Friday 24th Nov 2017

Gian Guido Vecchi - corriere.it - 

Da Bogotà a Cartagena, Francesco è in movimento da più dodici ore quando raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo, poco dopo il decollo verso Roma, sul volto ancora i segni dell’incidente del mattino in papamobile. Il livido sotto l’occhio sinistro è diventato viola ma lui scherza e sorride, «mi sono sporto per salutare i bambini e non ho visto il vetro, pum!». Si dice «commosso» dal popolo colombiano, in particolare i genitori che sollevavano i loro bimbi perché il Papa li benedicesse: «Era come se dicessero: questo è il mio tesoro, la mia speranza, il mio futuro. Mi ha colpito la tenerezza, gli occhi di quei papà e di quelle mamme, è stato bellissimo: un popolo che è capace di fare bambini e li mostra come dicendo “questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro». Il pontefice parla per quaranta minuti, prima che la turbolenza sul Mar dei Caraibi consigli di sedersi. L’immigrazione e l’elogio all’Italia e governo italiano che «sta facendo di tutto» per lavorare in campo umanitario anche su un problema, i centri in Libia, di cui non è responsabile. I cambiamenti climatici e la «stupidità» dell’uomo. La speranza che Trump «ripensi» il provvedimento contro i giovani «dreamers» stranieri che rischiano l’espulsione. La Corea del Nord e il Venezuela. Come sempre, risponde ad ogni domanda.

Santità, di recente la Chiesa ha espresso comprensione verso la nuova politica del governo di ridurre le partenze dalla Libia e quindi gli sbarchi. Si è scritto di un suo incontro con il presidente Gentiloni, c’è stato? E cosa pensa di questa politica, considerato che i migranti bloccati in Libia vivono in condizioni disumane?

«L’incontro con il primo ministro Gentiloni è stato personale e non su questo argomento. Il problema è venuto fuori alcune settimane dopo, l’incontro era prima. Io sento un dovere di gratitudine per l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti. Ma non basta aprire il cuore. Il problema dei migranti è prima di tutto avere il cuore aperto, sempre, è un comandamento di Dio, accogliere, perché anche tu sei stato schiavo in Egitto... Ma un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante: la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma integrarli. In Italia ho visto esempi di integrazione bellissima: quando sono andato all’università Roma Tre, ho riconosciuto una delle ragazze che mi ha salutato: meno di un anno prima era venuta con me in aereo da Lesbo, studiava biologia nella sua patria, ha imparato la lingua e ha continuato. Questo si chiama integrare. Di ritorno dalla Svezia ho parlato della politica di integrazione del Paese come un modello, ma anche la Svezia ha detto, con prudenza: il numero è questo, di più non posso, perché c’è il pericolo della non integrazione. Terzo, c’è un problema umanitario. L’umanità prende coscienza di questi lager, le condizioni in cui vivono nel deserto? Ho visto delle foto, gli sfruttatori... Ho impressione che il governo italiano stia facendo di tutto per lavori umanitari e per risolvere anche un problema che non può assumere. Cuore sempre aperto, prudenza, integrazione, vicinanza umanitaria. Nell’inconscio collettivo nostro c’è un principio: l’Africa va sfruttata. Oggi a Cartagena abbiamo visto un esempio di quello sfruttamento. E un capo di governo ha detto su questo una bella verità: quelli che fuggono dalla guerra è un altro problema, ma tanti fuggono dalla fame, facciamo un investimento là perché crescano. Ma nell’inconscio collettivo c’è che ogni volta che tanti Paesi sviluppati vanno in Africa, è per sfruttare. Dobbiamo capovolgere questo. L’Africa è amica e va aiutata a crescere».

Passiamo vicino a Irma, ci sono altri tre uragani nell’area. Vi è responsabilità morale dei leader politici che negano che il cambiamento climatico sia anche opera dell’uomo?

