Sunday 25th Jun 2017

VENEZIA - La Regione Veneto stanzia 30 mila euro per finanziare la frequenza a master universitari di giovani di origine veneta che siano emigrati all’estero per almeno cinque anni consecutivi.  E’ quanto dispone la delibera della Giunta regionale, approvata dall’assessore al Sociale e ai Flussi migratori Manuela Lanzarin, che ripristina quest’anno il rapporto di collaborazione con i tre Esu del Veneto dedicato a contribuire alle spese di viaggio, frequenza (tasse), vitto e alloggio degli oriundi veneti under 39 che decidano di frequentare un master di primo o secondo livello in uno degli atenei della regione.

L’iniziativa rientra nel programma annuale della Regione a favore dei veneti nel mondo e – sottolinea l’assessore Lanzarin – potrà dare un valido aiuto alla diffusione del vasto patrimonio culturale veneto tra le nuove generazioni di emigranti. Nonché rinsaldare i legami tra veneti espatriati e terra d’origine, favorendo lo scambio di conoscenze e il rientro di ‘cervelli’.(Inform)

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Alessandro Ungaro - 

"Abbiamo fatto di più negli ultimi dieci mesi che nei precedenti 60 anni". Così, lo scorso 7 giugno, hanno osservato Federica Mogherini e Jyrki Katainen, durante il lancio ufficiale del Fondo europeo della difesa, già presentato dalla Commissione nel novembre 2016 attraverso il piano d’azione europeo per la difesa.

E in effetti molto è stato fatto in poco meno di un anno dalla pubblicazione della Strategia globale: il cosiddetto “pacchetto difesa” - ovvero l’attuazione della strategia globale dell’Ue, il piano d’azione europeo in materia di difesa e la cooperazione Ue-Nato - testimoniano un dinamismo europeo che trova ora concreta attuazione.

Quali le novità?
Ci si è già occupati del piano d’azione europeo per la difesa ma le proposte presentate dalla Commissione vanno ad integrare o specificare quanto già illustrato a fine 2016. La parte “ricerca” - la cosiddetta research window - è in effetti già partita con i primi 25 milioni di euro stanziati per il 2017 e con i primi progetti già in fase di preparazione.

Fino al 2019 saranno in tutto 90 i milioni che Bruxelles metterà sul piatto per incentivare la ricerca collaborativa in tecnologie e prodotti per la difesa. Dopo il 2020, invece, nell’ambito di un nuovo programma di ricerca dedicato alla difesa all’interno del prossimo Programma Quadro 2021-27, la dotazione annuale prevista salirà a 500 milioni.

Le novità riguardano perlopiù la parte “sviluppo e acquisizione” - la capability window - dove la Commissione è pronta a cofinanziare progetti volti allo sviluppo congiunto e all’acquisizione di tecnologie e materiali di difesa. In concreto, si tratta di un esborso complessivo di 500 milioni di euro per il 2019 e il 2020 (245 milioni per il primo anno e 255 per il secondo) nel quadro di uno specifico - seppur ancora da approvare formalmente - programma di sviluppo del settore industriale della difesa, l’European Defence Industrial Development Programme (Edidp).

Quest’ultimo farà da complemento alla “finestra per la ricerca”, ovvero coprirà parte dei costi di sviluppo per sostenere l’industria nel lancio o “aggiornamento” di nuovi o già esistenti programmi di cooperazione, sostenendo la definizione di requisiti comuni, studi di fattibilità e sviluppo di prototipi.

Saranno idonei solo quei progetti che coinvolgano come minimo tre aziende da almeno due Stati membri, in grado di assicurare l’impegno da parte dei Paesi coinvolti di acquisire il prodotto finale in maniera coordinata e sinergica. Dal 2020 in poi, il cofinanziamento sarà di 1 miliardo di euro all’anno, potenzialmente in grado di liberare e generare risorse che nel complesso potrebbero raggiungere i 5 miliardi.


