Wednesday 24th May 2017

Evan Williams ha dato vita a Blogger, Twitter, Medium. E, in un’intervista al «New York Times», spiega perché, secondo lui, l’architettura del web sia in questo momento spezzata: «Favorisce gli estremi. Pensavo che il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi. Mi sbagliavo» - 

Davide Casati - corriere.it - 

Che lo avesse intuito, lo dimostra una parabola pressoché unica, nel mondo senza pause della Silicon Valley: la fondazione, nel 1999, della piattaforma «Blogger», una delle prime a consentire a chiunque di poter scrivere, e pubblicare, in Rete; il lancio, nel 2006, di Twitter; la creazione, nel 2012, di Medium, piattaforma minimalista e «controcorrente» (solo parole, pochissime immagini: nell'era di Instagram e Snapchat). Ma leggere, sul New York Times, lo sfogo di Evan Williams fa impressione: perché l'intuizione viene posta in termini espliciti, con poche possibilità di fraintendimento.

Eccola, dunque: «The Internet is broken», Internet non funziona più. Williams ne è convinto da anni (e per questo ha fondato Medium), ma «le cose continuano a peggiorare». Facebook usata per trasmettere omicidi; Twitter in preda a orde di troll; la diffusione di «fake news» con modalità e rapidità inedite. «Un tempo pensavo che, se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore. Mi sbagliavo».

Il punto, spiega, è che Internet «premia gli estremi. Se vedi un incidente mentre stai guidando, ovviamente lo osservi: e tutti, intorno a te, lo fanno. Internet interpreta un comportamento simile come il fatto che tutti vogliano vedere incidenti: e fa in modo che gli vengano forniti». «Il problema», continua, è che «non tutti siamo persone perbene. Gli umani sono umani. Non è un caso che sulle porte delle nostre case ci siano serrature. E invece, Internet è iniziato senza pensare che avremmo dovuto replicare questo schema, online».

Le implicazioni di queste riflessioni sono immense. Per il mondo della politica, ad esempio: «Trump ha detto che senza Twitter non sarebbe stato presidente? Se così fosse, mi spiace. Davvero». Un seguito, in fondo, di quanto detto all'Università del Nebraska, pochi giorni fa: «La Silicon Valley si percepisce come Prometeo, che ha rubato il fuoco agli dèi e lo ha consegnato ai mortali. Quel che tendiamo a dimenticare è che Zeus se la prese così tanto con Prometeo che lo incatenò a una roccia, così che gli uccelli potessero mangiarne le viscere in eterno. Qualcuno potrebbe ora dire che è quello che ci meriteremmo, per aver consegnato a Trump il potere dei tweet».

Ma l'impatto è immenso anche per il mondo dell'editoria: un campo dove, scrive il Times, l'opera di Williams ha avuto implicazioni paragonabili a quella di Gutenberg. Il fatto che Medium, basata non sulla pubblicità ma su una forma di abbonamento, non stia funzionando — a gennaio è stata costretta a licenziare un terzo dei dipendenti —, indica il rischio che l'architettura del web non sia fatta per supportare la qualità, ma la quantità. «I sistemi basati sulla pubblicità», spiega, «premiano inevitabilmente l'attenzione di molti utenti. Non possono premiare la risposta corretta. I sistemi pagati dai consumatori, invece, possono premiare il valore di un contenuto. La soluzione è una sola: le persone dovranno pagare per contenuti di qualità».

Gli sforzi dei giganti del web per sistemare quel che sembra un «errore di sistema» sono sempre di più: le modifiche di Google ai suoi algoritmi e la maggiore capacità di segnalare esiti inappropriati di ricerche; l'assunzione, da parte di Facebook, di migliaia di persone che monitorino in tempo reale i contenuti posti online da quasi due miliardi di esseri umani. «Credo che riusciremo a sistemare questa situazione», dice Williams, concludendo i suoi ragionamenti. «Ma il lavoro è appena cominciato. Vent'anni non sono un periodo troppo lungo, per modificare i meccanismi di funzionamento della società».

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Milano - Più di tre tazzine di caffè al giorno riducono il rischio di cancro alla prostata. E’ il risultato di uno studio, pubblicato sulla rivista International Journal of Cancer, condotto dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’IRCCS Istituto Neurologico Mediterraneo - Neuromed di Pozzilli (Isernia).