«Chi nega questo deve andare dagli scienziati e domandare. Loro parlano chiarissimo, sono precisi. Un’università diceva: abbiamo solo tre anni per tornare indietro. Io non so se sia vero, ma certo se non torniamo indietro, andiamo giù. Il cambiamento climatico si vede nei suoi effetti. Gli scienziati dicono chiaramente la strada da seguire. E tutti noi abbiamo una responsabilità morale, più piccola o più grande. Dobbiamo prendere questo tema sul serio, credo non sia una cosa su cui scherzare. I politici hanno la loro responsabilità, ma ognuno ha la propria. Se uno chiede agli scienziati, sono chiarissimi. Poi decida, e la storia giudicherà le sue decisioni».

Vediamo gli effetti dei cambiamenti climatici anche in Italia...


«...Dopo tre mesi e mezzo di siccità, sì...».

Perché tarda una presa di coscienza, soprattutto da parte dei governi che invece sembrano così solleciti su altri settori, come gli armamenti? Stiamo vedendo la crisi della Corea del Nord, ad esempio...

«Mi viene in mente una frase dell’Antico Testamento, un salmo: l’uomo è uno stupido, un testardo che non vede. L’unico animale del creato che mette la gamba nella stessa buca è l’uomo, un cavallo o altri non lo fanno. La superbia, la sufficienza. E poi c’è il dio-tasca, no? Non è solo sul creato, tante decisioni e contraddizioni dipendono dai soldi. Oggi, a Cartagena, ho cominciato da una parte povera; l’altra parte, quella turistica, mostrava un lusso senza misure morali. Ma quelli che vanno là, o gli analisti sociopolitici, non si accorgono di questo? L’uomo è uno stupido, dice la Bibbia. Quando non si vuole vedere, non si vede. Non si prende coscienza. Ma è giusto? Quanto alla Corea del Nord, dico la verità, io non capisco. Davvero non capisco quel mondo, la geopolitica... Credo che lì ci sia una lotta di interessi che mi sfugge. Non posso spiegarlo».

Ogni volta che vede i giovani, dice: non fatevi rubare la speranza. Negli Usa è stata abolita la legge sui «dreamers», 800 mila ragazzi. Non pensa che così perdano la speranza?

«Ho sentito di questa legge ma non ho potuto leggere gli articoli, come si è presa la decisione: non la conosco bene. Ma staccare i giovani dalla famiglia non è una cosa che dia un buon frutto né per i giovani né per la famiglia. Credo che questa legge non venga dal Parlamento ma dall’esecutivo. Se è così, ho speranza che si ripensi un po’. Perché io ho sentito parlare il presidente degli Usa e si presenta come un uomo pro-life. Ecco, se è un bravo pro-life, capisce che la famiglia è la culla della vita e va difesa la sua unità. Per questo ho interesse a studiare bene quella legge. Quando i giovani si sentono sfruttati, alla fine si sentono senza speranza. E chi la ruba? La droga, le altre dipendenze... Il suicidio giovanile accade quando vengono staccate le radici. È molto importante il rapporto dei giovani con le radici. I giovani sradicati oggi chiedono aiuto, vogliono ritrovare le radici. Per questo insisto sul dialogo tra giovani e anziani. Oggi i giovani hanno bisogno di ritrovare le radici. Qualsiasi cosa vada contro questo, ruba loro la speranza».

In Colombia ha parlato di riconciliazione, il motto del viaggio era «fare il primo passo», ma il Paese è diviso. Che si può fare concretamente?

«Mi piacerebbe che almeno si facesse il secondo passo. In 54 anni di guerriglia si accumula molto odio, molte anime si ammalano. Non si è colpevoli di avere una malattia. La guerriglia e anche la corruzione hanno provocato questa malattia, l’odio. Ma ci sono passi nel negoziato che danno speranza. Come l’ultimo cessate il fuoco dell’Eln (Esercito di liberazione nazionale, ndr), lo ringrazio tanto. In Colombia ho percepito che la voglia di andare avanti va oltre i negoziati, lì c’è la forza del popolo. E io ho speranza, il popolo vuole respirare, dobbiamo aiutarlo».

Nell’omelia, a Cartagena, ha detto che non è stato sufficiente che due parti dialogassero e c’è stato bisogno si inserissero altri attori. Pensa che questo modello si possa replicare in altri conflitti del mondo?

