Thursday 17th Aug 2017

CITTÀ DEL VATICANO - “Il problema migratorio è una questione che non può lasciare alcuni Paesi indifferenti, mentre altri sostengono l’onere umanitario, non di rado con notevoli sforzi e pesanti disagi, di far fronte ad un’emergenza che non sembra aver fine”.   A dirlo Papa Francesco incontrando il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno. Per il Pontefice, che ha dedicato il suo intervento al tema della sicurezza e della pace, tutti dovrebbero sentirsi “costruttori” e “concorrenti al bene comune internazionale, anche attraverso gesti concreti di umanità, che costituiscono fattori essenziali di quella pace e di quello sviluppo che intere nazioni e milioni di persone attendono ancora”. Da qui il grazie ai tanti Paesi che con “generosità accolgono quanti sono nel bisogno”. Tra questi diversi Stati europei, specialmente l’Italia, la Germania, la Grecia e la Svezia.

Papa Francesco ha quindi ricordato il viaggio nell’isola di Lesvos, insieme ai “miei fratelli il Patriarca Bartolomeo e l’Arcivescovo Ieronymos”, dove “ho visto e toccato con mano la drammatica situazione dei campi profughi, ma anche l’umanità e lo spirito di servizio delle molte persone impegnate per assisterli”. Per il papa non bisogna dimenticare l’accoglienza offerta da altri Paesi europei e del Medio Oriente, quali il Libano, la Giordania, la Turchia, come pure l’impegno di diversi Paesi dell’Africa e dell’Asia. “Anche nel corso del mio viaggio in Messico, dove ho potuto sperimentare la gioia del popolo messicano – ha spiegato -  mi sono sentito vicino alle migliaia di migranti dell’America Centrale, che patiscono terribili ingiustizie e pericoli nel tentativo di poter avere un futuro migliore, vittime di estorsione e oggetto di quel deprecabile commercio – orribile forma di schiavitù moderna – che è la tratta delle persone”.

Nel suo discorso Papa Francesco si è detto “convinto che per molti il Giubileo straordinario della Misericordia sia stata un’occasione particolarmente propizia anche per scoprire la grande e positiva incidenza della misericordia come valore sociale” sottolineando che “una cultura della misericordia” significa “una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli. Solo così si potranno costruire società aperte e accoglienti verso gli stranieri e, nello stesso tempo, sicure e in pace al loro interno”. “Ciò è tanto più necessario nel tempo presente, in cui proseguono senza sosta in diverse parti del mondo ingenti flussi migratori”, ha aggiunto ricordando i numerosi profughi e rifugiati in alcune zone dell’Africa, nel Sudest asiatico e a quanti fuggono dalle zone di conflitto in Medio Oriente”. “Occorre un impegno comune nei confronti di migranti, profughi e rifugiati, che consenta di dare loro un’accoglienza dignitosa”, ha posi sottolineato:  “ciò implica saper coniugare il diritto di ogni essere umano di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse, e nello stesso tempo garantire la possibilità di un’integrazione dei migranti nei tessuti sociali in cui si inseriscono, senza che questi sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali. D’altra parte, gli stessi migranti non devono dimenticare che hanno il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti”. (Raffaele Iaria - Migrantes online /Inform)

PAPA: L’INDIFFERENZA COLPISCE PIÙ DEL FREDDO

Osservatore romano

ROMA - “Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Oggi, festa del Battesimo di Gesù, il Vangelo ci presenta la scena avvenuta presso il fiume Giordano: in mezzo alla folla penitente che avanza verso Giovanni il Battista per ricevere il battesimo c’è anche Gesù”. Così Papa Francesco ha introdotto l’Angelus della domenica recitato insieme ai fedeli che, sfidando il freddo, si sono recati a Piazza San Pietro.

Gesù, ha proseguito il Papa, “faceva la coda. Giovanni vorrebbe impedirglielo dicendo: “sono io che ho bisogno di essere battezzato da te”. Il Battista infatti è consapevole della grande distanza che c’è tra lui e Gesù. Ma Gesù è venuto proprio per colmare la distanza tra l’uomo e Dio: se Egli è tutto dalla parte di Dio, è anche tutto dalla parte dell’uomo, e riunisce ciò che era diviso. Per questo chiede a Giovanni di battezzarlo, perché si adempia ogni giustizia, cioè si realizzi il disegno del Padre che passa attraverso la via dell’obbedienza e della solidarietà con l’uomo fragile e peccatore, la via dell’umiltà e della piena vicinanza di Dio ai suoi figli. Perché Dio è tanto vicino a noi, tanto!”.

“Nel momento in cui Gesù, battezzato da Giovanni, esce dalle acque del fiume Giordano, - ha ricordato Papa Francesco – la voce di Dio Padre si fa sentire dall’alto: “questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. E nello stesso tempo lo Spirito Santo, in forma di colomba, si posa su Gesù, che dà pubblicamente avvio alla sua missione di salvezza; missione caratterizzata da uno stile, lo stile del servo umile e mite, munito solo della forza della verità, come aveva profetizzato Isaia: “Non griderà, né alzerà il tono, [...] non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità”. Servo umile e mite”.

“Ecco lo stile di Gesù, e anche lo stile missionario dei discepoli di Cristo”, ha sottolineato il Santo Padre”, “annunciare il Vangelo con mitezza e fermezza, senza gridare, senza sgridare qualcuno, ma con mitezza e fermezza, senza arroganza o imposizione. La vera missione non è mai proselitismo ma attrazione a Cristo. Ma come? Come si fa questa attrazione a Cristo? Con la propria testimonianza, a partire dalla forte unione con Lui nella preghiera, nell’adorazione e nella carità concreta, che è servizio a Gesù presente nel più piccolo dei fratelli. Ad imitazione di Gesù, pastore buono e misericordioso, e animati dalla sua grazia, siamo chiamati a fare della nostra vita una testimonianza gioiosa che illumina il cammino, che porta speranza e amore”.