Per quanto riguarda l’acquisizione vera e propria di equipaggiamenti per la difesa, la Commissione può agire da facilitatore affinché gli Stati membri adottino delle best-practices per l’acquisizione congiunta di capacità militari. A fronte di alcune criticità - tra cui la mancanza di sincronizzazione nella gestione della spesa e il fair risk and cost sharing - la Commissione svilupperà degli strumenti a carattere finanziario/amministrativo (financial tool box) per facilitare i Paesi nella gestione e messa a punto dei programmi di cooperazione europea.

I 3 scenari verso un’unione della sicurezza e della difesa
Parallelamente agli strumenti di natura economica e finanziaria a supporto dell’industria europea della difesa, la Commissione ha presentato un “Documento di riflessione sul futuro della difesa europea” che trae origine dal Libro bianco sul futuro dell’Europa presentato ai primi di marzo. Esso propone tre scenari che esprimono livelli di ambizione differenti per quanto riguarda la collaborazione in materia di sicurezza e di difesa.

Seguendo una logica progressiva, il primo sarebbero quello della semplice cooperazione tra gli Stati membri - che rimarrebbe su base volontaria e ad hoc - e dove l’Ue andrebbe a integrare le iniziative dei singoli Paesi e dei suoi partner fondamentali. Un passo successivo sarebbe quello della “sicurezza e difesa condivise” dove, in ultima istanza, l’Ue diverrebbe un garante della sicurezza più forte e più reattivo, dotato dell’autonomia strategica per agire sia come singolo sia con i partner fondamentali. In sostanza, la cooperazione anche in materia di difesa costituirebbe la norma attraverso cui gli Stati articolano le proprie politiche e i propri strumenti.

Infine, con lo scenario “difesa e sicurezza comuni”, ci sarebbe il vero salto di qualità: le operazioni più impegnative sarebbero a guida Ue, il monitoraggio/valutazione delle minacce e pianificazione sarebbero svolti in comune, così come l’acquisizione di specifiche capacità militari.

Si realizzerebbero un vero mercato della difesa europeo - “completato da un meccanismo europeo di monitoraggio e di protezione delle attività strategiche” - così come un’agenzia europea di ricerca nel settore della difesa, il tutto basato sul principio di efficienza della spesa militare grazie a maggior concorrenza, unificazione, specializzazione ed economie di scala.

È indubbio che le istituzioni europee abbiano dimostrato impegno e volontà nel fornire degli strumenti concreti per favorire un più efficace e rapido processo di integrazione nel campo della difesa e sicurezza. Non è ora tempo per giudicare quanto la portata delle iniziative sia adeguata o no. Ora spetta agli Stati cogliere queste opportunità e dimostrare fin dove sono disposti a spingersi per la sicurezza dei cittadini europei.

Alessandro R. Ungaro è ricercatore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI, twitter @AleRUnga.

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Alcuni «consigli» alimentari sono diventati certezze difficili da scalfire, mentre spesso si tratta di valutazioni errate e opinioni senza fondamento: quelle che oggi chiameremmo bufale o ‘fake news’, in questo caso relative al cibo. Proviamo a fare chiarezza con l'aiuto di un esperto - 

Simona Marchetti - corriere.it - 

Il glutine fa male

La moda del “senza glutine” continua a fare proseliti, al punto che sempre più persone tendono a eliminare totalmente dalla loro alimentazione questo complesso proteico presente in alcuni cereali, convinti così di farsi del bene. In realtà è vero il contrario, perché il glutine rappresenta un pericolo per la salute solo in caso d'intolleranza (accertata), ovvero per coloro che soffrono di celiachia. Eliminare un intero gruppo alimentare come quello dei cereali senza una buona ragione non è mai una mossa intelligente. Ce lo spiega Stefano Erzegovesi, specialista in Psichiatria e Scienza dell'alimentazione presso il Centro Disturbi Alimentari dell'Ospedale San Raffaele Turro.

