Monday 12th Nov 2018

Riccardo Perissich - 
    
Quanto conta l’ Italia in Europa? Di fronte a una domanda del genere, si è tentati di rispondere: molto, ma non abbastanza. Prima di dire che la risposta è esatta, attenti all’ambiguità non casuale: “non abbastanza” vuol dire che dovremmo contare di più, ma anche che ci sono limiti a ciò che possiamo chiedere o nel caso minacciare. Una delle affermazioni più stucchevoli del dibattito è: “E’ ora di battere i pugni sul tavolo”. L’abbiamo sentita varie volte in passato, recentemente da parte di Renzi: chi non ricorda “cambiamo verso all’Europa” e la bandiera europea improvvisamente sparita nelle conferenze stampa?

Sappiamo che poi i risultati non indifferenti (17 miliardi di flessibilità, progressi sul fronte dell’immigrazione, o sul fronte dei negoziati commerciali) sono stati ottenuti da Renzi e Gentiloni grazie al paziente lavoro di interpretazione delle regole all’interno del sistema di Padoan, Calenda e Minniti. Prima di noi batterono i pugni sul tavolo con molta più forza De Gaulle e la Thatcher: fecero molti danni, ma ottennero molto poco. Osservo la politica europea dell’Italia da vari decenni; ho visto molti errori, ma mai un governo “supino” di fronte alla volontà dei partner. Certo, ogni governo può legittimamente sperare di far meglio del precedente, ma denigrarlo è sempre controproducente.

Un parallelo con la Gran Bretagna
Per capire meglio i problemi italiani in Europa, suggerisco una lettura inabituale: il parallelo con la Gran Bretagna. Può sembrare strano, ma è interessante interrogarsi sulle similitudini fra il Paese da sempre più euroscettico e quello che in breve periodo è passato dall’essere il più entusiasta al più tiepido fra i 27 membri dell’Ue residui. Per aiutarci, ricorro a un brutto termine che il dibattito politico ha importato dall’America: narrativa. A volte mi chiedo se le due “narrative”, quella italiana e quella britannica, non siano profondamente anche se specularmente sbagliate.

Prendiamo la finalità stessa del progetto europeo. Ai cittadini britannici è stato detto per anni che l’Europa aveva essenzialmente bisogno di un mercato comune, ma che purtroppo l’idea era inquinata da un’insana volontà di alcuni Paesi del continente di volere un’impossibile unione politica, con inaccettabili trasferimenti di sovranità e progetti insensati come l’euro. Agli italiani è invece stato raccontato il sogno di Ventotene, quello di una palingenesi europea, dove le nazioni si fonderanno in una federazione.

Non è affatto un brutto sogno, può darsi che un giorno ci si arriverà, ma ha poco a che fare con l’Europa reale: il processo pragmatico e gradualista iniziato nel 1950 con le proposte di Jean Monnet. Per molto tempo la politica europea dell’Italia ha evoluto in una specie di dissociazione cognitiva: da un lato il sogno (l’unione politica), dall’altro la paziente ricerca di compromessi concreti nell’ambito delle strutture esistenti. Ora la crisi e la percezione di vantaggi decrescenti hanno creato un corto circuito nella testa di elettori a cui era sempre stata raccontata un’Europa immaginaria. La gente dice: “Se non si realizza il sogno non mi va più bene quello che c’è”; su questo corto circuito giocano abilmente quelli che vogliono una rottura con l’Europa.

Problemi specifici e non comuni ad altri
La seconda narrativa sbagliata è quella di credere che i problemi che il Paese incontra in Europa non solo siano principalmente la conseguenza di difetti della costruzione europea, ma che siano anche comuni a molti altri Paesi, nel nostro caso il sud dell’Europa. Nessuno nega che l’Ue abbia commesso errori e debba essere riformata. Sono in corso importanti negoziati a questo fine. Tuttavia i problemi che ha incontrato la Gran Bretagna prima e l’ Italia oggi sono specifici ai due Paesi e sono solo in piccola parte attribuibili a insufficienze nel funzionamento dell’Unione.

Basti pensare, per quanto riguarda l’ Italia, alle divergenze strutturali in termini di crescita e produttività rispetto a tutti gli altri Stati membri, anche quelli come la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda che hanno affrontato la crisi in condizioni molto peggiori delle nostre. Il populismo, peraltro con caratteristiche spesso diverse, cresce ovunque ma (almeno a Ovest) vince solo da noi.

Un’organizzazione basata sul compromesso
L’Ue è un’organizzazione basata sulla costante ricerca del compromesso, ma pone limiti invalicabili a tutto ciò che potrebbe compromettere la sua stessa natura o rimettere in discussione accordi fondamentali. Lo dovette scoprire Cameron nel corso del suo sfortunato rinegoziato. Cominciò con richieste di “riforma dell’Unione”, ma si trovò isolato e dovette ripiegare su concessioni specifiche che peraltro non gli permisero di vincere il referendum. Allo stesso modo, se il nuovo governo italiano si presentasse a Bruxelles con richieste di riforma globale chiedendo di cambiare radicalmente le regole di bilancio, modificare lo statuto della Bce o monetizzare il debito pubblico come fanno pensare alcuni scritti dei nuovi ministri, si troverebbe di fronte a un muro insormontabile.