A livello epidemiologico lo studio è stato condotto su circa 7000 soggetti sani maschi di età superiore a 50 anni, selezionati nella coorte Moli-sani, seguiti per circa 4 anni. Per gli studi in vitro, sono state utilizzate 2 linee di cancro prostatico umano su cui sono stati provati estratti di caffè e concentrazioni crescenti di caffeina per valutare potenziali effetti antineoplastici e antimetastatici.

I soggetti che durante la fase di osservazione hanno ricevuto diagnosi di cancro alla prostata sono risultati essere quelli che avevano un consumo inferiore di caffè, rispetto ai soggetti che non avevano ricevuto tale diagnosi. In particolare, è risultato che i soggetti che abitualmente consumano più di 3 tazze di caffè (del tipo italiano) al giorno hanno una riduzione del 53% del rischio di contrarre il cancro alla prostata.

"Il nostro studio - dice Francesco Facchiano del Dipartimento di Oncologia e medicina molecolare dell’ISS, uno degli autori dello studio - indica che i consumatori abituali di caffè e che bevono più di 3 tazzine di caffè al giorno hanno minori probabilità di contrarre il tumore alla prostata; naturalmente, come in tutte le cose, vanno evitati gli eccessi che potrebbero avere effetti negativi di altro tipo".

La conferma in vitro è venuta dall’osservazione che su 2 differenti linee di cancro della prostata umano, la caffeina, uno dei principali (ma non l’unico) principio bioattivo contenuto nel caffè, ha una significativa azione antiproliferativa e antimetastatica. - (NoveColonneATG)

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SOMMARIO: RENZI SPECIAL PRIVACY – TRA BUSINESS, PROFUGHI  E BOSS  – BOIARDI DI STATO - DUE BUONE NOTIZIE  – DAL VENEZUELA A TAIWAN -
 
RENZI E LA PRIVACY
Mi ha colpito la vicenda legata alla pubblicazione della telefonata privata tra  Matteo Renzi e suo padre.
 
Tutti i lettori sanno che ho criticato Renzi mille volte, ma che su un giornale debba apparire il testo di una telefonata privata tra padre e figlio non lo trovo assolutamente giusto né per Renzi né per chiunque altro.

Basta con questa indecente abitudine di sbattere sui media ogni contatto personale ben prima che diventi un eventuale documento penale: possibile che non si riesca mai a sapere chi tra inquirenti, cancellieri, giudici, PM, avvocati metta in mano ai media  documenti di ogni tipo? Non un’inchiesta interna chiara per capire, denunciare, bloccare le fughe di notizie, mai. Questa è barbarie mediatica ma soprattutto ipocrisia in presenza di mille norme stupide quanto disattese sulla presunta “privacy” che servono solo per nascondere quando lo si vuole e invece per sbattere i mostri in prima pagine mille altre volte.

Diamoci una regola e facciamola applicare, ricordandoci però che quello che subisce  oggi  Renzi i suoi avversari l’hanno subito per decenni (vedi Berlusconi) e nessuno volle intervenire, neppure l’ineffabile ex presidente Napolitano che oggi prorompe dichiarando: “E' una situazione indegna” dimenticandosi che è stato 7 anni (+ bonus) al Quirinale, da dove avrebbe potuto in ogni momento spingere per una sollecita revisione della legge sulle intercettazioni,  ma non l’ha mai fatto.
 
Quello che inquieta sono poi però anche  I CONTENUTI di quella e di altre telefonate di cui, leggendone le trascrizioni,  colpiscono non solo  le parole dette ma soprattutto come possano essere considerate “ininfluenti” per una Procura (con richiesta di distruzione) e invece gravi per un’altra, innescando il solito conflitto tra procure che normalmente finisce con un insabbiamento generale.

La Procura di Roma è da decenni chiamata “Il porto delle nebbie” mentre da Napoli partono inchieste superstar ampiamente riprese dai media, ma che poi si disperdono, anche perché spesso trasferite ad altri.

La gente vorrebbe insomma soprattutto capire se sia vero o meno che un generale dei Carabinieri fosse a casa di Renzi (padre) a informarlo in merito a indagini in corso, cosa siano i continui richiami a passate “bugie” che Renzi (figlio) imputa al padre, al ministro Lotti e al resto di quel sottobosco fiorentino che tutto sembra tranne che trasparente.