«Non è la prima volta che accade, in tanti conflitti si sono integrate altre persone. È un modo di andare avanti sapienziale, la saggezza di chiedere aiuto. Si ricorre ai tecnici, i politici aiutano, a volte si chiede l’intervento delle Nazioni Unite per uscire da una crisi. Ma un processo di pace andrà avanti solo quando lo prende in mano il popolo. O c’è partecipazione, oppure si arriverà solo fino a un certo punto, a un compromesso».

Bisognerebbe scomunicare i corrotti?

«Tutti siamo peccatori e sappiamo che il Signore ci è vicino e non si stanca mai di perdonare. Il problema è che il peccatore chiede perdono mentre il corrotto si stanca di chiedere perdono o dimentica come si fa, non è capace. È molto difficile aiutare un corrotto, molto difficile, ma Dio può farlo».

In Venezuela il presidente Maduro ha parole molto violente contro i vescovi e dice che sta con Papa Francesco. Non si potrebbe avere parole più forti e chiare?

«Io credo che la Santa Sede abbia parlato forte e in modo chiaro. Quello che dice presidente Maduro lo spieghi lui, io non so cos’abbia nella sua mente. La Santa Sede ha fatto tanto, offrendo aiuto per uscire. Ma sembra che la cosa sia molto difficile e ciò che è più doloroso è il problema umanitario di tanta gente che scappa o soffre. Dobbiamo aiutare a risolverlo in ogni maniera. Io credo che le Nazioni Unite debbano farsi sentire anche lì, per aiutare».

Il Papa saluta la Colombia con un appello per i diritti e la pace

ROMA - “In questa città, che è stata chiamata “l’eroica” per la sua tenacia 200 anni fa nel difendere la libertà ottenuta, celebro l’ultima Eucaristia di questo viaggio”. Così Papa Francesco che con la Messa celebrata all’Area portuale del Contecar, a Cartagena, ha terminato il viaggio apostolico in Colombia. Nel congedarsi dai fedeli, il Papa ha voluto proporre una riflessione sul tema della “Dignità della persona e diritti umani”, esortando tutti a fare la propria parte.

Richiamando il Vangelo di Matteo, con Gesù che richiama gli apostoli – e quindi tutti i cristiani – a non rimanere indifferenti agli errori commessi dagli altri, ma ad intervenire per correggerli – il Papa ha spiegato che “una mancanza, un peccato commesso da uno, ci interpella tutti ma coinvolge, prima di tutto, la vittima del peccato del fratello; e costui è chiamato a prendere l’iniziativa perché chi gli ha fatto del male non si perda. Prendere l’iniziativa: chi prende l’iniziativa è sempre il più coraggioso. In questi giorni ho sentito tante testimonianze di persone che sono andate incontro a coloro che avevano fatto loro del male. Ferite terribili che ho potuto contemplare nei loro stessi corpi; perdite irreparabili che ancora fanno piangere, e tuttavia queste persone sono andate, hanno fatto il primo passo su una strada diversa da quelle già percorse”.

“Perché la Colombia – ha ricordato – da decenni sta cercando la pace per tentativi e, come insegna Gesù, non è stato sufficiente che due parti si avvicinassero, dialogassero; c’è stato bisogno che si inserissero molti altri attori in questo dialogo riparatore dei peccati. Abbiamo imparato che queste vie di pacificazione, di primato della ragione sulla vendetta, di delicata armonia tra la politica e il diritto, non possono ovviare ai percorsi della gente. Non è sufficiente il disegno di quadri normativi e accordi istituzionali tra gruppi politici o economici di buona volontà”.

