Sunday 21st Oct 2018


Laura Mirachian - 
    
“Syria changed the World!”, la Siria ha cambiato il Mondo, titolava il New York Times nel maggio 2017. Si riferiva a disfunzioni negli assetti multilaterali, leaders autoritari rafforzati, democrazie liberali sotto assedio, Europa sotto pressione, semi-collasso del sistema Schengen, diffusa ossessione dell’Islam, terrorismo in casa, e non ultimo frizioni tra due alleati Nato, Stati Uniti e Turchia, e presenza jihadista in Libia, Tunisia, Turchia, Bangladesh, Indonesia, Yemen, Afganistan, e poi  Belgio, Francia, Germania…  Oggi, quel titolo è più attuale che mai. Perché il teatro degli ultimi sviluppi è sempre la Siria: lo scontro militare tra Israele e Iran in terra siriana è  cominciato.

Israele vede ‘luce verde’ allo scontro dalla Casa Bianca
La denuncia dell’accordo nucleare iraniano da parte di Donald Trump, in un clima già reso effervescente dalla questione dazi, è intervenuta ancor prima della scadenza del 12 maggio, senza possibilità di remissione e cioè con immediata applicazione di sanzioni, con le modalità plateali cui il presidente Usa ci ha del resto abituati, ed è stata immediatamente interpretata come una ‘luce verde’ per lo scontro da Israele.

Che la denuncia raccolga il consenso della maggioranza di Congresso, come qualcuno sostiene, ovvero appena di un terzo, come altri calcolano (sondaggi della Reuters); che il movente di Trump sia l’avvicinarsi della campagna elettorale del 2020, o  rovesciare l’approccio perseguito da Barack Obama, o deviare il focus dal tema Russiagate, o accomodare le pressanti istanze israeliane, poco importa: essa può tranquillamente considerarsi uno schiaffo non tanto all’Iran quanto agli europei, che per settimane si sono applicati per sanare le falle dell’intesa, e in particolare per Macron, Merkel, e persino Johnson, che in sequenza si sono recati a Washington per frenare il movimento.

La rara fermezza dell’Europa presa a schiaffi
Federica Mogherini non ha nascosto cenni di irritazione, coniugati a una fermezza rara per gli standard europei. L’Europa continuerà ad applicare l’accordo. Misure di protezione degli interessi europei sono già state delineate sulla falsariga dei precedenti del 1996 per neutralizzare gli effetti extra-territoriali delle sanzioni americane, ammesso che in tal senso funzionino.

Ma oltre agli interessi economici, in gioco c’è molto di più. C’è il rischio di uno scompiglio dello scenario internazionale.  Primo, si è allargato il varco tra i due lati dell’Atlantico, questa volta con un’Unione europea unita e non divisa tra decisionisti e recalcitranti (caso Iraq). Gli europei sono preoccupati da un Trump che confonde l’Iran con la Corea di Kim e che gioca alla roulette con i Paesi.

Secondo, si è aperta una dimensione di assonanze tra Europa e Russia, e più oltre Cina. Una vera manna per la Russia, una novità assoluta, da quando Crimea e Donbass hanno più che raffreddato i rapporti.

Terzo, si è rivitalizzata la dimensione multilaterale, opportunamente richiamata da Federica Mogherini a difesa di un accordo ratificato con risoluzione dell’Onu (Ris.2231/2015) e certificato almeno nove volte dalla Aiea. Nel merito, lo sviluppo ha marcato le distanze tra  chi crede nel multilateralismo e chi non ne ha riguardo; chi considera l’Iran un attore imprescindibile nello scacchiere mediorientale e Rohani un interlocutore da sostenere, e chi al contrario punta a scalzarlo accollandosi i conseguenti rischi (tra l’altro, John Bolton sarebbe in contatto con il ‘movimento di resistenza’ Mek aborrito dal regime e rimosso dalla lista americana dei gruppi terroristi). Non a caso, il segretario alla Difesa Mattis e lo stesso Mossad lo avevano sconsigliato.