Idem per la ministra Boschi: dichiarò in parlamento che non aveva mai brigato in favore di Banca Etruria (co-diretta dal padre) ed oggi si scopre che mentì: come può restare moralmente al suo posto, indipendentemente da qualsiasi altra vicenda?
 
PROFUGHI, BOSS & BUSINESS
 
L'aspetto più brutto di questa schifosa vicenda del “centro di accoglienza” di Isola Capo Rizzuto dove la mafia locale, in combutta con Cooperative solo formalmente rispettabili, “gestisce” migliaia di migranti trattandoli come bestie è che ci perdono tutti.

Perde la faccia lo Stato che spende e spreca decine di milioni e non controlla (mai nessuno in quella prefettura verificava lo stato del campo?), perdono credibilità gli inquirenti che hanno atteso ben 10 (dieci) anni ad intervenire, fa l’ennesima brutta figura il sistema delle Cooperative italiane, dove quelle serie perdono la faccia per colpa di quelle disoneste e ne escono male anche le ONG che mischiano interventi umanitari ad altri molto più opachi.

Davanti ad un fenomeno epocale che mette in crisi principi fondamentali di solidarietà  ci si riduce così alle solite polemiche, da una parte di chi urla ai “fascisti-razzisti” se solo si chiedono regole e documentazioni certe, dall’altra prende fiato a chi vuole chiusure assurde nel mondo globalizzato di oggi.

Così – tristemente - si moltiplicano il razzismo, l’odio, la disonestà.

Eppure il problema migranti potrebbe e dovrebbe essere affrontato innanzitutto con umanità e serietà, ma anche con regole certe: possibile che non si possano avere normative chiare, sistemi di intervento codificati, controlli adeguati, interventi “a monte” del fenomeno, ovvero già sulle coste libiche?

Passano le settimane, i mesi, gli anni (2017: + 37% negli sbarchi) ma non cambia nulla – anzi – tutto peggiora tanto che ormai siamo alla beffa: l’Europa documenta che se i clandestini non vengono ospitati a nord delle Alpi la colpa sarebbe prima di tutto dell’Italia che non si comporta come dovrebbe.

Così ci rimettono tutti, ma soprattutto decine di migliaia di disgraziati  sempre  più disperati e sfruttati.
 
BOIARDI DI STATO

Chiamavano così il giro di manager furbacchioni che in un autoreferente circolo chiuso hanno guadagnato e guadagnano cifre folli amministrando aziende più o meno di stato. Da decenni si va avanti così: nessuno li valuta, anzi, nonostante clamorosi fallimenti sono sempre in pista, governo dopo governo.

E’ il caso di MAURO MORETTI (si l’ex boss delle ferrovie, quello condannato a 9 anni per il disastro ferroviario di Viareggio) che ha lasciato la Leonardo per la modica somma di 9,26 MILIONI di liquidazione dando spazio a ALESSANDRO PROFUMO (sì, proprio l’ex responsabile di Monte dei Paschi di Siena) tutta gente vicina al PD.
 
Intanto commissario in Alitalia è ENRICO LAGHI, contemporaneamente commissario all’ILVA di Taranto e pure anche nel collegio sindacale di Unicredit. In Alitalia ritrova LUIGI GUBITOSI. ex direttore generale della Rai dai tempi di Monti e ora appunto “volato” in Alitalia.

Chi li giudica, chi li sceglie, perché loro e non altri? Si fanno gare, concorsi, valutazioni? Macchè!  I concorsi in Italia si fanno con migliaia di aspiranti a fare lo spazzino, non per manager che guadagnano milioni di euro l'anno...Contano solo le amicizie politiche e se poi alla loro partenza restano aziende in deficit o con  immani disastri la colpa è sempre degli altri, l’importante è passare alla cassa e avanti con il prossimo giro.    
 
DUE BUONE NEWS

Non una, ma almeno due sono le buone notizie da registrare questa settimana.

La prima è che la Cassazione ha finalmente stabilito che chi emigra nel nostro paese non può imporre le proprie regole tribali nella sua nuova realtà. Il caso era relativo ad un indiano sik che andava in giro con un coltello “di famiglia”, condannato a pagare una multa. Bene il principio, ma ora  però la norma applichiamola – per esempio – anche a quelle donne musulmane che non permettono un minimo di riconoscimento facciale: la legge italiana è chiara nell’imporre l’obbligo di farsi riconoscere, nessuno vuole attentare ai precetti religiosi, ma c’è il dovere di osservare e fare osservare la legge, si abbia il coraggio di farlo.  
 