«In rete si tende spesso a rappresentare “la poltiglia del glutine” come un fluido che cammina minaccioso nei meandri del nostro intestino. In realtà sull'argomento è bene avere poche idee ma chiare: innanzitutto, se si sospetta un'intolleranza al glutine, occorre rivolgersi al medico, che prescriverà gli esami del caso, così da poter fare una diagnosi precisa. Dopo di che va anche detto che più che temere il glutine, bisogna temere la monotonia della dieta: in altre parole, consumare sempre e solo frumento glutinico diventa monotono per l'organismo, ecco perché conviene aggiungere riso, orzo, farro, miglio, avena, grano saraceno e tutti gli altri cereali e pseudocereali dell'alimentazione mediterranea».

Giova infine ricordare che solo perché un prodotto è gluten-free, ciò non significa che sia necessariamente salutare o che faccia dimagrire, perché in molti casi la percentuale di zuccheri e additivi presente in questi alimenti è uguale, se non superiore, a quella presente nei prodotti tradizionali.

Pochi grassi fanno bene

Per decenni i grassi sono stati considerati il nemico numero uno, al punto da far passare la tesi secondo la quale solo una dieta povera di grassi potesse portare a un reale dimagrimento e a uno stile di vita sano. Ma come spiega ancora Erzegovesi, non è proprio così.

«Le diete con pochi grassi obbligano a soffrire la fame cronica - commenta l'esperto - perché i grassi, più di tutti i nutrienti, contribuiscono a dare una sensazione di sazietà e concorrono anche alla salute di tutte le membrane cellulari. Ovviamente, i grassi devono essere “buoni”, quindi via libera ad olio extravergine d'oliva, frutta a guscio, semi oleaginosi e pesce, che contiene gli omega 3. Ogni tanto è consentito anche il cioccolato fondente, ma una decina di grammi al giorno, non certo una tavoletta intera. Da limitare invece, senza tuttavia demonizzarli, i grassi saturi come i grassi animali (necessari anche loro quando fa freddo), mentre sono da evitare senza eccezioni i grassi trans, ovvero i grassi idrogenati, che irrigidiscono le membrane cellulari e aumentano il colesterolo LDL, il peggiore per le arterie».

I carboidrati fanno ingrassare

Come per i grassi, anche i carboidrati hanno goduto negli anni di una pessima pubblicità e il trend negativo non sembra destinato ad interrompersi .

«Consumare zero carboidrati e un eccesso di proteine animali, come vogliono le diete iperproteiche cosiddette "low-carb", fa male alla salute e all'ambiente perché fa sprecare enormi risorse naturali - avverte Erzegovesi -, ma qui la questione non è "se" i carboidrati facciano male, bensì "quali" carboidrati facciano male. Per orientarsi nelle scelte, conviene farsi guidare dal cosiddetto indice glicemico, ovvero la velocità con cui un carboidrato è assorbito dal nostro organismo: quanto più un carboidrato è raffinato, quindi senza fibre, tanto più ha un indice glicemico alto e tanto meno fa bene. Ecco perché è opportuno aggiungere all'alimentazione quotidiana carboidrati a basso indice glicemico, come ad esempio cereali integrali in chicco, farine integrali, pasta cotta bene al dente e, soprattutto, piatti unici a base di cereali integrali, legumi e abbondante verdura».

Quando si fa sport serve integrare con beveroni o barrette proteiche

È un'opinione diffusa, ma ciò non significa che sia corretta. «In realtà, l'integrazione prima o dopo l'esercizio fisico è indicata solo per gli atleti professionisti, con carichi di lavoro pesantissimi - sottolinea lo specialista del Centro Disturbi Alimentari dell'Ospedale San Raffaele Turro -, mentre per tutti gli altri bastano e avanzano i tre pasti principali, che devono essere ben bilanciati come indice glicemico, e uno spuntino naturale un'ora prima di fare sport, fermo restando che il miglior integratore durante l'esercizio fisico resta l'acqua così com'è».