“Gesù – ha sottolineato – trova la soluzione al male compiuto nell’incontro personale tra le parti. Inoltre, è sempre prezioso inserire nei nostri processi di pace l’esperienza di settori che, in molte occasioni, sono stati resi invisibili, affinché siano proprio le comunità a colorare i processi di memoria collettiva. Noi possiamo dare un grande contributo a questo nuovo passo che la Colombia vuole fare. Gesù ci indica che questo cammino di reinserimento nella comunità comincia con un dialogo a due. Nulla – ha ribadito il Papa – potrà sostituire questo incontro riparatore; nessun processo collettivo ci dispensa della sfida di incontrarci, di spiegarci, di perdonare. Le ferite profonde della storia esigono necessariamente istanze dove si faccia giustizia, dove sia possibile alle vittime conoscere la verità, il danno sia debitamente riparato e si agisca con chiarezza per evitare che si ripetano tali crimini. Ma tutto ciò ci lascia ancora sulla soglia delle esigenze cristiane. A noi cristiani è richiesto di generare “a partire dal basso” un cambiamento culturale: alla cultura della morte, della violenza, rispondere con la cultura della vita e dell’incontro”, così come scriveva Gabriel García Marquez nel suo “Messaggio sulla pace” del 1998.

“Quanto abbiamo agito in favore dell’incontro, della pace? Quanto abbiamo omesso, permettendo che la barbarie si facesse carne nella vita del nostro popolo?”, si è domandato Papa Francesco. “Gesù ci comanda di confrontarci con quei modelli di comportamento, quegli stili di vita che fanno male al corpo sociale, che distruggono la comunità. Quante volte si “normalizzano” – si vivono come cose normali – processi di violenza, esclusione sociale, senza che la nostra voce si alzi né le nostre mani accusino profeticamente!”.

Nell’incontro tra di noi “riscopriamo i nostri diritti, ricreiamo la vita perché torni ad essere autenticamente umana”, ha aggiunto. “Gesù, nel Vangelo, ci fa presente anche la possibilità che l’altro si chiuda, si rifiuti di cambiare, persista nel suo male. Non possiamo negare che ci sono persone che persistono in peccati che feriscono la convivenza e la comunità: “Penso al dramma lacerante della droga, sulla quale si lucra in spregio a leggi morali e civili”. Questo male minaccia direttamente la dignità della persona umana e spezza progressivamente l’immagine che il Creatore ha plasmato in noi. Condanno fermamente questa piaga che ha spento tante vite e che è mantenuta e sostenuta da uomini senza scrupoli”, ha detto il Papa. “Non si può giocare con la vita del nostro fratello, né manipolare la sua dignità. Faccio appello affinché si cerchino i modi per porre fine al narcotraffico, che non fa che seminare morte dappertutto stroncando tante speranze e distruggendo tante famiglie”.

Tornando al Vangelo di Matteo, con Gesù che ricorda agli apostoli “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro”, il Papa ha ricordato che Gesù “ci chiede di pregare insieme; che la nostra preghiera sia sinfonica, con toni personali, accenti diversi, ma che levi in modo concorde un unico grido. Sono sicuro che oggi preghiamo insieme per il riscatto di coloro che sono stati nell’errore, e non per la loro distruzione, per la giustizia e non per la vendetta, per la riparazione nella verità e non nella dimenticanza. Preghiamo per realizzare il motto di questa visita: “Facciamo il primo passo!” e che questo primo passo sia in una direzione comune. “Fare il primo passo” è, soprattutto, andare incontro agli altri con Cristo, il Signore. Ed Egli ci chiede sempre di fare un passo deciso e sicuro verso i fratelli, rinunciando alla pretesa di essere perdonati senza perdonare, di essere amati senza amare. Se la Colombia vuole una pace stabile e duratura, deve fare urgentemente un passo in questa direzione, che è quella del bene comune, dell’equità, della giustizia, del rispetto della natura umana e delle sue esigenze”.

“Solo se aiutiamo a sciogliere i nodi della violenza, districheremo la complessa matassa degli scontri: ci è chiesto di far il passo dell’incontro con i fratelli, avendo il coraggio di una correzione che non vuole espellere ma integrare; ci è chiesto di essere, con carità, fermi in ciò che non è negoziabile; in definitiva, l’esigenza è costruire la pace, “parlando non con la lingua ma con le mani e le opere” (San Pietro Claver), e alzare insieme gli occhi al cielo: Lui è capace di sciogliere quello che a noi appare impossibile, Lui ci ha promesso di accompagnarci sino alla fine dei tempi, e Lui – ha concluso – non lascerà sterile uno sforzo così grande”. (aise)