Saturday 18th Aug 2018

Nello del Gatto - 
    
Cina e Vaticano potrebbero essere vicini a un accordo sul mutuo riconoscimento. Decisione storica, che aprirebbe le porte del Vaticano a circa 14 milioni di cattolici cinesi – un dato stimato -, ma che sta suscitando polemiche tra i fedeli al Papa in Cina, che parlano di “svendita” della Santa Sede al governo di Pechino.

Con l’arrivo di Francesco al soglio pontificio, i rapporti fra Vaticano e Cina, interrotti nel 1951 anche in seguito al riconoscimento da parte della Santa Sede di Taiwan (che Pechino considera come proprio territorio, non Stato autonomo), si sono intensificati. Diverse missioni ‘segrete’ di emissari vaticani in Cina e cinesi a Roma si sono svolte e il Papa è stato più volte citato dai media cinesi. A guidare le delegazioni vaticane, un diplomatico di lungo corso, monsignor Claudio Maria Celli, che, pur essendo in pensione, ha lavorato in passato nella Segreteria di Stato ed è molto pratico del dossier Cina-Vaticano, essendo stato in Cina diverse volte.

Mai più un ‘caso Mindszenty’
Nella sua ultima visita, lo scorso dicembre, sarebbe avvenuto qualcosa che ha indispettito non poco i cattolici cinesi vicini al Papa, con il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, in testa. Secondo quanto scrivono media cattolici riprendendo una notizia data da AsiaNews, la delegazione vaticana avrebbe incontrato due vescovi della cosiddetta ‘chiesa sotterranea’ vicina al Papa, ai quali avrebbe chiesto di fare un passo indietro per lasciare il loro posto a capo delle diocesi a due vescovi della chiesa ufficiale guidata da Pechino.
Uno dei due, prelevato da emissari di Pechino nella sua diocesi e portato nella capitale a incontrare la delegazione vaticana, avrebbe, come indicato dallo stesso cardinale Zen, inviato a Papa Bergoglio una lettera nella quale declina l’offerta. Il Papa, secondo Zen, avrebbe detto al prelato di Hong Kong, in un incontro successivo alla visita in Cina di Celli, che non si sarebbe mai più verificato un ‘caso Mindszenty’ (era l’arcivescovo di Budapest e un oppositore sovietico, tanto da essere tenuto per anni in galera: fuggito nell’ambasciata degli Usa, la Santa Sede gli ordinò di lasciare il Paese e nominò un suo successore gradito al governo comunista).

La proposta vaticana rientrerebbe in un accordo che dovrebbe portare al riconoscimento vaticano di sette (erano otto, ma uno è morto) vescovi nominati da Pechino contro il volere papale. Tra l’altro, due di questi sono stati pubblicamente scomunicati.

Una chiesa cattolica “ancora più cinese”, dice Xi Jinping
La scelta di Roma di tornare sui suoi passi e addirittura di indurre a rinunciare alle loro diocesi due prelati vicini al Papa è stata bollata dai cattolici cinesi come una resa nei confronti di Pechino. Dopotutto, lo scorso 14 dicembre, l’Associazione Patriottica Cattolica Cinese (la chiesa autocefala cinese, che, come tale, non è legata al papato, si avoca il diritto di nominare e consacrare i vescovi e ordinare i sacerdoti) e il Consiglio dei Vescovi che da essa dipende hanno diffuso un piano in cinque anni per rendere ancora più cinese la Chiesa cattolica del posto, concetto espresso anche del presidente cinese Xi Jinping, che ha chiesto che le religioni sostengano l’indipendenza e la leadership del Partito.

Lo scorso primo febbraio sono entrati in vigore i nuovi regolamenti per le attività religiose, pubblicati ad ottobre. Essi prevedono tra l’altro un controllo serrato di tutte le comunità ufficiali e multe, arresti ed espropri per i membri delle comunità non ufficiali.

Fra le prime vittime di questo indurimento vi sono i giovani. I nuovi regolamenti, infatti, vietano i loro raduni (molto usati i campi scuola, soprattutto nei giorni del capodanno cinese) e vietatissime le chiese e le riunioni di preghiera a casa.

Pienamente cattolici e autenticamente cinesi, dice Parolin
In una recente intervista, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha detto che “in Cina non esistono due Chiese, ma due comunità di fedeli chiamati a compiere un cammino graduale di riconciliazione verso l’unità”, e che, “nel dialogo con la Cina, la Santa Sede persegue una finalità spirituale: essere e sentirsi pienamente cattolici e, al contempo, autenticamente cinesi”. Un atteggiamento che lascia intendere la volontà di Roma di sacrificare qualcosa pur di riaprire il dialogo ufficiale con Pechino. Atteggiamento che molti analisti fanno rientrare nella realpolitik bergogliana, mentre altri addirittura parlano di Ostpolitik.

In nome di questa politica, ma soprattutto dei milioni di cinesi che potrebbero tornare sotto il Vaticano, Bergoglio sarebbe disposto a riconoscere i vescovi non nominati dalla Santa Sede e a togliere le scomuniche, applicando alla Cina il modello vietnamita per la nomina dei vescovi: il Vaticano effettua una ricerca fra i candidati e poi presenta al governo un nome per la sua approvazione; se Hanoi l’approva, la Santa Sede nomina ufficialmente il vescovo; se il Vietnam rifiuta, il Vaticano è costretto a presentare un altro nome, e così via fino a che non si raggiunge il consenso bilaterale. Un modello che Pechino rigetta (in Vietnam non è che abbia risolto tutti i problemi dei cattolici di quel Paese, anzi), perché vuole da sé proporre i nomi che magari possano poi trovare il favore papale. E provvedere alla ordinazione in autonomia.

Sentimenti controversi dei cattolici cinesi
La scelta bergogliana è vista con grande disappunto dei cattolici cinesi, che parlano di svendita dei principi e della chiesa da parte di Roma a Pechino. Per i cristiani di Cina, infatti, il silenzio della Santa Sede sui vescovi scomparsi (due sono ancora in luogo sconosciuto), di quelli in stato di carcerazione (come Taddeus Ma Daqin, consacrato vescovo di Shanghai nel 2012, che, avendo durante l’omelia della sua ordinazione fatto testimonianza di vicinanza al Papa, da allora è rinchiuso “agli esercizi spirituali” nel seminario del santuario di Sheshan vicino Shanghai), oltre che dei cristiani ai quali viene impedito di esercitare la propria fede o delle chiese distrutte. Ma nessuna parola è stata anche fatta su Taiwan, che si è già capito pronta ad essere sacrificata da Roma per non irritare Pechino. Dopotutto, a Taipei non c’è un nunzio, ma un incaricato d’affari da anni.

Bergoglio ha spesso ribadito di muoversi nel solco della lettera che il Papa emerito Benedetto XVI inviò ai cattolici di Cina nel 2007, dichiarandola ancora attuale. Eppure, nel documento che è alla base ancora del dialogo fra le parti, il teologo tedesco scrisse chiaramente dell’incompatibilità della Santa Sede e della dottrina cattolica, con la Chiesa patriottica cinese e il suo decantato e difeso autocefalismo, cosa che invece il Papa argentino pare vedere in maniera diversa.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri.

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