Friday 24th Nov 2017

Alessandro Miglioli -

Nel 1995, poche settimane prima della prevista apertura in Sudafrica del primo ristorante McDonald’s di tutta l’ Africa sub-sahariana, una controversa decisione da parte di una corte di giustizia locale privò per qualche tempo la multinazionale americana del diritto di usare il suo stesso nome per i punti vendita che intendeva inaugurare a breve nel Paese. La decisione dei giudici era motivata dal fatto che, sebbene la compagnia avesse registrato il marchio presso le competenti autorità sudafricane già nel ‘68, il mancato utilizzo del nome per quasi trent’anni (causato dalle sanzioni economiche comminate al Sudafrica durante il periodo dell’apartheid) aveva fatto decadere ogni diritto su di esso. Così che la proprietà intellettuale del marchio spettava a un venditore di hamburger di Durban che con esso aveva operato fin dagli Anni Settanta. La sentenza venne poi ribaltata in secondo grado, aprendo le porte all’arrivo della prima catena di fastfood occidentale nel Continente Nero.

Un mercato in crescita
Oggi, più di vent’anni dopo, la presenza dei marchi globali della ristorazione in Africa è sempre più capillare. La sola catena Kfc, di proprietà della Yum!, conta ormai più di mille ristoranti in tutto il continente, con nuovi punti vendita aperti costantemente, sia nelle capitali che sempre più spesso anche nei centri rurali.

Questa rapida crescita è in sé il sintomo di un fenomeno incontestabilmente positivo: molta più gente mangia presso le catene di fast food occidentali semplicemente perché molta più gente può permetterselo. Ma la lista di lati negativi del fenomeno, spesso interamente endogeni al contesto africano, ha finito per preoccupare anche vari ministri della Sanità locali.

Il nuovo ceto medio africano infatti vede il mangiare presso i fast food come una sorta di status symbol: mangiare pollo fritto era un’attività riservata ai giorni di festa; e sempre più gente può permettersi di festeggiare quotidianamente il miglioramento della propria condizione economica.

La strategia di mercato delle compagnie gioca molto su quest’aspetto, per dirla con le parole di Ashok Mohinani, direttore dell’azienda in franchising che controlla tutti i punti vendita Kfc in Ghana: “L’obiettivo è quello di trasformare il mangiare presso uno dei nostri ristoranti in un’attività giornaliera.”

Canoni di bellezza insalubri
In un continente che, per motivi culturali ed economici, ha spesso esaltato la grassezza come simbolo del successo personale, questa ondata montante di cibi grassi rischia di trasformarsi in una piaga sociale difficilmente controllabile.

Secondo un’estensiva ricerca sulle abitudini alimentari e di costume presso la popolazione di colore, voluta dal ministero della Sanità Sudafricano, il South African National Health and Nutritional and Examination Survey, quasi il 90% della popolazione ha come ideale di bellezza per il proprio partner la grassezza.

La pratica del Leblouh, l’alimentazione forzata delle bambine in voga in Mauritania, e in alcune regioni di Mali, Niger, Camerun e Nigeria, è un altro estremo esempio di quanto la floridezza dei corpi sia un aspetto ricercato nel continente: secondo The Guardian, bambine in età prepuberale vengono costrette ogni giorno a bere fino a venti litri di latte di cammello e mangiare fino a due kg di semolino misto a burro, per raggiungere a 12 anni pesi fino ad 80/90 kg.

In alcuni Stati del sud-est del continente, poi, la grassezza è vista come una forma di autocertificazione di sanità. Chi perde troppo peso, troppo in fretta, è spesso stato colpito da un’altra grande tragedia sanitaria per il continente, l’Aids.

Questa scarsa consapevolezza dei rischi legati all’aumento di peso viene poi esacerbata dai comportamenti delle aziende stesse: in Europa ogni menu contiene le informazioni nutrizionali per tutte le pietanze; in Africa queste informazioni sono disponibili quasi esclusivamente online. In Africa la gran parte delle opzioni dietetiche dei menù occidentali (insalate, bibite light) sono assenti. In Europa l’uso dell’olio di palma è stato largamente abbandonato a causa di una lunga campagna di informazione pubblica; in Africa è la sostanza con cui Kfc frigge tutte le sue pietanze.

Costi insostenibili
Le malattie direttamente legate all’obesità rappresentano un costo elevatissimo per le finanze degli Stati e dei loro servizi sanitari. Per l’Italia, nonostante sia lo Stato europeo con la minor percentuale di obesi, i costi di tale malattia rappresentano più del doppio di tutti quelli legati al tabagismo (più di nove miliardi di euro l’anno contro circa 4,2).

Aaron Motsoaledi, il ministro della Sanità sudafricano, si è recentemente detto allarmato: “Nei prossimi dieci anni i costi legati all’aumento dell’obesità diventeranno insostenibili per molti Stati africani; fra questi, certamente il Sudafrica stesso.”

Nel tentativo di dare il buon esempio, il ministro, uomo fortemente sovrappeso, si è recentemente imposto una dieta ferrea. Ma nello stesso periodo un membro del suo partito veniva colpito da uno scandalo politico, perché s’è scoperto che la sua carta di credito governativa era stata usata per spendere quasi 4.000 euro in fast food nel giro di soli due mesi e mezzo.

I tassi di sovrappeso e obesità in Africa, nonostante si siano quasi triplicati negli ultimi 25 anni, rimangono ancora mediamente un terzo che in Europa. Ma questa non può essere una scusa per rimanere a guardare. È necessaria un’attività transnazionale, che faccia pressione sulle aziende e sui governi perché si adoperino le stesse prassi e politiche che sono ormai pratica comune in Europa. La fragilità delle economie africane rende imperativo agire per fermare sul nascere questa ondata d’obesità, di malattie e di costi montante.

Alessandro Miglioli è laureato all’Università di Bologna in sviluppo e cooperazione internazionale.