“Questa festa – ha annotato – ci fa riscoprire il dono e la bellezza di essere un popolo di battezzati, cioè di peccatori – tutti lo siamo – di peccatori salvati dalla grazia di Cristo, inseriti realmente, per opera dello Spirito Santo, nella relazione filiale di Gesù con il Padre, accolti nel seno della madre Chiesa, resi capaci di una fraternità che non conosce confini e barriere. La Vergine Maria aiuti tutti noi cristiani a conservare una coscienza sempre viva e riconoscente del nostro Battesimo e a percorrere con fedeltà il cammino inaugurato da questo Sacramento della nostra rinascita. E sempre umiltà, mitezza e fermezza”.

Dopo l'Angelus il Papa ha invitato i fedeli a “pensare a tutte le persone che vivono per la strada, colpite dal freddo e tante volte dall’indifferenza. Purtroppo, alcuni non ce l’hanno fatta. Preghiamo per loro e chiediamo al Signore di scaldarci il cuore per poterli aiutare”.
“Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!”. (aise)

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REGGIO EMILIA - “Il Tricolore contiene ed esprime il valore della nostra unità nazionale. Non a caso, la nostra Costituzione, all'articolo 12, raccoglie, indica e definisce il Tricolore. Il Tricolore ha accompagnato con continuità, esprimendo il valore dell'unità nazionale, le varie fasi della storia unitaria del nostro Paese, dal Risorgimento alla costruzione della concreta unità di vita dell'Italia, per arrivare fino alla Resistenza, alla Repubblica e alla sua Costituzione, attraverso una lunga trama di vite, di storie, di aspirazioni, di luoghi, di eventi in cui si è svolta la vita del nostro Paese in questo lungo periodo.

Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a Reggio Emilia il 7 gennaio per la celebrazione del 220° anniversario della nascita del Primo Tricolore. Al suo arrivo il capo dello Stato è stato accolto dal presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, dal sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi, dal prefetto di Reggio Emilia, Raffaele Ruberto, e dalle altre autorità civili e militari. Le celebrazioni hanno preso il via in piazza Prampolini, con la tradizionale cerimonia dell'Alzabandiera e l'esecuzione dell'inno nazionale.

Mattarella si è recato quindi nella Sala del Tricolore, la sala che ha visto nascere il Tricolore, dove è avvenuta la consegna della Costituzione italiana a una delegazione di studenti e insegnanti di diverse scuole reggiane, alla presenza del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio e delle autorità locali. A seguire, il presidente ha inaugurato il rinnovato Museo del Tricolore.

Mattarella ha poi partecipato al Teatro Valli alla cerimonia del 220° anniversario della nascita del Primo Tricolore nel corso della quale hanno preso la parola il sindaco Luca Vecchi, il presidente della Provincia Giammaria Manghi, il presidente della Regione Stefano Bonaccini e lo storico Ernesto Galli della Loggia. La cerimonia si è conclusa con l'intervento del capo dello Stato. (Inform)

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Riccardo Lautizi - dionidream - 

I rimedi omeopatici sono diluizioni infinitesimali di sostanze che possono provenire dai 4 regni (vegetale, animale, minerale e umano) e che non contengono alcuna traccia fisica di esse. Il grande paradosso omeopatico è proprio quello dell’immaterialità, ovvero i medicinali non contengono nulla al loro interno, le gocce sono una soluzione idroalcolica al 50% ed i granuli ed i globuli sono glucosio e non c’è principio attivo.

L’omeopatia agisce rapidamente ed efficacemente nel caso di malattie acute come raffreddore, influenza, dissenteria, nausea da viaggio, febbre e in alcuni casi può addirittura avere un’azione più veloce di altri trattamenti terapeutici. E’ ottima anche per malattie croniche. Una malattia si dice cronica quando dura da mesi o addirittura da anni. Per curarla ci vuole tempo, indipendentemente dal tipo di terapia utilizzata, poiché l’organismo dell’individuo viene colpito in profondità. L’omeopatia permette di ottenere buoni risultati anche nel caso di malattie croniche come asma, allergie e dermatosi. Sono senza effetti collaterali e possono essere combinati con altre terapie in corso.

Storia dell’omeopatia
Ippocrate, padre della Medicina, nel 450 a.C. insegna ai suoi discepoli a curare gli ammalati scegliendo tra due strade: la prima consiste nel curare i sintomi con il loro contrario (contraria contraribus curentur), la seconda nel curare i sintomi con il loro simile (similia similibus curentur).

Paracelso, famoso terapeuta e alchimista svizzero del rinascimento, aveva intuito qualcosa di simile, al punto che egli arrivò a sentenziare “sola dosis facit venenum”, è solo la quantità che determina l’effetto tossico o curativo di una sostanza.

Samuel Hahnemann, medico tedesco nato nel 1755 a Meissen, in Sassonia, tossicologo e farmacologo, inizia a lavorare come medico all’età di 24 anni. Rapidamente deluso dall’assenza di risultati terapeutici efficaci e dai limiti della medicina che giudicò come troppo invasiva e con effetti collaterali gravi, decide di non esercitare più. Facendo delle ricerche e prove su se stesso scopre che la corteccia di china utilizzata per trattare la febbre malarica, in piccole dosi in pazienti sani causa gli stessi sintomi della febbre malarica. Arriva allora l’intuizione di provare con differenti sostanze e di preparare diverse diluizioni e osservare le reazioni in soggetti sani e malati.

Scopre che, sorprendentemente, le sostanze più diventano diluite più diventano efficaci, a condizione di agitarle vigorosamente dopo ogni diluzione attraverso una procedura da lui battezzata “dinamizzazione”. La conferma clinica è data dalla guarigione della maggior parte dei suoi malati. Ottiene allora un successo che gli vale gli onori e una reputazione che oltrepasserà le frontiere. L’omeopatia si sviluppa, ma molto presto, Hahnemann viene osteggiato dalla classe medica ufficiale che non era pronta ad accettare questo nuovo paradigma medico.

Dodici anni di sperimentazione sui pazienti gli permetteranno di tradurre l’ipotesi di Hahnemann in metodo accettato e confermato, che potremmo dire si basa sul millenario principio della similitudine predicato da filosofi e alchimisti nel passato, che può essere enunciato nel modo seguente:
“Ogni individuo malato può essere curato da piccole dosi dinamizzate della sostanza che provoca, a forti dosi nell’individuo sano, dei sintomi simili a quelli che affliggono il malato”.
Infatti il termine Omeopatia deriva dalle parole greche che significano rispettivamente  "simile" e "malattia" e nel suo significato etimologico sta proprio a mostrare che essa cura la malattia con una sostanza che provoca degli effetti simili ad essa.

Nel 1854 il Parlamento Inglese incaricò il Ministero della Salute di valutare quale fosse la migliore cura per le persone colpite dal colera. Gli esperti verificarono che negli ospedali “ufficiali” la percentuale di morte per questa malattia era del 54%, mentre negli ospedali omeopatici era del 16%.

Il fatto che secondo la legge matematica scoperta nel 1811 da Amedeo Avogadro, secondo cui una diluizione alla 12ma centesimale (12CH) contiene 0,6022 molecole, vale a dire nessuna, dimostra che le diluizioni omeopatiche maggiori di 12CH non contengono alcun principio attivo della sostanza di partenza.

Nel 1984 un ricercatore francese, Aubin, compie un esperimento che mostra come una stessa sostanza in diverse dosi produce effetti terapeutici opposti. Il gruppo di Aubin, studiando l’attività cardiotossica di alcune sostanze tossiche sul cuore di anguilla, osservò che l’Aconitina ad alta concentrazione (10 -5 M) provocava tachicardia e fibrillazione mentre a bassissima concentrazione (10 -18 M) non aveva alcun effetto sul cuore sano e sul cuore pretrattato (cioè intossicato con alte concentrazioni della stessa sostanza) mostrava uno spiccato effetto normalizzante sul ritmo cardiaco. Risultati analoghi sono stati ottenuti con la veratrina. Da notare che la concentrazione 10-18 M è molto vicina al n° di Avogadro (10-24) che rappresenta il limite fra presenza e assenza di molecole in una diluizione omeopatica.

Conferme scientifiche recenti dell’omeopatia
Sono davvero molte le conferme scientifiche che dimostrano l’efficacia dei rimedi omeopatici. Ovviamente molti medici allopatici rifiutano l’omeopatia perché va contro il principio che sia la sostanza chimica ad avere un effetto sulla cellula, e quindi non si spiega come un’assenza del principio attivo possa avere alcun tipo di risultato.

In realtà le recenti scoperte sulla memoria dell’acqua e gli studi di Beneviste e del premio nobel Luc Montagner hanno dimostrato una volta per tutte che nell’acqua viene registrata a livello elettromagnetico l’impronta del principio attivo attraverso la strutturazione delle molecole d’acqua.

Uno studio combinato Italia-Francia tra l’equipe di Montagnier e quella italiana del Prof. Giuseppe Vitiello ha portato alla ricostruzione di una molecola di DNA identica a partire dall’impronta energetica lasciata nell’acqua dopo una diluizione omeopatica in cui non c’era alcuna traccia del DNA originario.

Uno studio italiano del 2014 sul rimedio omeopatico Gelsemium sempervirens (usato nella cura dei sintomi di ansietà e di stress) ha dimostrato non solo che agisce come “tranquillante” in modelli sperimentali sul topo di laboratorio ma che l’esposizione per 24 ore al Gelsemium 2CH (seconda diluizione centesimale omeopatica) ha causato la diminuzione significativa dell’espressione di 49 geni facenti parte di diverse “famiglie” implicate nell’ansia e nella risposta infiammatoria. Anche a diluizioni superiori (fino alla 30CH in cui non c’è alcuna traccia del principio attivo) i ricercatori hanno osservato un effetto ansiolitico.

Un altro studio italiano più recente del 2016 ha dimostrato l’efficacia del rimedio omeopatico Arnica montana che si è mostrato in grado di  produrre 20 cambiamenti nell’espressione di alcuni geni, risultante in una stimolazione di produzione di matrice extracellulare con un effetto di cicatrizzazione e riparazione tessutale.

Ulteriori riferimenti scientifici

K. Linde, N. Clausius, G. Ramirez, et al.,
“Are the Clinical Effects of Homeopathy Placebo Effects? A Meta-analysis of Placebo-Controlled Trials.” Lancet, September 20, 1997, 350:834-843.
Questa pubblicazione fa un’analisi su 186 studi scientifici che riguardano l’efficacia dell’omeopatia. Di questi, 89 sono stati condotti in modo scientificamente accettabile. I risultati hanno mostrato  che i pazienti che assumevano medicine omeopatiche avevano la possibilità di sperimentare un effetto positivo 2,45 volte rispetto al placebo.

J. Kleijnen, P. Knipschild, G. ter Riet,
“Clinical Trials of Homeopathy.” British Medical Journal, February 9, 1991, 302:316-323.
Questa è la meta-analisi di ricerche cliniche più citata. Questa pubblicazione analizza i dati di 107 studi sui rimedi omeopatici. Tra questi, 81 (il 77%) hanno mostrato effetti positivi. Tra i 22 studi migliori, 15 hanno mostrato con certezza efficacia. I ricercatori concludono così: “Le prove mostrate in questo lavoro probabilmente sarebbero sufficienti per stabilire che l’omeopatia è efficace per certe patologie” Inoltre, “La quantità di prove positive fornite dai migliori studi fu per noi una vera sorpresa”.

C. N. Shealy, MD, R.P. Thomlinson, V. Borgmeyer,
“Osteoarthritic Pain: A Comparison of Homeopathy and Acetaminophen.” American Journal of Pain Management, 1998;8:89-91
Studio in doppio cieco, con protocollo ufficialmente approvato, per documentare l’efficacia dei rimedi omeopatici rispetto all’acetaminofene nel trattamento dei dolori da osteoartrite di 65 pazienti. I risultati dello studio hanno documentato un miglioramento dei dolori nel gruppo trattato con l’omeopatia (il beneficio fu del 55% nel gruppo trattato con l’omeopatia e del 38% nel gruppo acetaminofene). Tuttavia, la superiorità del trattamento omeopatico rispetto a quello con acetaminofene non raggiunse un significato statisticamente valido. I ricercatori conclusero che l’omeopatia nei dolori artrosici sembra sicura e almeno efficace quanto l’acetaminofene, ma priva degli effetti indesiderati sulla funzione renale ed epatica della molecola chimica. Molti dei pazienti hanno chiesto di continuare con l’omeopatia.

M. Weiser, W. Strosser, P. Klein,
“Homeopathic vs. Conventional Treatment of Vertigo: A Randomized Double-Blind Controlled Clinical Study.” Archives of Otolaryngology–Head and Neck Surgery, August, 1998, 124:879-885.
Questo studio coinvolse 119 pazienti con vari tipi di vertigini. Metà dei pazienti fu trattata con l’omeopatia (sotto forma di un complesso), mentre l’altra metà con un farmaco convenzionale (betaistina idrocloridrato). In termini di efficacia, il farmaco omeopatico fu efficace quanto il prodotto chimico, ma più sicuro.

D. Reilly, M. Taylor, N. Beattie, et al.,
“Is Evidence for Homoeopathy Reproducible?” Lancet, December 10, 1994, 344:1601-6.
Questo studio ha preso in considerazione l’effetto immunoterapico dell’omeopatia nel caso di allergie da inalanti, replicando con successo due lavori simili pubblicati in precedenza. Nove degli undici pazienti trattati con l’omeopatia migliorarono, rispetto ai soli cinque dei tredici pazienti trattati con il placebo. I ricercatori conclusero che o le medicine omeopatiche funzionano o c’è qualcosa che non funziona negli studi scientifici controllati. Questo tipo di studio è stato di recente nuovamente replicato e sta per essere pubblicato.

J. Jacobs, L. Jimenez, S. Gloyd,
“Treatment of Acute Childhood Diarrhea with Homeopathic Medicine: A Randomized Clinical Trial in Nicaragua.” Pediatrics, May 1994, 93,5:719-25.
Questo è stato il primo studio riguardante l’omeopatia ad essere pubblicato su di una rivista medica americana ufficiale. Lo studio ha preso in considerazione l’effetto di un rimedio unitario ad alta diluizione rispetto a placebo in 81 bambini, di età compresa tra i 6 mesi e i 5 anni, affetti da diarrea acuta. Il gruppo trattato con l’omeopatia ebbe una riduzione statisticamente significativa del 15% nella durata degli attacchi. Inotre i bambini si sono disidratati di meno, la malnutrizione post-diarrea è stata modesta  e significativa è stata la riduzione della morbilità.

E. Ernst, T. Saradeth, and K.L. Resch,
“Complementary Treatment of Varicose Veins: A Randomized Placebo-controlled, Double-Blind Trial.” Phlebology, 1990, 5:157-163.
Questo studio, che ha coinvolto 61 pazienti affetti da varici venose, ha mostrato che il trattamento omeopatico migliorava il tempo di perfusione venosa rispetto al placebo.

P. Fisher, A. Greenwood, E.C. Huskisson, et al.,
“Effect of Homoeopathic Treatment on Fibrositis.” British Medical Journal, August 5, 1989, 299:365-66.
Questo studio in doppio cieco ha comparato l’effetto del Rhus toxicodendron al placebo in 30 pazienti sofferenti di fibromiosite. Si è visto che nei pazienti che assumevano il rimedio omeopatico i punti dolenti si riducevano del 25% rispetto al gruppo placebo.

D. Reilly, M. Taylor, C. McSherry,”Is Homeopathy a Placebo Response? Controlled Trial of Homeopathic Potency with Pollen in Hayfever as Model.” Lancet, October 18, 1986, 881-86.
Lo studio ha comparato un rimedio omeopatico di polline ad alta diluizione col placebo in 144 pazienti con rinite allergica primaverile. I parametri considerati sono stati la conta dei pollini, l’aggravamento dei sintomi e il ricorso agli antistaminici. In conclusione, si è visto che i pazienti che assumevano l’omeopatia mostravano un miglioramento dei sintomi superiore rispetto a coloro che assumevano il placebo e che la riduzione di sintomi si traduceva in un minore ricorso agli antistaminici. I risultati hanno confermato studi precedenti e dimostrano che l’omeopatia mostra effetti diversi da quelli del placebo.

J. Lamont,
“Homeopathic Treatment of Attention Deficit Hyperactivity Disorder: A Controlled Study.” British Homoeopathic Journal, October, 1997, 86:196-200.
Quarantatré bambini affetti da sindrome da deificit attentivo sono stati assegnati a caso al gruppo trattato con omeopatici e al gruppo placebo. Poi, anche quelli del gruppo placebo sono passati all’omeopatia. I risultati mostrarono che i miglioramenti si manifestavano sempre con l’omopatia, sia che questa venisse assunta fin dall’inizio, sia nel caso fosse stata assunta dopo il placebo.

K.H. Friese, S. Kruse, H. Moeller,
“Acute Otitis Media in Children: A Comparison of Conventional and Homeopathic Treatment.” Biomedical Therapy, 60,4,1997:113-116, originally published in German in Hals-Nasen-Ohren (Head, Nose, and Otolyngarology) August, 1996:462-66.
In questo studio è stata data la possibilità ai genitori di scegliere tra cura omeopatica e farmaci della medicina allopatica, somministrati dal loro otorino. 103 bambini hanno seguito la cura omeopatica, mentre 28 quella convenzionale. I ricercatori hanno constatato che nel gruppo trattato con l’omeopatia le ricadute erano del 40% per paziente, mentre tra i bambini che assumevano l’antibiotico erano del 70%. Tra i bambini curati con l’omeopatia che ebbero altre otiti, il 29,3% ebbero un massimo di 3 ricorrenze, mentre tra quelli trattati con gli antibiotici, il 43,5% ebbero un massimo di 6 ricadute.

Vittorio Elia and Marcella Niccoli
“Thermodynamics of extremely diluted aqueous solutions.” Annals of the New York Academy of Sciences, June 1999
E’ stato realizzato uno studio approfondito di termodinamica su soluzioni acquose ottenute attraverso successive diluizioni centesimali (dall’1% fino a meno di 1×10-5 mol kg-1) e succussioni. Si è voluto misurare il calore prodotto miscelando varie concentrazioni di acidi e basi con l’acqua bidistillata o con le diluizioni etreme. Con le miscele  estremamente diluite si sono ottenuti nel 92% dei casi reazioni esotermiche, rispetto alle soluzioni non trattate omeopaticamente. Nello studio si dimostra come la diluizione e la succussione (procedimenti tipici dellla preparazione dei rimedi omeopatici) possano alterare permanentemente le proprietà fisico-chimiche dell’acqua. La natura di questo fenomeno rimane sconosciuto, sebbene sia ampiamente indagato dal punto di vista sperimentali.

J. Dittmann and G. Harisch,
“Characterization of Differing Effects Caused by Homeopathically Prepared and Conventional Dilutions Using Cytochrome P450 2E1 and Other Enzymes as Detection Systems.” The Journal of Alternative and Complementary Medicine 1996 2:2,279-290.
L’obiettivo dello studio era quello di accertare se vi fossero differenze negli effetti tra una diluizione omeopatica (D) e una diluizione convenzionale (V) di eguale concentrazione sulla formazione di p-nitrocatecolo catalizzato dal citocromo 2E1. Arsenicum album e Potassium cyanatum (D) furono comparati con una eguale diluizione di As203 e KNC (V). E’ stata trovata una differenza statisticamente significativa nei riguardi dell’attività enzimatica. Queste differenze potrebbero essere dovute al modo con cui si preparano le sostanze in omeopatia: diluizioni progressive e succussioni intermedie.

K. Linde, W.B. Jonas, D. Melchart, D., et al.,
“Critical Review and Meta-Analysis of Serial Agitated Dilutions in Experimental Toxicology,” Human and Experimental Toxicology, 1994, 13:481-92.
Questa meta-analisi di 105 studi di tossicologia ha mostrato che le medicine omeopatiche potrebbero essere utili nel trattamento dell’esposizione a sostanze tossiche.

E. Davenas, B. Poitevin, and J. Benveniste,
“Effect on Mouse Peritoneal Macrophages of Orally Administered Very High Dilutions of Silica.” European Journal of Pharmacology, April, 1987, 135:313-319.
Questo studio ha mostrato che SILICEA 6CH e SILICEA 10CH sono state capaci in modo statisticamente  significativo di aumentare le risposte immuni di macrofagi di topo.

Paolo Bellavite and Andrea Signorini,
Homeopathy: A Frontier in Medical Science. Berkeley: North Atlantic, 1995.
E’ la pubblicazione più importante tra quelle che  trattano la ricerca scientifica in omeopatia. In alcuni eccellenti capitoli vengono esposte le varie teorie che tentano di dare una spiegazione al funzionamento delle diluizioni omeopatiche, alla luce della biofisica, dei frattali, del caos e della teoria della complessità.
Roeland van Wijk and Fred A.C. Wiegant,Cultured Mammalian Cells in Homeopathy Research: The Similia Principle in Self-Recovery. Utrecht: University of Utrecht, 1994.
Questo è un testo tecnico che riguarda studi sugli effetti delle diluizioni omeopatiche sulle cellule. E’ una verifica del principio dei simili.

Costi e benefici delle terapie omeopatiche.
Caisse Nationale de l’Assurance Maladie des Travailleurs Salaris, 1996.
E’ uno studio su 130.000 prescrizioni che conferma i benefici e i vantaggi economici del metodo omeopatico. L’indagine ha anche mostrato che i giorni di assenza per malattia dal lavoro dei pazienti curati con l’omeopatia erano 3.5 volte inferiori (598 giorni/anno) rispetto ai pazienti sottoposti a cure allopatiche (2.017 giorni/anno). Sebbene le medicine omeopatiche in Francia rappresentino il 5% del totale prescritto, incidono solo del 1.2% sulle spese di rimborso dei farmaci, considerato il loro basso costo (in Francia l’omeopatia è rimborsabile dal servizio sanitario nazionale).

Jacobs, J, Smith, N.
“Charges, utilization, and practice patterns from a pilot insurance program covering alternative medical services.” American Public Health Association Conference, New York City, November 18-21, 1996.
Questo è uno studio condotto a Seattle (USA) che ha messo a confronto l’impiego e il costo di alcune terapie alternative: omeopatia, naturopatia e agopuntura. L’omeopatia è risultata la meno costosa e, inoltre, i pazienti  che si rivolgevano a questa metodica nel complesso facevano meno visite dal medico omeopata rispetto a chi si rivolgeva agli altri medici alternativi. (Tuttavia, questo studio non ha fatto confronti con la medicina convenzionale). Vedere anche: , W.B. Jonas and J. Jacobs, Healing with Homeopathy. New York: Warner, 1996.

“Cost-effectiveness of homeopathic treatment in a dental practice,” British Homoeopathic Journal. January, 1993;82,1:22-28
Questo studio ha preso in considerazione il lavoro di un dentista-omeopata e ha mostrato che i suoi trattamenti erano superiori in termini di rapporto costi e benefici rispetto ad un dentista convenzionale.

Swayne, J., W. Feldhaus.
“The cost and effectiveness of homeopathy.” British Homoeopathic Journal July 1992;81,3:148-150.5H.
Questo studio ha mostrato che i medici che praticano l’omeopatia fanno meno prescrizioni e a costi inferiori rispetto ai loro colleghi convenzionali.

Gerhard, I, G. Reimers, C. Keller, and M. Schmuck,
“Weibliche fertiltitasstorungen. Vergleich homoopathischer einzelmittel–mit konventioneller hormontherapie.” Therapeutikon. 1991;7:309-315.
Un piccolo studio sul trattamento omeopatico nell’infertilità. Ha mostrato che le cure omeopatiche, a parità di risultati, erano 30 volte meno costose rispetto alle cure convenzionali.

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Il Pontefice: non era in programma, però era importante andare. Poi non ho più smesso: è faticoso ma per quei sorrisi ne vale la pena - 

Andrea Tornielli - Città del Vaticano - La Stampa - 

Esce nelle librerie martedì 10 gennaio il libro «In viaggio» (Piemme edizioni, pagg. 348, 18 euro), il racconto dei viaggi internazionali di Papa Francesco scritto da Andrea Tornielli, giornalista della Stampa e coordinatore del sito web Vatican Insider. La prima sorprendente trasferta a Lampedusa, poi il Brasile, la Terra Santa, l’Asia, l’America Latina, Cuba e gli Stati Uniti, la Porta Santa aperta anticipatamente in Africa, Asia, ma anche la sorpresa dell’isola di Lesbo con la visita al campo profughi e i viaggi-lampo a Tirana, Sarajevo, Lund… Territori affascinanti e città emblematiche, luoghi complessi e popolazioni eterogenee, che hanno visto il Pontefice denunciare con decisione il narcotraffico, la vendita di armi, la corruzione, addirittura lo schiavismo in certi settori dell’economia, e definire tragedia umanitaria la questione delle migrazioni dal Sud al Nord del mondo. Un Papa pellegrino di pace, ma anche un profeta scomodo, che invita le Chiese locali a essere vicine ai settori più emarginati della società.
 
Il libro è un diario di viaggio, con retroscena, episodi inediti e il racconto in presa diretta degli incontri di Bergoglio avvenuti attorno al mondo dal 2013 ad oggi. E si apre con un capitolo che contiene un lungo colloquio con Francesco sui suoi viaggi. Pubblichiamo un ampio stralcio dell’intervista.  
 
Santità, lei ama viaggiare?  
«Sinceramente no. Non mi è mai piaciuto molto viaggiare. Quando ero vescovo nell’altra diocesi, a Buenos Aires, venivo a Roma soltanto se necessario e se potevo non venire, non venivo. Mi è sempre pesato stare lontano dalla mia diocesi, che per noi vescovi è la nostra “sposa”. E poi io sono piuttosto abitudinario, per me fare vacanza è avere qualche tempo in più per pregare e per leggere, ma per riposarmi non ho mai avuto bisogno di cambiare aria o di cambiare ambiente».
 
Si aspettava, all’inizio del pontificato, che avrebbe viaggiato così tanto?  
«No, no, davvero! Come ho detto, non mi piace molto viaggiare. E mai avrei immaginato di fare così tanti viaggi...».
 
Come ha cominciato? Che cosa le ha fatto cambiare idea?  
«Il primissimo viaggio è stato quello a Lampedusa. Un viaggio italiano. Non era programmato, non c’erano inviti ufficiali. Ho sentito che dovevo andare, mi avevano toccato e commosso le notizie sui migranti morti in mare, inabissati. Bambini, donne, giovani uomini... Una tragedia straziante. Ho visto le immagini del salvataggio dei superstiti, ho ricevuto testimonianze sulla generosità e l’accoglienza degli abitanti di Lampedusa. Per questo, grazie ai miei collaboratori, è stata organizzata una visita lampo. Era importante andare là. Poi c’è stato il viaggio a Rio de Janeiro, per la Giornata Mondiale della Gioventù. Si trattava di un appuntamento già in agenda, già stabilito. Sempre il Papa è andato alle GMG (...). Il viaggio non è mai stato in discussione, bisognava andare, e per me è stato il primo ritorno nel continente latinoamericano».
 
La GMG era un appuntamento a cui il Papa non poteva mancare. Ma gli altri?  
«Dopo Rio è arrivato un altro invito e poi un altro ancora. Ho risposto semplicemente di sì, lasciandomi in qualche modo “portare”. E ora sento che devo fare i viaggi, andare a visitare le Chiese, incoraggiare i semi di speranza che ci sono».
 
Quanto le pesano le trasferte internazionali, dal punto di vista fisico?  
«Sono pesanti, ma diciamo che per il momento me la cavo. Forse mi pesano dal punto di vista psicologico più ancora che dal punto di vista fisico. Avrei bisogno di più tempo per leggere per prepararmi. Un viaggio non impegna soltanto per i giorni durante i quali si sta fuori, nel Paese o nei Paesi visitati. C’è anche la preparazione, che solitamente avviene in periodi nei quali c’è anche tutto il lavoro ordinario da svolgere. Quando ritorno a casa, in Vaticano, di solito il primo giorno dopo il viaggio è abbastanza faticoso e ho bisogno di recuperare. Ma porto sempre con me volti, testimonianze, immagini, esperienze... Una ricchezza inimmaginabile, che mi fa sempre dire: ne è valsa la pena».
 
Ha cambiato qualcosa nell’agenda già consolidata dei viaggi papali?  
«Non molto. Ho cercato, ad esempio, di eliminare del tutto i pranzi di rappresentanza. È naturale che sia le autorità istituzionali del Paese visitato, sia i confratelli vescovi, desiderino festeggiare l’ospite che arriva. Non ho nulla contro lo stare a tavola in compagnia. Ricordiamoci che il Vangelo è pieno di racconti e di testimonianze che descrivono proprio circostanze come questa: il primo miracolo di Gesù avviene durante un banchetto di nozze (...). Ma se l’agenda del viaggio, come accade quasi sempre, è già pienissima di appuntamenti, preferisco mangiare in modo semplice e in poco tempo».
 
Quali sentimenti prova di fronte all’entusiasmo della gente che l’aspetta per ore per vederla passare sulle strade?  
«Il primo sentimento è quello di chi sa che ci sono gli “Osanna!” ma come leggiamo nel Vangelo, possono arrivare anche i “Crucifige!”. Un secondo sentimento lo traggo da un episodio che ho letto da qualche parte. Si tratta di una frase detta dall’allora cardinale Albino Luciani a proposito degli applausi che un gruppo di chierichetti accogliendolo gli aveva tributato. Disse più o meno così: “Ma voi potete immaginare che l’asinello su cui sedeva Gesù nel momento dell’ingresso trionfale a Gerusalemme potesse pensare che quegli applausi fossero per lui?”. Ecco il Papa deve aver coscienza del fatto che lui “porta” Gesù, testimonia Gesù e la sua vicinanza, prossimità e tenerezza a tutte le creature, in modo speciale quelle che soffrono. Per questo qualche volta a chi grida “viva il Papa” ho chiesto invece di gridare “Viva Gesù!”. Ci sono poi espressioni bellissime a proposito della paternità in uno dei dialoghi del beato Paolo VI con Jean Guitton. Papa Montini confidava al filosofo francese: “Credo che di tutte le dignità di un Papa, la più invidiabile sia la paternità. La paternità è un sentimento che invade lo spirito e il cuore, che ci accompagna a ogni ora del giorno, che non può diminuire, ma che si accresce, perché cresce il numero dei figli. È un sentimento che non affatica, che non stanca, che riposa da ogni stanchezza. Mai, neanche un momento, mi sono sentito stanco, quando ho alzato la mano per benedire. No, io mi stancherò mai di benedire o di perdonare”. Paolo VI diceva questo subito dopo essere tornato dall’India. Credo che siano parole che spiegano il perché i Papi nell’epoca contemporanea, abbiano deciso di viaggiare».  
 
Ricordi dei viaggi che le sono rimasti indelebili nella memoria?  
«L’entusiasmo dei giovani a Rio de Janeiro, che mi tiravano di tutto nella papamobile. E poi, sempre a Rio, quel bambino che riuscendo a intrufolarsi ha salito le scale di corsa e mi ha abbracciato. Ricordo la gente accorsa al santuario di Madhu, nel nord dello Sri Lanka dove ad accogliermi ho trovato, oltre ai cristiani, anche i musulmani e gli indù, un luogo dove i pellegrini arrivano come membri di un’unica famiglia. O l’accoglienza nelle Filippine. Ho ancora davanti agli occhi il gesto di quei papà che alzavano i loro bambini, perché li benedicessi, e mi sembrava che volessero dire: questo è il mio tesoro, il mio futuro, il mio amore, per lui vale la pena di lavorare e di fare sacrifici. E c’erano anche tanti bambini disabili, e i loro genitori non nascondevano il loro figlio, me lo porgevano perché lo benedicessi affermando con i loro gesti: questo è il mio bambino, è così, ma è mio figlio. Gesti nati dal cuore. Ancora ricordo le tante persone che mi hanno accolto a Tacloban, sempre nelle Filippine. Pioveva tanto quel giorno. Dovevo celebrare la messa per ricordare le migliaia di morti provocati dal Tifone Hayan, e il maltempo per poco non faceva saltare il viaggio. Ma non potevo non andare: mi avevano tanto colpito le notizie su quel tifone che aveva devastato quella zona nel novembre 2013. Pioveva e io indossavo un impermeabile giallo sopra le vesti per la messa che abbiamo celebrato lì, come si poteva, in un piccolo palco frustrato dal vento. Dopo la messa un cerimoniere mi ha confidato che era rimasto colpito e anche edificato perché i ministranti, nonostante la pioggia, mai avevano mai perso il sorriso. C’era il sorriso anche sul volto dei giovani, dei papà e delle mamme. Una gioia vera, nonostante i dolori e la sofferenza di chi ha perso la casa e qualcuno dei suoi cari».
 
Dopo un viaggio, che cosa accade: come ricorda le persone incontrate?  
«Le porto nel mio cuore, prego per loro, prego per le situazioni dolorose e difficili con le quali sono venuto in contatto. Prego perché si riducano le disuguaglianze che ho visto».  
 
Tanti viaggi nel mondo, quasi nessuno nei Paesi dell’Unione Europea. Perché?  
«L’unico Paese dell’Unione Europea che ho visitato è stata la Grecia, con il viaggio di appena cinque ore a Lesbos per incontrare e confortare i profughi, insieme con il miei fratelli Bartolomeo di Costantinopoli e Hyeronimos di Atene (...). Sono poi andato al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa a Strasburgo, ma quella è stata piuttosto una visita a un’istituzione, non a un Paese. Ma ho comunque visitato altri Paesi che sono europei pur non facendo parte della Unione: l’Albania e la Bosnia Erzegovina. Ho preferito privilegiare quei Paesi nei quali posso dare un piccolo aiuto, incoraggiare chi nonostante le difficoltà e i conflitti lavora per la pace e per l’unità. Paesi che sono, o che sono stati, in gravi difficoltà. Questo non significa non avere attenzione per l’Europa che incoraggio come posso a riscoprire e a mettere in pratica le sue radici più autentiche, i suoi valori. Sono convinto che non saranno le burocrazie o gli strumenti dell’alta finanza a salvarci dalla crisi attuale e a risolvere il problema dell’immigrazione, che per i Paesi dell’Europa è la maggiore emergenza dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale».
 
Tra le novità dei viaggi papali c’è, immagino, un protocollo diverso riguardante la sicurezza. È così?  
«Io sono grato ai gendarmi e alle guardie svizzere per essersi adattati al mio stile. Non riesco a muovermi nelle macchine blindate o nella papamobile con i vetri antiproiettile chiusi. Comprendo benissimo le esigenze di sicurezza e sono grato a quanti, con dedizione e molta, davvero molta fatica durante i viaggi mi sono vicini e vigilano. Però un vescovo è un pastore, un padre, non ci possono essere troppe barriere tra lui e la gente. Per questo motivo ho detto fin dall’inizio che avrei viaggiato soltanto se mi fosse stato sempre possibile il contatto con le persone. C’era apprensione durante il primo viaggio a Rio de Janeiro, ma ho percorso tante volte il lungomare di Copacabana con la papamobile aperta, salutando i giovani, fermandomi con loro, abbracciarli. Non c’è stato un incidente in tutta Rio de Janeiro, in quei giorni. Bisogna fidarsi e affidarsi. Sono consapevole dei rischi che si possono correre. Devo dire che, forse sarò incosciente, non ho timori per la mia persona. Ma sono invece sempre preoccupato per l’incolumità di chi viaggia con me e soprattutto della gente che incontro nei vari Paesi. Quello che mi impensierisce sono i rischi concreti, le minacce per chi viene e partecipa a una celebrazione o a un incontro. C’è sempre il pericolo di un gesto inconsulto da parte di qualche pazzo. Ma c’è sempre il Signore».  
 
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Francesco nella messa per l'Epifania parla dell'atteggiamento dei magi: poterono adorare perché ebbero il coraggio di camminare e di prostrarsi davanti al piccolo, al povero, all'indifeso -

Erode non ha potuto adorare Gesù Bambino perché «il suo scopo era che adorassero lui». Invece i magi, uomini che sentivano la nostalgia di Dio, videro la stella «perché si erano messi in cammino. Avevano il cuore aperto all’orizzonte e poterono vedere quello che il cielo mostrava perché c’era in loro un desiderio che li spingeva: erano aperti a una novità». Così Francesco nell'omelia della messa dell'Epifania celebrata in San Pietro ha descritto l'atteggiamento differente dei magi rispetto a quello di chi era chiuso alle novità di Dio.

«Questi uomini - ha detto il Papa - hanno visto una stella che li ha messi in movimento. Non era una stella che brillò in modo esclusivo per loro né avevano un DNA speciale per scoprirla. Non si misero in cammino perché avevano visto la stella ma videro la stella perché si erano messi in cammino». Così i magi «esprimono il ritratto dell’uomo credente, dell’uomo che ha nostalgia di Dio; di chi sente la mancanza della sua casa, la patria celeste. Riflettono l’immagine di tutti gli uomini che nella loro vita non si sono lasciati anestetizzare il cuore».

La «santa nostalgia di Dio», ha aggiunto Bergoglio,  «ci permette di tenere gli occhi aperti davanti a tutti i tentativi di ridurre e di impoverire la vita. È la memoria credente che si ribella di fronte a tanti profeti di sventura. È quella che mantiene viva la speranza della comunità credente». Una nostalgia che «ci tira fuori dai nostri recinti deterministici, quelli che ci inducono a pensare che nulla può cambiare. La nostalgia di Dio è l’atteggiamento che rompe i noiosi conformismi e spinge ad impegnarci per quel cambiamento a cui aneliamo e di cui abbiamo bisogno».

«Il credente “nostalgioso” - ha aggiunto Francesco, coniando un neologismo - spinto dalla sua fede, va in cerca di Dio, come i magi, nei luoghi più reconditi della storia, perché sa in cuor suo che là lo aspetta il suo Signore. Va in periferia, in frontiera, nei luoghi non evangelizzati, per potersi incontrare col suo Signore; e non lo fa affatto con un atteggiamento di superiorità, lo fa come un mendicante che non può ignorare gli occhi di colui per il quale la Buona Notizia è ancora un terreno da esplorare».

Come atteggiamento contrapposto, ha notato il Papa, nel palazzo di Erode, che distava pochissimi chilometri da Betlemme, «non si erano resi conto di ciò che stava succedendo». Erode dormiva «sotto l’anestesia di una coscienza cauterizzata. E rimase sconcertato. Ebbe paura. È lo sconcerto che, davanti alla novità che rivoluziona la storia, si chiude in sé stesso, nei suoi risultati, nelle sue conoscenze, nei suoi successi. Lo sconcerto di chi sta seduto sulla sua ricchezza senza riuscire a vedere oltre. Uno sconcerto che nasce nel cuore di chi vuole controllare tutto e tutti. È lo sconcerto - ha detto ancora Bergoglio - di chi è immerso nella cultura del vincere a tutti i costi; in quella cultura dove c’è spazio solo per i “vincitori” e a qualunque prezzo. Uno sconcerto che nasce dalla paura e dal timore davanti a ciò che ci interroga e mette a rischio le nostre sicurezze e verità, i nostri modi di attaccarci al mondo e alla vita».

I magi per adorare vennero nel luogo proprio di un re: il palazzo di Erode. «È segno di potere, di successo, di vita riuscita. E ci si può attendere che il re sia venerato, temuto e adulato, sì; ma non necessariamente amato. Questi sono gli schemi mondani, i piccoli idoli e cui rendiamo culto: il culto del potere, dell’apparenza e della superiorità. Idoli che promettono solo tristezza e schiavitù».

Ma proprio lì, in quel palazzo, ha osservato Francesco, è cominciato il cammino più difficile: scoprire che ciò che cercavano «si trovava in un altro luogo, non solo geografico ma esistenziale. Lì non vedevano la stella che li conduceva a scoprire un Dio che vuole essere amato, e ciò è possibile solamente sotto il segno della libertà e non della tirannia; scoprire che lo sguardo di questo Re sconosciuto – ma desiderato – non umilia, non schiavizza, non imprigiona. Scoprire che lo sguardo di Dio rialza, perdona, guarisce. Scoprire che Dio ha voluto nascere là dove non lo aspettavamo, dove forse non lo vogliamo. O dove tante volte lo neghiamo. Scoprire che nello sguardo di Dio c’è posto per i feriti, gli affaticati, i maltrattati e gli abbandonati: che la sua forza e il suo potere si chiama misericordia».

«Erode - ha concluso il Papa - non può adorare perché non ha voluto né potuto cambiare il suo sguardo. Non ha voluto smettere di rendere culto a sé stesso credendo che tutto cominciava e finiva con lui. Non ha potuto adorare perché il suo scopo era che adorassero lui. Nemmeno i sacerdoti hanno potuto adorare perché sapevano molto, conoscevano le profezie, ma non erano disposti né a camminare né a cambiare». I magi invece «sentirono nostalgia, non volevano più le solite cose». Lì, a Betlemme, «c’era una promessa di novità, una promessa di gratuità. Lì stava accadendo qualcosa di nuovo. I magi poterono adorare perché ebbero il coraggio di camminare e prostrandosi davanti al piccolo, prostrandosi davanti al povero, prostrandosi davanti all’indifeso, prostrandosi davanti all’insolito e sconosciuto Bambino di Betlemme scoprirono la Gloria di Dio».

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