Friday 24th Nov 2017

Menestrelli

L’origine della parola è un po’ incerta, ma è assai probabile che dalla matrice latina minister si sia originato un ministrellus, all’epoca delle invasioni barbariche, oppure più tardi, nella nascente lingua francese, si sia formato un menestrel: se qualche dubbio rimane circa l’etimologia, pochi ve ne sono sul significato: il minister era colui che esercitava un ministerium, ossia un servizio, un incarico, una collaborazione, comunque ad un rango generalmente servile, e probabilmente il menestrel era un servo un po’ più servo degli altri.

Lungo i secoli la qualifica di ministro continuò ad identificare una persona che praticava una mansione più o meno di rilievo in nome e per conto di un personaggio importante, di un’autorità, per una istituzione; oggi nel linguaggio corrente abbiamo nientemeno che il ministro di Dio, il sacerdote, che certamente non gode più del prestigio di un tempo, ma è soprattutto in ambito politico che il ministro assume un ruolo di straordinaria importanza, essendo egli a capo di un’area amministrativa e di governo.

Senz’altro presso i Romani il ruolo del minister doveva essere decisamente modesto, perché il vocabolo deriva da minus, che significa meno, al contrario di magister, maestro, dove riconosciamo la derivazione da magis, più: un bel contrasto tra un meno e un più; se gli antichi romani, nonostante fossero all’origine un popolo di pecorai, alla parola magister diedero un connotato di grandezza, di importanza, di prestigio, mentre invece a quella di minister quello delle mansioni medio-basse, noi oggi abbiamo completamento ribaltato il rapporto, essendo il maestro, l’insegnante in genere, un soggetto dal ruolo sociale modesto e dallo stipendio ancor più umiliante, mentre il ministro è considerato e pagato come un semidio.

Ne ha fatta di strada il minister, quindi: da ministro-servitore a ministro-servito, con una pletora di dipendenti ai suoi ordini, dotato di poteri molto vasti e di prebende di tutta eccellenza.

Ritornando ai menestrelli da cui siamo partiti, questo nome nel medioevo indicava quei personaggi che, sia nei castelli dei signori sia nelle piazze dei borghi, intrattenevano il pubblico con varie forme di giocoleria oppure narrando, spesso in poesia e con accompagnamento musicale, le imprese dei cavalieri: le gesta della Chanson de Roland, cioè del paladino Orlando e dell’imperatore Carlo Magno, erano diffuse per tutta l’Europa ben prima che il nostro Lodovico Ariosto creasse il suo mirabile poema Orlando Furioso.

Nella remota antichità questi cantori girovaghi godevano di prestigio e rispetto, perché si riteneva che la loro vena narrativa e poetica fosse ispirata direttamente dagli dei; proprio a questi artisti da strada, che un millennio prima di Cristo raccontavano le imprese legate alla guerra di Troia, con svariati filoni narrativi suddivisi in tante storie che si tramandavano a voce, dobbiamo la formazione dell’Iliade e dell’Odissea, quando uno o più poeti di rango li unificarono, dando loro la dignità e la perennità della scrittura: la tradizione attribuisce ad Omero la paternità di questi poemi, a fronte del generale scetticismo degli studiosi.

Mi è venuta alla mente la parola menestrello alcune settimane fa, quando ho letto sulla Gazzetta che l’assessore all’agricoltura della Regione Emilia-Romagna aveva promosso in Sudafrica numerosi incontri istituzionali con le locali autorità, accompagnata da una congrua delegazione romagnola e da una affollata cornice di dignitari italo-sudafricani (o afro-italiani) che non mancano mai quando la vetrina offre ampia visibilità: come potrebbero resistere ad una apparizione su RAI Italia o sulla Gazzetta o nei post di Facebook?

I legami tra Emilia-Romagna e Sudafrica datano dal tempo della lotta all’apartheid, quando condividevano gli ideali della falce e martello, oggi sostituiti rispettivamente dai bajoc e dal businnes accounting.

Il commercio con l’estero è materia concorrente fra Stato e Regioni, quindi anch’esse sono titolate ad intessere relazioni commerciali e turistiche con chi ritengono opportuno, però, a mio modesto parere, più che a livello di singole regioni, forse sarebbero più efficaci e soprattutto meno dispendiose missioni congiunte da parte di quelle regioni che hanno economie, territorio, cultura, risorse abbastanza omogenee, evitando che ogni assessore o menestrello (nel senso di piccolo ministro), debba sobbarcarsi impegnative, ma dorate, trasferte anche in terre lontane.

Ad esempio, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna non potrebbero trattare i loro interessi all’estero congiuntamente?

Certo, l’assessore emiliano all’agricoltura ha avuto maggior visibilità di quanta ne avrebbe ottenuta all’interno di una delegazione interregionale, ma povero il suo collega del Gauteng se gli facesse individualmente visita ogni menestrello di ciascuna delle venti regioni italiane, con l’immancabile corredo di eventi e convegni e codazzo di dignitari al seguito!

Temo però che, diradando gli appuntamenti, ne soffrirebbe la visibilità dei soliti presenzialisti, che nei reportage fotografici, anche quando non hanno nulla a che vedere con l’evento a cui prendono parte, appaiono sempre in prima fila, appagati e ridenti.

Pillole sudafricane

Capita che un Balcone italiano sbirci sulle cose del Sudafrica, che, viste con occhi italiani, appaiono né migliori né peggiori, ma tanto diverse sì: lo so che bisognerebbe guardare ogni realtà con gli occhi nativi e non con quelli di una temporanea immigrazione, però credo che un supplemento di obiettività possa in parte compensare questo deficit.

PALLONCINO

In una sera di pioggia, ad un incrocio di Johannesburg un furgone non rispetta il rosso e sbatte su una vettura che transita col verde; nessun danno alle persone, pochi ai veicoli, ma sufficienti per dare il via alle complesse procedure del reciproco riconoscimento da parte degli automobilisti con lo scambio delle generalità, della constatazione dei danni e dell’opportuno intervento della polizia stradale, la JMPD.

Intervengono ben due pattuglie: una si occupa dell’incidente, l’altra sta a guardare, mentre intorno il traffico scorre come può, a causa dei due veicoli che occupano mezzo incrocio, e non si cura delle molte vetture che transitano senza fari o guerce, come del resto lo è anche un’auto dei vigili, o in palese contrasto con le regole della sicurezza, come i minibus taxi che sferragliano da padroni della strada.

I poliziotti sbrigano con efficienza le formalità collegate all’incidente, la cui dinamica è molto evidente e priva di concorsi in colpa: l’investitore ha torto, perché non ha rispettato il rosso, l’investito ha ragione, perché transitava col verde.

Eppure accade una cosa davvero sorprendente e, a dire il vero, disgustosa: l’agente, nero, sottopone alla prova del palloncino soltanto il conducente che ha subito l’incidente, bianco, minacciandolo di arresto in caso di positività, ignorando invece lo sbadato investitore, nero: se si fosse verificato il contrario, si sarebbe potuto tirare in ballo il razzismo.

Ma questa scelta del poliziotto, che cosa è?

LAVAVETRI

Una ventina d’anni fa era frequente che ai principali incroci delle vie cittadine, da Milano a Roma, da Bologna a Torino, si incontrassero persone di varia umanità, ragazzi e adulti, che si offrivano di lavare il parabrezza delle automobili in cambio di qualche moneta: come sempre accade in queste situazioni, qualcuno si impietosiva e donava qualcosa, altri restavano indifferenti o mostravano fastidio per uno spettacolo che sicuramente poco si addiceva al livello di civiltà che caratterizzava, ora come allora, le nostra città italiane.

Non c’è dubbio che lo spettacolo di quei poveracci che mendicavano esibendo spesso menomazioni, vere o simulate, disturbava le coscienze delle persone sensibili e almeno la vista di quelle indifferenti, reclamando una soluzione saggia.

Pian piano il fenomeno si attenuò fino a scomparire quasi del tutto, meno che a Roma, forse: la proverbiale generosità italiana, chiesa cattolica in testa, ma anche un multicolore associazionismo, intensificarono assistenza, mense, solidarietà e i vigili urbani fecero il loro dovere, allontanando sistematicamente gli accattoni, non tanto perché offendessero il decoro urbano, ma soprattutto perché la loro petulante presenza ai semafori costituiva un pericolo per loro stessi e per il traffico.

Senza averne prove certe, credo che un fondamentale contributo all’eliminazione del triste fenomeno fu non la soppressione dei poveracci, ma di moltissimi incroci con relativi semafori, sostituiti dalle rotonde, spesso anche sfidando l’urbanistica spesso poco adatta agli ampi spazi richiesti dalle rotonde: dove è stato possibile realizzarle, ne ha beneficiato la scorrevolezza del traffico, alleggerito dalla casuale alternanza del rosso e del verde, apparentemente sempre troppo lungo quello, troppo breve questo, ed è venuta meno la possibilità di sostare ad elemosinare.

Agli incroci di Johannesburg si incontrano sistematicamente grappoli di esseri umani, quasi tutti neri, ma capita di notare anche qualche bianco, maschi e femmine, giovani, anziani, giocolieri, saltimbanchi, zoppi, ciechi, monchi, tetraplegici, che sollecitano una moneta esponendo la loro miseria, prostrati da una vita ancor più degradata rispetto a quella a cui li ha condannati la loro condizione senza speranza.

Era vistosamente incinta, poi la rividi mentre allattava una bimba, che ritrovai un anno dopo ormai cresciuta che le sgambettava intorno, finché rividi la stessa donna con un altro bimbo attaccato al seno e, fin che durerà la sua fertilità, credo che incontrerò altri suoi marmocchi: del resto, non sono i bambini un dono del cielo? O no?

Queste presenze suscitano pietà ed anche angoscia, nelle persone più sensibili, se si pensa che non li si può aiutare tutti e che comunque la loro situazione è disperatamente priva di vie di uscita: il traffico li avvolge in una sostanziale indifferenza, soprattutto da parte dei conducenti delle vetture più costose, mentre da qualche berlinetta si sporge una mano a lasciar cadere una moneta in un bicchiere o su un palmo sempre rivolto all’insù e drammaticamente vuoto.

Meno simpatia suscitano i petulanti lavavetri, efficienti ed organizzati, spesso arroganti e vendicativi con chi, a buon diritto, rifiuta la loro prestazione; anche loro esponenti di una umanità reietta o ingranaggi di un sistema di sfruttamento che lucra sulla loro condizione?

I sociologi ed i politici probabilmente hanno le risposte, o le stanno cercando, ma l’uomo comune ne è infastidito, non tanto perché mendicanti e lavavetri offrano una vista scadente in un ambiente urbano che è comunque poco attraente, pieno di immondizia, di vegetazione incolta, di tombini sfondati, ma soprattutto per il pericolo che costituiscono, per sé stessi e per gli automobilisti, soprattutto quando li si incontra di sera in mezzo alla carreggiata ad incroci poco illuminati.

La polizia li vede, passa e va; se si ferma, quelli si disperdono ma ritornano appena c’è aria pulita a bivaccare intorno ai semafori.

Forse si tratta di una soluzione impraticabile o applicabile solo ad alcuni incroci, ma forse la creazione di rotonde, con la conseguente eliminazione dei semafori, potrebbe rendere il traffico più fluido, ovviare ai loro frequenti malfunzionamenti che provocano ingorghi mostruosi, sloggiare l’umanità disperata che vi alloggia.

LINGUA MATERNA

Converso con due conoscenti già avanti con gli anni, marito e moglie, entrambi di origine italiana, emigrati in Sudafrica alcuni decenni fa: parlano con me in italiano, ma tra loro in inglese.

Quasi mi emoziono, constatando che, nonostante la loro lunghissima e totale immersione nell’ambiente anglofono, sanno ancora esprimersi in italiano, nonostante alcuni buchi lessicali, ma poi mi prende una sottile malinconia: se due sposi di madrelingua italiana hanno pian piano accantonato la lingua nativa sostituendola con l’inglese perfino quando conversano tra loro, posso arguire che i loro figli abbiano dell’italiano una conoscenza e soprattutto una padronanza assai più limitata e che i loro nipoti conoscano della lingua italiana soltanto o quasi pasta, pizza, gelato, caramella e poco più: agonia e morte prossima dell’italiano quindi, anche tra chi conserva la cittadinanza e gli indubitabili benefici che l’appartenenza alla lontana ed indiretta patria d’origine garantisce.

In Italia si fa un gran parlare dello jus soli, la cui approvazione sembra essere una priorità per alcune forze politiche e per una parte considerevole della cosiddetta società civile, mentre non pare che alla gente comune interessi un granché: probabilmente esso diverrà legge a breve e quindi nuovi cittadini dalle origini più disparate ma nati in Italia andranno ogni anno a rinvigorire le nostre anagrafi pericolosamente oscillanti fra il tasso zero e il negativo, con le morti che pareggiano o superano le nascite.

Che cittadini saranno?  Avranno una convinta e praticata accettazione delle leggi dell’Italia? Assumeranno come proprio patrimonio personale, inalienabile e perenne, le innumerevoli sfaccettature della nostra civiltà in campo artistico, musicale, letterario, sociale e le radici su cui essa si è innestata e formata?

Soprattutto, avranno un possesso sicuro e convinto della lingua italiana?

A queste condizioni, il realismo vuole che godano dello jus soli e che diventino cittadini italiani: almeno, in questo modo, forse, potranno bilanciare il numero degli italiani residenti all’estero che pian piano abbandonano la lingua nativa.

Quanto più evapora la conoscenza dell’italiano nelle lontane terre di emigrazione, tanto più sono indispensabili e lodevoli le iniziative che gli Istituti di Cultura, le autorità diplomatiche, le Società Dante Alighieri promuovono sia per preservare la residua vitalità della lingua italiana, sia per diffonderla fra gli allofoni, come li chiamano i linguisti, ossia tra coloro che parlano un’altra lingua.

Purtroppo la comunità italiana di Johannesburg accoglie con freddezza queste iniziative, magari perché sono giudicate un po’ cervellotiche o comunque troppo di nicchia, o perché si svolgono in orario serale o difettano di qualche maggior attrattiva (gratuità, rinfresco…) o, infine, perché capita, in Sudafrica come in Italia, che si pensi che queste proposte sono rivolte sempre a qualcun altro e non anche a sé stessi.

Il rammarico per la scarsa partecipazione si acuisce quando si deve prendere atto della sistematica assenza dei giovani italo-sudafricani, che spesso conservano della componente “italo” della loro denominazione solo i vantaggi di un passaporto che spalanca senza problemi tutte le porte dell’area Schengen.

Il mese di ottobre è stato a Johannesburg molto ricco di eventi, come i cineforum della Dante, i ben nove appuntamenti culturali organizzati dall’Istituto di Cultura, dalla serata dedicata alla poesia giovanile, con l’intervento del giovane poeta Alessandro Lutman, ai tanti eventi promossi per celebrare i 150 anni dalla nascita di Luigi Pirandello, alla proiezione di Amarcord di Federico Fellini: chi vi ha partecipato può dar conto del livello di presenze, sicuramente inferiore alle aspettative e al valore delle proposte.

A conclusione quindi di un mese particolarmente attivo sul piano della promozione dell’italianità, va citata l’iniziativa promossa dal Consolato Generale di Johannesburg in occasione della XVII settimana della lingua italiana nel mondo: martedì 24 ottobre alle ore 19.00 presso la sede della Dante sarà proposta la conferenza multimediale (con rinfresco al seguito) “Ciak si gira…ciak si impara”, a cura delle studentesse della Reddam House Bedfordview Giulia Damilano, Chiara Sexton e Veronique Tzolov, del grade 11, coordinate dalla loro docente Laura Fiorini.

Sarebbe un evento memorabile se il pubblico presente fosse superiore alla capienza della sala.

Sbirro

Era lo sbrigativo e bruciante insulto con cui i sessantottini dileggiavano poliziotti e carabinieri che, in occasione di occupazioni, devastazioni, espropri proletari, scazzottature, assalti armati, opponevano la forza della legge a quella della violenza.

Sbirro.

Era sulla bocca sia dei rivoluzionari rossi, in eskimo proletario, sia di quelli neri, in loden borghese, gli uni e gli altri animati da ideologie contrapposte ma spesso con la comune base della violenza come strategia, magari con il generoso supporto del capitale di papà.

Secondo le loro teorie, i nemici da combattere ed abbattere erano tanti, ma, in sintesi, era tutto il sistema ad essere messo da loro sotto accusa; oggi sappiamo bene quanto esso fosse degradato e bisognoso di radicali riforme, ma spesso chi faceva le spese della loro violenza erano gli addetti delle forze dell’ordine, al servizio di quel sistema, che le prendevano tanto dai neri quanto dai rossi, odiati ed insultati alla pari dagli uni e dagli altri: sbirri.

La parola è rimasta ancora molto in uso nel gergo malavitoso ed in quello dei centri sociali, ma almeno l’opinione pubblica in generale nutre oggi maggior rispetto verso poliziotti e carabinieri, magari con un pizzico di simpatia in più per gli uomini della Virgo fidelis.

Mi ha fatto sobbalzare pochi giorni fa una dichiarazione del fondatore di Emergency, Gino Strada, che ha definito sbirro il ministro dell’interno Marco Minniti.

Strada è un personaggio assai noto per aver dedicato l’intera esistenza alla sua associazione umanitaria e, soprattutto, per aver messo a disposizione la sua competenza medico-chirurgica nei peggiori scenari bellici del globo; uomo ruvido, lontano dai salotti-bene, abituato a dire quel che pensa, dando spesso la parola a chi non riesce a farsi sentire.

Non si è improvvisato medico filantropo, ma si è sottoposto ad un intenso tirocinio in molti ospedali, anche all’estero, tra cui il Groote Schuur Hospital di Città del Capo, fondando Emergency nel 1994.

Ha raccolto stima e consensi quasi universali, a volte attenuati da qualche polemica o da insinuazioni di scarsa trasparenza e, forse da una collocazione ideologica della sua ONG percepita come troppo affine alla sinistra estrema.

Marco Minniti, che ha attraversato tutte le metamorfosi del PCI fino all’attuale DS, ha maturato svariate esperienze di governo, è diventato ministro dell’interno nell’attuale governo Gentiloni, chiamato a reggere un ministero sempre in emergenza, se non per l’ordine pubblico, certamente per l’enorme flusso di migranti che sta interessando l’Italia da molti mesi.

Nelle ultime settimane esso si è però drasticamente ridotto, proprio per le coraggiose iniziative del ministro: non solo ha richiamato l’Europa a smetterla di scaricare sulla sola Italia il grave problema migratorio, ma soprattutto ha imposto alle diverse organizzazioni umanitarie, che affollano il Mediterraneo per salvare quanti si avventurano nelle sue acque, a sottoscrivere un Codice di condotta che le vincoli al rispetto di alcune regole fondamentali, come quella di accettare a bordo ufficiali di polizia giudiziaria e di evitare di agevolare la partenza delle imbarcazioni dei trafficanti che trasportano migranti, in buona sostanza di smetterla di andare a raccoglierli quasi sulle coste della Libia.

Alcune ONG hanno sottoscritto; Emergency, che non è coinvolta in operazioni di ricerca e salvataggio in mare, per bocca del suo fondatore ha obiettato che “ritiene inaccettabile il codice di condotta imposto dal governo italiano…In particolare, la richiesta di consentire l’accesso a bordo di personale militare, presumibilmente armato, è di fatto un’aperta violazione dei principi umanitari”.

Basterebbe questa posizione per comprendere che fra Strada e Minniti la sintonia è sfasata, ma il conflitto è esploso quando il ministro ha deciso di finanziare la Libia affinché impedisca le partenze dei barconi dalle sue coste e trattenga i migranti in centri di accoglienza che, per la verità, sono campi di detenzione che espongono gente già disperata alle peggiori vessazioni da parte delle bande incontrollate che spadroneggiano in quel paese.