Esistono invece margini per fare valere interessi specifici, ma sempre nei limiti della compatibilità con il sistema nel suo insieme. È ciò che ha fatto, con incontestabili successi, il governo Gentiloni. C’è ovviamente non solo la possibilità, ma il diritto di partecipare ai negoziati sulla riforma a condizione che siano ricercate le necessarie alleanze. Dopo le note proposte di Macron, ora anche Angela Merkel ha iniziato a definire la posizione tedesca; i binari del negoziato cominciano quindi a emergere. Ciò è in primo luogo vero per quanto riguarda l’immigrazione, terreno su cui le posizioni italiane possono trovare, sulla scia di quanto già fatto da Minniti, molti sostegni.

In campo economico, più che le posizioni che saranno espresse sulla riforma dell’eurozona, conterà la prossima legge di stabilità, da cui si capirà se e quanto il nuovo governo intenda rispettare le regole esistenti. Pari rilievo avranno le compatibilità con il mercato comune e le sue regole di concorrenza e sugli aiuti di Stato: quindi questioni cruciali di politica economica, come l’Ilva, la Tap, il futuro di Alitalia e di Mps, o la posizione da prendere in risposta al protezionismo americano. Nei prossimi importantissimi negoziati sul bilancio dell’Ue, l’ Italia dovrà decidere se privilegiare i nuovi “beni comuni”, in primo luogo l’immigrazione e il controllo delle frontiere, o arroccarsi nella difesa dei sussidi agricoli.

La natura del rapporto franco-tedesco
Veniamo alla terza narrativa sbagliata. La Gran Bretagna e l’Italia danno l’impressione di non aver mai compreso fino in fondo la natura del rapporto franco-tedesco all’interno dell’Ue. I britannici hanno sprecato energie per decenni nella vana speranza di staccare la Germania dalla Francia. La tentazione dell’Italia è speculare: trovare un’intesa italo-francese in funzione anti-tedesca. È un’impresa che si è già in passato rivelata velleitaria; l’illusione non è destinata a cambiare con gli ammiccamenti di Macron al nuovo governo. Per fare solo un esempio, le riforme macroniane si stanno muovendo in una direzione di crescente compatibilità con la Germania e sono comunque molto lontane nella loro ispirazione da alcune idee espresse nel contratto di programma del nuovo governo italiano.

Ciò non vuol dire che dobbiamo abbandonare il perseguimento di una ‘politica francese’ che del resto il governo Gentiloni aveva iniziato con il progetto di un ‘trattato del Quirinale’. Ciò che non da oggi manca all’ Italia, tranne brevi parentesi con De Gasperi, Emilio Colombo, Monti e Napolitano, è una ‘politica tedesca’. Lacuna tanto più strana se si pensa che, accanto a fondate divergenze da risolvere, abbiamo anche numerosi punti di convergenza: dalla comune posizione di grandi esportatori, a interessi simili in materia d’immigrazione, alle comuni difficoltà storiche ad aumentare la spesa militare. La triste realtà è che è difficile immaginare due Paesi membri dell’Ue le cui reciproche percezioni siano così distanti e distorte.

L’Italexit non un pericolo imminente
C’è una questione importante su cui il confronto con la Gran Bretagna rischia di non volgere a nostro favore. Per quanto il divorzio possa rivelarsi conflittuale, la comunanza di valori fra la Gran Bretagna e l’Europa non sarà mai messa in discussione. Ciò vale in particolare per la fedeltà ai valori occidentali. Alcune pulsioni filorusse di membri dell’attuale governo italiano legittimano invece dubbi che potrebbero avere vaste ripercussioni. Sulle spalle di Enzo Moavero grava quindi un grande peso.

Il parallelo con la Gran Bretagna, che ha peraltro dato vita in passato a velleitari tentativi di asse italo-britannico, voleva in questa sede soprattutto essere una provocazione; non credo che Italexit sia un pericolo imminente. I paletti messi dal presidente Mattarella sono importanti; la realtà lo sarà ancora di più. Volevo soprattutto sottolineare i danni che può provocare il fatto di non raccontare ai propri cittadini una versione veritiera dell’Europa e la necessità che l’ Italia mantenga una stretta concordanza fra gli obiettivi della politica europea e i comportamenti interni.

Ci sono due modi per rischiare Italexit. Il primo è di volerla; questo sembra scongiurato. Il secondo però è perseguire l’illusione di un’Europa incompatibile con quella reale, per poi assumere comportamenti che renderebbero a termine Italexit un pericolo attuale. Brexit, che fino a pochi anni fa sembrava impossibile, è in primo luogo il risultato di aver martellato per anni l’opinione pubblica con una visione distorta dell’Europa.
  
Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L’Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore

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