciamo il nome) che capitò fra le mani di Vincenzo Acquaviva oltre 40 anni fa ad Addis Abeba. Essendo molto interessante e istruttivo dal punto di vista storico-religioso, egli staccò la pagina e la conservò tra le tante cose che si è sempre portato dietro. Qualche anno fa Enzo lo ha inviato al Chichingiolo, sito online della diaspora asmarina, che lo ha riproposto ai suoi lettori.

E' così che l'ho trovato io, con l'emozione che si prova quando si incontra un caro amico del quale da tanto tempo non si sapeva più niente. Sì, perché l'autore, Grebremicael Besserat, era mio amico. Quando io ero un redattore del Quotidiano Eritreo, in Asmara, lui occupava l'ufficio accanto al nostro ed era il direttore del quotidiano in lingua tigrina pubblicato dal Dipartimento per l'Informazione del Governo Imperiale Etiopico, che pubblicava anche il nostro giornale. Dopo il mio rientro in Italia, nel 1968, mentre le fiamme della guerra civile avvolgevano e distruggevano milioni di eritrei ed etiopici, non ho mai più saputo nulla di lui. Ma non l'ho mai dimenticato. Il mio è il ricordo di un uomo pieno di dignità e di cultura, un amico del quale essere orgogliosi. (Nella foto lui è il secondo da destra e io il terzo, quello con lancia e scudo, mentre mia moglie ha la pelle di gattopardo che ci hanno regalato per rendere omaggio al nostro spirito battagliero alla vigilia della nostra partenza per l'Italia). Gli rendo oggi omaggio proponendo ai nostri lettori questa sua bella pagina, scritta da lui direttamente in italiano:

La festa del Meskel - La più suggestiva tradizione etiopica

Grebremicael Besserat

Il "MESKEL", che letteralmente significa la festa della Croce, è una delle più importanti e suggestive feste celebrate dalle popolazioni cristiane dell'Etiopia. Questa festa, che ricorre annualmente al 17 "Meskerrem" (27 Settembre), trae origine da un'antichissima tradizione che gli etiopici, di profondi sentimenti cristiani, si sono tramandati di generazione in generazione e che ha conservato tutto l'originale candore ed il senso più genuino del carattere degli antichi etiopici cristiani.

Secondo la tradizione, il "MESKEL" ricorda il ritrovamento della croce di Cristo ad opera della Regina Elena, madre di Costantino. Si racconta che gli ebrei avevano seppellito la croce di Cristo, in mezzo a quelle dei due ladroni, e avevano continuamente ammucchiato su di esse le loro immondizie, che dopo trecento anni erano letteralmente diventate delle montagne, per evitare che i cristiani continuassero a venerare il simbolo della loro redenzione.

Nessuno avrebbe detto che, dopo trecento anni, si sarebbe riusciti ad individuare il luogo dove la reliquia era stata seppellita, eppure Dio volle che anche questo miracolo venisse compiuto, e scelse Elena, la madre di Costantino, donna pia e di virtù preclare, per questa grande missione.

Elena, che aveva sempre desiderato ardentemente di scoprire il luogo dove giaceva sepolta la croce di Cristo, un giorno, dopo tante ricerche, consultò tre vecchie persone, e loro, un po' con le buone e un po' con le cattive, indicarono i tre mucchi, o montagne di immondizie, dove, secondo la leggenda, era stata seppellita insieme a quelle dei due furfanti, 300 anni prima.

Elena, donna saggia, vedendo che c'erano tre montagne di rifiuti di uguale altezza e non sapendo in quale delle tre poteva essere sepolta la croce sulla quale Gesù fu crocefisso, prima di iniziare il lavoro degli scavi volle innalzare a Dio un sacrificio, bruciando una catasta di legna (che è il Damerà) per ottenere un'indicazione divina su quale dei tre monti doveva scavare. Dio accettò il suo sacrificio e piegò le fiamme verso la montagna di mezzo, che venne scavata dal 17 "Meskerrem" fino al 30 "Megabit" (settembre- marzo), e gli sforzi di Elena vennero coronati da grande successo in quanto la sacra reliquia venne ritrovata.

Gli Imperatori d'Etiopia, non sapendo il luogo dove in seguito Elena aveva deposto la croce, e bramando di possederla, anche loro si misero in cerca della santa reliquia e dopo infinite peripezie il destino volle che fosse l'imperatore Davide a trovarla. Infatti egli andò a Gerusalemme ed ottenne un pezzo della croce di Cristo. Davide morì martire durante il suo viaggio di ritorno, ma il pezzo della croce raggiunse l'Etiopia. Da allora in poi il popolo d'Etiopia ha continuato a celebrare solennemente questo grande avvenimento, con sincere dimostrazioni di fede e di attaccamento alla croce sulla quale Cristo morì per salvare l'umanità.

Questa commemorazione simbolica di alto contenuto spirituale in cui esulta l'anima profondamente religiosa degli etiopici, si svolge con festose manifestazioni e con solenni cerimonie religiose.

