Monday 18th Dec 2017

Alessandro Miglioli - 
    
Si sono appena ‘consumati’ a Mosca i sorteggi per i Mondiali di calcio in Russia nel 2018, per i quali l’Italia ha fallito la qualificazione, innescando uno dei rarissimi momenti di unanimità nazionale vissuti negli ultimi anni. Le critiche al sistema calcio italico sono piovute da ogni angolo della società civile: ai detrattori storici dello sport più amato dagli italiani si sono aggregati milioni di tifosi indignati, con più o meno conseguenti cacciata del commissario tecnico Giampiero Ventura e dimissioni del presidente della Figc Carlo Tavecchio. E, scavalcando Russia 2018, già attese e speranze si appuntano su Qatar 2022.

Agli appassionati di geopolitica, i Mondiali di calcio parlano di molte cose, al di là dello sport: dei rapporti di forza economica dei vari Stati; di come l’assegnazione di un così lucrativo evento sia una vetrina per mettere in mostra gli aspetti migliori del proprio Paese; di come la diplomazia e il soft power politico abbiano conseguenze pervasive nella vita di tutti i giorni. È in quest’ottica che è interessante studiare il caso di Qatar 2022, i prossimi Mondiali cui l’Italia potrà sperare di partecipare.

Si è già tanto parlato di questo evento sportivo e di tutti i risvolti politici che ad esso s’accompagnano; e ci sembra un buon momento per fare una sintesi della tribolata storia di questo appuntamento, così tanto criticato e addirittura messo in forse a cinque anni dal suo inizio.

L’anomalia del Qatar come stato ospitante
Partiamo da una prima considerazione: il Qatar sarà il più piccolo Stato ad aver mai ospitato i Mondiali. Per fare un confronto, i cittadini qatarioti sono 313.000, più o meno quanto i residenti nel comune di Catania, in uno Stato con una superficie appena maggiore di quella della Basilicata. Il piano di costruzione ed ampliamento degli stadi per i Mondiali prevede di poter ospitare all’interno delle strutture un numero di persone quasi doppio rispetto all’intera cittadinanza qatariota.

Queste cifre pongono l’interrogativo su come sia possibile per il Qatar imbarcarsi in un progetto di tale portata. La risposta è duplice: da un lato, vi è l’immensa ricchezza del Paese (quello con il pil pro capite più alto al mondo); dall’altro, vi è il fatto che la cittadinanza qatariota è un diritto riservato a meno del 15% della popolazione.

In Qatar infatti la popolazione indigena rappresenta solo il terzo gruppo etnico fra i residenti, dietro agli indiani ed ai nepalesi, ed è seguita da vicino da varie altre etnie del Sud-Est asiatico, richiamate nel Paese dalla prospettiva di lavoro, sia pure come manodopera a buon mercato. Sulle condizioni di vita e di lavoro di questo 85% della popolazione residente nel Qatar, è giusto soffermarsi un attimo.

Le condizioni di lavoro in Qatar
Molti di questi lavoratori sono stati assunti negli ultimi anni secondo il metodo della Kafala, un sistema che permette al datore di lavoro di requisire il passaporto del dipendente straniero, rendendogli sostanzialmente impossibile di lasciare il Paese o semplicemente l’impiego.

Il tema delle morti sul lavoro è stato anch’esso ampiamente dibattuto. Un articolo del 2015 del Washington Post stimava in 1.200 i decessi sul lavoro nei cantieri degli impianti per i Mondiali: articolo contestato dal governo qatariota, che ha cercato di smentirne i dati mostrando quelli ufficiali di entità minori, ma che però citano un 47% di morti sul lavoro per causa sconosciuta e un altro 27% attribuito genericamente ad “altre cause”.

La Confederazione sindacale internazionale è arrivata ad usare il termine “apartheid” per definire il sistema della Kafala, e l’Ilo (International Labour Organization), l’agenzia dell’Onu per i diritti dei lavoratori, ha aperto nel 2014 una procedura contro il Qatar per violazione della convenzione contro il lavoro forzato. La procedura è stata chiusa dall’Ilo poche settimane or sono, in cambio di una riforma del sistema del lavoro qatariota, che però molti osservatori internazionali definiscono come di sola facciata.

Lo scenario politico internazionale
Che il Qatar sia al centro di aspre contese geopolitiche nella Regione è noto a tutti gli esperti del settore, dato che buona parte degli Stati vicini sono arrivati a boicottarlo, a chiuderne le frontiere ed a impedire gli scambi commerciali, accusando i qatarioti di favoreggiamento del terrorismo internazionale islamico (oltre che di eccesso di vicinanza all’Iran).
Queste accuse non provengono certo da Stati paladini dei diritti umani, visto che ne è capofila l’Arabia saudita. Ma va pure ricordato che il Qatar è uno Stato autocratico retto da una monarchia assoluta.

Quella che però è forse la constatazione più desolante da fare è il silenzio istituzionale che circonda tutto il carrozzone di questi Mondiali un po’ fantascientifici, come lo sono i GP di F1 e di motociclismo nel Golfo. Le persistenti e pervasive accuse di corruzione mosse contro il Qatar nell’ambito della Fifa si sono risolte in nulla di concreto, se non in un paio di dimissioni di delegati nazionali.

Le uniche Federazioni calcistiche nazionali ad avere in qualche forma protestato contro gli svariati problemi legati ai Mondiali qatarioti sono state quelle della Germania e dell’Inghilterra, ovvero gli unici Stati che possono sperare di vedersi assegnata ‘in extremis’ il torneo in caso di un improbabile ‘ritorno alle urne’.

E molti dei problemi legati a questi Mondiali esulano dall’ambito di questo articolo: il fatto che saranno i primi disputati in inverno a causa del clima desertico, le preoccupazioni per i diritti delle tifose donne che vorranno seguirli, le inquietudini per i membri della comunità Lgtb che volessero recarsi in Qatar.

La sensazione è che il potere economico abbia vinto su tutti gli altri lati positivi che lo sport può offrire. Molti italiani si vergognano per l’assenza della loro nazionale dai Mondiali 2018; molte federazioni potrebbero non andare fiere della loro presenza a quelli del 2022.
 
Alessandro Miglioli è laureato all’Università di Bologna in sviluppo e cooperazione internazionale.