A tal proposito, mi sorge spontanea una riflessione: dov’è l’ONU, che potrebbe almeno gestire quei campi? Inoltre, poiché buona parte dei profughi che fuggono dai paesi subsahariani sono africani, come africani sono i libici, che, alle prese con lo sconquasso verificatosi dopo la caduta di Gheddafi, hanno ben altri problemi che occuparsi di questioni umanitarie, perché non si mettono in prima fila a gestire gli esodi di massa l’Unione Africana o le nazioni africane che si atteggiano a leader continentali, che promuovono organismi alternativi al G7, che affermano di avere alle spalle una tradizione di civiltà e di cultura accademica di gran lunga superiori e, soprattutto, anteriori a quelle europee?

Perché deve occuparsi dell’accoglienza questo vecchio, incivile ed incolto occidente?

La scelta del ministro Minniti ha suscitato reazioni di consenso da parte di chi non accetta che l’Italia si debba far carico più o meno da sola del dramma dei profughi e che alcune ONG abbiano manifestato comportamenti un po’ troppo disinvolti o sospetti, ma ha anche sollevato violente critiche, come ha fatto Gino Strada: “Minniti ha una storia da sbirro“.

Lo sbirro con cui ha bollato la decisione del ministro ha prodotto lo stesso rumore sinistro che fanno i sassi scagliati dai manifestanti violenti sui caschi dei poliziotti.

Qualcuno ha sorriso che Strada, rosso rosso, abbia litigato con Minniti, rosso rosaceo, ma in realtà le questioni in gioco sono troppo importanti per sorriderci: i nobili ideali fanno del bene, e molto, all’umanità, ma le ideologie spesso li offuscano e ne riducono l’efficacia.

L'uovo di Colombo

Quel furfante di Colombo!

Non il famoso tenente della memorabile serie televisiva, del quale non si sa il nome, ma Cristoforo, quel genovese appassionato di mare e di stelle che insisteva ad aver ragione anche quando sembrava palese che fosse in torto.

Come quella volta, si racconta, ma forse è una favola, che, trovandosi a tavola con dei papaveroni dell’alta aristocrazia iberica, sfidò i commensali a far rimanere un uovo ritto sul tavolo: ci provarono tutti, essendo un gioco da ragazzi, pensavano, ma nessuno ci riuscì perché, per essere davvero tale, ci voleva un pizzico di astuzia che a loro mancava ma che Cristóbal Colón, come lo chiamavano, aveva forse imparato da bambino tra i carruggi della sua Genova: ammaccò leggermente un’estremità dell’uovo, che se ne rimase ritto e sorridente davanti alle facce stupite degli altri.

Aveva provato anche ad accreditare le sue teorie, e questo è storicamente accertato, presso i sapientissimi dotti dell’Università di Salamanca, quando insisteva che navigando verso occidente avrebbe raggiunto le Indie, che invece si trovavano ad oriente: non erano degli sprovveduti, loro, che, facendo calare dall’alto la loro qualifica di accademici, non accettavano certo che lui, uno del popolo, straniero e autodidatta, senza solenni e vistosi pezzi di carta da esibire, se non dei fogli stazzonati su cui aveva tratteggiato rotte marittime, costellazioni e sestanti, potesse bagnar loro il naso.

Era ovvio, per loro, che viaggiando per terra o per mare verso ovest si andava ad ovest e non ad est, tanto che, argomentavano, se volevano recarsi da Salamanca a Segovia dovevano viaggiare verso oriente, altrimenti, nella direzione opposta, sarebbero andati a finire in Portogallo; e poi, quando uscivano di casa per recarsi all’Università sapevano bene che, se la direzione giusta era prendere la prima a sinistra, non ci sarebbero mai arrivati imboccando invece la prima a destra in senso opposto.

O no?

Sappiamo come andò a finire: la regina Isabella, anche per levarselo di torno, visto che la assillava facendosi raccomandare da amici di studi e amiche di letto, gli finanziò la spedizione con rotta ovest per piantare la bandiera di Castiglia nelle mitiche Indie, già raggiunte secoli prima via terra e favoleggiate da Marco Polo e verso le quali i Portoghesi stavano accingendosi ad alzar le vele, viaggiando però entrambi nella direzione giusta.

Colombo Colón attraccò al di là dell’Atlantico, convinto che si trattasse delle agognate Indie, dove effettivamente, con un viaggio ben più lungo, sarebbe potuto arrivare se in mezzo non si fosse frapposto un nuovo e sconosciuto continente; nessuno riuscì a convincerlo che, pur essendo vero che navigando verso ovest si potevano raggiungere le terre dell’est, in realtà quello da lui scoperto era un nuovo mondo, che neppure fu chiamato con il suo nome, ma America.

Ma pare che a lui certi americani di oggi, discendenti dai nativi ma anche dai tanti frullati genetici che si intrecciarono vorticosamente dopo che il primo piede europeo calcò quelle terre, non perdonino di aver dato l’avvio, in modo diretto o indiretto, alla colonizzazione di quel nuovo mondo; perciò, prendendosela con i simboli dello sfruttamento, del suprematismo, delle discriminazioni, hanno preso a demolire le statue dei condottieri sudisti, come Robert E. Lee e Thomas "Stonewall" Jackson, ed altri simboli e personaggi, per arrivare proprio all’esploratore genovese, di cui hanno decapitato alcune statue, giungendo perfino a cancellare a Los Angeles il prossimo Columbus day: gli Americani, come tutte le nazioni dalla storia molto corta, hanno cognizioni storiche piuttosto approssimative e non sorrette dal rigore della ricerca storiografica, per cui spesso prendono vistosi abbagli.

Se non ci fosse arrivato Colombo, senz’altro altri europei vi sarebbero giunti e, soprattutto con la mentalità di alcuni secoli fa, colonizzazione e sfruttamento, ritenuti allora cosa normale, si sarebbero purtroppo tristemente imposti, come è accaduto ovunque; le gravissime malefatte dei conquistatori non devono mai essere nascoste, forse però non si dovrebbe dimenticare che, anche attraverso gravi ingiustizie e sofferenze, l’America è diventata quello che è perché quel testardo genovese si mise in testa di andarla a cercare.

Sul Corriere della Sera del 26 agosto un critico acuto come Aldo Grasso, ha scritto: ”E come la mettiamo con il nome America? Forse che Amerigo Vespucci era molto diverso da Colombo? E cosa ne sarà di «God Bless America»?

Non mi stupirei se nel famoso inno americano si chiedesse a Dio di baciare Disneyland.

La “guerra delle statue” dell’America mi ha fatto ricordare le violente manifestazioni degli studenti verificatesi in Sudafrica nel 2015, quando la loro sacrosanta rabbia si scatenò troppo poco sui politici che li governano dalla fine dell’apartheid e se la prese con alcuni simboli del passato coloniale e segregazionista, quindi, ovviamente, contro le statue, come quella di Cecil Rhodes nel campus di Capetown, a cui fecero un trattamento estetico non propriamente profumato prima di abbatterla.

Certo, i nativi sudafricani ed i loro discendenti ebbero a patire sfruttamento e discriminazione, dopo che sbarcarono al Capo le prime zoccole olandesi, intendo quelle di legno che calzavano Jan van Riebeeck ed i suoi compagni, non le bionde “signorine” in carne ed ossa; prendersela però con le statue placa la folla ma forse distoglie dalle più assennate e condivise soluzioni dei gravi problemi prodotti dalla colonizzazione.

Spero che l’iconoclastia contro i lontani colonizzatori non cancelli anche le memorie legate al Capo di Buona Speranza, ove avvenne il primo contatto di un europeo con quella punta estrema e tempestosa: già il nome originale Cabo da Boa Esperança è stato ribattezzato Cape of Good Hope in omaggio alla lingua dominante e sarebbe un momento triste se venisse abbattuto il cippo là eretto a memoria dei navigatori portoghesi Bartolomeu Dias e Vasco da Gama, prima avanguardia di un’invasione che produsse ciò che produsse: storici, sociologi e politici si accapiglieranno ancora per molti anni nel tentativo di meglio definire ombre e luci, ma credo che la soluzione meno saggia sia quella di cancellare la memoria.

Botte sante

Ho aggiunto di proposito l’aggettivo sante al nome botte, per evitare che si pensasse al benemerito contenitore del vino, che gli consente di invecchiare in pace per raggiungere il maggior livello di perfezione, a beneficio dei buongustai; questa è la bótte, quelle sono le bòtte.

Mi riferisco proprio alle botte, alle percosse, che un tempo, nella sbrigativa pedagogia familiare erano considerate sante, perché spesso ottenevano qualche risultato immediato in campo educativo; poi, sulla spinta di alcuni pedagogisti americani, tutto l’armamentario punitivo che si praticava abbondantemente in molte famiglie, come sculaccioni, sberle, schiaffoni o addirittura cinghiate, fu giudicato anti-educativo e addirittura reato perseguibile dalla legge, tanto che capita che qualche ragazzino si rivolga alle associazioni di tutela, tipo Telefono azzurro, per denunciare il genitore manesco a cui è scappato qualche manrovescio.

Però succede ancora che alcune botte, perfino fuori dalle riservate mura familiari, siano ritenute quasi una normale espressione della libertà di pensiero, sante quindi, tanto da causare a chi le ha prese critiche o derisioni ed a chi le ha date non solo di sottrarsi alle sanzioni di legge, ma addirittura di ricevere un premio inaspettato ed assai prezioso.

Certamente il grande Giovanni Boccaccio, con la sua lingua vivace ed allusiva e con particolari piccanti racconterebbe infinitamente meglio di me la vicenda di una ventenne malmenata da una matura signora mentre si trovava in allegra promiscuità in una camera d’hotel.

La vicenda è stata ampiamente narrata dai media sudafricani, rilanciata in Italia dall’ANSA e ripresa con una qualche evidenza da alcune testate.

In sintesi, nella stanza in cui una modella in carriera, sudafricana, si trovava in compagnia di uno o più giovani rampanti, zimbabwani, sicure promesse della nuova classe dirigente di quel paese, tutti probabilmente interessati ai preziosi capi d’abbigliamento della modella e, credo, ancor di più a quanto stava sotto quegli abiti, ecco irrompere nella camera come una furia la madre di uno di quei dorati rampolli, la quale, scansando le guardie del corpo che l’accompagnavano e a dispetto del suo nome gentile, Grace, affibbiava alla ragazza, Gabriella, una raffica di cinghiate con una prolunga elettrica.

Sembra che tutti siano stati colti di sorpresa e che nessuno abbia reagito: né i giovanotti, che forse avranno preferito ricomporsi un po’, né  la ragazza, che ha potuto solo darsela a gambe, tamponandosi una ferita lacero-contusa, come si scrive nei verbali di polizia, che le deturpava la bella fronte; nemmeno le guardie del corpo hanno mosso un dito, fedeli al loro incarico, che era quello di fare la guardia al corpo della signora, non a quello della modella: già, perché quella rude picchiatrice era nientemeno che la moglie del presidente dello Zimbabwe, presente in Sudafrica per questioni di Stato, mentre la sua signora vi si trovava per i fatti suoi, incomprensibilmente scortata da guardie superflue, dal momento che, seppure in terra straniera, vi si trovava da amica tra amici.

Il seguito della storia ha avuto un’evoluzione prevedibile, ossia la denuncia della vittima e la convocazione dell’assalitrice davanti alla polizia.

Tutto sommato, però, non varrebbe neppure la pena di scriverci, se alla base di questa notizia non ci fosse un personaggio dal forte peso politico e mediatico, come la First Lady zimbabwana; quando mai si legge che le mogli dei presidenti Gentiloni o Mattarella irrompono in qualche camera d’albergo per malmenare qualcuno, per di più mentre si trovano in un paese straniero ed a spese dei contribuenti italiani, che non sono alla fame come quelli dello Zimbabwe?

Questa piccola vicenda di cronaca pseudo-boccaccesca potrebbe finire qui con qualche commento più o meno salace, se non fosse per il seguito che ha avuto.

Le autorità sudafricane hanno bloccato l’aereo presidenziale su cui l’illustre manesca avrebbe dovuto rientrare in patria sottraendosi alla giustizia, quelle dello Zimbabwe hanno trattenuto a terra alcuni velivoli sudafricani per ritorsione, l’incidente diplomatico era dietro l’angolo, se non fosse intervenuto prontamente l’ombrello di comodo di una illuminata ministra, che ha concesso alla signora Grace l’immunità diplomatica, come se, tra le raffinate mansioni dei diplomatici, ci fosse anche quella di menar le mani, per di più impunemente.

Quindi chi le botte le ha prese se le tenga e le consideri educative, imparando a meglio selezionare in futuro con chi accompagnarsi, chi le ha date ha compiuto un’azione di pedagogia diplomatica, insegnando, lei, Prima Donna di uno stato straniero, le regole della prudenza ad una ragazzetta sudafricana.

Se un giorno il sovrano dello Swaziland compisse un viaggio in Sudafrica con tutte le sue quindici spose e costoro si abbandonassero ad intemperanze perseguibili dalla legge, potrebbero ragionevolmente sperare di ottenere anch’esse un grazioso salvacondotto diplomatico, considerato l’illustre precedente.

Non conosco le argomentazioni che hanno indotto la ministra sudafricana a concedere alla signora Mugabe lo status diplomatico e quindi l’immunità equivalente all’impunità di comodo: non è affar mio né oserei intromettermi, se non ci fossi quasi trascinato dalle bizzarre dichiarazioni di quello strambo uomo politico sudafricano che, efficacemente stigmatizzato dal nostro direttore nel suo editoriale “Riflessione su un suprematista alla rovescia” del 27 agosto, ha celebrato gli straordinari e plurimillenari apporti degli studi accademici africani, da cui le balbettanti democrazie occidentali stanno tentando di trarre i frutti migliori.

Non servirebbe a nulla dare a costui delle botte, neppure sante, perché pare che siano anti-pedagogiche, ma sarebbe più educativo che gli si offrisse una cattedra in qualsiasi università sudafricana, da bidello, beninteso, non da docente, perché probabilmente apprenderebbe così le regole base della democrazia, che sono vigenti anche nel suo paese e che prevedono che siano i giudici, non i politici, a definire colpe e comminare pene, e magari ne potrebbe parlare con qualche ministro poco informato.

Come falene

Le falene sono un particolare tipo di farfalle notturne che, attratte dalla luce dei lampioni stradali, ruotano vorticosamente attorno ai bulbi luminosi, esaurendo le loro energie in quel volo turbinoso o perdendo le ali e la pelle a contatto con il calore della lampada.

In verità il nome falena è utilizzato anche per indicare quelle signore di età variabile e di etnia prevalentemente straniera che la sera (spesso anche di giorno) animano i marciapiedi delle strade delle periferie, sostando sotto un lampione in attesa di clienti.

Fanno pena le falene, perché bruciano la loro giovane vita le une sull’incandescenza di una lampada, le altre sulla strada dello sfruttamento più abietto, quelle spinte a fare così dal loro codice genetico, queste vittime di una immigrazione dissennata perché incontrollata.

La mia attenzione è però attratta ora dai poveri insetti notturni, o meglio da quel loro volo caotico e inconcludente, perché immagine di tutte le riflessioni, analisi, considerazioni, ipotesi, teorie, dichiarazioni che dopo ogni attentato terroristico, immancabilmente, animano e riempiono i giornali, le televisioni, i dibattiti, i pulpiti, le segreterie dei partiti, le stanze del potere e, credo, il cuore ed i sentimenti di ognuno di noi.

Tranne alcune prese di posizione troppo palesemente propagandistiche di alcuni politici sciacalli, tutte le reazioni sono giustificate, legittime e soprattutto auspicabili, per evitare che prevalga l’assuefazione o, peggio, l’indifferenza.

Ma quel che fa paura, a mio parere, è la sostanziale improduttività di tutte queste reazioni, proprio come lo sterile volo delle falene, perché, sebbene si ottenga il risultato di innalzare il livello di guardia, di militarizzare le città, di limitare le libertà individuali, di assumere altri doverosi provvedimenti per ostacolare il terrorismo, sappiamo ormai per triste esperienza che la perversa intelligenza dei terroristi escogiterà altre modalità di attentato per eludere ogni pur scrupolosa vigilanza o contromisura.

Del resto i terroristi godono di una posizione privilegiata: sono sciolti da ogni vincolo o codice, a cui invece spesso si ispirano persino le varie criminalità organizzate, perché li anima soltanto il fanatismo religioso più estremo, ritenendosi depositari di un comando divino assoluto ed intransigente.

Qui si potrebbe aprire una considerazione fin troppo scontata, cioè che finora non c’è stato neppure un attentato che sia stato compiuto in nome del Dio degli ebrei o dei cristiani, ma soltanto di quello degli islamici, tanto che si è formato l’assioma, condivisibile, che non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono o si dichiarano musulmani, sebbene sia doveroso non identificare l’Islam con il terrorismo; va dato atto che molti gravi attentati avvengono in Asia o Africa anche contro comunità di fede islamica, ma sono i cosiddetti infedeli ad essere presi di mira, ovunque nel mondo, come è accaduto in Tunisia, Bangladesh, Turchia.

Tuttavia è soprattutto in Europa dove si scatena l’odio sanguinario di attentatori più o meno organizzati, come in Belgio, Germania, Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia, Gran Bretagna, la Francia più di tutte, ed ora anche la Spagna: questo il lugubre elenco delle nazioni colpite negli ultimi anni, da cui, sorprendentemente, manca l’Italia.

Proprio su questa propizia assenza si concentra l’attenzione degli analisti, dei giornalisti, dei responsabili della sicurezza e, ovviamente, anche di noi gente della strada, nel tentativo di dare una risposta almeno a tre domande: perché l’Italia è stata finora risparmiata? Siamo sufficientemente protetti? Anche il nostro paese corre concreti rischi?

Non so rispondere ai primi due quesiti, sui quali ciascuno può trovare in internet molte riflessioni, ma temo che la risposta alla terza sia inevitabilmente affermativa, considerate le minacce che da anni vengono rivolte dai siti vicini al mondo del terrorismo islamista, non ultima quella diffusa in questi giorni dopo l’attentato di Barcellona attraverso fonti giornalistiche specializzate; del resto quale paese al mondo potrebbe costituire un bottino o un obiettivo più prestigioso dell’Italia? Quale nazione, pur con i suoi difetti, vanta tolleranza, libertà, generosità, accoglienza pari a quelle italiane, a cui si deve aggiungere un patrimonio artistico, culturale, paesaggistico unico al mondo e, non ultimo, il cuore del cristianesimo?

Non so come e quando, ma temo che toccherà anche a noi.

L’hanno proclamato e scritto, vogliono Roma.

Il governo e gli esperti studiano e mettono in atto le misure di prevenzione che ritengono più efficaci, ma, dopo ogni attentato, si viene a scoprire che le menti perverse che li organizzano riescono troppe volte ad eluderle: tra le tante, sono ritenute come le più efficaci l’azione coordinata dei servizi segreti ed il controllo del territorio e dell’immigrazione.

Già da qualche anno è sempre più diffusa e, credo, accettata, la presenza dei soldati accanto alle forze dell’ordine, con compiti non solo di segnalazione ma anche di intervento armato, all’occorrenza e, dopo l’assalto alla Promenade des Anglais di Nizza del 14 luglio 2016, sono apparse in molte città barriere di cemento per ostacolare eventuali irruzioni di veicoli assassini nei luoghi più affollati, che purtroppo sono spesso i più belli ed affascinanti: aprendo un giornale un paio di giorni fa mi ha stretto il cuore la fotografia delle barriere di cemento poste a sbarrare l’accesso alla Galleria di Milano da parte di eventuali veicoli attentatori: immagine orrenda a sfregiare il salotto più bello e visitato di Milano, certamente non il più artistico, ma il più amato dai milanesi insieme alla Madonnina del Duomo, intorno alla quale già si muovono non solo piccioni e visitatori, ma anche poliziotti in armi.

Quindi, purtroppo, per la nostra sicurezza, dovremo necessariamente abituarci a far convivere il bello più raffinato e vivo con il brutto più prosaico e freddo.