Alla vigilia si osserva un digiuno rigoroso e si inizia il caratteristico cerimoniale della festa. Gli uomini si cingono il capo con una corona di ramoscelli di albero freschi, mentre i giovani del paese dopo il tramonto del sole si riuniscono e, accese delle torce, composte di rami secchi d'albero ed euforbie, si recano prima in chiesa per compiere i rituali tre giri, poi girano per le case esprimendo i loro auguri. Queste giulive fiaccolate simboleggiano, oltre che la luce del cristianesimo, anche la fine della stagione delle piogge con le sue nebbie e l'inizio della stagione dei raccolti con i suoi prati fioriti, dove spicca, vivace e caratteristico, un fiore dai petali gialli chiamato appunto "ghelghele meskel". Anche le ragazze e le donne uniscono le loro voci argentine ai canti che i giovani, portando in giro le loro torce accese, improvvisano come augurio di una stagione di letizia e di felicità. Inoltre, durante queste manifestazioni canore è consuetudine invitare gli uomini e le donne a compiere un piccolo salto sulle torce accese. Questo simboleggia, anche, il trapasso dalla stagione delle piogge e delle nebbie alla bella stagione del raccolto con il sole sfolgorante, fonte perenne di vita e di luce.

Così, mentre la notte della vigilia, illuminata dal bagliore delle fiaccole e resa dolce dal canto dei giovani e delle ragazze, si dilegua, sorge l'alba del giorno del "MESKEL".

La mattina, la popolazione nei suoi abiti di festa, si muove allegramente verso la chiesa o verso il piazzale dove si trova il "DAMERA": una catasta di euforbie o alberi secchi legati con dei nastri che ricorda quella della Regina Elena.

Quivi il popolo si affolla nel suo abbigliamento vivace e festoso formando un magnifico quadro di colore e di letizia. I preti e i diaconi nei loro sacri e multicolori paramenti accompagnati dai ritmi dei tamburi e dei sistri, come pure dai suoni del "meleket", dell' "embeità" e da altri strumenti musicali, procedono lentamente verso il luogo della cerimonia, mentre la popolazione si inchina devotamente davanti al sacro "TABOT" (l'ARCA) che portano in solenne processione.

Il sacro "TABOT" preceduto dal clero in policromi paludamenti e accompagnato dalle massime autorità con i "mezemeran" che cantano inni liturgici, formano un imponente corteo che gira tre volte intorno al "DAMERA' ", che, dopo essere stato benedetto, viene acceso dai preti officianti. Appena la catasta comincia a bruciare fra il clamore giulivo del popolo, il "TABOT" si sposta lentamente dalle fiamme che divampano, mentre la popolazione in gruppi di uomini e donne, di ragazze e ragazzi a cui si uniscono i militari presenti, girano intorno alle fiamme cantando canzoni di gioia e di buon augurio per la nuova stagione. Intanto il popolo, con un crescendo di attenzione che diventa ansia, segue la direzione verso cui le fiamme si piegano e da questo segno si traggono gli auspici per il futuro e cioè se l'avvenire sarà foriero di pace o di guerra.

Se i presagi sono favorevoli, allora l'esultanza trabocca e le manifestazioni diventano frenetiche. Danze, canti, grida di gioia s'intrecciano in un festoso tumulto. Una esplosione di allegria generale: intorno alle fiamme i più bravi cavalieri galoppano per dimostrare la loro abilità nel cavalcare e sparano per dar prova delle loro perizia nell'uso delle armi. E' una scena d'entusiasmo popolare veramente indescrivibile.

Durante la festa del "MESKEL" avvengono anche le premiazioni. In questo giorno le autorità conferiscono titoli, onori, medaglie e gradi a coloro che si sono distinti durante l'anno. Pertanto a molti questa festa significa anche il giorno della ricompensa del loro lavoro e della loro fedeltà al paese. E' da ricordarsi infine che una settimana prima del "MESKEL", il giorno 10 "Meskerem" (20 Settembre) viene celebrato l'"AZIE MESKEL". In tale ricorrenza esponenti del clero, accompagnati dai "MEZEMERAN" si recano dalle massime autorità per porgere dei fiori, come espressione dell'inizio della stagione dei fiori e del buon raccolto.

Tutte significative cerimonie che dimostrano la gentilezza dei costumi e l'attaccamento alle tradizioni della gente etiopica, la cui fede inalterabile e continua nel corso solenne dei secoli, rappresenta un patrimonio spirituale ammirevole ed ammonitore in questi tempi di freddo materialismo.

Damerà e Pignarul

Mi ha molto colpito, quando sono andato a vivere in Friuli, dopo aver lasciato Asmara, la tradizione friulana del "Pignarul", molto simile a quella etiopica, visto che anche i friulani, a fine anno, accendono una pira di legno per poter trarre dalla direzione delle fiamme e dalla direzione in cui la pira finirà per cadere gli auspici per il nuovo anno. Il mondo, per certi versi, è più piccolo di quanto pensiamo. Anche gli aborigeni australiani hanno credenze molto simili a quelle dei "San" o boscimani, diretti discendenti dei capostipiti dell'umanità. - Ciro Migliore