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Possibili danni cardiovascolari da radioterapia, antracicline e farmaci ormonali. - Inoltre, a causa dell’età, circa la metà dei pazienti oncologici può avere problemi. - Ecco cosa devono fare medici e diretti interessati -

Vera Martinella - corriere.it -

Bisogna prevenire e monitorare i possibili danni al cuore causati dalle terapie anticancro, evitando una terapia che possa causare cardiotossicità ogni qual volta esiste un’alternativa efficace contro il tumore. È questo il primo punto delle nuove linee guida rilasciate in materia dall’Associazione Americana di Oncologia (Asco), alle quali è stata dedicata un’intera sessione del congresso tenuto alcune settimane fa a Chicago. Gli altri due passaggi fondamentali, per tutelare i pazienti oncologici, sono fare un’attenta valutazione dei rischi cardiovascolari dei malati e sottoporli a un ecocardiogramma prima che intraprendano i trattamenti antitumorali.

Radioterapia, antracicline e farmaci ormonali

«Le disfunzioni cardiache sono un serio effetto collaterale di alcune terapie oncologiche e possono interferire con l’efficacia della cura stessa, avere un impatto negativo sulla sopravvivenza dei malati o diminuirne la qualità di vita - ha sottolineato Saro H. Armenian, a capo del panel di esperti riuniti al convegno Asco -. Questo tema è di assoluta priorità per garantire ai pazienti le cure migliori». Grazie al numero crescente di pazienti guariti o cronicizzati (che quindi convivono anche molti anni con il tumore), oggi sono meglio note anche le conseguenze a lungo termine delle cure e numerose ricerche hanno provato come alcuni chemioterapici (ad esempio le antracicline) e la radioterapia (soprattutto per cancro al polmone o seno, più vicini al cuore) specie ad alti dosaggi, possano lasciare a livello cardiovascolare conseguenze indesiderate, talvolta irreversibili. Anche le terapie ormonali (anastrozolo, letrozolo, exemestane) possono alterare far aumentare il rischio tromboembolico.

Problemi cardiovascolari possibili in metà dei malati

«Un altro fattore da tenere presente è che molte persone con una diagnosi cancro soffrono di malattie cardio-vascolari concomitanti, che possono compromettere la riuscita delle cure oncologiche - dice Armenian, oncologo al Comprehensive Cancer Center City of Hope di Los Angeles -. Anche in relazione all’età avanzata della maggioranza dei pazienti possiamo stimare che un malato oncologico su due abbia, a prescindere dal tumore, problemi cardiovascolari. In questi casi è possibile che l’organismo fatichi a sopportare i trattamenti anticancro (specie se prescritti a dosaggi elevati) oppure che i pazienti, pur curati con successo dal cancro, debbano poi scontare pesanti problemi cardiovascolari che ne peggiorano notevolmente la qualità di vita».

Cosa fare nella pratica ospedaliera

Prevedere l’impatto della tossicità di farmaci o radiazioni sul cuore è però possibile, così come esistono gli strumenti per individuare eventuali disturbi agli stadi precoci, prima di un effettivo danno irreparabile. In molti casi inoltre si può fermare o curare la cardiotossicità anche se già presente. Cosa bisogna fare, in pratica? «Innanzitutto, bisogna optare per trattamenti anticancro non cardiotossici se esiste questa opzione - sottolinea Armenian -. Ed è indispensabile che a ogni malato di cancro veda monitorizzata e studiata anche la sua situazione cardiovascolare, prima, durante e dopo i trattamenti. Così l’oncologo può fare una valutazione più personalizzata del programma terapeutico antitumorale, includendo magari l’utilizzo di agenti cardioprotettori durante la chemioterapia. E il cardiologo può pianificare un più stretto monitoraggio della funzione cardiaca e l’introduzione, in fase precoce, di una terapia cardiologica di prevenzione o di supporto». Esistono anche esami semplici e praticabili in tutti i pazienti, che comprendono il dosaggio di alcune sostanze in grado di segnalare le prime difficoltà delle cellule cardiache intossicate dai chemioterapici (come il dosaggio di una proteina, la troponina I, o di un ormone, il BNP).