Per fortuna la mente creativa degli artisti si è già messa all’opera, suggerendo abbellimenti estetici tali da ridurre l’impatto negativo: a proposito delle barriere, ormai posizionate in ogni città, il celebre architetto Stefano Boeri, autore del Bosco Verticale di Milano, ha messo in rete un bozzetto, suggerendo, per contrastare l’azione dei terroristi, di “contrapporre all'istinto di morte di queste belve umane la calma presenza delle piante", quindi collocando in grandi vasi alberi frondosi, ad esempio querce.

Secondo Boeri "un albero non solo ci protegge, ma ci fa ombra, assorbe con le foglie i veleni dell'aria urbana, ospita la vita degli insetti e degli uccelli. In una parola, accoglie e protegge quella vita che i terroristi vogliono annientare".

Mi sembra una soluzione efficace ed esteticamente sostenibile.

Assai più complesso invece appaiono il tema estremamente controverso del controllo dell’immigrazione e quello collegato dell’integrazione: il dibattito è intensissimo, le contrapposizioni ideologiche molto violente, l’opinione pubblica profondamente disorientata.

Del resto, come conciliare posizioni del tutto inconciliabili e spesso le une e le altre cariche di valide ragioni?

Accogliere, respingere, chiudere le frontiere, aprirle, difendere i nostri valori, sostituirli con quelli dei nuovi cittadini costituiti dai migranti, che sono in numero sempre crescente?

Circolano in questi giorni su internet alcuni passaggi di un’intervista di un paio di anni fa a Laura Boldrini, presidente della Camera, e del libro “La rabbia e l’orgoglio” (2006) di Oriana Fallaci, che quasi catalizzano le opposte posizioni relative all’immigrazione, a cui il tema del terrorismo, a torto o a ragione, comunque si collega.

"I migranti oggi sono l'elemento umano, l'avanguardia di questa globalizzazione [dei commerci, delle idee, delle persone] e ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per tutti noi", sostiene Boldrini, prevedendo, o auspicando, che la nostra identità culturale si vada attenuando e il nostro stile di vita debba modificarsi per accogliere il loro.

Totalmente opposto è il pensiero della Fallaci, per la quale “la nostra identità culturale non può sopportare un ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori; …da noi non c’è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l’Italia. E io l’Italia non gliela regalo.

Far incontrare queste posizioni credo che sia il compito più arduo della nostra società: significa conoscere e far incontrare i valori più autentici delle due culture, accostarli fra loro, assicurarne il reciproco rispetto e la vicendevole libera accettazione.

Impresa titanica e di difficilissima realizzazione.

Capisco che dei mali di molti paesi l’Occidente porta la responsabilità, che è impossibile blindare le nostre frontiere impedendo l’immigrazione, che essa deve però essere controllata e regolamentata, che l’indispensabile integrazione tra noi e loro comporterà delle rinunce da entrambe le parti: è un percorso inevitabile, senza il quale saremmo in un perenne improduttivo conflitto.

Però nessuno butti via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo…

Mors tua...

La tua morte è la mia vita, mors tua vita mea, recita un antico aforisma latino: anche se non sembra c’entrare nulla col clima, me lo suggeriscono la calura e la siccità sahariane che stanno angustiando l’Italia da un lungo periodo, dalle Alpi a Capo Lilibeo.

Con una battuta provocata dal solleone si potrebbe sostenere che questa soffocante tortura sia un tributo della natura alla massa di africani originari dai paesi subsahariani che sbarcano sulle nostre coste, doverosamente tratti in salvo dalla nostra Guardia costiera oppure quasi prelevati poco più in qua del bagnasciuga libico da alcune ONG forse un po’ troppo premurose; è ovvio, stando coi piedi per terra, che questo eccesso climatico non dipende dai migranti, ma è vero che l’aria infuocata ci arriva dalle loro terre, senza alcun coinvolgimento delle ONG né di quei disperati.

Passeggiando di primissima mattina nella nostra piatta pianura bresciana, quando l’aria ancora ti lascia respirare e le zanzare si stanno organizzando per i loro sanguinari assalti, da settimane mi colpisce che i prati ed i coltivi siano discretamente verdeggianti, come anche gli alberi ed i filari che delimitano da secoli poderi e viottoli, mentre nella fitta ragnatela di fossi che li fiancheggiano l’acqua scorre con sufficiente regolarità, sapientemente governata da meticolosi turni irrigui, che ne impediscono sprechi o abusi: immagini e situazioni ben diverse dalle lande desolate e bruciate dall’arsura che i vari servizi televisivi propongono ogni giorno e che angustiano buona parte d’Italia.

Da noi le varie fienagioni e la mietitura dell’orzo, dell’avena e del grano non sono state troppo avare, sebbene più scarse rispetto al solito; il mais, assai ingordo di acqua, la cui trebbiatura è in pieno svolgimento in questi giorni, ha prodotto le pannocchie piuttosto piccole, ma si è quasi del tutto salvato il raccolto, assai prezioso per l’alimentazione animale, oltre che per la produzione della farina per la nostra immancabile polenta.

Sulle vicine colline moreniche che orlano a nord la pianura, mollemente adagiate a meritarsi un perenne riposo dopo le fatiche imposte per millenni dalla spinta dei ghiacciai dell’Adamello degradanti verso il piano, la vendemmia è ormai molto avanzata: l’uva, dicono gli esperti, è meno abbondante, per di più in alcune zone danneggiata da una recentissima violenta grandinata, ma in compenso la qualità è ottima, tanto basta per garantire un’eccellente produzione del pregiato Franciacorta, le cui bollicine non sono da meno di quelle del più celebrato Champagne.

I maestosi pioppi ed i più agili tigli che fiancheggiano i viali della mia città sono verdeggianti e le folte fronde offrono qualche frescura ai passanti, a differenza della mestizia che suscitano nella vicina Milano gli stessi alberi, le cui foglie, ingiallite ed accartocciate con alcuni mesi di anticipo, coprono i parchi urbani.

Non così, grazie al Cielo, in questa mia terra bresciana che, pur costretta a misurare il consumo dell’acqua, non ne ha sofferto troppo la scarsità; mentre ovunque si lamentano fiumi e canali quasi del tutto asciutti, qui invece l’acqua non ha mai cessato di scorrere: ho trovato la risposta a questa privilegiata anomalia ascoltando un notiziario alla radio, in cui si riferiva della quantità elevatissima di acqua che ininterrottamente scende dall’Adamello, in seguito al violento disgelo del suo ghiacciaio. 

Da sempre i ghiacciai ed i nevai di questa nobile montagna bresciana, che occhieggia anche sul Trentino, alimentano le falde più profonde come anche le sorgive affioranti; le acque del disgelo si riversano per mille rivoli nel fiume Oglio, che per millenni, fin dalla preistoria, fu la vita per la Valcamonica, fecondando l’agricoltura e dando l’energia a ferriere, magli e miniere, oggi in disuso; lo stesso Oglio che, dopo aver tributato le sue acque al lago d’Iseo, se ne esce arricchito per percorrere ancora un centinaio di chilometri, prima di adagiarsi nel grande Po, lungo i quali distribuisce le sue acque preziose in una sapiente secolare trama di rogge e canali irrigui.

Ecco spiegata la disponibilità di acqua in un panorama di arsura feroce: l’Adamello sta morendo, sacrificando il suo bene più prezioso, il ghiaccio, per donare sollievo all’arsura delle nostre campagne: la sua morte per la nostra vita.

Molte altre grandi montagne delle nostre Alpi stanno subendo analoga sorte: una fra tutte la regina delle Dolomiti, quella maestosa Marmolada che, un tempo sfavillante del suo manto candido per la neve e celeste per il ghiaccio, svela oggi il monotono colore delle sue pietraie, quasi avvolta nel beige di una triste vestaglia servile.

In questi giorni, come accade da qualche anno, l’Adamello si sta liberando di cimeli e ricordi, come fanno i vecchi quando si rendono conto che il loro tempo è sul finire, smaltendo le memorie accumulate lungo la loro esistenza e che forse ormai hanno un significato solo per loro, o destinandole a chi forse le conserverà ancora un po’; l’Adamello, sulle cui rocce e vedrette si scontrarono nel sangue i soldati italiani e quelli austriaci dal 1915 al 1918, ricoprì con le sue nevi pietose cose e corpi, amici e nemici, inglobandoli per un secolo nei suoi ghiacci, ma, a causa del disgelo inarrestabile, frequentemente affiorano i resti di un massacro tremendo, definito eroico dall’epopea bellica, inutile dalla storia.

L’ultimo soldato di un’ottantina finora riemersi l’Adamello l’ha riconsegnato lo scorso 8 agosto, al culmine della sua agonia, quasi congedandosi da quell’ignoto soldato e da altri che affioreranno a breve con un mesto affettuoso ‘ndì a ca’, s-cecc, andate a casa ragazzi.

Pensieri da solleone

Patata mon amour”, ovvero festival della patata: per carità, evento castissimo, sebbene il nome si presti, con malizia goliardica, a qualche salace sottinteso.

L’intento degli organizzatori era soltanto quello di far mangiare alla gente quante più patate possibile, cucinate nelle varietà più appetitose e insolite; già, perché sembra che l’assillo che macera anche le amministrazioni di tanti comuni, compreso il mio, che concedono il loro patrocinio alle associazioni organizzatrici, sembra essere quello di indurre i propri cittadini a robuste mangiate fuori pasto, accompagnate da altrettanto generose bevute di birra, a cui spesso seguono schiamazzi fino alle ore piccole, ovviamente impuniti perché le cosiddette polizie locali lavorano fino al tramonto del sole; a tante abbuffate, come ovvia conseguenza dei processi digestivi, seguono liberatorie minzioni agli angoli delle vie, essendo i vespasiani assenti o dislocati dove magari… non scappa.

Rimanendo nel territorio della mia provincia, non si può negare lo sforzo dei pubblici amministratori per alleviare gli affanni di questa estate infuocata con una pluralità di eventi di vario genere e gusto, da quelli musicali, meglio se molto rumorosi, a quelli culturalmente più o meno raffinati, in cui c’è spesso qualcuno che, atteggiandosi ad unico, o quasi, soggetto pensante, espone le sue riflessioni, a pagamento, a quanti, accettando il patimento di ascoltarlo, magari scoprono di essere loro stessi capaci di pensieri anche più profondi; oppure si offrono presentazioni di libri, preferibilmente sulla storia locale, non quella più solenne, ma magari quella dell’asilo infantile chiuso tanti decenni fa e gestito dalle suore carmelitane quasi scalze: tanto oggi la stampa di un libro è alla portata della velleità di tutti, basta pagarsi interamente le relative spese.

Sono assai frequenti anche i cinema all’aperto, le cui vere nemiche non sono le programmazioni RAI, Sky, La7, Mediaset, tutte in caduta libera estiva, ma le zanzare, che si rivelano molto eclettiche sui gusti filmografici ma particolarmente raffinate nello scegliere il sangue giusto da succhiare, il mio tra i tanti, inducendo a chiudersi in casa.

Comunque gli appuntamenti gastronomici restano i più frequentati: sembra quasi un paradosso, dal momento che oggi la gente può mangiare bene ed abbondantemente a casa propria, sbizzarrendosi a cucinare secondo la tradizione o accogliendo i suggerimenti bio o vegan o quelli degli innumerevoli programmi televisivi, dove cuoche ruspanti o paludati chef, che sembrano arcivescovi in pompa magna, propongono piatti strabilianti che talora, dopo che li hai gustati, ti fanno sorgere urgente una domanda: ”Quando si mangia?”

Il fascino dei banchi alimentari degli ambulanti, oggi ridicolmente chiamati street food, esercita però una presa irresistibile, che spesso passa prima dall’olfatto che dal gusto.

Ma anche la vista e la fantasia hanno la loro parte: come resistere di fronte ad un accattivante manifesto, dove, tra le patate, fanno capolino due occhietti maliziosi? E poi quelle parole straniere, food, kids, fun buttate in faccia agli affamati clienti nella concreta pianura padana promettono qualcosa di davvero strabiliante; oppure, per essere coerente con le mie frequenti punzecchiature agli organismi italiani all’estero che pavoneggiano l’uso dell’inglese anche quando sarebbe preferibile usare la nostra lingua, indicano una inutile e ridicola esterofilia linguistica.

Tanto per restare ancora un attimo, tra adulti, sotto il pelo del leggero doppio senso, c’è forse da attendersi che, visto il successo del festival della patata, si organizzi anche quello del pisello, o di come lo si voglia chiamare, adottando le varietà linguistiche regionali che, dal Friuli alla Sicilia, denominano variamente quei preziosi oggetti anatomici.

In questo periodo di gran solleone, lasciando in pace, per una volta, le chiacchiere dei politici, si fa un gran discutere sull’ininterrotto flusso di migranti, dove la saggezza o almeno il buon senso non sembra che trovino casa tra i due opposti estremi, ossia tra chi cinicamente afferma che costoro sono una sciagura per l’Italia e chi, con puerile semplicismo, sostiene che invece sono una risorsa; forse l’opinione pubblica saprebbe meglio orientarsi verso una ponderata via di mezzo, se le forze politiche italiane la smettessero di cavalcare un problema reale e complesso come bandiera pubblicitaria in vista delle prossime elezioni.

Nel segno della multiculturalità potrebbe essere organizzato a breve il festival del cous cous, della somoza, della tortilla, del wonton, dello zighinì, del felafel, del guacamole, del babaganoush, del bobotie, del fufu o del garri, ecc., che vedrebbe protagoniste in positivo le molte etnie presenti sul nostro territorio: si sa che, di fronte ad un buon piatto, spesso cadono anche le barriere ideologiche più ferree.

Ma non è della gastronomia degli immigrati che si discute molto in questi giorni, bensì della controversa decisione del governo di chiedere alle organizzazioni non governative, che si sono date il compito di salvare dal naufragio i migranti, di sottoscrivere un patto con regole chiare e dettate dall’esigenza di meglio tutelare gli interessi nazionali, pena il divieto di attraccare nei porti italiani: se ne è parlato fin troppo per doverle elencare qui e, nonostante sembrino assai poco limitative dell’autonomia delle varie ONG ma piuttosto necessarie per evitare abusi ed impuniti arbitrii, alcune organizzazioni non accettano di firmare tale codice di comportamento, rifiutando i richiesti controlli e denunciando il provvedimento governativo come un’indebita ingerenza o un attentato alla loro autonomia o, perfino, un favoreggiamento degli annegamenti nella fossa comune del Mar Mediterraneo.

L’argomento è assai complesso, coinvolge sensibilità differenti e meritevoli di rispetto ed ha a che fare con il delicato tema della sicurezza, dei profughi quanto dei cittadini italiani, quindi non può essere liquidato qui con quattro considerazioni; però almeno una, semplice ma forse non semplicistica, desidero proporla: se il governo italiano ha, come spero che nessuno voglia mettere in dubbio, la facoltà e la piena sovranità per dichiarare che nei porti d’Italia si attracca e si sbarca nel rispetto delle regole di legge, anche internazionali, e se tra queste vi è quella che le ONG che soccorrono i migranti in mare devono sottoscrivere un determinato codice di comportamento, per di più avallato dall’UE, la conseguenza è la lampante: chi firma attracca, chi si rifiuta raggiunga uno dei tanti altri porti che si affacciano sia sulla sponda nord che in quella sud del Mediterraneo o si diriga nelle molte nazioni UE che scaricano sull’Italia problemi europei.

Sarebbe come se una persona che, desiderando di entrare in casa mia, si rifiutasse di accogliere la mia regola elementare di entrarvi solo dopo che le ho aperto il cancellino, evitando quindi di scavalcare la recinzione, e mi accusasse di non so quale sopruso a fronte di una richiesta tanto condivisibile: con buona pace di tutti, se ne stia fuori.

Save the Children, che sicuramente non ha nulla da nascondere, ha firmato, altre ONG gridano allo scandalo: pazienza, se ne stiano fuori.

Un altro argomento che ha giustamente invaso tutti i notiziari è quello degli incendi boschivi, che hanno devastato vastissime e meravigliose aree del nostro territorio, la cui bellezza deturpata impiegherà molti decenni per ritornare com’era, ammesso che ciò sia possibile.

Si sa che l’autocombustione è una rarità assoluta e che la quasi totalità degli incendi ha l’uomo come colpevole, talora per sciatteria e negligenza, come un mozzicone acceso, un picnic, un diserbo bruciando le stoppie, ecc., ma molto spesso a causa di un comportamento piromane, dettato o da un pizzico di follia o da interessi di vario genere, che vanno dal pascolo all’urbanizzazione: le forze dell’ordine hanno arrestato alcuni presunti colpevoli e si resta in attesa degli sviluppi.

Ma la notizia più clamorosa è quella del fermo a Ragusa di una quindicina di vigili del fuoco volontari, che facevano scattare l’allarme per incendi inesistenti o appiccavano deliberatamente il fuoco su aree montuose per esservi inviati a verificare o a spegnere le fiamme, il tutto all’interessante paga di 10 euro all’ora; da decenni correva voce che in certe zone della penisola pompieri e piromani fossero una cosa sola, senza generalizzare, beninteso, però forse non c’era ancora stato un magistrato sufficientemente libero o coraggioso che volesse vederci chiaro.

Il momento è finalmente arrivato e ne vedremo gli sviluppi, anche se serpeggia il timore che la giustizia si limiti ad un paterno buffetto.

Non credo che sia necessario invocare il carcere, ma piuttosto ci si potrebbe ispirare alla regola del contrappasso che il maestro Dante ci ha fatto conoscere ed ammirare: basterebbe inviare costoro in Valle Brembana o in Valcamonica per spegnere gli incendi che dovessero verificarsi, con l’obbligo di soggiorno ininterrotto e prestando la loro opera nello spegnimento degli incendi per un numero di ore pari a quelle frodate allo Stato, il tutto senza né diritto di trasferta né retribuzione e con spese di vitto e alloggio a loro totale carico.

E si sa che in quelle valli prealpine gli incendi boschivi sono piuttosto rari.

Uomini piccoli

Questo titolo forse farà venire in mente a qualcuno il romanzo Piccoli uomini, che la celebre scrittrice statunitense Louisa M. Alcott pubblicò nel 1871 dopo i più conosciuti Piccole donne e Piccole donne crescono: intere generazioni di ragazzi di entrambi i sessi li lessero, soprattutto gli ultimi due, spesso immedesimandosi in questo o quel personaggio o sognando di vivere analoghe esperienze.

La semplicità dei titoli, anche nella versione originaria inglese, celava una verità ovvia e stimolante, ossia che ogni individuo è già un uomo o una donna fin da bambino, ha solo bisogno di crescere perdendo l’attributo di piccolo; pensate quanto sarebbe diverso il concetto se nella traduzione italiana l’aggettivo fosse posposto al nome: uomini piccoli o donne piccole cresceranno senz’altro, almeno fisicamente, ma resteranno sempre piccoli.

Ed è proprio di uomini piccoli che intendo parlare in questo mio balcone, ossia di uomini (in senso esteso, quindi anche donne) a cui l’aggettivo piccoli non può essere anteposto al nome, essendo essi ormai cresciuti ed adulti, ma che eppure si rivelano senza scampo pateticamente piccoli.

Soggetti simili ne troviamo in ogni ambito: quando si tratta della sfera privata, ognuno può agire e compiere le scelte che ritiene più opportune, anche a costo del ridicolo, quindi di apparire piccolo, mentre in politica il piccolo abbonda ed è particolarmente pernicioso, perché ne deriva un danno a tutta la collettività; a scanso di equivoci, ribadisco che non mi riferisco né alla giovane età di tanti personaggi, forse ancora non del tutto cresciuti nonostante gli anni non più verdi, né alla statura fisica, che è quella che è e che non determina mai la grandezza di una persona, anzi, molti personaggi grandissimi della storia sono stati di piccola o media statura; piuttosto, la piccolezza che fa paura è quella culturale, etica, progettuale, il cui danno peggiore è forse quello di non consentire al piccolo di riconoscersi piccolo.

Il pericolo oggi, nella politica italiana, tanto confusa e mediocre da molti decenni, è che riescano ad agguantare il governo personaggi, alti o bassi, giovani o vecchi, dai colori politici più diversi, ma tutti accomunati da un’unica nefasta identità, ossia di essere piccoli.