La seconda buona notizia è che ci sono finalmente notizie per il medico italo-iraniano  AHMADREZA DJALALI, già residente da anni a Novara e detenuto in un carcere iraniano dopo la sua assurda condanna a morte, per ora evidentemente non eseguita. Il condannato ha potuto finalmente dopo mesi telefonare ai famigliari rifugiati in Svezia, assicurando sulle sue condizioni di salute (ha fatto un lungo sciopero della fame) anche se gli è stato rifiutato dalla corte (!) il terzo avvocato da lui designato a difenderlo.

Deve quindi proseguire la campagna internazionale di solidarietà non solo per salvarlo dal patibolo, ma soprattutto per denunciare a livello mondiale cosa avviene nelle carceri iraniane (come in quelle siriane e di un altro mezzo mondo) dove sono violati i diritti umani e i più sacrosanti diritti alla difesa.
 
IPOCRISIE: VENEZUELA E TAIWAN
L’ipocrisia del mondo che assiste poco turbato alla distruzione interna del Venezuela da tempo sprofondato nella crisi per le demagogie populiste dei suoi governanti ma anche per una opposizione divisa e che per decenni non è stata in grado di coalizzarsi.

Le proteste a  Caracas – dove il bilancio degli scontri è salito a 49 morti - sono legittime e la comunità internazionale dovrebbe prendere posizioni più nette contro i leader “bolivariani”, di spiccate tendenze filo-cubane e marxiste.

Da segnalare un toccante appello della figlia del sindaco di Caracas Vanessa Ledezma (This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.) a Papa Francesco perché insista nei suoi tentativi di mediazione (per ora rifiutati dal regime) nell’interesse di tutti i venezuelani, molti dei quali di origine italiana e dove comunque sono tuttora residenti 150.000 cittadini italiani.

Stiamo vicini a questo paese, non abbandoniamolo, anche se a pensare che per un Venezuela dove si muore ormai letteralmente di fame i fondi straordinari stanziati  dal nostro ministero degli Esteri per assistere la comunità italiana siano stati quantificati in un (uno!) milione (ovvero 6 euro a italiano), lascia delusi e sbalorditi visto che - per 150.000 persone in difficoltà - parliamo del 10% della sola liquidazione di Moretti (vedi sopra): c'è una logica o un paragone?!
 
Allo stesso modo il mondo dovrebbe guardare con più attenzione a quanto avviene in Asia dove il gigante cinese - nonostante non rispetti molti canoni democratici – si permette di condizionare la libertà di tanti altri paesi dell’area come quella di TAIWAN  cui è stato impedito - per le pressioni cinesi - di partecipare perfino alla Assemblea Mondiale della Sanità  dal 22 al 30 maggio dopo 8 anni di regolare presenza.

Ma possibile che i cinesi possano continuare indisturbati a fare quel che vogliono nel mondo solo perché più ricchi e potenti degli altri? Perché l’UE è così rattrappita ed ipocrita nel far finta sempre di niente, perché Trump deve essere criticato se solo parla con Taiwan che è una nazione libera, democratica, indipendente e sovrana con decine di milioni di abitanti che – è poi il colmo dell’ipocrisia – spesso investono e lavorano in Cina (e viceversa).

Basta con questa ipocrisia mondiale sempre a favore di società e sistemi ufficialmente comunisti, che però poi - come la Cina "popolare" - sono il fior fiore del capitalismo più sfrenato.
 
Buona settimana  a tutti.                                                                     

Marco Zacchera

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Secondo una ricerca respirare il profumo di rosmarino aumenta la memoria del 5-7%. E i genitori inglesi svuotano gli scaffali dei supermercati per aiutare i figli alle prese con i test di fine anno oggetto di accese polemiche in queste ultime settimane - 

Caterina Belloni - corriere.it - 

In Gran Bretagna la stagione d’esami 2017 potrebbe essere ricordata, oltre che per le polemiche sempre più accese sull’eccessivo ricorso ai test standardizzati, anche come quella del rosmarino. Perché in casa delle famiglie con un figlio impegnato nei test di elementari e superiori, ormai, è quasi inevitabile avvertire il profumo dell’erba aromatica. Colpa di una ricerca dell’università di Northumbria secondo la quale annusare il rosmarino aiuta a potenziare la memoria.

