Friday 24th Nov 2017

Mario Angeli dal suo balcone italiano - 

Era lo sbrigativo e bruciante insulto con cui i sessantottini dileggiavano poliziotti e carabinieri che, in occasione di occupazioni, devastazioni, espropri proletari, scazzottature, assalti armati, opponevano la forza della legge a quella della violenza.

Sbirro.

Era sulla bocca sia dei rivoluzionari rossi, in eskimo proletario, sia di quelli neri, in loden borghese, gli uni e gli altri animati da ideologie contrapposte ma spesso con la comune base della violenza come strategia, magari con il generoso supporto del capitale di papà.

Secondo le loro teorie, i nemici da combattere ed abbattere erano tanti, ma, in sintesi, era tutto il sistema ad essere messo da loro sotto accusa; oggi sappiamo bene quanto esso fosse degradato e bisognoso di radicali riforme, ma spesso chi faceva le spese della loro violenza erano gli addetti delle forze dell’ordine, al servizio di quel sistema, che le prendevano tanto dai neri quanto dai rossi, odiati ed insultati alla pari dagli uni e dagli altri: sbirri.

La parola è rimasta ancora molto in uso nel gergo malavitoso ed in quello dei centri sociali, ma almeno l’opinione pubblica in generale nutre oggi maggior rispetto verso poliziotti e carabinieri, magari con un pizzico di simpatia in più per gli uomini della Virgo fidelis.

Mi ha fatto sobbalzare pochi giorni fa una dichiarazione del fondatore di Emergency, Gino Strada, che ha definito sbirro il ministro dell’interno Marco Minniti.

Strada è un personaggio assai noto per aver dedicato l’intera esistenza alla sua associazione umanitaria e, soprattutto, per aver messo a disposizione la sua competenza medico-chirurgica nei peggiori scenari bellici del globo; uomo ruvido, lontano dai salotti-bene, abituato a dire quel che pensa, dando spesso la parola a chi non riesce a farsi sentire.

Non si è improvvisato medico filantropo, ma si è sottoposto ad un intenso tirocinio in molti ospedali, anche all’estero, tra cui il Groote Schuur Hospital di Città del Capo, fondando Emergency nel 1994.

Ha raccolto stima e consensi quasi universali, a volte attenuati da qualche polemica o da insinuazioni di scarsa trasparenza e, forse da una collocazione ideologica della sua ONG percepita come troppo affine alla sinistra estrema.

Marco Minniti, che ha attraversato tutte le metamorfosi del PCI fino all’attuale DS, ha maturato svariate esperienze di governo, è diventato ministro dell’interno nell’attuale governo Gentiloni, chiamato a reggere un ministero sempre in emergenza, se non per l’ordine pubblico, certamente per l’enorme flusso di migranti che sta interessando l’Italia da molti mesi.

Nelle ultime settimane esso si è però drasticamente ridotto, proprio per le coraggiose iniziative del ministro: non solo ha richiamato l’Europa a smetterla di scaricare sulla sola Italia il grave problema migratorio, ma soprattutto ha imposto alle diverse organizzazioni umanitarie, che affollano il Mediterraneo per salvare quanti si avventurano nelle sue acque, a sottoscrivere un Codice di condotta che le vincoli al rispetto di alcune regole fondamentali, come quella di accettare a bordo ufficiali di polizia giudiziaria e di evitare di agevolare la partenza delle imbarcazioni dei trafficanti che trasportano migranti, in buona sostanza di smetterla di andare a raccoglierli quasi sulle coste della Libia.

Alcune ONG hanno sottoscritto; Emergency, che non è coinvolta in operazioni di ricerca e salvataggio in mare, per bocca del suo fondatore ha obiettato che “ritiene inaccettabile il codice di condotta imposto dal governo italiano…In particolare, la richiesta di consentire l’accesso a bordo di personale militare, presumibilmente armato, è di fatto un’aperta violazione dei principi umanitari”.

Basterebbe questa posizione per comprendere che fra Strada e Minniti la sintonia è sfasata, ma il conflitto è esploso quando il ministro ha deciso di finanziare la Libia affinché impedisca le partenze dei barconi dalle sue coste e trattenga i migranti in centri di accoglienza che, per la verità, sono campi di detenzione che espongono gente già disperata alle peggiori vessazioni da parte delle bande incontrollate che spadroneggiano in quel paese.

A tal proposito, mi sorge spontanea una riflessione: dov’è l’ONU, che potrebbe almeno gestire quei campi? Inoltre, poiché buona parte dei profughi che fuggono dai paesi subsahariani sono africani, come africani sono i libici, che, alle prese con lo sconquasso verificatosi dopo la caduta di Gheddafi, hanno ben altri problemi che occuparsi di questioni umanitarie, perché non si mettono in prima fila a gestire gli esodi di massa l’Unione Africana o le nazioni africane che si atteggiano a leader continentali, che promuovono organismi alternativi al G7, che affermano di avere alle spalle una tradizione di civiltà e di cultura accademica di gran lunga superiori e, soprattutto, anteriori a quelle europee?

Perché deve occuparsi dell’accoglienza questo vecchio, incivile ed incolto occidente?

La scelta del ministro Minniti ha suscitato reazioni di consenso da parte di chi non accetta che l’Italia si debba far carico più o meno da sola del dramma dei profughi e che alcune ONG abbiano manifestato comportamenti un po’ troppo disinvolti o sospetti, ma ha anche sollevato violente critiche, come ha fatto Gino Strada: “Minniti ha una storia da sbirro“.

Lo sbirro con cui ha bollato la decisione del ministro ha prodotto lo stesso rumore sinistro che fanno i sassi scagliati dai manifestanti violenti sui caschi dei poliziotti.

Qualcuno ha sorriso che Strada, rosso rosso, abbia litigato con Minniti, rosso rosaceo, ma in realtà le questioni in gioco sono troppo importanti per sorriderci: i nobili ideali fanno del bene, e molto, all’umanità, ma le ideologie spesso li offuscano e ne riducono l’efficacia.

Mario Angeli