Ho tratto spunto per queste riflessioni, che espongo sul mio balcone, da quanto sta avvenendo a sinistra del PD, dove si affolla e sgomita, dentro o fuori dal partito, una pletora di personaggi troppo nostalgici o di un ruolo pubblico ormai sfumato o delle antiche note di bandiera rossa o della rivoluzione del proletariato o animati dalla voglia di restituire ad alcuni ex compagni di partito qualche coltellata, metaforica senz’altro ma diffusa anche tra i camerati e gli amici

Ogni giorno si intrecciano dichiarazioni, memorandum, proclami, incontri, passi avanti, indietro o di lato per fondere in un’unica realtà politica i fuoriusciti dal PD ed altri che non sanno più dove accasarsi, che non sto a citare per brevità.

Poiché, cambiando i protagonisti, le medesime manovre si svolgono anche dalla parte opposta dello schieramento tradizionale, con i vari partiti di destra che danzano lo stesso minuetto, l’impressione è che il quadro politico italiano sia non solo paurosamente povero di progetti, di idee e, forse ancor più grave, di uomini o donne capaci, ma anche polverizzato tanto a destra quanto a sinistra, con due sole forze confuse e difficilmente ascrivibili ad una precisa area, destra, sinistra o centro, che probabilmente saranno le protagoniste nelle elezioni della prossima primavera, quando, accogliendo l’invito del compianto Indro Montanelli, qualche partito dovremo pur votarlo benché turandoci il naso.

Per rafforzare la mia convinzione circa la pochezza dominante, mi affido alla buffa polemica che molti uomini piccoli hanno animato contro un personaggio che, almeno nel periodo di massima esposizione pubblica, credo che abbia dimostrato capacità ed onestà, riconosciutegli, soprattutto la seconda, anche dai nemici più agguerriti: mi riferisco a Giuliano Pisapia, sindaco di Milano dal 2011 al 2016, che, quando avrebbe potuto ottenere senza alcuno sforzo la rielezione, preferì rinunciare a qualsiasi poltrona per dedicarsi alla costruzione di qualcosa di nuovo nella litigiosa sinistra italiana, rifiutandosi di farsi mettere il cappello da questa o quella forza politica.

Giorni fa il galantuomo Pisapia ha però commesso un’azione politicamente assai scorretta, a giudizio dei numerosi bacchettoni che lo hanno incolpato di una gamma di errori, che vanno dalla leggerezza al tradimento dei valori della sinistra: durante una Festa dell’Unità ha abbracciato con compiaciuto trasporto Maria Elena Boschi, che, secondo quei critici, ha due colpe gravi, cioè essere una ministra del PD ed essere una bella donna (o viceversa).

Le agenzie di stampa sono state inondate di puntigliose dichiarazioni di disappunto per quell’inopportuno contatto e sui social sono apparsi post abbastanza divertiti, soprattutto quando qualcuno ha insinuato che forse le critiche erano dettate dall’invidia, stante l’avvenente aspetto della giovane Boschi e quello non propriamente adonico dell’attempato Pisapia.

Un docente e storico dell’arte, di sinistra, Tomaso Montanari, per condannare l’abbraccio tra i due personaggi politici ha addirittura scomodato il celebre quadro di Caravaggio, raffigurante una zingara che sfila l’anello ad un gentiluomo mentre gli legge la mano, come se l’avvenente Maria Elena avesse scippato qualcosa allo sprovveduto Giuliano o avesse attentato alla sua integrità intellettuale: ipotesi buffe, che però rivelano una mentalità intollerante e sospettosa, abbastanza diffusa in politica, dove spesso si va alla ricerca del retropensiero anziché prendere un fatto o un comportamento per quello che è, ossia, nel caso specifico, un caloroso abbraccio tra due persone che, senza badare agli schieramenti di appartenenza, si stimano.

A questa diffidente mentalità la politica fornisce molte occasioni, essendo gli abbracci assai frequenti sebbene spesso bugiardi e tutt’altro che espressione di stima o simpatia: basta osservare le fotografie qui pubblicate, raffiguranti l’una un caloroso abbraccio tra due sindacalisti, Camusso e Landini, che, pur appartenendo al medesimo sindacato, non si può proprio dire che si amino, e l’altra che ritrae Bersani e Alfano, da sempre su barricate opposte ed inconciliabili, dalle quali non tirano di fioretto ma di cannone.

A ben pensare, la critica del professor Montanari svela anche una visione maschilista, che le donne per prime dovrebbero condannare, poiché dà per scontato che sia stata la donna, la maliarda Boschi, ad imbambolare l’uomo, l’indifeso Pisapia, perpetuando un luogo comune, ormai stantio, che prese le mosse dalla storia di Eva ed Adamo: se davvero fu lei a circuire lui, credo che tale birbonata femminile sia stata lavata da millenni di sottomissione, ancora serpeggiante nella cultura occidentale, ma dominante dove uomini piccoli infagottano la donna in un nero tristissimo scafandro di stoffa.

Mercenari

Se si facesse prevalere il significato storico e letterale di “mercenario”, nessun lavoratore, a qualsiasi livello, potrebbe sottrarsi a questa etichetta, dal momento che, tranne i volontari puri, assai assai rari, chiunque lavori si attende e pretende una mercede, una paga, uno stipendio, una retribuzione, un compenso, un onorario e via di seguito.

Ma oggi è considerato un mercenario non chi percepisce una mercede, che è non solo legittima ma sacrosanta per compensare una prestazione lavorativa, bensì chi è interessato esclusivamente ai soldi, senza idealità o regole etiche; una donna mercenaria sappiamo bene chi è, e le truppe mercenarie in ogni epoca e continente hanno spesso condizionato le sorti di interi popoli e civiltà: l’impero di Roma ne fu una tragica vittima ed anche Niccolò Machiavelli raccomandava al suo Principe di non affidarsi a tali milizie, perché “le sono disunite, ambiziose, senza disciplina, infedele”, guidate solo dalla lusinga del danaro e del miglior pagatore.

In questi giorni di calcio-mercato molti “lavoratori” del pallone si mostrano come truppe prezzolate, mercenari in guanti bianchi e dalle maglie variopinte, trattati con grande enfasi dalla stampa, ammirati e presi a modello da masse adoranti, che cambiano cuore con grande disinvoltura e vanno non dove li spinge la necessità di trovare un nuovo datore di lavoro o lo stimolo di avanzare di grado, di migliorare la posizione lavorativa, di aumentare le garanzia previdenziali o assistenziali, ma semplicemente offrendosi a chi stacca l’assegno più corposo.

In Italia ed ancor di più in altre nazioni anche assai meno ricche, magari angustiate dalla disoccupazione giovanile, nel mondo del calcio scorrono fiumi di soldi e compensi tali che, a mio parere, insultano ferocemente sia per la loro esorbitante entità, giungendo ad importi mensili a cui nessun altro lavoratore può avvicinarsi neppure sommando gli stipendi di un’intera vita, sia perché spesso i cambi di casacca avvengono dopo reiterate professioni di leale attaccamento alla squadra di appartenenza, con dichiarazioni di amore eterno che dura il tempo di leggere l’importo del nuovo ingaggio.

Risparmiando un’ulteriore dose si critiche al Donnarumma portiere del Milan, di cui mi sono già occupato nel balcone precedente, cito solo due esempi di amore mercenario in ambito calcistico: la defezione di Higuain dal Napoli lo scorso anno e quella recentissima di Bonucci dalla Juventus.

Entrambi icone delle loro squadre, alle quali con gesti e parole hanno spesso dichiarato attaccamento perpetuo, si sono sfilati prontamente la maglia all’occasione buona, accasandosi dove i compensi erano maggiori: i napoletani, gente talora sanguigna nell’esprimere i propri sentimenti ma essenzialmente verace, non hanno mai cessato di ricoprire di fischi ed improperi l’astuto argentino passato alla nemica giurata, i tifosi della Juventus si sono sfogati sul web con ingiurie irriferibili e addirittura con deplorevoli espressioni di malaugurio verso il neo-difensore del Milan.

Forse non è neppure il caso di scandalizzarsi troppo, visto che il mondo per lo più gira così: chi ha tanti soldi se li tiene stretti e li moltiplica e chi ne ha pochi o non ne ha si arrangi.

Pecunia non olet, diceva l’imperatore Vespasiano al figlio Tito, che si stupiva che l’illustre genitore si occupasse di rastrellare tasse dalla vendita dell’urina dei pisciatoi pubblici, che era molto ricercata dai lavandai per il suo contenuto di ammoniaca: a differenza della materia prima di origine, il danaro ricavato dalla singolare attività non era per nulla puzzolente.

Troppo spesso è quindi il danaro a fare la differenza, a stabilire chi sta al di qua e chi al di à dello steccato, chi può ingozzarsi e chi patire la fame, chi può godere di cure raffinate e chi deve affidarsi alle ciarlatanerie del sangoma o del curandeiro.

Molte sensibilità nel mondo occidentale vengono turbate dagli squilibri che vedono attorno a sé ed anche da quelli, spesso assai più odiosi, che si verificano nelle nazioni povere, dove invece sembra che prevalga un’accettazione fatalistica.

Leggo sulla Gazzetta che due rampanti rampolli del presidente Mugabe sono stati cacciati da un elegante complesso di Johannesburg a causa del chiasso che producevano durante i loro abituali festini notturni a base di bacco tabacco e venere, ovviamente a spese dell’illustre genitore, quindi a carico degli zimbabwani, che invece nel loro paese non riescono neppure a mangiare le punte delle ali di pollo o i buchi degli ossobuchi.

Chi se non l'Africa stessa deve saper mettere un freno ai parassiti che la dissanguano?

Eppure l’Italia intrattiene regolari relazioni diplomatiche con lo Zimbabwe, mantenendovi una costosa ed inutile ambasciata: credo che noi italiani non abbiamo a rimproverarci nulla per il vertiginoso impoverimento di quel paese e spero che nessuno addebiti le mattane dei dorati figlioli presidenziali al solito bianco colonialista.

Maturità immatura

Gianluigi Donnarumma ha fatto bene.

Per chi, stando all’altro capo del mondo non lo sapesse, costui è un ragazzo, fresco diciottenne, con il pallone in testa o, se si preferisce, con la testa nel pallone, che ha manifestato, seppur in modo alterno, buone capacità come portiere del Milan e della nazionale.

Come tutti i ragazzi della sua età, ha frequentato una scuola superiore, magari in modo zoppicante a causa dei preminenti impegni sportivi, approdando quest’anno alla maturità, il cui calendario, purtroppo, si è in parte sovrapposto a quello dei Campionati Europei Under 21 di calcio, disputatisi in Polonia e nei quali l’Italia non è riuscita ad andare oltre la semifinale, persa contro la Spagna anche grazie alle generose papere del portiere Gianluigi Donnarumma, detto Gigio.

Il Ministero dell’istruzione che, quando vuole, sa stendere preziosi tappeti sul cammino scolastico di chi magari ha già tanta fortuna dalla sua parte, ha disposto che il giovane maturando beneficiasse di un calendario tagliato su sua misura sia per le prove scritte sia per l’orale, ritardando quindi i lavori della commissione d’esame, che è rimasta in attesa che il giovane rientrasse dalla mediocre spedizione polacca.

La vigilia dell’esame, o meglio, la notte prima degli esami, costituisce da sempre uno dei momenti di maggior ansia e addirittura d’angoscia per tutti i maturandi, consapevoli che l’indomani si cimenteranno da soli contro un mito esistenziale e sociale, spesso deludente, che si chiama “maturità”, il cui attestato quasi tutti riceveranno dalla scuola ma che molti di meno concretizzeranno nella vita, almeno a breve.

Gigio, che pure doveva sostenere l’esame in una condizione più protetta se non anche facilitata, come privatista in un istituto paritario, non deve essere sfuggito agli incubi pre-esami ed ha pensato bene di vincerli non come i suoi coetanei, attraverso fiumi di caffè o di camomilla o riti scaramantici, ma volando ad Ibiza con la fidanzata e con un contratto plurimilionario in tasca, alla faccia della scuola, della maturità, della commissione che lo aspettava e che, senza di lui, non poteva neppure scrutinare gli altri studenti, che dovevano perciò restare sulle spine qualche giorno in più in attesa dei risultati.

A Ibiza, dove scorrono fiumi di ogni bendidio per chi non ha limiti al tetto della propria carta di credito, Gigio deve aver trovato il necessario equilibrio per affrontare non l’esame di maturità e neppure la nuova vita che il sospirato diploma potrebbe schiudere, ma l’ispirazione per ben amministrare e godere i sei milioni di euro che per quattro anni guadagnerà come portiere titolare del Milan.

Un comportamento che rappresenta una grave mancanza di rispetto per la scuola, per la Commissione e per gli studenti delle classi coinvolte”: così ha commentato la rinuncia di Donnarumma la presidente della Commissione d’esame.

Però Gigio ha fatto bene.

Che se ne fa del diploma di ragioniere uno che intasca sei milioni di euro l’anno, più quel vortice di soldi che con la pubblicità e le sponsorizzazioni si accumulerà sui suoi conti?

Per di più, la vicenda del suo contratto con il Milan ha messo in evidenza i sani valori ed i forti legami delle famiglie italiane, soprattutto del sud, poiché l’intraprendente giovanotto ha pensato anche al futuro di un suo fratello, che gli farà da guardaspalle come portiere di riserva, sempre al Milan, con un non disprezzabile stipendio da un milione all’anno; quanto agli altri due fratelli c’è ancora tempo.

Ha fatto bene perché, anteponendo Ibiza al diploma, ha implicitamente ammesso con schiettezza di non essere maturo e che il diploma, che peraltro quasi certamente avrebbe conseguito, avrebbe certificato una maturità incompleta se non fasulla.

Anzi no, Gigio ha fatto male.

Molto male a sé stesso, perché ha sprecato un’occasione per dimostrare che, oltre a saper agguantare al volo molti dei palloni che gli si tirano in porta, magari sa anche apprezzare che la scuola, lo studio e la cultura in generale sono valori assoluti.

Ha fatto male, perché ha mandato ai suoi coetanei il chiaro messaggio che faticare sui libri ed imparando a pensare a scuola per costruirsi un futuro, progettandolo passo passo, è roba da poveracci.

Ha fatto male, perché ha contribuito a consolidare la convinzione, purtroppo sempre più pervasiva, ma profondamente sbagliata, che la scuola serve solo a trovare un lavoro e che la cultura, il sapere sono vuoti passatempi per gli sfaccendati.

Se avesse potuto leggere il testo del filosofo Seneca (I secolo d.C.) assegnato alla maturità classica quest’anno, avrebbe scoperto che la filosofa, quindi il sapere, allora come ora, “costruisce e dà forma all’animo, orienta le azioni, indica ciò che va fatto e ciò che si deve evitare, siede al timone e dirige la rotta attraverso le incertezze delle vicende instabili; nessuno può affrontare la vita con coraggio ed in modo sicuro senza la filosofia (ossia il sapere); e le innumerevoli situazioni che si presentano ad ogni momento necessitano di quella saggezza che si deve trovare nella filosofia”.

Non solo capra

Ho parlato a una capra”: con questo verso fulminante Umberto Saba inizia la sua famosa poesia La capra, in cui sviluppa un’amara riflessione sul male dell’uomo, che il poeta vede incarnato nel viso semita e nel lamento della capra, che evocano in lui la sofferenza della Shoah.

La capra di Saba non mi induce qui a sviluppare tematiche complesse, ma piuttosto a girovagare tra qualche cognome certamente umano ma senz’altro preso a prestito proprio da questo quadrupede, simpatico però poco stimato dai poeti ed anche dalla tradizione popolare: infatti la poesia e la letteratura in generale, fin dal mondo classico, dà la preferenza alle pecore ed agli agnelli, ed il popolo, forse anche per una stramba assimilazione tra il capro ed il diavolo, guarda sempre alla capra con un occhio un po’ di traverso; anche in gastronomia i formaggi pecorini sono assai più diffusi e rinomati dei caprini, però la prelibatezza del capretto arrosto, mi perdonino gli animalisti ed i seguaci del cowspiracy, non è inferiore a quella dell’agnello.

Comunque il genere femminile, quindi la pecora e la capra, gode di maggior considerazione rispetto al montone ed al capro, che, a prescindere dai miti e dalle favole, non hanno altra colpa che fare il loro meritorio mestiere di maschi.

Tra i personaggi che portarono con maggiore o minor fama il cognome di Capra ricordo anzitutto il celebre e grande Frank Russell Capra, nato Francesco Rosario Capra, il regista che con i suoi straordinari film fece vibrare la sensibilità di intere generazioni: chi non ha visto ed amato “La vita è meravigliosa”?

Altri che, volenti o nolenti, si sono ritrovati lo stesso cognome caprino sono, ad esempio, un paio di calciatori dei primi decenni del secolo scorso, Carlo e Giovanni Capra, piemontesi, che giocarono nel Toro e qua e là con scarsa fama; altri due Capra, entrambi Carlo, meritano qui una citazione: un musicista bresciano, scomparso nel 1965, che fu soprattutto organista ed al quale è intitolata un’Associazione musicale; più noto lo storico Carlo Capra, docente di Storia moderna all’Università di Milano; un altro Capra, Marco, insegna Musicologia e storia della musica all’Università di Parma.

Chissà attraverso quali passaggi linguistici, ma anche il cognome Capra, come molti altri sostantivi ed aggettivi, ha subito tutte le alterazioni, dal diminutivo al vezzeggiativo, dal dispregiativo all’accrescitivo.

Pochissimi Capracci, quasi esclusivamente in Francia e Spagna, possono vantare, si fa per dire, questo dispregiativo, che non sono riuscito ad abbinare a nessuna celebrità.

Di vezzeggiativi Capretti ce ne sono qua e là, che onorano il loro cognome allusivamente gastronomico in svariate arti e mestieri, incuranti della mattanza pasquale subita dai loro omonimi quadrupedi anche quest’anno, nonostante la campagna animalista di Berlusconi.

Se l’agnello già di per sé suscita tenerezza, l’agnellino fa davvero sdilinquire, tanto quanto, rispettivamente, fanno il capretto ed il caprettino, che, più del nome agnellino, è un gentile diminutivo sommato ad un vezzeggiativo.

Immagino che siano consapevoli di portare un cognome impegnativo i Caprettini, presenti soprattutto in Piemonte e Lombardia, tra i quali spiccano Gian Paolo, docente di semiologia all’Università di Torino, dalla vasta e dotta bibliografia, e le sorelle Chiara e Cecilia, l’una dinamico editore (Cartman edizioni), delicata scrittrice e blogger di Nordfoodovestest l’altra, mentre a Brescia il raffinato buon gusto di Caprettini ha vestito intere generazioni del ceto benestante, soprattutto in occasione del “fatidico sì”.

In questi giorni si è parlato molto dell’accrescitivo, poiché al tema di italiano della maturità è stata proposta l’analisi del testo della poesia "Versicoli quasi ecologici" del poeta livornese Giorgio Caproni (nella foto), scomparso nel 1990; i giornali riferiscono che praticamente nessuno degli studenti l’aveva mai sentito nominare e magari qualcuno, soprattutto in Trentino, avrà pensato che forse qualcosa avrebbe potuto scrivere su un altro Caproni, quel Gian Battista, detto Gianni, ingegnere aeronautico, imprenditore e pioniere dell'aviazione italiana militare e civile, a cui sono dedicati a Trento l’aeroporto ed il Museo dell’aeronautica.

Ma no, il tema d’esame voleva una riflessione proprio sulla poesia di Giorgio, che forse ha un po’ spiazzato molti studenti, ma poi, dopo una lettura più ponderata della poesia, una discreta percentuale, il 12 %, ha capito che, anche senza conoscere nulla di questo poeta, la poesia si prestava a numerose ed attuali considerazioni; a mio parere, il Ministero ha compiuto una buona scelta, proponendo questa lirica (riportata in fondo all’articolo), che giunge davvero a proposito in questo bizzarro mondo dove, all’accresciuta e battagliera sensibilità ecologica si contrappone spesso l’ignoranza, purtroppo vincente, dei potenti prepotenti, che sembrano essere convinti che la distruzione del nostro pianeta sia poco più di un’invenzione letteraria; per Giorgio Caproni, molto amaramente, forse troppo, la terra invece non sembra avere scampo, se non quando scomparirà l’uomo, perché solo allora essa “potrebbe tornare ad essere bella”.