I risultati positivi dell’indagine condotta dall’ateneo sono stati presentati al convegno della British Psychological Society e poi ripresi dalla stampa nazionale e nel giro di pochi giorni le vendite di rosmarino sono aumentate. Anzi bisognerebbe dire lievitate, visto che la catena di negozi Holland & Barrett, presente su tutte le High Street del paese e specializzata in prodotti naturali e oli essenziali, ha segnalato di aver visto crescere del 187 per cento le richieste di essenza di rosmarino. Anche le piantine sono andate a ruba e l’aumento delle vendite dell’erba aromatica, in tutte le sue possibili forme, si è rivelato sensazionale dalla pubblicazione della ricerca in poi. Tanto che i negozi hanno finito le scorte e sono dovuti ricorrere a un riassortimento rapido, con grande soddisfazione di produttori e coltivatori.

Una corsa comprensibile, guardando la questione dal punto di vista dei genitori. Secondo l’indagine universitaria, infatti, chi respira l’aroma di rosmarino ottiene un miglioramento della memoria che oscilla tra il 5 e il 7 per cento. Per scoprirlo i ricercatori hanno diffuso il profumo in alcune classi, constatando poi che gli allievi hanno ottenuto risultati migliori nei test di memoria rispetto ai compagni seduti nelle classi non aromatizzate. Un risultato per nulla trascurabile, soprattutto nella fase dei test di fine anno nei quali ricordare formule e date significa ottenere voti migliori.

Secondo gli esperti di Northumbria, ad aiutare la memoria potrebbe essere il fatto che l’olfatto umano è molto sensibile e manda messaggi al cervello suscitando reazioni e risposte. Ancora, l’aroma di questa pianta pare sia in qualche modo utile ad attivare a livello farmacologico la facoltà del ricordo.  Queste proprietà naturali del rosmarino sono note fin dall’antichità. Non a caso i greci indossavano ghirlande di rosmarino in occasione degli esami e nell’Amleto di Shakespeare Ofelia dice a Laerte: «Ecco del rosmarino, che è per il ricordo – ti prego, amore, ricorda – ed ecco le viole, che sono per il pensiero».

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Veronica De Romanis - 

La foto ricordo del G7 di Taormina del 26 e 27 maggio prossimi metterà insieme leader esordienti come Donald Trump, Paolo Gentiloni, Emmanuel Macron - fresco di vittoria - e Theresa May - in attesa di una simile vittoria -, e leader che di queste foto ne hanno fatte diverse, Angela Merkel (11), Shinzo Abe (5) e Justin Trudeau (2).

Lo scatto, difficile da prevedere solo un anno fa, diventerà - con ogni probabilità - il simbolo di un mondo profondamente mutato a seguito del cambio di inquilino alla Casa Bianca. Gli equilibri tra le varie potenze dovranno ricomporsi per far fronte alle politiche di chiusura e di divisione dell’attuale amministrazione americana. In particolare, i tre principali Paesi europei - Germania, Francia e Italia - dovranno mostrare unità, nonostante situazioni economiche e politiche parecchio distanti.

Germania, Francia, Italia: condizioni non comparabili
La Germania registra la performance economica migliore: il tasso di variazione del prodotto interno lordo è in linea con la media dell’area dell’euro e pari all’1,6% - la disoccupazione è ai minimi storici - quella totale supera di poco il 4%, quella della fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni, sfiora il 7% -, i conti pubblici sono in ordine.

Dal punto di vista politico, il Paese è stabile. Grazie a un approccio sul tema dell’immigrazione “meno tollerante e più europeo”, il governo è riuscito a arginare Alternative für Deutschland, una forza xenofoba e anti-sistema che sembrava destinata a dominare la scena politica tedesca.

I principali istituti demoscopici concordano nel prevedere che la Cdu e l’Spd dovrebbero raccogliere complessivamente i due terzi delle preferenze, nelle urne delle legislative di settembre: si profila, quindi, una riedizione della Grosse Koalition. A capo, dovrebbe esserci per la quarta volta Angela Merkel, visto che “l’effetto Schulz” sembra essersi esaurito: nelle recenti elezioni in Saarland, in Schleswig-Holstein e, soprattutto in Nord Reno-Vestfalia - Land tradizionalmente roccaforte dei socialdemocratici - il partito della cancelliera è arrivato primo, con risultati ben al di sopra delle attese.

