Monday 24th Apr 2017

Shenaaz Jamal - Sowetan - 

Deputy president Cyril Ramaphosa said on Sunday it was undeniable that the ANC was going through a period of greater turbulence and uncertainty than at any other time since 1994 and unless problems in the ANC were resolved electoral support would continue to decline.

Speaking at the Chris Hani Memorial Lecture in Uitenhage in the Eastern Cape‚ he said there was a strong sense among the people that the ANC no longer represented their hope.

He added that recent political developments had thrown into focus the divisions within the ANC and brought to the fore a lot of broader grievances about the direction of the country

“The manner and the form in which the cabinet was reshuffled a few weeks ago heightened those tensions within the movement.” Ramaphosa said.

“Whether we want to dismiss it or not‚ the reality is‚ that triggered the heightening of those tensions‚ causing some comrades to engage in bitter exchanges in public statements and on social media‚” Ramaphosa added.

SACP Eastern Cape‚ Provincial Secretary Xolile Nqatha did not mince his words either when he reiterated the call for President Jacob Zuma to step down.

He said it was one thing to say that the power of the ANC had shifted because as it stood it had “completely left”.

“Power has gone‚ Power has shifted and it’s one thing to say that the centre doesn’t hold or the centre is weak but the centre is gone and it’s in Saxonwold.”

Nqatha said the country was no longer led by the people but instead the friends of the President who called the shots.

“It can not be that we elect a leader and he decides to impose his friends on us and our movement‚” said Nqatha.

Among the speakers at the lecture was axed deputy finance minister Mcebisi Jonas who praised the SACP for standing against evil‚ exploitation and abuse of power.

Jonas said there was an increasing sense that the country was either blind or refusing to acknowledge where the country was.

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Luigi Fiammata -

L’AQUILA - Il Secolo breve iniziò a finire prima del 1989. Dieci anni prima. Quando l’Unione Sovietica, in un eccesso di follia imperialistica, diede inizio all’invasione dell’Afghanistan. Proprio nel 1989, poi, l’Unione Sovietica completò il suo ritiro dall’Afghanistan. Ma, in quei dieci anni, era successo qualcosa che sta dimostrando di essere in grado di sostituire il conflitto tra Est e Ovest del mondo che caratterizzò il secondo Dopoguerra, insieme ad un processo ambiguo, irrisolto e comunque fondato sulla diseguaglianza, di de-colonizzazione. Gli USA, e i loro alleati, allora puntarono, con aiuti finanziari, militari e logistici, per contrastare l’URSS, su una guerriglia che faceva dell’Islam il collante ideologico per un disegno che non era solo di liberazione dell’Afghanistan, in realtà, ma di egemonia politica globale. Quella guerriglia, a partire da quel momento, e poi nel 1992, con la dissoluzione statuale dell’ex-URSS, si fece Stato, in Afghanistan, e precisamente Stato Islamico, con il governo dei cosiddetti Talebani. Che, rapidamente, instaurarono un regime dittatoriale teocratico, caratterizzato dalla assenza di ogni libertà civile e da uno stato di permanente e pesantissima sottomissione delle donne.

La mattina del 17 gennaio 1991, prima delle sei del mattino, insieme ad altri della sola CGIL (di una parte della CGIL, per essere precisi), io ero davanti ai cancelli dell’ex-Italtel a fare un presidio e volantinaggio, perché quel giorno vi fosse sciopero. La notte erano scattati i primi bombardamenti che una coalizione di Stati, tra cui l’Italia, guidata dagli USA di Bush senior, effettuò su Bagdad e altri obiettivi in Iraq, a seguito della invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Alcuni si opponevano a quella guerra. La CGIL, ufficialmente, non poté dichiarare lo Sciopero Generale contro la partecipazione dell’Italia a quel conflitto. Io assistetti al Direttivo Nazionale della CGIL in cui Ottaviano Del Turco, all’epoca Segretario Generale Aggiunto della CGIL nazionale, di fatto, minacciò la scissione del Sindacato, se si fosse giunti a proclamare lo Sciopero nazionale in corrispondenza con l’avvio del conflitto. Una parte della CGIL non si rassegnò, e provò a mobilitarsi egualmente in modo articolato sul territorio. Ottenendo un primo successo, il giorno dopo l’apertura del conflitto. In molte fabbriche i Lavoratori fecero effettivamente sciopero: alla ex-Italtel a L’Aquila, ad esempio, lo sciopero fu pressoché totale. Ma, poi, non vi fu un movimento capace di avere un respiro nazionale, e globale, per provare a dare prospettive diverse. Un’idea di Pace giusta per il mondo.

Ricordo invece nitidamente, di quei giorni, la fila delle persone nei supermercati. Si diffuse una sorta di psicosi. Le persone avevano paura che la guerra portasse via il cibo. Dalla televisione, in diretta, tramite la CNN, ciascun cittadino del mondo, poteva sentire, e vedere, i proiettili della contraerea irachena, illuminare la notte. Il pilota italiano, e aquilano, di un aereo da guerra, fu mostrato prigioniero e tumefatto in televisione, a dichiarare il proprio errore, per aver accettato di partecipare a quella guerra. Saddam Hussein, capo di un regime dittatoriale, ma laico, nella morsa di una sproporzione di forze impressionante, non esitò a ricorrere all’appello alla religione comune, l’Islam, nel tentativo di mobilitare in suo favore altri Paesi Arabi, e i popoli di quei Paesi, anche contro le loro classi dirigenti. Restando solo, però. Ma contribuendo a costruire una idea di contrapposizione, tra Islam e Occidente.