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: Come

potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra.

 

(1972, dalla raccolta Res Amissa)

La lingua batte...

È un adagio che ciascuno completa in fretta, perché è ancora piuttosto diffuso, sebbene ne prevalga l’uso figurato rispetto a quello reale e concreto che lo originò: infatti oggi è raro essere assaliti da quel terribile mal di denti che spaccava il cervello, rendeva incapaci di qualsiasi riflessione o azione, che spesso aveva come esito finale una temutissima seduta dal dentista, per subire la necessaria tortura del trapano, che pareva avere una punta di smisurata lunghezza, oppure l’estrazione del dente, con il dentista che raccomandava al malcapitato di reggersi forte alla poltrona fino a quando, dopo torsioni e strattoni, quel dente maledetto si svelleva con le sue radici che sembravano essere state abbarbicate fino al tallone; oggi, grazie agli enormi progressi della odontoiatria, la sofferenza maggiore non viene dal dolore fisico, ma da quello finanziario, considerate la parcelle solitamente onerose.

Però la lingua continua a battere dove il dente duole ogni volta che ritorniamo su una questione o un argomento o una situazione che ci sta a cuore e che si vorrebbe veder mutare in meglio: lo si può fare anche solo come fugace atto mentale, nel senso di richiamarsi alla mente quella problematica e passar oltre perché forse non vale la pena di prendersela troppo, oppure, sperando di ottenere qualche risultato, quella lingua che batte non più su un dente ma su qualche terminazione cerebrale o etica ti induce ad utilizzare proprio la lingua, intendo quella parlata o scritta, magari per parlare proprio della lingua, quella scritta e parlata.

Il nome lingua si presta a svariate interpretazioni e potrebbe anche generare qualche equivoco.

Ad esempio, riferendomi al contesto sudafricano che mi capita di frequentare con una qualche assiduità, ho potuto conoscere le Società Dante Alighieri ed i Club Italiani, due benemerite realtà associative che hanno in comune, pur in forme e misure differenti, le finalità di aggregare le persone di origine italiana e di conservare e diffondere l’italianità, utilizzando come veicolo la lingua: ma c’è lingua e lingua.

La Società citata si serve della lingua di Dante, che è l’unico ed inequivocabile strumento per caratterizzare e contraddistinguere un italiano da tutti gli altri, per far sì che se ne conservi un utilizzo vivo tra chi vanta origini italiane e che se ne diffonda la conoscenza tra chi parla lingue differenti, perché anche costoro penetrino efficacemente dentro la cultura italiana, se almeno sono ritenute ancora valide le motivazioni di chi inventò tale Società; anche il Club si occupa di lingua, ma quella salmistrata o in salsa verde, cioè, più precisamente, attraverso il potente richiamo della smisurata gastronomia italiana, favorisce l’aggregazione sociale tra appartenenti a culture diverse che, almeno a tavola, potranno meglio conoscersi e comprendere la differenza tra il parmesan ed il parmigiano, tra il similzola ed il gorgonzola, tra il gelato al pistaccio e quello al pistacchio.

Nella libera espressione delle mie convinzioni, mi è capitato più volte, sia attraverso le pagine della Gazzetta sia con alcuni commenti su facebook oggi tanto in voga, di battere sul dente dolente della pratica, da parte di qualche Dante, in Sudafrica come altrove, di non utilizzare la lingua italiana nel diffondere o commentare iniziative, programmi, eventi connotati di italianità, poiché li presenta alla pubblica attenzione esclusivamente nella lingua locale; la ragione della sofferenza… dentale sta proprio nell’avverbio esclusivamente, perché, pur non avendo dubbi che per raggiungere un pubblico più vasto bisogna esprimersi nella lingua del posto, assai di meno ne ho sul fatto che l’esclusione della lingua italiana umilia gli italofoni, snerva l’efficacia comunicativa, fa venir meno un compito istituzionale della Dante: quindi il bilinguismo dovrebbe essere la buona pratica corrente.

Come ogni opinione, anche queste possono degnamente convivere con quelle di chi pensa invece che, per aprirsi alla società la cui lingua franca non è l’italiano, sia preferibile escludere la nostra lingua: è la varietà dei pareri che, spesso, arricchisce la dialettica ed il confronto, purché non prevalga la piccola malcelata vanità di possedere una dose maggiore di verità in nome di posizioni di autorevolezza istituzionale o accademica, come mi è capitato di dover incassare.

Non nascondo un timore: che un giorno o l’altro la Dante si trasformi in una delle tante scuole di lingua che pullulano ovunque, dove gli utenti imparano più o meno a dire “ciao maestra come stai” ed i cui docenti, italianissimi e magari vissuti in Italia fino a poco prima, per darsi un dolente tono da giovani Werther utilizzano l’inglese anche conversando tra loro.

Sarà allora giunto il momento di un cambiamento linguistico apparentemente insignificante, ma dolorosamente anti-italiano: non più Società Dante Alighieri, ma Dante Alighieri Society o altro.

A rinforzo dell’amore per la lingua italiana, che sa adattarsi ad ogni registro espressivo, segnalo la poesia Ballata della lingua, di Giovanni Giudici (1924-2011), dalla vasta produzione poetica, poeta finissimo purtroppo trascurato sia a livello scolastico che accademico; sono otto strofe (riportate interamente in calce), di cui trascrivo di ciascuna il primo verso, con quell’incalzante amoroso mia lingua, ed integralmente l’ultima strofa:

Mia lingua – italiana…

Mia lingua – innocente…

Mia lingua – puntuale…

Mia lingua esitante…

Mia lingua – militare…

Mia lingua – esclusiva…

Mia lingua – ossequiente…

Mia lingua – mia vita…

Mia lingua – italiana

variante umile tosco-genovese

lingua del mio bel paese

guastata nei futili suoni

di vacue clausole

e perfide commozioni

Brividi

Un terso tramonto su un cielo dorato che lento si immerge nel mare e nei campi tingendoli d’immenso, traguardato attraverso le colonne del teatro greco di Taormina, con il profilo scuro dell’Etna che lassù si sbianca per uno sbuffo di fumo e di nube e di neve, mentre si leva struggente ed incalzante la mesta dolcezza dell’Intermezzo della Cavalleria Rusticana: visione e melodia mi hanno fulminato alla casuale apertura di RAI1 lo scorso 26 maggio.

Brividi.

Solo una parola per esprimere lo stordimento, lo smarrimento nel porsi in visione ed ascolto di tanta bellezza: brividi di piacere, che si possono provare ogni volta che i segni più profondi della mano e del genio dell’uomo, antico e moderno, si incontrano e si fondono con l’armonia della natura, traccia di quanto l’allievo, l’uomo, sia capace di avvicinarsi al Maestro, il Creatore.

Brividi.

Una parola soltanto per raccontare il dispetto, il disappunto per un omaggio troppo grande ed immeritato agli uomini politici, che sono responsabili più di tutti dei drammi della Terra, sebbene con alcune eccezioni; pur apprezzando la fine sensibilità del governo italiano nel donare un evento artistico così superbo, affidato alle abili note della Filarmonica della Scala di Milano in uno scenario divino, tuttavia non un repertorio melodico e cantabile di musiche italiane si sarebbe dovuto scegliere, per intrattenere i sette grandi della Terra, ma il terribile Dies irae di Verdi.

Brividi.

Non c’è altra parola per indicare quindi la rabbia verso quei potenti della Terra, anche oltre i più noti del G7 e ben al di là della cerchia dei politici, che si rifiutano di aprire gli occhi sulla deriva a cui essi sembrano abbandonare la Terra tutta, deriva sociale, culturale, economica, ambientale, dove l’egoismo del qui e dell’oggi sottrae il respiro per conservare alla Terra intera la sua genuina natura di “bella d’erbe famiglia e d’animali” (Foscolo, I Sepolcri, v. 5).

Brividi.

Il suono stesso della parola, con quella sua torva musicalità quasi digrignante, manifesta la paura per la rovina a cui è esposto il nostro pianeta a causa del saccheggio e dello spreco delle risorse, acqua, suolo, vegetazione o dell’inquinamento di tutto ciò che ci è più utile e bello, che pare inarrestabile e al cui rimedio sembra che non si voglia porre mano seriamente, come se la rovina non incombesse minacciosa e vicina.

Ho casualmente visto un passaggio del documentario Before the Flood, realizzato dall’attore Leonardo DiCaprio, da molti anni assai attivo sui temi ambientali, che contiene anche il messaggio da lui pronunciato all’ONU nell’aprile 2016, dove si erano riuniti i rappresentanti di 171 paesi per la firma dell’accordo sul clima (raggiunto a Parigi e denominato COP 21, ma che diverrà operativo dopo la ratifica dei rispettivi Parlamenti): traendo ispirazione dal trittico del pittore olandese Hieronymus Bosch (1453-1516), raffigurante l’evoluzione disastrosa dell’umanità dal periodo felice del giardino dell’Eden alla sua autodistruzione, DiCaprio individua nel terrificante terzo pannello, con le scene sconvolgenti e le nubi nere che si addensano nel cielo, i presagi foschi dell’annientamento finale del pianeta, a causa dei cambiamenti climatici, causati dalle sconsiderate attività dell’uomo e dall’inerzia dei politici.

Rivolto a loro l’attore afferma: “È arrivato il momento di smettere di parlare, non ci sono più scuse, non servono altri 10 anni di studi, bisogna abbandonare le energie fossili.

Il mondo ci sta guardando. Bisogna agire: sarete ammirati dalle future generazioni o denigrati per sempre".

Immagini e parole da brivido, senza retorica, perché drammaticamente vere ed attuali.

Brividi.

È il termine più adatto per indicare le sensazioni che hanno suscitato in me due tra le tante notizie ed immagini che la globalizzazione delle comunicazioni ha rimbalzato ovunque, in verità poco in Italia, entrambe provenienti dal Sudafrica.

L’immagine: il disastro della siccità a Città del Capo, che sembra ridotta al più duro razionamento idrico, con gli accorati ed inascoltati appelli delle autorità a limitare i consumi, come se il problema riguardasse il vicino, il quale lo scarica a sua volta su un altro vicino e così via, in un tragico gioco al rimbalzello.

Come potrà una città così bella ed evoluta adattarsi a vivere senz’acqua?

La notizia: il governo ha deciso di dotarsi nei prossimi decenni di un certo numero di centrali nucleari.

Peccato che una scelta che rischia di affrettare catastrofi universali sia stata abbastanza criticata da uomini politici illuminati e da molta stampa locale, ma non mi sembra che il mondo scientifico e quello accademico abbiano levato le loro autorevoli voci.

Virgilio narra che i Troiani, la sera prima della distruzione della città, banchettarono felici per la fine della guerra e per l’inatteso dono del cavallo di legno, interpretandolo come un segno della benevolenza degli dei, ignorando invece di aver essi stessi introdotto in città la loro rovina.

Andarono a dormire sazi e beati, si svegliarono schiavi o trafitti.

 

I piedi alle mosche

 

Quando Matteo Renzi si affacciò alla scena politica italiana, con quella sua ramazza in mano, figurata, sì, ma non meno reale, con la quale intendeva spazzar via non tanto il vecchio della politica, che di per sé stesso non può essere considerato semplicisticamente sinonimo di scadente, ma piuttosto liberare la nazione dalle scorie del vecchiume parassita che da decenni gestiva la vita pubblica, da destra, da sinistra e dal centro a volte mescolandosi fra gli schieramenti in modo gelatinoso pur di restare al potere, molti, convinti o fingendo, celebrarono l’uomo nuovo come portatore di innovazioni e riforme tali da cambiare la faccia della seconda (o terza) Repubblica e, soprattutto, dell’Italia.

In poche parole si pensò che Matteo Renzi avrebbe fatto i piedi alle mosche; bisogna riconoscere che fu lui stesso, magari non del tutto volontariamente, a creare questa aspettativa, tanti sono stati, prima e durante il suo governo, gli annunci, i farò, cambierò, riformerò, trasformerò, le promesse, i progetti che in buona parte non giunsero in porto.

Foga giovanile? Eccesso di ambizione? Scarsa competenza sua e dei suoi collaboratori?

Probabilmente ci furono tutte queste componenti ed altre ancora nell’insuccesso renziano: non c’è dubbio che alcuni suoi ministri se ne uscirono talora con sparate davvero stravaganti, per la verità una inezia rispetto alle stramberie che dicono e fanno altri governanti in giro per il mondo, Sudafrica compreso, e che ciononostante restano tenacemente avvinghiati alla loro lucrosa poltrona.

Renzi fin da subito diede l’impressione, anche in chi lo vide con simpatia apparire sulla scena pubblica, di non cogliere appieno la complessità dei problemi o di progettarne le possibili soluzioni in modo un poco semplicistico, vedasi, ad esempio, i problemi legati all’economia ed al lavoro.

Quanto alla giovane età, allo slancio vitalistico ad essa congenito e ad una certa intemperanza caratteriale, credo che tutto ciò sarebbe potuto essere un toccasana per la pachidermica politica romana e per la tentacolare burocrazia ministeriale, che però videro il giovane capo del governo come il fumo negli occhi, per usare un altro aforisma, avversandolo tenacemente; ma lo scivolone del referendum costituzionale gli precluse i suoi ambiziosi traguardi.

Anche l’ovvia sua inesperienza fu ipocritamente addotta come un ostacolo al buon governo, quasi a dire che, siccome l’esperienza si consolida solo attraverso lunghi anni di pratica, un giovane potrà ricoprire importanti incarichi di governo solo dopo uno sfiancante apprendistato, quindi quando non sarà più giovane.

In aggiunta alla lotta durissima che quotidianamente combatterono contro Renzi alcuni giornalisti, orfani degli assalti a cui erano abituati ai tempi di Berlusconi, che offriva in continuazione succulenti e boccacceschi spunti per riempire le vuote pagine dei loro giornali, i nemici che maggiormente lo ostacolarono furono quegli stessi personaggi del suo partito che lui, usando in modo superficiale la sua ramazza, non aveva rimosso dal potere, soprattutto quello sotterraneo, ma aveva solo accantonati, come quando, raccogliendo le foglie secche con la scopa di saggina le si ammucchia in un angolo: basta un refolo di vento per sparpagliarle dov’erano prima.

Il tarlo, silenzioso e paziente, rode e corrode, spesso neppure dando evidenti segni all’esterno, ma il suo lavoro procede inesorabile, fino a quando il bel piedino dell’elegante petineuse della nonna cede di schianto, rovesciando rovinosamente a terra i preziosi soprammobili di vetro di Murano o di porcellana di Capodimonte, ricordi di una vita.

Alla fine non fu lui a fare i piedi alle mosche, ma i suoi avversari a fare le scarpe a lui.

A dire il vero fu lui stesso ad impegnare la propria caduta, legando il suo governo all’esito del referendum costituzionale, occasione che gli avversari esterni ed interni al suo partito colsero al volo per organizzarne il passo indietro.

Ora sembra che le primarie del PD lo stiano riportando alla ribalta, si pensa più prudente e saggio, mentre i suoi storici avversari, temendo che questa volta la ramazza svolga definitivamente il suo lodevole lavoro, hanno pensato bene di fondare un nuovo partito, dove finalmente, ritrovandosi in tre o quattro, riproveranno il brivido del primato, senza fastidiosi concorrenti.

Sempre a Roma, un altro personaggio, pur essendo senza né arte né parte, ha tentato di fare le scarpe alle mosche, illudendosi di saper governare da sindaco una città spaventosamente complessa come la capitale, confidando forse in collaboratori di alto profilo, mai trovati, e nel telesoccorso del suo mentore comico.

Considerate le premesse, i risultati ottenuti finora non potrebbero che essere comici, ma in realtà virano al tragico, perché stanno precipitando Roma in una situazione di degrado che anche dall’estero guardano allibiti e, da chi ama l’Italia, addolorati.

Eppure Virginia Raggi si presentò con il piglio giusto: giovane, graziosa, esperta di tutto, con la soluzione per ogni problema, decisa a circondarsi subito di valenti assessori: insomma, forse un po’ troppo maestrina, ma comunque col piglio di una pronta a fare le solite scarpe alle mosche.

Purtroppo durante questo suo primo anno di mandato i cronici problemi di Roma, la viabilità ed i rifiuti urbani, per citarne due, si sono progressivamente aggravati, le soluzioni sono approssimative e le colpe la sindaca le attribuisce non alla propria inadeguatezza ma le scarica sui “poteri forti” che tramerebbero contro di lei e, in una ininterrotta catena a ritroso, ai predecessori ed a quanti governarono Roma prima di lei; meno male che non si è spinta fino al periodo di Roma imperiale, altrimenti qualcuno le potrebbe far notare che Augusto ebbe grande cura della viabilità e della rimozione dei rifiuti dalle strade di Roma e che Vespasiano inventò i preziosi orinatoi pubblici.

Peccato, perché anche Raggi, come Renzi, è giovane ed i suoi insuccessi, abbinati ad un’età quasi adolescenziale, rispetto agli abituali parametri della politica italiana, non vorrei che rafforzassero il dubbio che per governare occorre aver compiuto una certa età, come un tempo, ce lo ricorda Manzoni nei Promessi Sposi, per fare la perpetua bisognava aver superato l’età sinodale dei quaranta, nella speranza che la concupiscenza dei preti non venisse troppo solleticata da una domestica non più giovanissima, secondo almeno i canoni dei secoli addietro.

I Francesi, che non si tirano mai indietro quando c’è da pungere l’Italia, hanno prontamente irriso l’immondizia romana, scrivendo sul Nouvel observateur del 13 maggio che Roma “somiglia più a Calcutta che a Berlino, crolla sotto la spazzatura, non è mai stata così sporca” e ancora che la città eterna “non offriva un tale spettacolo nemmeno nell'immediato dopoguerra, quando si vedevano pecore attraversare piazza del Popolo”; l’impietoso articolo si conclude con l’affermazione che Virginia Raggi "è l'illustrazione perfetta dell'incompetenza dei grillini".

E costei avrebbe voluto e dovuto fare i piedi alle mosche?! Forse riuscirebbe non dico a raggiungere questo obiettivo, ma almeno a ridare maggior decoro e dignità ad una delle più belle città del mondo, se si sganciasse di più dal suo garante che sembra essere il sindaco-ombra di Roma, il quale, notizia fresca, si è appena proclamato alle porte di Assisi “il vero erede di San Francesco”, innalzando al cielo non una croce, con la quale forse ha poca dimestichezza, ma una torcia, simbolo del sole dell’avvenir.

Non ho trovato fonti storiche certe, ma credo che il tenero amore di San Francesco per lupi, tortore ed altri uccelli si allargasse anche ai somari.

 

Rosa

 

Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa, eccetera: questo era il primo vagito latino che uno studente udiva appena si accostava a quella materia, quando nella scuola italiana la si studiava già dalla prima media.

Spero che qualcuno dei giovani studenti di allora ricordi con nostalgia perfino le difficoltà incontrate, quando dovette cimentarsi con l’affascinante complessità della lingua latina.

Poi nel 1963 venne una riforma che, per spazzar via odiose sperequazioni sociali, gettò, come si usa dire, l’acqua sporca con il bambino e addirittura anche la bacinella.

Mi spiego: fino a quell’anno, con la quinta elementare cessava l’obbligo scolastico e chi decideva di proseguire gli studi poteva iscriversi o all’avviamento professionale o alla scuola media, entrambi di tre anni, ma profondamente diversi per i contenuti didattici, le prospettive dopo il diploma ed i ceti sociali di riferimento.

All’avviamento, oltre ad un’infarinatura nelle discipline di base, come italiano, matematica e lingua straniera, i ragazzi ricevevano un addestramento per le attività manuali e per basse mansioni d’ufficio, non potevano proseguire gli studi se non in scuole tecniche, ma previo il superamento di esami selettivi, e, in prevalenza, provenivano dai ceti più modesti e meno abbienti, cioè dal proletariato, per usare un termine ideologico.