Il ruolo della Russia
Quarto: se c’è qualcuno che può contribuire a un’azione dissuasiva sui protagonisti regionali che si avviano a uno scontro frontale denso di incognite, questa è la Russia. Il rapporto con Israele, oltre alla consistente presenza degli immigrati russi degli Anni ’80,  è stato puntualmente coltivato in questi anni: Netanyhau era a Mosca in occasione delle celebrazioni della Giornata della Vittoria contro il nazismo.

I  contatti con l’Arabia Saudita si sono rafforzati, non ultimo con il coordinamento avviato  da qualche anno per la stabilizzazione dei prezzi petroliferi e con la prima missione di Re Salman a Mosca nel settembre 2017. Con l’Iran, la collaborazione nello scacchiere siriano maturata in questi anni ha certamente consolidato relazioni storicamente alterne, ancorché le strategie perseguite siano diverse se non addirittura divergenti. Mosca considera l’Iran strumento utile per una stabilizzazione della Siria sotto la guida di Assad (per ora), ma certamente paventa una de-stabilizzazione del Medio Oriente a danno degli arabi e soprattutto di Israele, in cui rimanere intrappolata.

Le carte dell’Iran e dell’Europa
L’Iran è probabilmente la controparte più difficile per un’iniziativa russa di mediazione. Non è affatto scontato che Mosca abbia leve sufficienti per premere su Teheran.  Mosca ha bisogno dell’Europa. I segnali da Teheran sono misti, sapientemente modulati, ma non tranquillizzanti: manterrà fede agli impegni presi, ma non rinuncerà a priori all’uso della forza né alla ripresa del programma nucleare. Quali carte ha in mano Teheran? Certo, l’appetibile mercato iraniano (valore per l’Italia, 30 miliardi) e l’imbarazzante consolidamento della sua presenza militare in Siria, ma soprattutto la prospettiva, già annunciata da Riad, di un Medio Oriente nuclearizzato, una proliferazione fuori controllo che abbatterebbe uno dei cardini della sicurezza europea e internazionale.

Quali carte ha in mano l’Europa? L’interesse iraniano a non imbarcarsi in uno scontro con Israele e vicinato arabo che drenerebbe risorse economiche e umane per di più in un contesto di rafforzate sanzioni, a non alimentare il contrasto con gli Stati Uniti, e non ultimo a spegnere l’incalzante malcontento della sua fiorente gioventù. Non è poco, pur scontando le resistenze dei settori che dalla situazione odierna traggono potere e profitti ai quali ora Trump ha fatto un vero regalo. Saranno utili incentivi di ordine economico-commerciale per sostenere Rohani, ma anche il riconoscimento di un ruolo iraniano negli assetti futuri del Medio Oriente.

Verso una sinergia russo-europea?
Considerato lo scenario, e i rischi insiti nello scontro, una sinergia russo-europea è nelle carte. Sempre che l’Europa riesca a fare chiarezza sui propri obiettivi strategici, che non si limitano a cercare un accomodamento con gli Stati Uniti, improbabile a questo stadio. La chiave di volta è la pacificazione della Siria. Come? Rilanciando un percorso negoziale tra le parti in causa in cui gli interessi di ognuno vengano riconosciuti. Uscendo dalla logica pur meritevole dell’aiuto umanitario, e per contro da quella di interventi militari magari condotti al seguito di istanze israelo-americane, e decidendosi finalmente ad avere un ruolo incisivo e unitario nelle trattative.

All’insegna, evidentemente, di una giusta considerazione per le esigenze di sicurezza di Israele, e dell’interesse di tutti ad evitare una proliferazione nucleare. Un tale salto di qualità nell’approccio europeo eviterebbe di lasciare ancora una volta tutta l’iniziativa alla Russia, inclusi i dividendi economici e strategici, e al contempo riscontrerebbe la reiterata richiesta di Trump che l’Europa si assuma maggiori responsabilità. Gli stessi Stati Uniti non potranno sottrarsi al movimento. Siamo in ritardo, ma ancora in tempo.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Ambasciatore a Damasco e Rappresentante permanente presso l’Onu a Ginevra.

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