E’ in questo volgere di anni che trionfa l’economia di mercato. Ma, soprattutto, che trionfa un’idea finanziaria e monetarista dell’economia di mercato che, privata di un modello globale alternativo, quello della ex-Unione Sovietica, inizia a ritenere del tutto insostenibili anche i costi del compromesso socialdemocratico e dello Stato Sociale. E si globalizza, marginalizzando e abbandonando a sé stessi tanti Paesi ritenuti ormai inutili perché troppo poveri, perché incapaci di generare fatturati interessanti. Il conflitto israelo-palestinese attraversò fasi alterne, di rivolte di massa, di oppressione e di disperazione, con attentati sanguinosi e indiscriminati. L’Occidente, e Israele, delegittimarono in ogni modo Yasser Arafat, leader laico del popolo palestinese, sposato con una cristiana. E, anche in Palestina, passando per forme di mutuo soccorso contro la miseria e la disoccupazione, si affermarono formazioni politico-militari che fanno ancora oggi dell’Islam il loro collante ideologico principale, a partire da Hamas. Le prime elezioni multipartitiche in Algeria, nel 1991, furono vinte dal Fronte Islamico di Salvezza. I militari algerini non accettarono il risultato elettorale e un loro golpe cancellò il voto popolare, dando il via ad una stagione di orrendi massacri di civili. Realizzati da gruppi islamici, ma in un rapporto estremamente ambiguo con i militari al potere. Una situazione simile, sia pure con minori eccessi di violenza, avvenne in Egitto, con i Fratelli Musulmani che, più volte, vennero privati dei loro risultati elettorali e messi anche fuori legge.

L’Islam iniziò a divenire il paravento strumentale, ma anche il collante identitario, che tiene insieme conflitti e soggetti tra loro diversissimi e spesso rivali. In un contesto economico di durissima ristrutturazione capitalistica nel mondo, e negli stessi Stati Occidentali, divenuti nel frattempo, con la caduta del Muro di Berlino, oggetto di flussi migratori, sempre più massicci e caotici, di persone che sognano un futuro diverso per sé e per i propri figli. Prese il via una pesante ridefinizione della divisione internazionale del lavoro, de-localizzando quasi tutte le attività puramente manifatturiere, ma non solo, in paesi con costi del lavoro e diritti sindacali incomparabili con quelli dei lavoratori europei e anche statunitensi. Responsabili della disoccupazione di massa divennero i poveri del Sud-Est asiatico, e dell’Est europeo, e non il capitale multinazionale che aveva deciso di frammentare i processi produttivi e mettere l’accento sulla pura speculazione finanziaria, capace anche di mandare in fallimento interi Stati nazionali, come l’Argentina, o come rischiò l’Italia nel 1992-93. La Cina iniziò ad entrare prepotentemente nel mercato mondiale, con il suo infinito esercito di lavoratori senza costi, avendo, a sua volta, represso nel sangue in piazza Tienanmen, i tentativi di democratizzazione del Paese. L’Italia inizia a conoscere, come fenomeno visibile ed enfatizzato dai media, gli albanesi, i polacchi, i senegalesi, i marocchini, i tunisini, i filippini, i nigeriani…

E iniziano ad esserci quelli che cominciano a teorizzare un’unità possibile e un comando unico, nel conflitto diffuso, articolato, sparso su tutto il globo, dalla Cecenia all’Indonesia, dal Sudan al Mali, all’India. Alcune correnti del pensiero islamico vogliono, coscientemente, imporre la propria egemonia, innanzi tutto all’interno del mondo islamico. Anche con la violenza. In ciascuno degli Stati in cui l’Islam è presente come orientamento religioso. E in rapporto ambiguo, nascosto e malato, con le élites al potere in molti degli Stati della penisola araba e anche del Corno d’Africa. Questa lotta per l’egemonia, attraversa trasversalmente anche la frattura storica nell’Islam, tra Sciiti e Sunniti. L’Occidente, in questi anni, continua a considerare propri alleati Stati arabi con regimi dittatoriali e teocratici, discriminatori nei confronti delle donne e di tutte le minoranze, e costruisce le proprie opzioni politiche e militari sulla base esclusiva delle sue convenienze (e delle convenienze delle sue imprese multinazionali), soprattutto sul piano energetico. Continuano a restare inapplicate le decisioni dell’ONU sulla Palestina. La democrazia, i diritti civili, in larga parte del mondo continuano ad essere l’eccezione, e non la regola. E quando l’Occidente ha la possibilità di intervenire militarmente, e salvare, la minoranza musulmana nel conflitto serbo-bosniaco, nel cuore dell’Europa dei primi anni ’90, non lo fa, e non impedisce l’orrenda strage di Srebrenica del 1995, ai danni di migliaia di civili musulmani bosniaci da parte dei cristianissimi soldati di Ratko Mladic.

Questi conflitti, questi rivolgimenti, avvengono sotto l’occhio delle telecamere. In larga parte. In un mondo dove gli spostamenti delle persone sono diventati sempre più facili. Dove le tecnologie informatiche sempre più iniziano a diffondere globalmente messaggi e dottrine, in modo esponenzialmente più veloce e diffusivo rispetto ad ogni altra esperienza del passato. Le tecnologie dell’informazione iniziano ad essere l’infrastruttura globale necessaria, non solo ad una economia che travalica ogni confine statuale, ed anzi confligge con gli stati, imponendo loro sempre più pesanti limitazioni del potere, ma anche il veicolo con il quale, da una caverna dell’Afghanistan, l’ex alleato degli USA contro l’ex-Unione Sovietica, Osama Bin-Laden, lancia i suoi proclami di Guerra Santa contro il Satana occidentale. Incontrando orecchie attentissime ovunque. E’ in questo magma di contraddizioni irrisolte, di errori, di sottovalutazioni, di furbizie, di cinismo ipocrita, di strumentalizzazioni continue; è in questo mondo di oppressioni e di sfruttamento, di polarizzazione della ricchezza e di diffusione della povertà, dove grandi multinazionali private posseggono quasi tutte le sementi per la coltivazione, determinano le politiche energetiche e le guerre degli stati: è qui che si apre il grande inganno della seconda guerra del Golfo, dopo il trauma degli attentati negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Una operazione militare costruita scientificamente sulla base di informazioni false, contro un nemico debole e indifendibile anche sotto ogni profilo (il facile capro espiatorio Saddam Hussein), determinata prevalentemente da ragioni di carattere geopolitico e di interesse sul petrolio iracheno, che produce la disgregazione dell’entità statuale dell’Iraq, artificialmente creata dopo la Prima Guerra Mondiale e posta allora sotto protettorato inglese, liberando schegge di conflitto in tutto il mondo. E un terrorismo che, ancora oggi, uccide centinaia di migliaia di civili iracheni.