Invece i ragazzi della scuola media erano spesso di estrazione socio-economica più elevata, aspiravano ad un progetto di vita non limitato alla manodopera esecutiva, grazie alla possibilità di accedere alla scuola superiore, e le materie di studio avevano un forte impianto umanistico, che poggiava sullo studio del latino.

Senz’altro la differenziazione classista dei due tipi di scuola, attraverso i due canali di studio tra loro impenetrabili, operava una sorta di iniqua predestinazione dei ragazzi undicenni, costringendo quelli dell’avviamento, pure se fossero bravi e dotati, alla sfera dei mestieri, aprendo invece a quelli della scuola media, anche qualora fossero somari, possibilità di studio per le professioni più elevate.

Il povero latino fu preso come la bestia nera che aveva originato e perpetuato l’odiosa discriminazione e, sebbene con qualche timido ed inefficace ripensamento, esso nel 1978 fu spazzato via definitivamente dalla scuola media unica.

Essa ebbe il merito immenso di elevare il grado di istruzione della nazione, grazie all’innalzamento dell’obbligo scolastico fino ai 14 anni, e di contribuire se non ad abbattere, almeno a smussare le disparità e le esclusioni sociali, ma rese precario l’ancoraggio della nazione al solido ceppo della latinità e della cultura umanistica, che non scomparvero senz’altro, ma furono confinate in una sfera liceale elitaria ed esclusiva.

È ancora vivo il dibattito sui pro e sui contro di quella riforma, ma almeno una certezza non mi viene scalfita, cioè che la logica anzitutto, ma anche l’estetica, la dialettica, la critica ed altre dimensioni essenziali dell’intelletto ne soffrirono grandemente.

Non che la matematica non stimoli lo sviluppo di alcune delle medesime funzioni, però, a parer mio, a parità di risultati nella formazione di una persona, tra l’apporto del latino e quello della matematica corre la stessa differenza che vi è tra un succulento e profumatissimo arrosto ed una bustina di liofilizzato proteico: l’organismo riceverà più o meno gli stessi nutrienti, ma quanto a gradimento e piacere, la differenza è abissale.

Sono stato spinto a queste considerazioni, che non sono né nuove né originali o interessanti, dalla notizia, diffusa da radio Rai, che in Romania il governo ha dovuto ritirare il provvedimento di eliminazione del latino dalla scuola a causa delle proteste popolari sempre più accese e diffuse; sulla stampa italiana non ne ho trovato cenno, ma ho verificato l’attendibilità della notizia attraverso una fonte rumena.

In Italia, fino alla caduta violenta del regime marxista nel 1987, si parlava di Romania soltanto per le stranezze megalomani del dittatore Nicolae Ceaușescu, per il prodigioso Gerovital della dott. Ana Aslan e per la mirabile grazia della ginnasta Nadia Comăneci; poi, ripristinata la democrazia, trovarono facile approdo in Italia tre categorie di persone, tutte in cerca di migliori condizioni economiche: i muratori, le badanti e le accompagnatrici.

I primi si buttarono a capofitto nell’edilizia rampante degli ultimi anni del secolo scorso, fino alla crisi durissima del settore, che li lasciò sul lastrico a migliaia; le badanti rumene riuscirono a vincere l’agguerrita concorrenza delle moldave e delle ucraine e sono un fondamentale punto di appoggio per la gestione delle persone non autosufficienti, mentre il terzo gruppo, quello delle accompagnatrici o escort o ragazze squillo, soddisfa con le sue bionde e procaci grazie un mercato purtroppo mai in crisi.

Ora, proprio la nazione la cui lingua, pur di origine latina, sembra a prima vista meno riconducibile dell’italiano, del francese, del portoghese, dello spagnolo alla comune matrice di Roma, attraverso una mobilitazione popolare ha costretto il governo a mantenere l’insegnamento del latino.

E pensare che gli antichi Daci furono romanizzati solo all’inizio del secondo secolo dopo Cristo e attraverso lotte lunghe e sanguinose; ma senz’altro i legami di sangue che si intrecciarono tra la popolazione nativa ed i soldati e coloni romani favorirono la diffusione e la conservazione della lingua e della civiltà latina, che ancor oggi hanno resistito all’invadente slavizzazione.

Chi vuole vedere una sorta di narrazione filmica della conquista dell’antica Dacia da parte dell’imperatore Traiano, se può, si vada a godere a Roma la Colonna Traiana, lungo la quale si sviluppano a spirale oltre cento scene plastiche altamente suggestive, culminanti con la presentazione a Traiano della testa mozzata del condottiero Decebalo; il visitatore non si faccia trarre in inganno dalla statua posta sulla sommità: non raffigura l’imperatore, bensì un intruso S. Pietro collocatovi da papa Sisto V nel 1588.

In Italia, in generale, i rumeni non godono di molte simpatie, poiché, a discapito delle tre categorie sopra citate, molti episodi di cronaca nera, soprattutto furti e rapine, li vedono coinvolti in modo attivo, specializzazione che condividono con gli albanesi. Però, quando un popolo vuole rimanere ancorato alle sue radici culturali, salvando il latino dalla naftalina, non si può che gioire e trarne esempio.

 

 

Sono troppi

 

Sgombro subito il campo da ogni dubbio: i migranti o gli immigrati o i clandestini o i profughi o i richiedenti asilo, li si chiami come pare, non sono tanti, sono troppi.

 

Anzi, non sarebbero troppi, se, pur accettando che la scomoda posizione dell’Italia rispetto al Mediterraneo ed al resto d’Europa la penalizza, le altre nazioni facessero la loro parte, almeno quelle dell’UE.

 

Invece, nonostante i vertici e gli accordi, la distribuzione di questa umanità sventurata, oltre che essere lasciata alla libera scelta delle nazioni, tanto che, una fra tutte, l’Ungheria non accoglie proprio nessuno, avviene a sussulti, con aperture ed improvvisi rigetti, come succede periodicamente in Francia, Germania, Austria che, quando rallentano la loro accoglienza, non fanno che respingere gli indesiderati a sud, ossia in Italia.

 

Avanti c’è posto”, verrebbe da ironizzare, ricordando un vecchissimo film, dove Aldo Fabrizi, bigliettaio su un tram romano, cercava di distribuire lungo la vettura la calca dei passeggeri; io non so se davvero l’Italia abbia posto per accogliere in modo civile, organizzato, equilibrato, rispettoso dei diritti di tutti, la massa di persone che si sta riversando sulle nostre coste, soprattutto in Sicilia: da gennaio allo scorso 17 aprile, sono più di 900 gli affogati accertati e, dei 41.713 migranti giunti in Europa, ben 36.703 sono sbarcati in Italia; solo nel triduo pasquale, da venerdì a domenica, ne sono stati recuperati in mare più di 8.500: una volta soccorsi, rifocillati, curati, trasferiti nei centri di accoglienza, che prospettive hanno di trattenersi legalmente in Italia o comunque in qualche altra nazione europea?

 

Quanti di questi migranti sono profughi, rifugiati, richiedenti asilo, clandestini?

 

Già sulla terminologia si generano equivoci, perché si fa spesso confusione tra le varie tipologie di migranti: per fare un minimo di chiarezza, riporto una definizione del dizionario Treccani: “Il rifugiato è colui che ha lasciato il proprio Paese, per il ragionevole timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità e appartenenza politica e ha chiesto asilo e trovato rifugio in uno Stato straniero, mentre il profugo è colui che per diverse ragioni (guerra, povertà, fame, calamità naturali, ecc.) ha lasciato il proprio Paese ma non è nelle condizioni di chiedere la protezione internazionale; a chi vuole approfondire di più, propongo il link http://www.ilpost.it/2015/08/26/migranti-rifugiati-profughi-richiedenti-asilo/.

 

Quanti possono sperare di ottenere il riconoscimento di rifugiati, con il conseguente permesso di soggiorno e la concreta possibilità di trovarsi un lavoro, avviando perciò il processo di integrazione? Quanti invece vengono respinti perché privi dei requisiti? Tra gli oltre 30 mila giunti in Italia in questi mesi, più di 4 mila provengono dalla Nigeria, oltre 3.500 dal Bangladesh ed altrettanti dalla Guinea, nazioni dove, difficoltà economiche a parte, non vi sono né guerre conclamate né pesanti situazioni di oppressione politica: costoro, non ottenendo lo status di rifugiati, dovrebbero ricevere il foglio di via, ossia l’invito a lasciare l’Italia: ma quanti vengono effettivamente rimpatriati?

 

È risaputo che si disperdono per l’Italia e vivono come possono, rischiando di diventare sbandati o addirittura delinquenti non per malanimo o per scelta, ma quasi per una dolorosa necessità di sopravvivenza.

 

E che fine fanno i minori non accompagnati, ossia quei bambini e ragazzi, maschi e femmine, gettati allo sbaraglio nel girone infernale dei barconi e dei quali spesso, una volta identificati ed assistiti, si perdono le tracce? Ad oggi si sa che in Italia ce ne sono più di 5 mila risucchiati nelle spire dello sfruttamento, della criminalità, della prostituzione, forse anche del traffico d’organi.

Il 29 marzo scorso il nostro Parlamento ha approvato definitivamente una legge a favore dei minori non accompagnati, che garantisce loro tutela, assistenza ed una serie di diritti che li equipara, sotto tanti aspetti, ai loro coetanei italiani: l’Italia, anche in questo campo, si pone tra le nazioni più accoglienti e civili, ma l’impressione generalizzata è che il resto dell’UE la lasci troppo sola nella gestione della grande quantità di persone che sbarcano a ritmi vorticosi.

 

Ad esempio, la mattina del 17 aprile una nave militare tedesca ha sbarcato a Catania 1100 naufraghi, recuperati qua e là per il Mediterraneo ed altrettanto fanno da tempo altre navi di svariate nazioni europee, che li raccolgono ma se ne liberano subito scaricandoli da noi: il profano, non senza molte ragioni, si domanda perché, fatto obbligo alle autorità portuali più vicine di garantire alla nave rifornimento ed assistenza, queste persone salvate non vengano portate nel paese a cui appartiene la nave; perché tutti in Italia?

 

È questo un lato oscuro che rischia di indisporre perfino i più aperti all’accoglienza, anche qualora simili procedure siano previste da norme o trattati che, nel caso specifico, pare sia il caso di rivedere.

 

Su molta stampa italiana in questi giorni è rimbalzato il sospetto che anche dietro le operazioni di salvataggio in mare, come del resto si dice da tempo a proposito di molte cooperative preposte alla gestione dei campi profughi, si nascondano colossali affari ed arricchimenti illeciti: per sostenerlo bisogna avere le prove, però ha suscitato meraviglia che molti salvataggi siano avvenuti quasi sulle coste della Libia, quasi che ci fosse stata una sorta di catena di montaggio o di preventiva intesa fra i trafficanti e le navi salvatrici; solleva qualche perplessità anche la mancanza di informazioni sulle fonti di finanziamento di alcune ONG che sostengono enormi spese per le operazioni marittime ed aeree di salvataggio, ma non se ne conoscono i canali di finanziamento.

Comunque, da qualsiasi angolazione si esamini il fenomeno migratorio, i migranti in Italia sono troppi o almeno è diffusa la percezione della loro sovrabbondanza rispetto alle sue capacità ricettive, anche a fronte del pallido sostegno europeo, soprattutto in campo finanziario.

 

Il confronto tra questa immigrazione con quanto avviene, ad esempio, in Libano, dove su quattro milioni di abitanti vi sono circa due milioni di profughi siriani, fa impallidire il disagio che si riscontra in Italia; bisogna però riconoscere che da noi, oltre all’attivazione delle migliori risorse del volontariato, lo Stato dedica al problema notevole attenzione, cercando di superare difficoltà logistiche e finanziarie, a cui si sommano quelle ideologiche sollevate da alcuni partiti e movimenti, a cui mancherebbero molti argomenti se le altre nazioni europee, soprattutto quelle più ricche, fossero concretamente accanto all’Italia.

 

Scrivere di immigrazione sconsiderata in Italia su un giornale sudafricano fa un po’ sorridere, se si pensa alla massa di disperati che si riversano in Sudafrica dai tanti paesi africani da cui fuggono, affamati da una natura ostile o oppressi da antichi e nuovi sfruttamenti o soffocati da tiranni e governi ladri e corrotti.

 

Basta osservare i grappoli di umanità alla deriva che affolla i semafori di Johannesburg, che bivacca nei parchi, che vive di espedienti assai probabilmente non in linea con la legge, per rendersi conto dell’ampia portata del problema e dell’inadeguatezza o della mancanza di interventi da parte delle autorità locali; il disinteresse che la polizia manifesta nei loro confronti, anche quando con la loro ossessiva invadenza ostacolano la corretta circolazione dei veicoli e costituiscono, specie nelle ore serali, un grave pericolo per sé stessi e per gli automobilisti, non sembra essere la prova né di una civile accoglienza né della volontà di affrontare il problema in modo equilibrato ed efficace.

 

Sarebbe interessante operare un confronto approfondito e qualificato tra questa immigrazione e quella che avviene in Italia, esaminando le rispettive legislazioni, il ruolo dei soggetti pubblici e privati, le soluzioni adottate ed i risultati conseguiti.

Gli accademici ricercatori di origine italiana non mancano e l’argomento credo che incontrerebbe un discreto interesse.

Restringendo però il focus sull’immigrazione in Italia, ritengo che gli italiani che vivono in Sudafrica, i quali stanno sperimentando sulla loro pelle la condizione di immigrati, magari da molti decenni, gradirebbero conoscere da una fonte ufficiale i punti di vista del governo italiano, alla luce anche del quadro normativo europeo, con particolare attenzione alle norme che dovrebbero regolare il fenomeno incanalandolo verso soluzioni positive, condivise e rispettose dell’italianità.

 

Chi meglio delle autorità diplomatiche potrebbe portare la voce del governo italiano?

 

Di che parlare?

Non so se capita anche alle grandi penne: a me succede spesso di mettermi davanti alla tastiera del pc (ma accadeva anche ai tempi mitici della Olivetti Lettera 22) e di non trovare un filo per arrotolare una matassa ordinata di idee.

Non sono queste o le notizie a scarseggiare, anzi, l’onda, lo tsunami di fatti, di informazioni, di post vorticosamente irrompono da ogni dove e, mentre ne afferri una, più o meno a caso, per incominciare a scrivere, ne arrivano altre che ti bloccano le dita e ti arruffano il cervello.

Di che cosa parlare in questi giorni caotici?

Dell’attentato in Svezia? Proprio la Svezia, pacifica ed accogliente, che neppure partecipa alla NATO e che nel 2015 ha speso 7,1 miliardi di euro (quasi il doppio dell'Italia) in generosi aiuti ai Paesi più poveri; un camion islamico da lanciare tra la gente lo si trova anche a Stoccolma, come a Nizza, Berlino, Londra, per restare solo in Europa; tra poco l’elenco si allungherà, l’hanno detto i seguaci del califfo nero e di altri imitatori.

Parlare degli attentati suicidi nella metropolitana di San Pietroburgo o nelle chiese cristiane in Egitto? Ci siamo abituati, avanti il prossimo. Le prime indagini confermano che gli attentatori erano fanatici islamisti: non è certo una novità, anzi, mi meraviglierebbe se non fossero stati loro: dicendolo sommessamente, perché qualcuno sostiene che non lo si deve dire, ma quando si è sentito di un attentato cristiano in una moschea? Ci hanno detto che siamo fratelli: ma un rapporto di fratellanza non funziona se uno solo dei fratelli riconosce la consanguineità.

Scrivere sulle convulsioni che in questi giorni, più che mai, stanno scuotendo il Sudafrica, stanco di una classe politica che ha perso la bussola? “Noi costruiremo una società in cui tutti i sudafricani, bianchi e neri, saranno in grado di camminare a testa alta, senza alcun timore nei loro cuori, certi del loro inalienabile diritto alla dignità umana - una nazione arcobaleno in pace con se stessa e il mondo”: sembra che queste sagge parole del grande Madiba siano diventate un’altra nobile vittima della segregazione.

Se esiste una possibilità di riscatto per questo Paese, questa arriverà dai bambini, dai giovani, non certo da parte di ex-combattenti per la libertà oggi ingrigiti e concentrati più sul proprio conto in banca e sul rispetto del protocollo che su come aiutare i loro concittadini ad emanciparsi da secoli di oppressione… non do importanza a concetti astratti come democrazia e libertà, i quali vengono quasi sempre usati come specchietti per le allodole per nascondere agende politiche che di libero e democratico non hanno proprio nulla” (da un’intervista rilasciata da Raphael D’Abdon, italiano, scrittore e docente UNISA, a Valentina Acava Mmaka, scrittrice italiana naturalizzata sudafricana).

Parlare dei bambini che in Siria vengono massacrati dalle bombe delle milizie ribelli o da quelle del governo o dei Paesi stranieri amici dei ribelli o di quelli alleati di Assad o nemici degli uni e degli altri? Non so se quelle povere vittime, prima di morire dilaniate, si siano prese la soddisfazione almeno di sapere a chi apparteneva la bomba che stava per spegnere la loro piccola vita.

Scrivere della meschinità della politica italiana? Tengono banco le baracconate dei congressi dei partiti, dove, nel nome della comune appartenenza ci si chiama compagni o amici o camerati o cittadini (a seconda della bandiera sotto cui si milita) rivendicando coerenza, compattezza, concordia, onestà proprio mentre si intrecciano tranelli, sgambetti, scissioni, intrallazzi.

Parlare della sentenza del giudice di Genova, che ha dato ragione alla candidata-sindaco, democraticamente designata ma sconfessata ed estromessa dal suo partito? La sua colpa? Essere sgradita al comico fondatore-padre-padrone del M5S, che si vanta, comicamente, di essere un paladino, magari l’unico, della democrazia.

Scrivere dei due istituti scolastici di Locri, sequestrati dai carabinieri perché costruiti e controllati dalla ‘ndrangheta, che sono risultati totalmente abusivi e privi dei basilari requisiti di sicurezza per gli 800 studenti che li frequentavano? Ovviamente l’amministrazione comunale, gli organi scolastici, i genitori, i cittadini, nessuno ne sapeva nulla.

No, nessuna di queste notizie, pur forti ed importanti, mi riscalda la penna; l’unica che in questi giorni mi rimane a fuoco, oscurando le altre, è questa: Χριστός Ανέστη.

Mi scusino i lettori, ma, cedendo al flusso dei ricordi di studio e di vita, desidero mantenere l’esclamazione nel testo greco.

Quando il papa (un tempo poliglotta, ora, purtroppo, non più) si affacciava al balcone della Basilica di San Pietro per rivolgere gli auguri pasquali in decine di lingue, mi affascinava quell’annuncio laconico, ma totalmente pregno, in greco Χριστός Ανέστη, Cristo è risorto, e nulla più: prendere o lasciare.

Se “prendi”, ti potresti trovare anche tu accanto a quelle donne in una tiepida alba di tanto tempo fa a portare dei profumi (loro) o dei fiori (tu) sulla tomba di un giovane uomo, per il quale tre giorni prima, alla sua morte, “si era fatto buio su tutta la terra da mezzogiorno alle tre e la terra aveva tremato”.

“Sarà anche stato un uomo importante o addirittura figlio di Dio, come lui stesso aveva dichiarato difronte ai giudici, ma è comunque morto”, avranno forse pensato le donne in cuor loro, domandandosi chi mai avrebbe loro tolto quella grande pietra che sbarrava l’ingresso al sepolcro; ma dubbi preoccupazioni ansia paura dolore furono spazzati via dal fulminante annuncio di un giovane in candide vesti: “Gesù è risorto”.

E da quel sepolcro svuotato iniziò, per chi lo vuole, un nuovo sentiero di vita, duro, accidentato, poco gratificante, controcorrente, divisivo, ma ben tracciato, come quello percorso dal popolo di Israele quando lasciò la terra d’Egitto, allorché “il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte” (Esodo 21).                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

Se “lasci”, sarà per un’altra volta: il tempo della fede non si misura sulla rotazione terrestre.