Malati impegnati «in prima linea»

Inoltre serve una maggiore collaborazione tra gli specialisti oncologi, cardiologi e con i medici di base che poi seguono effettivamente le persone quando tornano a casa. I pazienti stessi vanno informati di quello che possono fare in prima persona, ad esempio non trascurando possibili “campanelli d’allarme” : i sintomi riconducibili a problematiche cardiologiche sono spesso aspecifici, ma quelli riscontrati più frequentemente sono la dispnea (sensazione di mancanza di respiro), il dolore toracico, variazioni della pressione arteriosa, palpitazioni e una maggiore affaticabilità. «E non bisogna dimenticare il ruolo cruciale dello stile di vita - conclude l’esperto californiano -: prima di tutto evitare fumo, sovrappeso e i picchi di insulina (in particolare i dolci e più di un alimento ricco di carboidrati per pasto. E poi fare continuativamente un’attività fisica di impegno medio-basso, aerobica, armonica, di rilassamento più che di allenamento (come lunghe camminale, cyclette o stepper con poco carico, sport aerobici come nuoto e golf). Infine, sarebbe bene fare almeno una visita cardiologica semestrale nei primi due anni dopo le terapie.

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ROMA - “La ricorrenza della Giornata Mondiale del Rifugiato ci offre l'occasione per riflettere sul dramma di migliaia di uomini, donne e bambini costretti a fuggire da guerre e da situazioni di gravissima crisi». Lo ha dichiarato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “La nostra attenzione e i nostri pensieri - ha aggiunto Mattarella - devono essere rivolti innanzitutto ai moltissimi che ogni giorno raggiungono le nostre coste.

I flussi di profughi e di rifugiati sono realtà quotidiana, non più eventi occasionali, eccezioni dovute a crisi momentanee. Occorre, quindi, che il nostro approccio sappia superare la dimensione emergenziale per elaborare, come già stiamo facendo, sempre più efficaci risposte strutturali e di lungo periodo. Questo richiede un forte impegno e un lavoro costante, nella consapevolezza che non saranno interventi estemporanei a eliminare alla radice le cause che spingono così tante persone alla fuga”.

“Servono, invece, - ha proseguito il capo dello Stato - scelte strategiche, lungimiranti e ben calibrate, volte a prevenire conflitti, a stabilizzare le regioni più a rischio del pianeta, a combattere le drammatiche conseguenze dei cambiamenti climatici. Scelte che riguardano l'intera comunità internazionale. Scelte che superino il - pur essenziale - momento dell'aiuto, perché mirate a combattere le cause dei conflitti e le ragioni più profonde dell'esodo.

I flussi di rifugiati sono un fenomeno di portata globale, che manifesta i suoi effetti ben oltre i Paesi direttamente coinvolti. E' dunque indispensabile che in una logica di responsabilità condivisa tutti i membri della comunità internazionale sappiano dimostrare il proprio impegno a favore di questa parte così rilevante di umanità, in spirito di collaborazione e di solidarietà. Non si tratta solo di condivisione degli oneri dell'accoglienza, ma di assunzione di responsabilità nella gestione a livello globale dei flussi migratori.

In questo contesto, l'Italia è consapevole del suo ruolo e di quanto è stato fatto, grazie al lavoro di tanti nostri concittadini - a volte in condizione di estrema difficoltà e a costo di sacrifici personali - per salvare vite umane e accogliere profughi e rifugiati, aventi diritto a protezione sulla base delle norme internazionali”.

“La Giornata che oggi celebriamo - ha concluso il presidente Mattarella - ci spinge a sottolineare la coerenza con i valori della Costituzione repubblicana delle iniziative assunte in materia dall'Italia, lontani da approcci di indifferenza se non ostilità verso le vittime di tragedie dell'umanità che si sviluppano ai confini dell'Europa”. (Inform)

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