Il tempo che intercorre tra l’invasione dell’Afghanistan, da parte dell’ex-Unione Sovietica, e l’invasione dell’Iraq, a caccia di fantomatiche armi di distruzione di massa (1979-2003) è il brodo di coltura in cui fermenta una nuova specie di conflitto. Probabilmente destinata a caratterizzare un tempo lungo del nostro futuro. Il conflitto armato che oppone soggetti privati transnazionali ad entità statuali. E’ una tipologia di conflitto sostanzialmente nuova nella storia umana. Che pure ha conosciuto movimenti di liberazione, o guerre civili, o colpi di stato, o forme varie di terrorismo, anche da parte della criminalità organizzata. E’ una “privatizzazione” del conflitto, come disse profeticamente Hobsbawm alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo. Potremmo dire, visti anche gli ultimi avvenimenti sul suolo europeo, una “individualizzazione” del conflitto. Che appare essere addirittura fine a sé stesso, senza i tradizionali legami con ideologie e gruppi di riferimento, che appaiono sullo sfondo, costituendo una sorta di holding della rivendicazione, più che una struttura logistico-militare capace di ispirare, ed appoggiare, le azioni compiute in un disegno bellico organico e coerente.

Siamo noi, colpiti nei nostri Paesi, mentre nei Paesi del Medio Oriente, in prevalenza, la maggioranza assoluta delle vittime (il cui numero assoluto è incomparabilmente superiore alle vittime “occidentali”) professa la religione musulmana, a cercare e immaginare di comprendere una strategia complessiva. Dando a queste azioni il crisma di una pianificazione di attacco al “modo di vita occidentale”, ai suoi diritti, alle sue libertà. Siamo noi che abbiamo “bisogno”, per spiegare tanta inumanità, di collocare gli assassinii collettivi che avvengono in Europa e nel mondo, contro obiettivi “occidentali”, in una cornice che provi a darne conto razionalmente. La disgregazione degli Stati di Siria (ultimo avamposto di riferimento della Russia nello scacchiere del Medio-Oriente, anche per questo abbattuto), ed Iraq, e poi della Libia; l’ambiguo comportamento della Turchia, in funzione anti-curda, e degli stati arabi del Golfo, da sempre “alleati” dell’Occidente e finanziatori di fondamentalismo islamista, ha prodotto un nuovo modo della guerra. Un tentativo di nuova unità statuale, il cosiddetto Califfato, che dichiara guerra in ogni direzione. E che trova ascolto in Europa, prevalentemente, da parte di figli dell’Immigrazione.

Nell’era dei social network, della economia di mercato globalizzata e finanziarizzata; nel permanere di una gravissima crisi economica globale iniziata nel 2008, che genera ovunque disoccupazione, marginalizzazione e polarizzazione della ricchezza, diseguaglianze diffuse, la violenza armata non è più neanche conflitto, ma distruzione e auto-distruzione disperata, folle, irredimibile, senza mediazioni possibili. Assume quasi i contorni di uno scontro globale che gli adoratori della morte portano nelle nostre città, e, soprattutto, in interi territori, dall’Iraq, alla Siria, alla Libia, alla Somalia, alla Nigeria. La vera posta in gioco, su un piano politico-culturale, prima che si apra la prospettiva di una guerra totale e globale, è quella di impedire che si saldino due fronti contrapposti: noi contro loro, e loro contro noi. Che è un obiettivo presente in entrambi i fronti “in formazione”. I confini, tra “noi” e “loro”, sono in realtà labilissimi. Mentre chi lucidamente punta allo scontro vorrebbe fossero semplici e nitidi, confini di “razza” e di religione.

All’interno dei paesi europei, ma anche negli USA, forze molto potenti cercano di compiere un’operazione culturale estremamente pericolosa. Quella dell’identificazione tra immigrazione e terrorismo. E, ad accrescere la pericolosità di questa operazione culturale, sociale prima ancora che politica, è la coincidenza, fisica persino, tra chi stabilisce questa equazione folle e quelli che sono i principali responsabili dell’attuale disastro economico globalizzato: liberisti selvaggi, ortodossi custodi dei pareggi di bilancio e di politiche monetarie restrittive, cultori della diseguaglianza spacciata per meritocrazia. Saccheggiatori delle risorse energetiche, privatizzatori convinti. Sono loro che ci condurranno sull’orlo del baratro dell’annientamento totale, per mascherare il fallimento delle loro false promesse di un mercato che, da solo, sarebbe capace di diffondere il benessere, annientando gli Stati e l’intervento pubblico nell’economia, depredando e distruggendo i Beni Comuni, a partire dall’Ambiente. L’Europa, la parte migliore e più generosa delle sue popolazioni, dopo la distruzione del Secondo Conflitto Mondiale, ha costruito società aperte, solidali, per quanto possibile. Oggi pesantemente sotto scacco dall’ortodossia economica che peggiora le condizioni materiali dei suoi cittadini. Una società aperta non è, e non può essere, strutturalmente, del tutto difendibile da attacchi indiscriminati. Dobbiamo saperlo. Purtroppo. Ne abbiamo testimonianza dolorosamente frequente in questi tempi. A meno di non mutare la propria natura, in una società militarizzata.