Buona Pasqua.

Mario Angeli

PS: Pochi giorni fa Marco Zacchera, autore de IL PUNTO, ha chiesto ai suoi lettori di dargli un segnale di consenso per poter continuare a pubblicare la sua rubrica e ne ha ricevuto un significativo incoraggiamento a proseguire; dopo quasi due anni, essendo anch’io all’oscuro sul livello di interesse che il mio BALCONE incontra presso i lettori, mi permetto di invitare a darmene un cenno all’indirizzo This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.. Ringrazio. (M.A.)

Aristo-chi?

Immagino che il pensiero corra ad Aristotele, uno dei massimi pensatori dell’umanità, che già nel nome ARISTO-TELES, stando alle correnti interpretazioni etimologiche, contiene l’idea di perfezione, di scopo eccezionale, ottimo, ecc.

 

Questo ho sempre pensato, con fede incrollabile.

 

O no?

 

Furfante d’un Aristotele, invece.

 

Aristotele fu un ladro, quindi chiamiamolo pure Aristo-kleptes o qualcosa di simile: questa rivelazione sconvolgente è piombata sul mio balcone italiano dall’altro capo del mondo, grazie alla potenza del web, che consente ai lampi d’ingegno quanto agli schizzi di stupidità di superare le barriere dello spazio.

 

Mi è capitato di leggere su New24 del 18 marzo le solenni, e sconclusionate, dichiarazioni di un esponente politico sudafricano secondo cui, interpretando la storia secondo parametri sconosciuti non solo alla storiografia ma alla semplice evidenza delle fonti e dei fatti, “Aristotele sottrasse l’idea di democrazia agli antichi Egizi ed Etiopi”; il suo non fu solo un plagio, ma addirittura una ruberia vera e propria, quando, “approfittando dell’invasione macedone, saccheggiò le biblioteche egizie, rubando opere intellettuali africane che poi spacciò per sue”.

 

A dire il vero il pensiero politico di Aristotele non era neppure ispirato ad un’autentica democrazia, ma ad una visione piuttosto aristocratica, tanto egli era diffidente sul coinvolgimento delle masse popolari nel governo degli stati e, cosa non da poco, l’invenzione della democrazia greca la si deve a Solone ed a Pericle, che vissero rispettivamente due secoli e mezzo ed un secolo prima di lui.

 

Per fortuna News24 non riporta il nome dell’autore delle corbellerie che ho citato e che non finiscono qui, per confutare le quali non occorre l’intervento di un esimio accademico, ma basterebbero i modesti studi di un ragazzino di terza media: è meglio che questo politico sudafricano rimanga anonimo, altrimenti credo che tutti i miei lettori, pochi ma generosi e ben informati, lo sommergerebbero di frizzi, lazzi e contumelie.

 

Per quanto grande sia la mia appassionata stima verso Aristotele, tuttavia il mio cuore batte italiano, non greco, perciò termina qui la mia difesa del grande filosofo, anche perché ci sono altre affermazioni dello stralunato politico sudafricano che mi coinvolgono di più, come il riferimento al conflitto tra Cartagine e Roma (tra il III ed il II sec. a.C.), che, attenzione, potrebbe generare un conflitto diplomatico, con qualche pericolosa venatura a sfondo razziale, se mai saltasse in mente all’africano Presidente della Tunisia di chiedere i danni di guerra agli eredi naturali dell’antica Roma, quindi al nostro Presidente Gentiloni: le epiche Guerre Puniche, nonostante alcune sconfitte subite da Roma, furono durissime guerre coloniali e si conclusero con la distruzione totale di Cartagine, oggi un sobborgo di Tunisi, ma allora la città che seppe tener testa con eroismo alla superpotenza romana.

 

Immagino che gli osannanti seguaci dell’innominato politico sudafricano si siano spellati le mani ad applaudire un’altra sua affermazione, straordinariamente bislacca e inutilmente razzista: "l'Europa non ha avuto la legge e l'ordine fino a quando noi non glielo abbiamo insegnato e sicuramente non aveva civiltà fino a quando non abbiamo colonizzato la Spagna, il Portogallo e l'Italia attraverso Annibale da Cartagine."

 

La storia riconosce ad Annibale grandi meriti militari e acume strategico, ma nulla più; a parte il fatto che egli fu un esponente del popolo fenicio, che abitava sì l’attuale Tunisia ma era originario dell’Asia, quindi non africano, l’Italia e le altre nazioni citate debbono interamente la loro civilizzazione a Roma, che, anche attraverso l’apporto delle civiltà con cui venne in contatto, ne seppe costruire una originalissima che ancora oggi sta alla base almeno dell’occidente.

 

Fu Roma a disseminare di opere d’arte tutta l’Africa settentrionale, non viceversa; qualcosa fu portato in Europa dagli Arabi, che però non erano africani; se, con una evidente forzatura, si potessero considerare discendenti dalle genti di Annibale i soldati dell’Africa settentrionale, soprattutto magrebini, inquadrati nell’esercito francese nella seconda guerra mondiale, dovremmo ricordare una grande prova non di civiltà ma di barbarie, quando nel 1944 tali truppe compirono inaudite violenze sulla popolazione civile del Lazio, soprattutto sulle donne: basterebbe rivedere il film La Ciociara di Vittorio De Sica o leggere l’omonimo romanzo di Alberto Moravia, per ricordare le marocchinate, come vengono chiamate quelle sordide imprese con una brutta parola, che non rende minimamente conto dell’efferatezza delle violenze praticate.

 

Forse qualcuno dovrebbe spiegare a quel politico sudafricano che avventurarsi a paragonare fra loro delle civiltà inconfrontabili e per di più senza cognizione di causa, può risultare autolesionistico e, cosa non buona per un politico, divisivo.

 

Non solo: andare a cavillare o a contrapporsi su questioni appartenenti ad un passato lontanissimo, già scandagliato da schiere interminabili di studiosi e che non potranno mai trovare un punto di incontro soddisfacente per tutte le parti, mi sembra una sterile fuga dalla realtà.

 

Risparmio sulla spesa

 

Beh? Forse l’argomento non è interessante, sebbene sia molto attuale, ma il titolo mi pare proprio fiacco.

Vuoi mettere SPENDING REVIEW? Anche dal punto di vista musicale questa espressione inglese (e lo ammetto con molta sofferenza) è assai più orecchiabile, espandendosi dal do basso fino al do alto, mentre quella italiana è tutta ancorata su un monocorde do-do-do-do-do...

Certo, concettualmente entrambe le versioni dicono la medesima cosa, ossia il tentativo, assai poco efficace, che la politica italiana ha messo in atto da circa un ventennio per tagliare gli eccessi e gli sprechi della pubblica amministrazione, al fine di contenere il vertiginoso aumento del deficit e, se possibile, iniziare a ridurlo; senza andare troppo a ritroso, i primi significativi propositi possiamo farli risalire al 2002, quando, utilizzando la lingua italiana, il suddetto tentativo fu definito decreto tagliaspese.

Con il governo Monti si virò sull’inglese spending review, forse perché faceva più bocconiano, e furono preposti vari commissari, tutti altamente competenti, che però, ad uno ad uno, entrati trionfalmente dalle luccicanti porte ministeriali, o se ne scapparono dalla finestra sconsolati per l’insormontabilità del compito loro assegnato o furono direttamente defenestrati da quella classe che dovevano smagrire ma che non voleva saperne di accettare diete di sorta: tagliare i vertiginosi stipendi dei politici? Il loro tasso di autolesionismo non si spingeva a tanto, perciò nessuna sforbiciata, o meglio, magari un piccolo taglio alla parte di stipendio sottoposta a tassazione, ma contestuale aumento delle indennità e dei rimborsi, che, non essendo tassati, di fatto possono comportare perfino un aumento retributivo.

Provare a tagliare le retribuzioni dei magistrati, soprattutto quelli di fascia più apicale, che si mettevano in tasca più di 250 mila euro? No, perché la stessa magistratura bocciò il ventilato provvedimento legislativo, tacciandolo come una interferenza verso un potere autonomo.

Sforbiciare le retribuzioni dei dirigenti pubblici, soprattutto di quelli che raggiungono il tetto massimo che la legge fissa ai 240 mila euro? No, perché esse sono già state riportate sulla soglia stabilita dalla legge e perciò non vi è obbligo di ulteriori dolorose riduzioni; così molti dirigenti dell’INPS, che eroga un mare di pensioni da 7 mila euro l’anno, percepiscono retribuzioni dai 100 mila euro in su: sai che lavoro di responsabilità e di prestigio per la nazione conteggiare e pagare le pensioni?

E se si provasse a ridurre le ingenti spese per le retribuzioni del personale diplomatico? È una questione che ricorre frequentemente, ma non sembra che sia emersa la volontà di ridurre i compensi sproporzionati, rispetto ad altri dipendenti pubblici, percepiti dagli addetti alla diplomazia italiana all’estero, dal livello più basso fino al vertice; non è facile muoversi in un ginepraio di tabelle e di compensi accessori, ma chi vuole approfondire può ricorrere ad un servizio di Roberto Perotti, apparso su lavoce.info del 4.2.2014: lo studio non è recentissimo, ma non sembra che le cose siano significativamente cambiate, se si considera che proprio Perotti è stato il penultimo commissario alla spending review, incarico da cui è fuggito giudicando “piccole e di natura elettorale” le riduzioni di spesa dell’allora governo Renzi.

Con Perotti, che è docente di economia politica presso la Bocconi di Milano, ha ingaggiato un aspro ed incauto duello l’ambasciatore italiano a Londra il quale, tentando di confutare le tabelle e i dati forniti dall’economista, non ha fatto altro che offrirgli il destro per rincarare la dose dei privilegi e dei lauti compensi dell’alta diplomazia, superiori a quelli di nazioni ben più ricche e strategicamente importanti della nostra.

Prescindendo dalle retribuzioni, un esempio quasi comico di spreco credo che sia l’ambasciata italiana a San Marino, ovviamente con tanto di ambasciatore e struttura amministrativa: nessun dubbio che le relazioni tra l’Italia e la gloriosa Repubblica del Titano debbano essere trattate con delicatezza e tutelate con scrupolo, ma forse potrebbero bastare allo scopo alcuni incontri davanti ad una piadina annaffiata con un buon Sangiovese.

Sarebbe però ingeneroso sostenere che i governi Renzi e Gentiloni non abbiano tagliato, talora significativamente, le spese di molti ministeri, anche per rientrare nei parametri del deficit imposti dall’Unione Europea; è difficile tuttavia riconoscere una qualche equità al blocco delle pensioni e degli stipendi di tutti i dipendenti pubblici, che dura ormai da cinque anni: se infatti bloccare la retribuzione di un dirigente che percepisce 240 mila euro annui non credo gli provochi grande sofferenza, non è altrettanto per la gran massa di lavoratori dipendenti dai vari ministeri, che in un anno percepiscono 15 mila euro o, assai più drammatico, per i pensionati da 6-700 euro al mese.

Mentre a Roma si stanno preparando per il 25 marzo le iniziative per commemorare i 60 anni dalla firma dei trattati che proprio nella nostra capitale diedero il via all’allora Comunità Economica Europea, e le varie sedi diplomatiche sparse per il mondo, compresa quella in Sudafrica, promuovono eventi di vario genere e spessore, mi sembra che almeno due fatti, seppur in maniera differente, introducano qualche nota stonata: il primo è la pressante richiesta, diciamo pure l’imposizione, delle autorità europee al nostro governo perché adotti entro aprile “misure strutturali aggiuntive”, pari a circa 3,5 miliardi di euro, per ridurre il deficit di bilancio, che è senz’altro drammaticamente alto, ma non sembra che i politici di Bruxelles tengano in debito conto gli enormi sforzi e le conseguenti spese che l’Italia sostiene per salvare ed accogliere migliaia di profughi alla settimana: in verità molte sono le nazioni europee che con le loro navi si impegnano a salvarli nel Mediterraneo, ma purtroppo li scaricano tutti nei porti italiani.

L’altra ombra l’ha allungata su Roma il ministro delle finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, che è pure Presidente dell’Eurogruppo, il quale, riferendosi alle nazioni del sud-Europa, ha dichiarato che esse “non possono spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto”, ovviamente all’Unione Europea: una simile idiozia è stata stigmatizzata dai nostri governanti, ma un insulto così odioso continuerà a bruciare per molto tempo sulla nostra pelle: sapevamo di essere un popolo di eroi, santi e navigatori, ma non anche di ubriaconi e puttanieri.

In modo molto efficace e sarcastico gli ha risposto Massimo Gramellini nella rubrica quotidiana IL CAFFÈ sul Corriere della Sera del 22 marzo: è un capolavoro che invito a leggere.

Mario Angeli

Accogliendo l’invito di Mario Angeli,abbiamo pensato di risarmiarvi la fatica di andarvi a cercare il pezzo di Gramellini e ve lo offriamo qui di seguito. Buona lettura.

Il Perego d’Olanda

Massimo Gramellini

Jeroen Dijsselbloem, presidente olandese dell’Eurogruppo, ha dichiarato al più autorevole giornale tedesco che le nazioni del Sud Europa “non possono continuare a spendere soldi in donne e alcol e poi chiedere aiuto”.

Che a casa sua Dijsselbloem sia considerato un progressista getta un’ombra inquietante su che cosa pensino di noi, in Olanda, i regressisti. Quest’uomo ha inanellato tanti di quegli stereotipi da fare ammutolire un congresso internazionale di Bar Sport. Per ragioni molto simili, alla Rai hanno appena rimosso una conduttrice. Ma, a differenza della Perego, lui i testi se li scrive da solo.

Strano, si pensava che ad Amsterdam avessero una certa pratica di pub e bordelli, e che spendessero qualche spicciolo anche dentro i coffee shop. Nelle classifiche sul tasso d’ubriachezza, l’Italia e le sue sorelle meridionali precedono di pochissimo l’Olanda, ma rimangono ampiamente dietro Germania, Ungheria e Danimarca.

Quanto ai piaceri del sesso, ormai soppiantati dai brividi del calciomercato, una breve indagine tra le donne latine porterebbe Dijsselbloem a scoperte sconfortanti. Eppure a quelle latitudini continua a riscuotere un certo successo l’immagine del contribuente nordico che sgobba sotto cieli tristi per consentire a noi terroni di ballare il sirtaki in una damigiana di bordeaux con Penelope Cruz e Monica Bellucci vestite completamente di nero.

L’Europa è disfatta. Restavano da disfare gli europei, ma si direbbe che siamo già piuttosto avanti col programma.

 

Uno e bino

 

Da sempre i teologi si macerano per tentare di spiegare l’inspiegabile e di far comprendere l’incomprensibile, che è il caposaldo della religione cattolica, cioè quell’Uno-e-Trino, ossia il mistero della Trinità, che nell’unità inscindibile di un solo Dio vuole presenti tre persone uguali e distinte; ci provarono in tanti, ma alla fine, per dirla in sintesi estrema, la loro conclusione è sempre stata che si tratta di un mistero della fede, come a dire che è così perché è così: ricordate l’aneddoto del bambino che con una conchiglia voleva trasferire l’acqua del mare in una piccola buca sulla spiaggia, così come sant’Agostino pretendeva di capire con la sua povera mente umana quell’impenetrabile mistero?

Fuori dalla teologia ci provò Dante che, nel XXXIII canto del Paradiso, giunto ormai al cospetto di Dio, prova a spiegare attraverso la poesia il mistero della Trinità, che gli è dato di contemplare, ma conclude comunque che alla sua immaginazione, sebbene sia consapevole di averla molto fervida, manca la forza necessaria.

Molto più facile è invece spiegare immagine e concetto di uno-e-bino, perché esuliamo dal campo complicato della religione e della teologia, rimanendo concretamente ancorati sulla terra e sulle sue miserie.

Il lettore abbia un poco di pazienza e non pensi subito che questo uno-e-bino sia una stranezza assoluta; senza possedere nulla dell’alta fantasia di Dante (come lui stesso la chiama) e senza poter contare sulle raccomandazioni di cui egli godette per ottenere da Dio la visione della Trinità (ci si mossero infatti Beatrice, San Bernardo e nientemeno che la Vergine Maria), la mia modesta intuizione e la successiva comprensione dell’infinitamente più semplice uno-e-bino è stata favorita dall’articolo di Cornelia I. Toelgyes, apparso sulla Gazzetta nei giorni scorsi, nel quale la giornalista, sullo sfondo del disastro economico, sociale, culturale, finanziario in cui è precipitato lo Zimbabwe, traccia con molta chiarezza i lineamenti dell’uomo politico che ha accentrato da decenni su sé stesso la funzione di presidente della repubblica e quella di dittatore, due entità politiche tra loro intrinsecamente contraddittorie ed incompatibili, almeno secondo la sensibilità occidentale, ma che convivono uguali e distinte nella stessa persona di Robert Mugabe: quindi, assai semplicisticamente, ecco spiegato lo pseudo-mistero dell’uno-e-bino.

Quindi presidente di diritto, dittatore di fatto, e si sa bene quanto spesso le situazioni fattuali contino e valgano molto di più di quelle di diritto, soprattutto in molte nazioni africane, che peraltro non mancano di analoghi presidenti-tiranni, forse meno noti ma magari più sanguinari, come quello del Sud-Sudan, su cui la Corte Penale Internazionale dell’Aja vorrebbe mettere le mani ma che diffuse coperture di presidenti amici hanno finora tolto dagli impicci.

Anche qualche giornale italiano talora riporta brevi notizie sulla gravità della miseria e della fame che attanagliano sempre di più questo “Paradiso perduto”, un tempo ricco e prospero, ed hanno anche dato qualche risalto alla grande festa svoltasi il 25 febbraio: “Mentre il Paese è allo stremo, il presidente Robert Mugabe ha festeggiato il suo novantatreesimo compleanno in grande stile. Un party costato quasi due milioni di dollari, con migliaia di invitati”, scrive Toelgyes.

Se tale spesa può sembrare eccessiva per una festa di compleanno, immagino però che nessuno avrà da eccepire sulla trasferta milionaria del sovrano-presidente a Singapore con un aereo appositamente noleggiato dal Bahrein (News24, 13 marzo): dopo la bisboccia della festa, il vecchio paziente era …impaziente di recarsi dal dottore: il diritto alla salute è sacrosanto e deve perciò essere garantito, anche quando il medico dista molte migliaia di chilometri, tanto più se i sanitari dello Zimbabwe sono in sciopero, non essendo retribuiti da tempo (Toelgyes) e l’aereo presidenziale è in panne.

Alle orecchie di noi occidentali suonano stonate le notizie di uno sperpero di pubblico danaro così esorbitante, sebbene, quanto a sprechi, purtroppo la politica italiana ne sia maestra.

La figura tanto invadente e, a suo modo, carismatica dell’uno-e-bino o due-in-uno Mugabe mi richiama per contrasto la coppia presidenziale italiana, ossia il Presidente della Repubblica e quello del Consiglio, rispettivamente Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni, che appaiono talmente ligi ai loro ruoli e tanto scrupolosi a non dare neppure la vaga impressione di esorbitare dalle loro prerogative che, ben lungi dall’essere due-in-uno talvolta sembrano essere un mezzo-e-mezzo, soprattutto se tacciono anche quando non solo l’opportunità, ma soprattutto il loro incarico ne richiederebbero parole non sussurrate ma espresse alte e con chiarezza.

Questo ho pensato quando ho letto della sentenza dei giudici di Trento, secondo i quali due gemellini procreati da un uomo secondo la pratica dell’utero in affitto debbano essere considerati, giustamente, non soltanto figli del padre biologico, ma anche del suo compagno, che invero non c’entra niente con quei piccoli, ai quali sono quindi riconosciuti due padri e nessuna madre.

Comunque sappiamo che non saranno i forti o tenui legami biologici con i genitori a condizionare la vita di quei bambini, ma l’efficacia dell’ambiente educativo e l’intensità del loro amore: ricordate lo sconquasso portato nel mondo da quell’antico Bambino, figlio di madre certa ma di un padre surrogato, putativo si dice, cresciuto ed educato in una famiglia semplice ed in una sana bottega da falegname?