Poi c’è la Francia che, con la battuta d’arresto inflitta al Front National di Marine Le Pen, ha acquisito una immagine politica decisamente rinnovata. Il Paese, però, ha bisogno di riforme - la crescita supera di poco l’1% e la disoccupazione si attesta al 10% - e di rigore fiscale - il disavanzo è al 3,3%, il debito sfiora il 100% del Pil.

E, infine, c’è l’Italia, in veste di padrona di casa ma in posizione di fanalino di coda: è lo Stato che cresce meno (1% del Pil) tra i paesi dell’eurozona, con il quarto livello più alto di disoccupazione (11,7% quella totale, 39% quella giovanile) e il secondo di debito (133%). Ma, soprattutto, è l’unico che vive una prolungata fase di incertezza politica anche perché non è riuscito a ridimensionare l’avanzata delle forze populiste.

Collaborazione e agenda economica
A fronte del nuovo contesto, con i negoziati della Brexit alle porte e con Trump che mira ad indebolire l’Europa, dividendola, (e, infatti, dopo solo una settimana dal suo insediamento ha attaccato pesantemente il governo di Berlino e la sua politica commerciale), Germania, Francia e Italia non hanno alternativa che lavorare insieme.

Del resto, nessun Paese dell’Unione ha la forza e le dimensioni per agire da solo. A cominciare dalla Germania che, infatti, conta su un rafforzamento del tradizionale asse franco-tedesco per accelerare il processo di integrazione europeo. Sui temi dell’immigrazione, della sicurezza e della difesa c’è da scommettere che non sarà difficile trovare una convergenza di vedute; su quelli economici, invece, la strada rischia di presentarsi in salita.

Alla proposta di una politica fiscale comune, avanzata in campagna elettorale da Emmanuel Macron, Angela Merkel si oppone. A suo avviso, la condivisione dei rischi può avvenire solo dopo una riduzione di tali rischi e, soprattutto, nel rispetto di quelle regole fiscali che la Francia viola da quasi un decennio. La cancelliera è consapevole, tuttavia, delle complessità, in termini di equilibri politici interni, che dovrà affrontare Macron.

Arroccarsi su posizioni troppo rigide, pertanto, rischierebbe di isolarla, come avvenuto durante la crisi. Dovrà quindi mediare, accettando tempi più lunghi per l’aggiustamento dei conti francesi in cambio di riforme. Procedendo in questo modo, verrebbe ripristinato un rapporto fiduciario minato in questi anni dalle tante promesse non sempre mantenute della presidenza Hollande.

La ritrovata fiducia consentirebbe a Macron di conquistare spazi negoziali su dossier come l’introduzione di un ministro delle Finanze unico o l’istituzione di un budget comune dell’eurozona, primi passi verso la costruzione di un’unione di bilancio, fondamentale secondo Macron, non solo per la Francia, ma per la tenuta dell’intero progetto europeo: “Bisogna far passare il principio dei trasferimenti da un Paese all’altro, altrimenti non ci sarà mai convergenza economica” ha ripetuto più volte nei mesi che hanno preceduto la sua elezione.

Italia: riforme o campagna elettorale?
Certo, non sarà semplice convincere la Merkel: quest’ultima deve fare i conti con un elettorato tedesco che di Transfer Union, dopo ben otto salvataggi (tre alla Grecia, uno all’Irlanda, uno al Portogallo, uno alle banche spagnole e uno a Cipro), proprio non ne vuole sentire parlare. Macron ha, quindi, bisogno di alleati. In questa partita, l‘Italia potrebbe giocare un ruolo di primaria importanza. Con il governo di Roma impegnato a riprendere il cammino delle riforme - avviato e poi interrotto dalla perenne campagna elettorale - e a invertire la rotta del debito, per il neopresidente francese sarebbe più facile trovare un compromesso con la Germania.

Del resto, per un Paese come il nostro, che deve risanare le finanze pubbliche e tornare a crescere, non sembra esserci alternativa a un mix di riforme e rigore. Ciò richiede, però, un netto cambio di strategia. A questo proposito, la legge di stabilità dell’autunno prossimo rappresenta un importante banco di prova per capire se verrà data priorità ai conti oppure alla campagna elettorale.

Veronica De Romanis, economista, è autrice de “Il Caso Germania: così la Merkel salva l’Europa” (Marsilio editori).

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