Chi, in questi giorni di dolore e disorientamento, evoca l’esempio di Israele, come quello di una società “democratica” che, quotidianamente, affronta i costi umani ed economici per tentare di avere una sicurezza reale per i propri cittadini, omette, in modo scandalosamente colpevole, di ricordare che tra i prezzi che quella società paga, per questo obiettivo, c’è il prezzo dell’apartheid verso il popolo palestinese e il prezzo dell’essere una potenza nucleare che costruisce muri, per separare, e porta via terre ed acqua. Senza avviare alcun processo di Pace concreto. La militarizzazione della società, ha un prezzo: quello della Libertà. Io penso che l’Europa non debba chiedere a sé stessa di somigliare ad Israele, o agli USA vagheggiati da Donald Trump, in cui ognuno possa liberamente armarsi e immaginare di poter separare il proprio destino da quello del resto del mondo. Mi permetto di scrivere queste righe, sapendo di correre il rischio della presunzione, perché credo che sia necessario, oggi più che mai, ragionare. Articolare, distinguere. Ascoltare. E combattere. Combattere contro chi, per pura scena mediatica, per semplificazione strumentale, per creare un clima favorevole a provvedimenti restrittivi della Libertà, per un consenso elettorale miserabile, continua a dire che “siamo in guerra”.

Abbiamo memoria, di cosa fu, la Seconda Guerra Mondiale? L’orrenda contabilità di morti, feriti, deportati; delle distruzioni? Nonostante il dolore, e anche la rabbia, noi non siamo in guerra. Noi siamo dentro uno scontro globale, che non ha confini riconoscibili, che vuole, come obiettivo, sostituire la paura alla ragione. Che vuole creare le condizioni per una separazione tra culture e persone, armandole le une contro le altre, in un ciclo di risentimento infinito, in cui ci si perda dietro la ricerca delle colpe mentre ci si continua ad uccidere. Io non posso permettermi di dire di avere ricette capaci di risolvere problemi che, probabilmente, segneranno il mondo nei prossimi anni. Però, mentre ogni azione di contrasto possibile al terrorismo va posta in essere, io credo si debba anche intervenire per togliere ogni alimento alle macchine di morte.

Occorre intervenire sui flussi finanziari. E su una globalizzazione della finanza che ha prodotto e produce solo danni. Occorre liberalizzare gli stupefacenti che sono un formidabile elemento di finanziamento del terrorismo e del malaffare. Occorre una politica energetica che superi la dipendenza dal petrolio. Occorre una ridefinizione delle relazioni internazionali che metta al centro i principi della reciprocità nei diritti e nelle tutele. E isoli dittature e teocrazie. Occorre creare uno Stato Palestinese, e anche uno Stato Curdo. Occorre una politica che smetta di depredare le risorse dei Paesi poveri e li metta realmente in condizione di dare un futuro ai propri cittadini. A partire dall’istruzione e dalla parità tra uomini e donne. Occorre una politica che governi i flussi migratori, anche in nome di un riconoscimento vero dei valori che informano la vita civile dei Paesi di accoglienza. In Europa, e nei cosiddetti Paesi occidentali, le politiche devono virare nel segno dell’Eguaglianza. Io penso che sia ora, in questo tempo, che ancora possiamo dare una possibilità alla Pace e alla Giustizia. E sconfiggere, anche con i nostri comportamenti quotidiani, gli adoratori della morte e i fomentatori vili dell’oppressione e della diseguaglianza.

Infine, credo sia giusto porsi la questione anche, in questo quadro, di cosa un Ente Locale come il Comune dell’Aquila possa concretamente compiere, in funzione di un’idea di convivenza, di integrazione, di scambio, tra culture diverse. Occorre innanzitutto riconoscere che esistono, dei conflitti. Nella mia esperienza di lavoro, io mi sono sentito dire, da un muratore macedone, che bisognava impedire l’afflusso di nuovi migranti dall’Africa, perché ruberebbero il lavoro, che già è scarso. Il potenziale conflitto sul lavoro si disarticola solo se le regole del lavoro vengono fatte applicare ovunque. Se non si permette, negli appalti, nell’assenza di controlli, il lavoro nero, strozzando al massimo ribasso le soglie d’accesso; se, per quanto possibile, la competizione tra imprese, si sposta sul piano della qualità e non su quello dei costi. E’ inammissibile che nei cantieri della ricostruzione il personale che lavora sia, nella sua quasi totalità, inquadrato come “manovale”. Attraverso questa strada si sfrutta illecitamente il lavoro delle persone, dequalificando le professionalità. Si tengono bassi illecitamente i costi, aumentando i margini di profitto e costruendo conflitti tra le persone, che possono divenire anche conflitti tra etnie. Così vale anche per la pratica diffusa, e ricattatoria, cui deve sottostare chi è più debole. E che, per questo, diventa concorrenza sleale verso chi appaia più garantito, delle buste paga da lavoratori part-time, che invece lavorano a tempo pieno, con una parte del salario, erogata in nero, o con la pratica di buste paga firmate per importi, che, invece vengono versati in contanti, in forma ridotta, rispetto a quanto dichiarato.

Il Comune dovrebbe promuovere, in collaborazione con altri Enti ed Istituzioni, campagne di controllo delle regole del lavoro, anche negli orari diversi dei locali aperti la sera: l’applicazione eguale di regole nel lavoro, è uno degli elementi che previene il conflitto tra persone, ed etnie. L’Educazione è il terreno privilegiato della integrazione e dello scambio culturale. In ogni ordine e grado delle Scuole, dai Nidi e fino alle Superiori, il Comune potrebbe promuovere programmi specifici di conoscenza reciproca, anche sul piano culinario, ad esempio. Puntando, in particolare, sull’educazione delle donne e delle bambine, sullo sport. E’ sulla libertà delle donne, delle migranti, in particolare, che si gioca il processo di integrazione e di dialogo tra culture. Ed è qui, che andrebbero predisposti specifici programmi educativi, e di confronto. Senza rinunciare alle nostre leggi, cui tutti e tutte devono conformarsi. E neppure alle nostre tradizioni, anche, che possono essere messe a confronto con le tradizioni di altre culture. E, come per il lavoro, il Comune dovrebbe promuovere piani di intervento e di controllo, sul piano fiscale, per tutte quelle prestazioni di carattere sociale che possono essere erogate. La certezza della parità di diritti, e di doveri, è uno degli strumenti che previene il crearsi dei conflitti. Così come il Comune deve impedire il formarsi di enclaves abitative a caratterizzazione etnica. Ma deve anzi promuovere la mescolanza delle persone e la convivenza pacifica, e l’uso di spazi comuni, soprattutto per i bambini e per i loro giochi.

Ad Avezzano, luogo di fortissima immigrazione, ho visto persone di religione islamica, recarsi in angoli nascosti della città, e trovare lì un cartone sul quale inginocchiarsi, e una bottiglia d’acqua, per lavarsi simbolicamente le mani. E, per strada, pregare rivolti in direzione della Mecca. L’isolamento produce conflitto. La degradazione nel praticare un culto, produce risentimento. Chiusura. E’ necessario immaginare un luogo di culto islamico a L’Aquila. Sottoposto alla nostra legislazione civile. E che possa favorire apertura. Il dialogo interreligioso.

Nessuno distrugge quel che impara ad amare.

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Sommario: Egitto, Francia, Iran, Somalia, Turchia - 

Egitto

Lo scorso 18 aprile, un uomo armato ha attaccato un checkpoint della polizia a 800 metri dall'entrata del Monastero di Santa Caterina, nel sud del Sinai, uccidendo almeno un agente e ferendone altri quattro. Il Monastero è uno dei siti religiosi più importanti del Paese per la minoranza cristiano-coopta, nonché uno dei più antichi al mondo, pertanto patrimonio dell'UNESCO. L'attacco è stato rivendicato dal gruppo jihadista Wilayat Sinai (Provincia del Sinai), organizzazione affiliata allo Stato Islamico (IS o Daesh). Attivo nella penisola dal 2011 sotto il nome di Ansar al-Beit al-Maqdis (ABM), il gruppo jihadista ha effettuato nel 2014 il bayat (giuramento) allo Stato Islamico, assumendo l'attuale denominazione e rendendo difatti il Sinai una delle regioni più turbolente del Paese. La campagna terroristica di Wilayat Sinai si è intensificata negli ultimi mesi, prendendo di mira sia le forze dell'Esercito egiziano, come è accaduto il 9 Gennaio scorso quando i miliziani del gruppo jihadista hanno attaccato un posto di blocco nella città di el-Arish, nel Nord del Sinai, sia la minoranza cristiana. A febbraio, infatti, una serie di attacchi perpetrati da affiliati a Wilayat Sinai contro esponenti della minoranza cristiana ha costretto molti cittadini di el-Arish a scappare e a cercare rifugio nella Chiesa Evangelica di Ismailyia, cittadina sita sul Canale di Suez. Di recente, il raggio d'azione del gruppo jihadista si è esteso anche oltre la Penisola del Sinai. Solo il 9 aprile scorso, il giorno della Domenica delle Palme, due attacchi suicidi hanno colpito, a qualche ora di distanza l'uno dall'altro, prima la Chiesa di San Giorgio nella città di Tanta, a Nord del Cairo, poi la Cattedrale di San Marco ad Alessandria d'Egitto, uccidendo in totale 45 persone. All'indomani del duplice attentato, il Presidente egiziano, il Generale Abd al-Fattah al-Sisi, ha proclamato lo stato di emergenza di tre mesi e ordinato il dispiegamento dell'Esercito in tutte le zone sensibili del Paese, al fine anche di proteggere la minoranza cristiana. L'attacco al Monastero di Santa Caterina manifesta, dunque, come le azioni del governo risultino tutt’ora inefficaci per neutralizzare la minaccia jihadista e ripristinare l’ordine nel Paese.

Francia

La sera del 20 aprile, a Parigi, un uomo armato di kalashnikov, dopo aver parcheggiato la sua auto a poca distanza da un veicolo della polizia sugli Champs Elysées, ha aperto il fuoco contro gli agenti della polizia che si trovavano sul posto, uccidendone uno e ferendone altri due. L'attentatore è stato poi ucciso mentre cercava di scappare. L'attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico (IS o Daesh). Il responsabile, che lo stesso Stato Islamico ha comunicato essere Abu Yusuf al-Beljiki, avrebbe 39 anni e potrebbe essere francese o belga. Apparentemente già conosciuto alle autorità francesi, era già stato condannato nel febbraio del 2005 a 15 anni di prigione per diversi tentati omicidi anche nei confronti delle forze di polizia. L'accaduto si inserisce in un contesto già particolarmente teso in Francia, dove ancora vige lo stato di emergenza dopo la sequenza di attacchi terroristici che ha colpito il Paese a partire dal gennaio 2015, con l'attacco alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a cui sono seguiti la strage del Bataclan, nel novembre dello stesso anno, e l'attentato a Nizza nel luglio 2016. Inoltre, l’attacco rischia di influenzare la campagna elettorale presidenziale francese, prossima alla conclusione in vista del primo turno (23 aprile) e i cui toni sono stati particolarmente accesi proprio in virtù della situazione securitaria e sociale del Paese. Nello specifico, i fatti di Parigi potrebbero favorire il partito ultra-conservatore del Front Nationale (FN), guidato da Marine Le Pen e sostenitore di una linea politica sovranista e particolarmente dura nei confronti della comunità musulmana francese e delle politiche di integrazione ed accoglienza dei migranti.   
 
Iran

Il 20 aprile, il Consiglio dei Guardiani, organo costituzionale della Repubblica Islamica incaricato di approvare le liste dei candidati alle elezioni, ha comunicato i nomi dei concorrenti autorizzati a presentarsi alle prossime presidenziali, che si terranno il 19 maggio. La campagna elettorale, che sarebbe dovuta iniziare il 28 aprile, potrebbe essere anticipata di qualche giorno. Dalla rosa di candidati prescelti è stato escluso l'ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad. La Guida Suprema Ali Khamenei, vertice istituzionale del Paese, aveva già suggerito ad Ahmadinejad di non presentare la propria candidatura, alla luce del caos in cui era caduto il Paese dopo la sua controversa ri-elezione nel 2009. La squalifica di Ahmadinejad, dunque, giunge come notizia piuttosto attesa e fornisce una conferma non solo dell’alta considerazione con cui il Consiglio dei Guardiani presta ascolto alle indicazione della Guida Suprema, ma anche del legame tra quest’ultima e l’organo collegiale. Inoltre, l'uscita di scena dell'ex Presidente lascia che la partita politica venga giocata tra tre candidati principali. In primis, l'attuale Presidente Hassan Rouhani, eletto nel 2013, candidato di punta per il fronte pragmatista, ma sul quale è destinata a convergere anche buona parte del voto riformista. In corsa per il secondo mandato, sul consenso che raccoglierà l’attuale peserà inevitabilmente la valutazione dell’operato del governo in questi quattro anni, segnato dalla firma dell'accordo nucleare nel 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA), da una parte, e dalla difficile situazione economica, dall'altra. Rispetto a quanto auspicato da Rouhani in occasione della firma del JCPOA, infatti, i risultati sulle condizioni di benessere interne al Paese derivanti dall’implementazione dell’accordo non sono ancora quelli sperati. Dal fronte conservatore emergono, invece, Ebrahim Raisi, fortemente sostenuto da Kahmenei, ex giudice e, dall'anno scorso, a capo della fondazione religiosa multimiliardaria, Astan Quds Razavi, che gestisce il mausoleo dell'Imam Reza, e Mahammed Bager Qalibaf, attualmente sindaco di Teheran, che era arrivato secondo alle elezioni presidenziali del 2013. Per Rouhani, dunque, le elezioni presidenziali rappresentano una conferma o meno del suo operato. I due candidati del fronte conservatore, invece, dovranno decidere se fare fronte comune oppure concorrere uno contro l'altro, indebolendo probabilmente le loro opportunità di vittoria.
 
Somalia

Il 15 aprile, gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio di un contingente di 40 soldati della 101st Airborne Division, un'unità di fanteria leggera elitrasportata, in Somalia al fine di addestrare l'Esercito Nazionale Somalo (SNA) e la missione AMISOM (African Union Mission in Somalia) per migliorare le loro capacità nella lotta contro al-Shabaab, gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda e attivo nel Paese dal 2006. Si tratta del primo dispiegamento di truppe statunitensi in Somalia dal 1993 (missione “Restore Hope”). I militari degli Stati Uniti avevano abbandonato il Paese e la missione in questione dopo il disastroso esito della Battaglia di Mogadiscio (2-4 ottobre 1993), quando il fallimento dell’operazione Gothic Serpent, mirante a neutralizzare l’allora auto-proclamato Presidente somalo Mohammed Farrah Aidid, e l’inaspettata resistenza delle milizie claniche avevano causato la morte di 18 membri della cosiddetta TASK Force Rangers. Nel quadro di un maggiore coinvolgimento militare statunitense in Somalia, proprio lo scorso 29 marzo, il Presidente Donald Trump ha firmato una direttiva che modifica le regole d’ingaggio per la conduzione di bombardamenti aerei nel Paese. Nel dettaglio, la direttiva offre una maggiore autonomia decisionale a Comando delle Forze Statunitensi in Africa (AFRICOM) ed autorizza la conduzione di attacchi aerei contro obbiettivi di al-Shabaab (individui e infrastrutture) anche in assenza di una diretta minaccia a personale o interessi americani e, soprattutto, anche in aree con presenza di civili. Si tratta di un cambiamento sensibile rispetto al recente passato, quando l’Amministrazione Obama aveva autorizzato l’impiego della forza aerea soltanto in supporto ad operazioni contro-terrorismo di AMISOM o dello SNA, in caso di minaccia diretta a personale o interessi statunitensi e soprattutto in aree libere da civili. L'intervento statunitense è stato accolto in maniera particolarmente favorevole dal governo somalo, soprattutto in previsione del ritiro di tutte le forze della missione dell'Unione Africana a partire dal 2018 ed entro la fine del 2020. Per il Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo", infatti, la resilienza di al-Shabaab è diventata uno dei maggiori ostacoli al processo di normalizzazione del Paese. Nonostante l'AMISOM dal 2011 abbia espulso al-Shabaab dalla capitale Mogadiscio e lo abbia privato di importanti avamposti, il gruppo jihadista continua a condurre una perdurante campagna terroristica che si è intensificata soprattutto all'indomani dell'elezione presidenziale, lo scorso 8 febbraio. Il Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, proprio la settimana scorsa, ha annunciato di voler condurre un'azione di contro-terrorismo più efficace nei confronti di al-Shabaab e l'intervento americano potrebbe essere, quindi, funzionale all'implementazione di questa strategia.
 
Turchia

Lo scorso 16 aprile, si è tenuto il referendum per la modifica di 18 articoli della Costituzione e la conseguente trasformazione dell’ordinamento statale da Repubblica Parlamentare a Repubblica Presidenziale. Il fronte favorevole al cambiamento, formato dal Partito per la Giustizia e Sviluppo (AKP), formazione islamista conservatrice al potere dal 2002, e dal Partito del Movimento Nazionalista (MHP), organizzazione ultra-nazionalista, ha vinto con il 51.4% dei consensi. Notevole il dato dell’affluenza (85%), a testimonianza della cospicua partecipazione popolare. Le modifiche più significative introdotte dagli emendamenti proposte sono l’attribuzione di notevoli poteri esecutivi al Presidente della Repubblica, che diviene capo del Governo, e la conseguente abolizione della figura del Primo Ministro. Il Presidente, eletto ogni cinque anni in concomitanza con le elezioni politiche, potrà essere contestualmente il leader di un partito, avrà il potere di nominare e revocare i Ministri, potrà emanare decreti aventi forza di legge, potrà nominare quattro dei 13 componenti del Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (tra i quali ci sono il Ministro della Giustizia e il sottosegretario, entrambi scelti dallo stesso Presidente). Inoltre, la riforma costituzionale fissa a due il limite massimo di mandati presidenziali, dispone l’aumento dei parlamentari da 550 a 600 e decreta la maggioranza semplice dell’Assemblea legislativa quale quorum minimo per avviare la procedura di messa in stato d’accusa per il Capo dello Stato. Le riforme entreranno ufficialmente in vigore nel 2019, in occasione delle prossime elezioni presidenziali e parlamentari. Appare evidente come una simile riforma delinea la creazione di un presidenzialismo molto forte, privo di un adeguato meccanismo di check and balances per il controllo e la limitazione dei poteri del Capo dello Stato. L’approvazione referendaria degli emendamenti costituzionali rappresenta la più grande vittoria politica dell’attuale Presidente Erdogan, deciso a candidarsi alle prossime elezioni e restare a guidare il Paese fino al 2029. Tuttavia, la non trascurabile consistenza del risultato ottenuto dal fronte contrario alla riforma (48,6%), formato dai kemalisti del Partito Repubblicano (CHP) e dei filo-curdi del Partito Democratico del Popolo (HDP), e la sua distribuzione geografica (Istanbul, Smirne, Ankara, la costa egea e la Turchia europea), permettono di comprendere la polarizzazione dello scenario politico turco e la forte tensione sociale verso il preoccupante rafforzamento del potere personale di Erdogan. A testimonianza del rischio di trasformazione della Turchia in un regime personalistico a forti tinte autoritarie c’è stata la conduzione stessa della campagna elettorale, giudicata iniqua e favorevole ai partiti di governo da numerose organizzazioni internazionali, e il sospetto di pesanti brogli. Le prime dichiarazioni di Erdogan, orientate verso il rinnovo dello stato d’emergenza e verso la probabile indizione di un nuovo referendum sul ripristino della pena di morte, hanno decisamente preoccupato i partner europei e atlantici di Ankara, che ormai temono una deriva autoritaria da parte del Presidente turco e l’ulteriore adozione di una linea di politica estera anti-europea e decisamente lontana dalle consuetudini e dagli obiettivi atlantici.

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David Ellwood - 

La domanda se la pongono in tanti: dopo avere ripetutamente detto che mai e poi mai si sarebbe rivolta alle urne per avere una conferma della sua visione politica, perché la premier britannica Theresa May ha improvvisamente cambiato idea, portando il Paese a elezioni anticipate?

Nel dare l’annuncio formale della consultazione generale convocata per il prossimo 8 giugno, la May ha spiegato che era necessario un chiarimento definitivo, non sopportando più di essere ostacolata da varie forze di opposizione, anche dentro il suo stesso partito conservatore.

Molti hanno suggerito che la premier non resisteva più alla tentazione di approfittare della manifesta debolezza politica del partito laburista di Jeremy Corbyn per ottenere una maggioranza schiacciante in Parlamento e procedere così indisturbata per la sua strada.

Altri ancora hanno fatto notare che, mentre sulla Brexit la premierpuò contare sul sostegno di gran parte dei parlamentari Tories, su certi temi economici e sociali (tra cui le riforme della scuola, del sistema pensionistico e degli enti locali), l’attuale maggioranza assoluta di 17 seggi (comprensivi anche di 10 unionisti nordirlandesi) alla Camera dei Comuni non è affatto sufficiente per permetterle di imporre le sue politiche.

Un forte mandato per la Brexit
Diversi commentatori hanno notato che un mandato rinnovato - e si presume rafforzato - permetterebbe a Theresa May di presentarsi ai negoziati sulla Brexit di prossima apertura con un capitale politico aumentato, e quindi in una posizione contrattuale più solida rispetto alla situazione attuale.

Ma con un ritorno alle urne fissato per il 2020 (tale era la prospettiva fino a due giorni fa), la parte finale del periodo di due anni previsto dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona per la conclusione dei negoziati sull’uscita dall’Unione europea (Ue) sarebbe stata inevitabilmente condizionata dalla scadenza elettorale.

Con l’avvicinarsi del voto, infatti, la squadra negoziale britannica sarebbe stata potenzialmente sempre più ricattabile dagli interlocutori di Bruxelles. Ora, nessuno crede neanche per un istante che le trattative con l’Ue saranno concluse in un tempo così breve, ma chi si assumerà la responsabilità del loro prolungamento?

Scozia ai margini
Chi comunque è stato preso in contropiede più di ogni altro protagonista della scena politica nazionale è stata Nicola Sturgeon, first minister di Edimburgo e leader del partito nazionalista scozzese (Snp). La sua insistenza quotidiana sulle priorità della Scozia, a partire da un secondo referendum per l’indipendenza, è stata brutalmente spinta ai margini dalla mossa dellaMay.

La Sturgeon ha ragione da vendere quando accusa la premier di ipocrisia e di doppiezza, ma c’è poco da fare: con 56 su 59 dei deputati scozzesi che siedono a Westminister appartenenti al Snp, per i nazionalisti sembra impossibile poter migliorare il risultato nelle urne dell’8 giugno; anzi, tutt’altro.

In generale, inoltre, la Scozia mostra segni sempre più evidenti di insofferenza per queste ondate continue di consultazioni elettorali: la prossima sarà la settima chiamata alle urne dal 2014 ad oggi. A nessuno sfugge che i risultati della gestione nazionalista dell’economia scozzese, e della cosa pubblica in generale, sono tutt’altro che brillanti, e che il martellamento sul chiodo fisso dell’indipendenza ha incontrato solo insofferenza e disprezzo a Londra.

Tuttavia, Nicola Sturgeon rimane l’unico personaggio politico in tutta la nazione britannica ad avere un solido seguito popolare, e può contare sull’estrema debolezza di tutti i suoi rivali nel Parlamento di Edimburgo. Il fatto, poi, che da anni è al potere a Westminster un partito capace di eleggere solo un deputato in Scozia (sui 59 seggi in palio) favorirà sempre chiunque rivendichi un distacco radicale da Londra.

Malcontento in Irlanda del Nord
Se gli scozzesi hanno votato tanto, in Irlanda del Nord la situazione è persino peggiore: con l’8 giugno, gli elettori delle sei contee della provincia saranno stati chiamati alle urne tre volte in poco più di un anno, con una quarta elezione per il Parlamento locale più che possibile, dopo l’esito incerto del voto di marzo. Crollata l’intesa che faceva funzionare un governo composto da unionisti e repubblicani, nessuno ha trovato finora una via d’uscita dalla paralisi, e l’agonia si prolungherà per altri due mesi almeno.

Su una sola cosa i cinque partiti principali possono essere d’accordo: in questa circostanza particolare il governo di Londra li ha totalmente ignorati, e con loro ha voltato le spalle a tutta la popolazione della provincia. Come ha scritto il quotidiano più autorevole dell’Irlanda del Nord, il Belfast Telegraph, “la nostra gente è la più attiva politicamente e la meno rappresentata di tutti nell’intero arcipelago britannico”.

Vincitori e vinti del confronto politico
Forse solo adesso i britannici cominciano a rendersi conto dell’immensità dello sconvolgimento messo in moto da quel gesto stizzito che è stato il voto a favore della Brexit. Senza il referendum spensieratamente voluto dall’allora premier David Cameron, niente di quello a cui si assiste in questi giorni sarebbe successo.

È altrettanto chiaro, poi, che la totale incapacità dell’opposizione laburista di Corbyn di condurre la campagna politica per rimanere nell’Ue ha reso possibile il successo della Brexit. Un fallimento da cui Corbyn stesso ha imparato poco o niente (al 20 aprile, il sito web del partito risultava aggiornato l’ultima volta 16 giorni prima).

Chi ha votato per la Brexit in nome della sacra sovranità del Parlamento di Westminster, dopo l’8 giugno si renderà con ogni probabilità conto che la suprema istanza della democrazia rappresentativa britannica conterà ancora meno di ora, e che la “dittatura elettiva” (espressione di un vecchio giurista e Lord degli anni ’60) di Downing Street regnerà incontrastata.

I parlamentari, quindi, si troveranno costretti ad accettare qualsiasi esito dei negoziati con l’Ue portati avanti da Theresa May. Toccherà a gruppi di pressione extra-parlamentari come Best for Britain e 38 Degrees, o think tank come il Center for European Reforme Demos, offrire qualche punto di riferimento politico e culturale alternativo al centralismo poco democratico che sembra l’esito più probabile per il Regno Unito dopo le elezioni anticipate di giugno.

David Ellwood, Johns Hopkins University, SAIS Bologna Center.

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Roma – I millennials – i nativi digitali – stanno rivoluzionando il modo in cui si acquista, si ordina, si cucina, si consuma e si condivide il cibo, lanciando nuove tendenze a livello globale. L’affermazione di internet e l’avvento delle nuove tecnologie hanno infatti stravolto le abitudini alimentari dando il via ad una vera food revolution.

Oggi i millennials rappresentano un pubblico sempre più attento alla qualità, alla salute, alla sostenibilità e alla novità: rispetto alle generazioni precedenti, i nativi digitali spendono di più in cibo – la spesa annua negli USA è di 1,4 trilioni di dollari – ma sono anche più informati su ciò che mangiano. Una generazione molto esigente e consapevole, che rivolge grande attenzione alla qualità del prodotto e alle proprietà benefiche e nutrizionali degli alimenti, l’80% vuole infatti sapere di più sulla provenienza e la tracciabilità del cibo che consuma.

Tra i food trend: l’alto gradimento di alimenti organici, biologici e a Km zero, l’attenzione per la sostenibilità ma anche la richiesta di un’offerta più ampia di prodotti.

Nell’ambito della terza edizione di Seeds&Chips - the Global Food Innovation Summit (8-11 maggio a Fiera Milano Rho), saranno esaminati questi i nuovi trend di acquisto e consumo, influenzati dalle abitudini della generazione dei millennials, e si potranno toccare con mano i progetti più interessanti di aziende e start up, in questo campo.

“Tra le sfide che l’industria del cibo si trova ad affrontare oggi – commenta Marco Gualtieri, ideatore di Seeds&Chips – c’è quella di dare una risposta concreta alle esigenze di un nuovo pubblico, i Millennials. Sono loro, che con nuove abitudini di consumo e di acquisto e, grazie ai potenti mezzi tecnologici a disposizione, stanno dando vita ad una food revolution globale e tutti noi dobbiamo essere consapevoli e pronti al cambiamento.”

“How millennials are changing the food industry” è il titolo della conferenza che l’8 maggio aprirà Seeds&Chips e che vedrà la partecipazione di due millennials diventate guru internazionali nel settore foodtech: Danielle Gould, CEO di Food+Tech Connect, la più grande community al mondo dedicata a tecnologia alimentare e innovazione e Deepti Sharma Kapur, CEO e fondatrice di FoodtoEat, servizio online che permette di ordinare cibo dai migliori ristoranti locali, food truck, chioschi e ristoratori, nato per avvicinare i piccoli venditori alle potenzialità della tecnologia.

La generazione Y sarà la vera protagonista di Seeds&Chips e per ogni conferenza sarà presente almeno un relatore che abbia meno di 30 anni. Ogni sessione, inoltre, sarà aperta da un “teenovator” under 18 che presenterà la propria visione di innovazione in campo alimentare. Sempre ai giovani è dedicato lo spazio 'Give me five', che consentirà agli startupper di incontrare un leader per 5 minuti, al quale potranno illustrare le proprie idee e strategie. - (NoveColonneATG)

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