Non intendo entrare nel merito di quella sentenza, seguita da altre analoghe in questi giorni qua e là per l’Italia: se la legge vuole che sia riconosciuto lo status di figlio a chi nasce tanto in una coppia e con metodi tradizionali quanto in una omosessuale o addirittura in un ménage à trois o con complesse pratiche di laboratorio o di affitto di fattrici, faccia pure, purché sia il Parlamento a deciderlo, non un tribunale, come hanno fatto notare alcuni commentatori seppur favorevoli alla sentenza dei giudici trentini; forse essi si sono infilati in un vuoto della nostra legislazione, alla quale sola però spetta legiferare: in poche parole, i giudici si sono sostituiti al Parlamento.

A dire il vero sono molti decenni che la magistratura entra pesantemente negli ambiti degli altri poteri dello Stato: l’esempio più eclatante è quello chiamato “Mani pulite”, che giusto 25 anni fa demolì interi partiti, spazzò via uomini politici, rovesciò governi, traghettò l’Italia dalla prima alla seconda repubblica: ce n’era bisogno, perché i livelli di corruzione erano troppo diffusi e radicati, ma talora i metodi utilizzati, con quel sinistro ed abusato “tintinnar di manette” (come dichiarò l’ex-presidente Scalfaro) furono particolarmente rudi; la storia giudicherà, ma senza dubbio il potere legislativo e quello esecutivo furono alla mercé di quello giudiziario.

Ed è qui, a mio parere, che il silenzio dei nostri Presidenti si fa particolarmente assordante: non che dovessero approvare o disapprovare la sentenza dei giudici trentini, stante la separazione dei poteri, ma almeno sarebbe stato opportuno che rivolgessero un forte appello al Parlamento a legiferare in maniera chiara e completa su una questione tanto delicata ed importante, sottraendola alla soggettività dei singoli giudici; per quanto la materia sia divisiva, credo che sia preferibile un civile e democratico contrasto fuori e dentro le aule parlamentari tra le diverse posizioni e con la possibilità che il popolo sovrano si avvalga dell’abrogazione, piuttosto del proliferare di decisioni giudiziarie che purtroppo non sono appellabili nelle sedi democratiche.

Gnocco

Ci sono tanti modi per dimostrare interesse, stima, affetto, amore verso la propria nazione, soprattutto se la si vive con nostalgia come una patria lontana, talora più di cuore che di distanza: innanzitutto rispettandone le leggi, pur quando sono scomode, sostenendo il suo sviluppo anche con il pagamento delle tasse, onorandone ovunque il nome e tappando la bocca a chi, tanto sopra quanto sotto l’equatore, la dileggia con il becero luogo comune di “pizza, mafia e mandolino”, tanto più quando costoro hanno ben poco da insegnarci; a livelli più profondi ed intensi l’amore per la patria si manifesta amandone la cultura, dalle arti al cinema, dalla gastronomia alla scienza, parlandone ovunque e, se possibile, diffondendone la lingua, che è il vero ed unico passaporto, purtroppo senza valore giuridico.

Per valorizzare la nostra lingua vi sono molte modalità, a seconda degli interessi e del livello dei soggetti coinvolti: da quella propria degli accademici, la più altisonante ma talora poco efficace, perché indirizzata ad una cerchia ristretta di destinatari, a quella altrettanto raffinata ma più divulgativa dell’insegnamento nelle scuole, a quella che, attraverso iniziative culturali alla portata di un pubblico vasto e non necessariamente acculturato, risulta molto più popolare e più facilmente fruibile: a quest’ultimo riguardo ben vengano perfino le iniziative di natura esclusivamente gastronomica.

Questo ho pensato, quando ho letto della “Festa del gnocco”, svoltasi lo scorso 26 febbraio al Club Italiano di Johannesburg, promossa dall’Associazione dei Veronesi e da quella dei Veneti.

Superato lo stupore per questa strana divisione tra conterranei, quasi che Verona si sia spostata un po’ ad ovest in territorio lombardo, sottraendosi allo sguardo corrucciato del leone di san Marco, di primo impeto mi è suonato male quel “del gnocco”, perché le regole più ferree della grammatica vorrebbero che si dicesse “dello gnocco”, dal momento che le parole maschili che iniziano per sc, gn, ps, pn richiedono gli articoli lo, gli, uno e le preposizioni dello, degli: perciò lo scemo, pur restando sempre scemo, è preferibile a il scemo, come lo gnocco, nulla perdendo della sua appetibilità, è più gradevole al palato linguistico del gnocco; è però vero che, soprattutto in Italia settentrionale, dove comunque lo gnocco è stato inventato, oltre a mangiare con discreta frequenza questo delizioso piatto, è diffusa ed affermata la variante ”il gnocco”, che giustifica quindi anche “del gnocco”.

Pure altri vocaboli, come pneumatico, tollerano ormai l’articolo “il” anziché “lo”, mentre per quelli che iniziano con ps ci vorrà ancora del tempo, prima che si possa andare dal psicologo: la batosta economica delle sue parcelle non sarà meno dolorosa, ma almeno si mantenga legato il vocabolo alle leggi grammaticali e quindi alla sua preposizione articolata dallo.

Il lettore avrà compreso che anche attraverso la proprietà linguistica si onora la propria nazione, che è comunque bella di per sé, ma rivestendola con i suoi abiti della festa, ossia con una lingua corretta, la si rende ancor più affascinante: è un po’ come per una splendida ragazza, che è bella di suo, ma un abito con scuciture e pillacchere ne ridurrebbe il fascino.

Ammetto che conservare una piena padronanza della lingua italiana è impegnativo anche per un italofono di nascita ed immagino quindi che per chi apprende l’italiano come lingua seconda il rischio di incorrere in qualche svarione o tranello linguistico è assai probabile.

Il problema non sono le regole grammaticali, ma le tante, complicate ma provvidenziali e meravigliose eccezioni.

Ad esempio, tutti sappiamo che in italiano i nomi degli alberi sono quasi tutti maschili, mentre quelli dei frutti sono femminili; sarebbe interessante approfondire il perché della capriola di genere che queste categorie di parole hanno subito giungendo all’italiano dal latino, dove le piante erano femminili ed i frutti neutri, ma non è il caso di farlo qui, tanto più perché dovremmo fare i conti con le eccezioni, ad esempio l’uva che era già femminile anche per i romani.

Quindi il melo produce la mela, il ciliegio la ciliegia, il susino la susina, il pesco la pesca e così via: sembra che tutto fili liscio, ma la trappola è in agguato, perché alcuni frutti rimangono maschili come l’albero che li ha prodotti, ad es. il limone, il cedro, l’ananas, altri si prestano sì al cambio di genere, ma provocando equivoci o imbarazzi: è il caso dell’albero del fico, che produce il fico, ma guai ad applicare la regola generale sul genere: provi il lettore a rendere femminile questo gustoso e semplice frutto e ne faccia un uso attento e sobrio, almeno in un contesto elegante!

Una mela al giorno ti leva il medico di torno”, recita un popolare adagio: a seconda dei gusti, si potrebbe sostituire la mela con la pesca, l’albicocca, l’arancia e, a prescindere dalla presunta efficacia salutistica del frutto, non si genererebbe alcun equivoco; basta invece scambiare la mela con la sua non meno nobile e gustosa cugina pera per scardinare ogni ambizione terapeutica, generando anzi il sospetto di trovarsi nell’area della tossicodipendenza.

Ritornando agli (o ai) gnocchi da cui hanno preso l’avvio queste scorribande, il rispetto del genere del nome è assai importante: infatti l’allegra brigata che si trovò quel 26 febbraio al Club Italiano gustò ricche portate di candidi gnocchi lessati e succolentemente conditi, ma i commensali maschi sarebbero apparsi loro come pesci lessi se gli fossero state servite le varianti femminili degli gnocchi, non commestibili ma non meno appetitose.

La lingua impoverita

“Lei parla italiano?”: alla gentile impiegata che mi rivolge questa domanda rispondo un po’ precipitosamente che sì, è ovvio, sono italiano; ma lei, di rimando: “Non è tanto ovvio, pensi che di là sto rinnovando il passaporto a cinque persone che non sanno una parola di italiano.”

Mi trovo a sbrigare una pratica presso il consolato italiano di Johannesburg, quindi in territorio italiano, con i simboli familiari della nostra Repubblica, la bandiera, lo stemma, la fotografia del presidente Mattarella, le circolari del MAE in orrendo burocratichese appese in bacheca, il familiare schiocco dei grandi timbri di bronzo, il carabiniere in divisa (sebbene il controllo di sicurezza alla porta sia affidato ad una guardia sudafricana, cosa che un pochino mi disturba) e in quell’ufficio traballa un assioma di cui non riesco a liberarmi, ossia che se sei italiano parli italiano; in verità altre volte mi è capitato di osservare malinconicamente come tante persone, anche di non troppo remota origine italiana, zoppichino vistosamente non solo nello scritto, passi pure, ma addirittura nella comprensione e nella produzione del parlato, quando non accade persino di sorprendere qualche italiano che, per posa intellettualoide, pur ben conoscendo la sua lingua madre, preferisce sfoggiare l’inglese anche quando circostanza o contesto non lo richiederebbero, come se ciò conferisse un blasone speciale.

Eppure non sono le origini né il passaporto o il diritto di voto, né la passione per la cucina e la moda italiane o la frequenza di club italiani che conferiscono l’autentica cittadinanza, ma il possesso e la pratica della nostra lingua: la storia, l’arte, la letteratura, le emozioni, le passioni, i paesaggi, la musica, i difetti, le generosità, le vergogne, i sentimenti, le speranze dell’Italia si possono compiutamente narrare solo utilizzando il veicolo che, seppure in diversa misura, li anima e sostanzia, ossia la lingua italiana; un altro idioma ne riprodurrebbe o un insapore surrogato o una pallida finzione: sarebbe come se, seduti a tavola in un ristorante italiano, ci si lasciasse inebriare dagli intensi aromi degli arrosti, degli stufati, dei formaggi stagionati, ma alla fine ci si accontentasse di una malinconica pasta in bianco.

Da qualche anno chi in Italia richiede un permesso di soggiorno deve frequentare con profitto un corso per l’apprendimento delle basi della lingua italiana: solo a questa condizione, salvo che non voglia rimanere clandestino, l’Italia accoglie uno straniero, che tale comunque continua a restare.

La stessa Italia però, verso chi non partecipa in alcun modo alla vita nazionale, ma è in possesso del passaporto italiano grazie ai suoi antenati, non avanza più nessuna pretesa, nemmeno un elementare possesso dell’identità italiana, che credo non possa essere fornita solo da qualche goccia di sangue, ma dalla conoscenza almeno basilare della lingua italiana.

Conservare la propria lingua vivendo immersi in un contesto linguistico assolutamente diverso, come ad esempio in Sudafrica, e fare in modo che figli e nipoti non ne perdano perfino la comprensione, è un’impresa assai impegnativa, ma non impossibile: la grande facilità di accesso alla stampa ed alla cultura italiana attraverso internet e gli altri mezzi di comunicazione, la presenza seppur sporadica dell’italiano come materia d’insegnamento in alcune scuole fino al matric, le multiformi iniziative promosse dalle varie Società Dante Alighieri, dalle strutture diplomatiche e, qualche rara volta, dai Club italiani, forse non bastano a diffondere la nostra lingua in modo stabile, ma certamente sono un utile presidio per conservarne qualcosa più del semplice “Ciao signore, come stai?”; qualcuno lo giudicherà forse una forzatura o addirittura una sorta di discriminazione, ma non riterrei inopportuno se l’Italia, al momento del rinnovo del passaporto a chi vive fuori dai suoi confini, imponesse, tra gli altri requisiti, anche la verifica del possesso della lingua italiana.

Non che in madre patria l’italiano goda di ottima salute, stando all’appello che 600 docenti universitari hanno lanciato giorni fa in sua difesa, essendosi anch’essi accorti che i loro allievi, futura classe dirigente della nazione, lo conoscono proprio a spanne: la sintassi è scoordinata, il lessico povero e banale, gli errori di grammatica e di ortografia imperversano, il congiuntivo è scomparso.

Il quotidiano contatto di questi professori con l’incompetenza linguistica dei loro studenti costituisce un punto di osservazione assai privilegiato, però anche chiunque di noi può verificare direttamente quanto radio, televisione e giornali, attraverso i loro commentatori e giornalisti, concorrano a diffondere una lingua impoverita, sempre più piatta, banale e regionalizzata; quando non sono loro in prima persona a generare disastri linguistici, ci pensano i tanti politici, onnipresenti su tutti i media e spesso linguisticamente ignoranti, ad infierire gravi colpi alla lingua italiana, come se non bastassero quelli che assestano all’economia, allo sviluppo ed alla credibilità della nazione: a questo proposito, basti osservare il delirante dibattito a cui tutti i politici si stanno dedicando sulla legge elettorale e, tanto per distrarsi un po’, sulle stravaganze della giunta capitolina.

Però, con un pizzico di malizia, nell’appello dei 600 cattedratici colgo una conferma alla frequente abitudine di questi intellettuali ad arroccarsi in una torre d’avorio da cui lanciare saggi e sacrosanti appelli, moniti ed insegnamenti, senza tuttavia verificare se tali sollecitazioni non debbano essere sparse anche all’interno della loro mitica torre: se è vero, come lo è senza dubbio, che tra gli studenti universitari è diffusa l’incompetenza linguistica, non provengono costoro da almeno tredici anni di studi dalla scuola primaria alla maturità, in cui sono stati formati ed istruiti da una pletora di docenti, che a loro volta sono stai laureati proprio dai cattedratici affacciati sulla torre d’avorio?

Non si sentono un po’ responsabili di aver conferito il titolo di dottore anche ad un certo numero di somari, almeno in campo linguistico?

Talora l’autoreferenzialità dei cattedratici sembra quasi che li voglia benevolmente collocare in una specie di privilegiata extraterritorialità, grazie al titolo di accademici, di cui amano fregiarsi quando appena appena riescono a sedere dietro una cattedra in una qualche università; un tempo gli accademici erano davvero una cosa seria, non solo se si pensa all’Accademia di platoniana memoria, ma soprattutto all’Accademia della Crusca, che da secoli svolge un ruolo essenziale per la conservazione della genuinità della lingua italiana, fedele al suo motto "Il più bel fior ne coglie", allusione ai suoi compiti istituzionali di separare, in campo linguistico, la farina dalla “crusca”.

La banalizzazione del titolo di accademico, fatte salve le differenze, mi richiama quella subita da onorevole, che un tempo indicava una persona impegnata in un ruolo pubblico di estrema importanza per il bene della nazione, oggi esprime per lo più una posizione di privilegio sovente immeritata.

Povero Cristo

“Buon Natale”: in uno straripante Palatrussardi, il prestigioso palazzetto dello sport milanese, abbandonato al degrado dal 2011, il 21 settembre di tanti anni fa fui felicemente coinvolto dall’esplosione di stupita ilarità del pubblico, suscitata da questo augurio fuori tempo che Roberto Benigni indirizzò a Silvio Berlusconi, riferendosi esplicitamente al compleanno dell’uomo politico allora più in auge, prima del suo patetico declino.

Natale non è un compleanno, Natale non è un birthday; c’è un solo Natale: non sono le luminarie e gli stravaganti festoni che fin da ottobre invadono i mall e i luoghi di ritrovo a celebrare un Christmas che, nel suo significato originale, c’entra poco con il Natale, ma almeno evoca quel Cristo che ha il brevetto del Natale.

Però all’ironia ed alla satira si concede quasi tutto, poiché, secondo un detto comune, essa castigat ridendo mores, perciò il comico, nell’intento di servirsi della risata per correggere i costumi, può capovolgere o forzare la realtà, dare importanza all’effimero, ridicolizzare il potente, ribaltare valori, schemi e scale sociali, mescolare perfino il trascendente con le mediocrità della terra; ma quando è il politico a vestire i panni del comico, spesso senza neppure rendersene conto, non riesce a far ridere e perfino diventa lui stesso ridicolo.

Quindi a Roberto Benigni, comico di rango ed autore dell’impareggiabile La vita è bella, è concesso il Buon Natale all’indirizzo di Berlusconi ed assai di più.

Ho letto con grande stupore la recente affermazione di un importante uomo politico sudafricano che, per esaltare la nascita del suo partito, avvenuta l’8 gennaio 1912, l’ha paragonata a quella di Cristo: il contesto non era da intrattenimento né chi parlava era un comico, quindi sarebbe stata necessaria almeno la prudenza di quell’antico pastore, Tìtiro, che nella prima Bucolica di Virgilio confessa di aver sempre ritenuto che la sua campagnola Mantova, dove era solito svezzare gli agnelli appena nati, fosse simile alla grande Roma, proprio come i capretti assomigliano alle madri, confrontando quindi scioccamente, ammette, cose piccole e grandi, ma, dopo averla visitata, capì che Roma si innalza tanto sopra le altre città “quantum lenta solent inter viburna cupressi”, proprio quanto i cipressi si slanciano nel cielo sopra il flessuoso viburno.

È quasi come dire, brutalizzando i versi, che quando la si spara grossa, bisognerebbe almeno rendersene conto e mettere le mani avanti.

Mantenendo aperto il mio balcone sulla medesima area geografica e, soprattutto, sulla stessa indebita appropriazione del Natale, mi sono imbattuto nei preparativi per il compleanno del presidente dello Zimbabwe, che ogni 21 febbraio riceve dai suoi sudditi grandi attestazioni di affetto e soprattutto di generosità, se è vero, come riporta News24, che quest’anno gli saranno donati 150 bovini da disinteressati benefattori per saziare la fame dei privilegiati che prenderanno parte al generoso banchetto dell’eccezionale genetliaco.

“L'anno scorso” scriveva La Repubblica il 27 febbraio 2016, “il presidente era stato festeggiato con gigantesche celebrazioni segnate dall'abbattimento di diversi elefanti e dall'offerta al leader di varie e stranissime torte di compleanno, di cui una del peso di 91 chilogrammi.”

Non so quanto il popolo festante poté beneficiare del bengodi, ma poco importa, perché l’importante era esserci, come riferisce la stessa fonte: “in autobus, camion, auto o a piedi, migliaia di cittadini dello Zimbabwe hanno raggiunto la città di Masvingo, nel sud-est del paese per celebrare il 92esimo compleanno del presidente Robert Mugabe. In un Paese dove gran parte della popolazione soffre la fame a causa della siccità e dell'economia allo stremo, gli imponenti festeggiamenti costati quasi 800mila dollari sono stati criticati dall'opposizione, visto che la festa prevedeva un grande banchetto a base di carne e selvaggina.”

Quest’anno gli animalisti, almeno loro, saranno zittiti: gli invitati potranno portarsi a casa non più le imponenti zanne d’elefante, ma le più prosaiche corna bovine: è quasi come scendere da Roma a Mantova.

Purtroppo la connessione tra un pur rispettabile compleanno ed il Natale, tra il viburno ed il cipresso, è stata sostenuta dal leader della componente giovanile del partito là al potere, il quale, secondo News24, ha affermato che “il 21 febbraio vale quanto il 25 dicembre per i cristiani e il presidente Mugabe non è secondo a Gesù Cristo”.

Non riesco ad evitare di ripensare ancora a Virgilio che, descrivendo l’instancabile e duro lavoro delle api, lo paragona addirittura a quello dei Ciclopi, che il mito vuole artefici delle colossali mura di Micene, ma il poeta avanza il paragone in punta di piedi, quasi scusandosi: “si parva licet componere magnis” (Georgiche IV, 176), ammesso che sia lecito confrontare le cose piccole con le grandi.

Virgilio non c’entra nulla con gli eccessi verbali dei politici, ma nemmeno Cristo con Mugabe.

Oltre tutto, a chi vuole paragonare la vita e le opere dell’uno a quelle dell’altro, non dovrebbe sfuggire la fine assai disonorevole di quel povero Cristo.

Salvo che non sia prevista anche la Resurrezione.