Friday 20th Oct 2017

Mario Arpino -

Se la concezione dei diritti umani, che per noi occidentali discende da principi universali inconfutabili, assoluti, inalienabili e non negoziabili, fosse davvero comunemente accettata, allora non avremmo problemi quando parliamo di integrazione. Purtroppo, però, non sembra proprio che questa universalità sia unanimemente condivisa. In ogni caso, è chiaro che il mondo continua a funzionare diversamente.

Principi davvero universali?
I principi assunti come fondamento della nostra civiltà spesso non sono rispettati neppure da chi li condivide e non sono affatto patrimonio universale. Ad esempio, ciò che per l’Occidente può sembrare ovvio, ad altri forse può apparire solo una manifestazione di ‘imperialismo’ culturale. Parte di queste idee da alcuni governanti sono avvertite come concetti ostili, quando non sovversivi. Alcuni gruppi etnici, o comunità appartenenti a credo religiosi diversi da quelli maggioritari nella civiltà occidentale, pur avendo sottoscritto questi ‘concetti universali’ in quanto membri delle Nazioni Unite, nella vita quotidiana non li applicano, sebbene, del tutto indifferenti, si guardino bene dal ripudiarli. Ancora diverso è il caso delle comunità islamiche, che si sono sentite in dovere di prendere ufficialmente le distanze attraverso l’approvazione di specifiche Dichiarazioni islamiche dei diritti dell’uomo.

La Carta delle Nazioni Unite
Portatrice dei grandi principi universali, ma applicati con certezza di diritto solo dall’Occidente, è la Carta delle Nazioni Unite. Le finalità sono già espresse nel preambolo, che, in evidente analogia con la Costituzione degli Stati Uniti d’America, esordisce così: “Noi, popoli delle Nazioni Unite…”, ecc. ecc. In estrema sintesi, a San Francisco, il 24 giugno 1945, i pochi ‘popoli’ rappresentati (meno di un terzo di quelli attuali) si dichiaravano decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra.

In loro nome, già in premessa sono elencati i valori universali sui quali riposa la Carta. Ovvero: i diritti fondamentali nonché la dignità ed il valore della persona umana; uguaglianza dei diritti tra uomini e donne; eguaglianza tra gli Stati, grandi e piccoli; la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale; il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà; il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale; il divieto dell’uso della forza, salvo nell’interesse comune; la promozione del progresso economico e sociale di tutti i popoli.

La Dichiarazione universale dei diritti umani, poi approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Parigi, 10 dicembre 1948) con i 30 articoli che conosciamo, in effetti è frutto di 250 anni di storia del pensiero occidentale, dal Bill of Rights del 1689 ai pensatori italiani, dalla Dichiarazione di Indipendenza Usa del 1776 fino alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, durante la Rivoluzione francese.

Le Dichiarazioni islamiche dei diritti dell’uomo
Interessante osservare che tra i Paesi presenti sia a San Francisco nel 1945, sia a Parigi nel 1948 c’era l’Arabia Saudita, che il 24 ottobre 1945 aveva anche ratificato lo Statuto dell’Onu. Da quella data, le adesioni si sono susseguite, fino ad arrivare all’attuale numero di 193 Stati. Aderire, ovviamente, avrebbe dovuto anche significare la condivisione dei principi. Così sembrava, ma così non era.

Infatti, dopo 33 anni di silenzio quasi ininterrotto dei Paesi islamici, all’inizio del 1981 il rappresentante iraniano presso l’Assemblea, in un intervento ufficiale molto esplicito, affermava che la Dichiarazione altro non era se non “un’interpretazione laica della tradizione giudaico-cristiana”, quindi non compatibile con le esigenze culturali e religiose dei Paesi islamici.

Ciò veniva ben recepito dagli interessati, compresa l’Arabia Saudita, tanto che al termine di un lungo processo interno il 19 settembre 1981 a Parigi, presso la sede dell’Unesco, veniva ufficialmente proclamata la Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo. Tutti contenti? Solo per poco (una decina d’anni), perché la Dichiarazione di Parigi per il mondo sunnita (il 90 per cento del mondo islamico) aveva un difetto imperdonabile: era stata originata dall’intervento in Assemblea dell’ambasciatore khomeinista della Repubblica islamica dell’Iran, paese notoriamente di rito sciita.

Fu così che nel 1990, la 19a Conferenza islamica dei ministri degli Esteri, tenuta al Cairo tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, proclamava la nuova Dichiarazione del Cairo dei diritti umani dell’Islam, un testo di 23 articoli. Della precedente Dichiarazione di Parigi, ovviamente, nessun cenno.

Un’integrazione dal futuro incerto
Del testo, tradotto dall’originale in italiano da Hamsa R. Piccardo, presidente dell’Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche Italiane), esistono varie chiose, con raffronto puntuale al testo della Dichiarazione dell’Onu. Le differenze, è inutile nasconderlo, ci sono. Per esempio, quando si parla di obbligo del rispetto della legge, il riferimento è sempre la Sharia, la legge islamica derivata dal Corano, dagli hadith (tradizioni riconosciute valide dall’Islam) e dalla Sunna, che è la loro raccolta. Nel testo, viene sancita la supremazia della legge islamica – essendo questa di origine divina – rispetto alle leggi nazionali, ove contrastanti.

Sarà sufficiente l’applicazione delle linee guida del pur bravo ministro Minniti per procedere davvero con l’integrazione sincera di tutti gli stranieri aventi diritto, compresi i musulmani “veri credenti”? Lo auspichiamo di cuore, ma l’impresa sarà ardua, incerta e, a nostro avviso, per il momento ogni dubbio sulla riuscita rimane legittimo.

Mario Arpino

Mario Arpino, ufficiale pilota in congedo dell’Aeronautica Militare, collabora come pubblicista a diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI