Wednesday 24th May 2017

Mario Angeli dal suo balcone italiano - 

“Buon Natale”: in uno straripante Palatrussardi, il prestigioso palazzetto dello sport milanese, abbandonato al degrado dal 2011, il 21 settembre di tanti anni fa fui felicemente coinvolto dall’esplosione di stupita ilarità del pubblico, suscitata da questo augurio fuori tempo che Roberto Benigni indirizzò a Silvio Berlusconi, riferendosi esplicitamente al compleanno dell’uomo politico allora più in auge, prima del suo patetico declino.

 

Natale non è un compleanno, Natale non è un birthday; c’è un solo Natale: non sono le luminarie e gli stravaganti festoni che fin da ottobre invadono i mall e i luoghi di ritrovo a celebrare un Christmas che, nel suo significato originale, c’entra poco con il Natale, ma almeno evoca quel Cristo che ha il brevetto del Natale.

 

Però all’ironia ed alla satira si concede quasi tutto, poiché, secondo un detto comune, essa castigat ridendo mores, perciò il comico, nell’intento di servirsi della risata per correggere i costumi, può capovolgere o forzare la realtà, dare importanza all’effimero, ridicolizzare il potente, ribaltare valori, schemi e scale sociali, mescolare perfino il trascendente con le mediocrità della terra; ma quando è il politico a vestire i panni del comico, spesso senza neppure rendersene conto, non riesce a far ridere e perfino diventa lui stesso ridicolo.

 

Quindi a Roberto Benigni, comico di rango ed autore dell’impareggiabile La vita è bella, è concesso il Buon Natale all’indirizzo di Berlusconi ed assai di più.

 

Ho letto con grande stupore la recente affermazione di un importante uomo politico sudafricano che, per esaltare la nascita del suo partito, avvenuta l’8 gennaio 1912, l’ha paragonata a quella di Cristo: il contesto non era da intrattenimento né chi parlava era un comico, quindi sarebbe stata necessaria almeno la prudenza di quell’antico pastore, Tìtiro, che nella prima Bucolica di Virgilio confessa di aver sempre ritenuto che la sua campagnola Mantova, dove era solito svezzare gli agnelli appena nati, fosse simile alla grande Roma, proprio come i capretti assomigliano alle madri, confrontando quindi scioccamente, ammette, cose piccole e grandi, ma, dopo averla visitata, capì che Roma si innalza tanto sopra le altre città “quantum lenta solent inter viburna cupressi”, proprio quanto i cipressi si slanciano nel cielo sopra il flessuoso viburno.

 

È quasi come dire, brutalizzando i versi, che quando la si spara grossa, bisognerebbe almeno rendersene conto e mettere le mani avanti.

 

Mantenendo aperto il mio balcone sulla medesima area geografica e, soprattutto, sulla stessa indebita appropriazione del Natale, mi sono imbattuto nei preparativi per il compleanno del presidente dello Zimbabwe, che ogni 21 febbraio riceve dai suoi sudditi grandi attestazioni di affetto e soprattutto di generosità, se è vero, come riporta News24, che quest’anno gli saranno donati 150 bovini da disinteressati benefattori per saziare la fame dei privilegiati che prenderanno parte al generoso banchetto dell’eccezionale genetliaco.

 

L'anno scorso” scriveva La Repubblica il 27 febbraio 2016, “il presidente era stato festeggiato con gigantesche celebrazioni segnate dall'abbattimento di diversi elefanti e dall'offerta al leader di varie e stranissime torte di compleanno, di cui una del peso di 91 chilogrammi.”

 

Non so quanto il popolo festante poté beneficiare del bengodi, ma poco importa, perché l’importante era esserci, come riferisce la stessa fonte: “in autobus, camion, auto o a piedi, migliaia di cittadini dello Zimbabwe hanno raggiunto la città di Masvingo, nel sud-est del paese per celebrare il 92esimo compleanno del presidente Robert Mugabe. In un Paese dove gran parte della popolazione soffre la fame a causa della siccità e dell'economia allo stremo, gli imponenti festeggiamenti costati quasi 800mila dollari sono stati criticati dall'opposizione, visto che la festa prevedeva un grande banchetto a base di carne e selvaggina.”

 

Quest’anno gli animalisti, almeno loro, saranno zittiti: gli invitati potranno portarsi a casa non più le imponenti zanne d’elefante, ma le più prosaiche corna bovine: è quasi come scendere da Roma a Mantova.

 

Purtroppo la connessione tra un pur rispettabile compleanno ed il Natale, tra il viburno ed il cipresso, è stata sostenuta dal leader della componente giovanile del partito là al potere, il quale, secondo News24, ha affermato che “il 21 febbraio vale quanto il 25 dicembre per i cristiani e il presidente Mugabe non è secondo a Gesù Cristo”.

 

Non riesco ad evitare di ripensare ancora a Virgilio che, descrivendo l’instancabile e duro lavoro delle api, lo paragona addirittura a quello dei Ciclopi, che il mito vuole artefici delle colossali mura di Micene, ma il poeta avanza il paragone in punta di piedi, quasi scusandosi: “si parva licet componere magnis” (Georgiche IV, 176), ammesso che sia lecito confrontare le cose piccole con le grandi.

 

Virgilio non c’entra nulla con gli eccessi verbali dei politici, ma nemmeno Cristo con Mugabe.

 

Oltre tutto, a chi vuole paragonare la vita e le opere dell’uno a quelle dell’altro, non dovrebbe sfuggire la fine assai disonorevole di quel povero Cristo.

 

Salvo che non sia prevista anche la Resurrezione.

 

Mario Angeli

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ROMA - “La speranza fonte del conforto reciproco e della pace”: la lettera di Paolo ai Tessalonicesi ha “guidato” la meditazione di Papa Francesco che nell’udienza generale di ieri mattina ha proseguito il ciclo di catechesi sulla Speranza cristiana. L’Apostolo, ha spiegato il Papa, “mostra che la speranza cristiana non ha solo un respiro personale, individuale, ma comunitario, ecclesiale. Tutti noi speriamo; tutti noi abbiamo speranza, anche comunitariamente. Per questo, lo sguardo viene subito allargato da Paolo a tutte le realtà che compongono la comunità cristiana, chiedendo loro di pregare le une per le altre e di sostenersi a vicenda. Aiutarci a vicenda. Ma non solo aiutarci nei bisogni, nei tanti bisogni della vita quotidiana, ma aiutarci nella speranza, sostenerci nella speranza”.

E, ha osservato il Santo Padre, “non è un caso che cominci proprio facendo riferimento a coloro ai quali è affidata la responsabilità e la guida pastorale. Sono i primi ad essere chiamati ad alimentare la speranza, e questo non perché siano migliori degli altri, ma in forza di un ministero divino che va ben al di là delle loro forze. Per tale motivo, hanno quanto mai bisogno del rispetto, della comprensione e del supporto benevolo di tutti quanti”.

“L’attenzione poi viene posta sui fratelli che rischiano maggiormente di perdere la speranza, di cadere nella disperazione. Noi sempre abbiamo notizie di gente che cade nella disperazione e fa cose brutte… La disperazione li porta a tante cose brutte”, ha aggiunto Francesco. “Il riferimento è a chi è scoraggiato, a chi è debole, a chi si sente abbattuto dal peso della vita e delle proprie colpe e non riesce più a sollevarsi. In questi casi, - ha sottolineato – la vicinanza e il calore di tutta la Chiesa devono farsi ancora più intensi e amorevoli, e devono assumere la forma squisita della compassione, che non è avere compatimento: la compassione è patire con l’altro, soffrire con l’altro, avvicinarmi a chi soffre; una parola, una carezza, ma che venga dal cuore; questa è la compassione. Per chi ha bisogno del conforto e della consolazione. Questo è quanto mai importante: la speranza cristiana non può fare a meno della carità genuina e concreta”.
 
Una testimonianza, ha ribadito, che “non rimane chiusa dentro i confini della comunità cristiana: risuona in tutto il suo vigore anche al di fuori, nel contesto sociale e civile, come appello a non creare muri ma ponti, a non ricambiare il male col male, a vincere il male con il bene, l’offesa con il perdono – il cristiano mai può dire: me la pagherai!, mai; questo non è un gesto cristiano; l’offesa si vince con il perdono –, a vivere in pace con tutti. Questa è la Chiesa! E questo è ciò che opera la speranza cristiana, quando assume i lineamenti forti e al tempo stesso teneri dell’amore. L’amore è forte e tenero. È bello”.

“Si comprende allora che non si impara a sperare da soli. Nessuno – ha ribadito – impara a sperare da solo. Non è possibile. La speranza, per alimentarsi, ha bisogno necessariamente di un “corpo”, nel quale le varie membra si sostengono e si ravvivano a vicenda. Questo allora vuol dire che, se speriamo, è perché tanti nostri fratelli e sorelle ci hanno insegnato a sperare e hanno tenuto viva la nostra speranza. E tra questi, si distinguono i piccoli, i poveri, i semplici, gli emarginati. Sì, perché non conosce la speranza chi si chiude nel proprio benessere: spera soltanto nel suo benessere e questo non è speranza: è sicurezza relativa; non conosce la speranza chi si chiude nel proprio appagamento, chi si sente sempre a posto… A sperare sono invece coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite”.

“Sono questi nostri fratelli a darci la testimonianza più bella, più forte, perché – ha spiegato – rimangono fermi nell’affidamento al Signore, sapendo che, al di là della tristezza, dell’oppressione e della ineluttabilità della morte, l’ultima parola sarà la sua, e sarà una parola di misericordia, di vita e di pace. Chi spera, spera di sentire un giorno questa parola: “Vieni, vieni da me, fratello; vieni, vieni da me, sorella, per tutta l’eternità”. Cari amici, se — come abbiamo detto — la dimora naturale della speranza è un “corpo” solidale, nel caso della speranza cristiana questo corpo è la Chiesa, mentre il soffio vitale, l’anima di questa speranza è lo Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo non si può avere speranza. Ecco allora perché l’Apostolo Paolo ci invita alla fine a invocarlo continuamente. Se non è facile credere, tanto meno lo è sperare. È più difficile sperare che credere, è più difficile. Ma quando lo Spirito Santo abita nei nostri cuori, è Lui a farci capire che non dobbiamo temere, che il Signore è vicino e si prende cura di noi; ed è Lui a modellare le nostre comunità, in una perenne Pentecoste, come segni vivi di speranza per la famiglia umana”.

A margine dell’udienza, il Papa ha ricordato che ieri si celebrava la “Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone”, quest’anno dedicata in particolare a bambini e adolescenti. “Incoraggio tutti coloro che in vari modi aiutano i minori schiavizzati e abusati a liberarsi da tale oppressione”, ha detto in proposito. “Auspico che quanti hanno responsabilità di governo combattano con decisione questa piaga, dando voce ai nostri fratelli più piccoli, umiliati nella loro dignità. Occorre fare ogni sforzo per debellare questo crimine vergognoso e intollerabile”.

Quindi, un pensiero “per i nostri fratelli e sorelle Rohinya: cacciati via dal Myanmar, vanno da una parte all’altra perché non li vogliono. È gente buona, gente pacifica. Non sono cristiani, sono buoni, sono fratelli e sorelle nostri! È da anni che soffrono. Sono stati torturati, uccisi, semplicemente perché portano avanti le loro tradizioni, la loro fede musulmana. Preghiamo per loro. Vi invito a pregare per loro il nostro Padre che è nei Cieli, tutti insieme, per i nostri fratelli e sorelle Rohinya”. (aise)

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SOMMARIO: GLI ERRORI DI TRUMP – NAPOLITANO TACCIA! INFORMAZIONE FAZIOSA – TRA ERMELLINI ED IMMIGRATI – CRETINATE ALITALIA – CONTI A SANREMO –  VCO: LO SVINCOLO DOMO -
 
Spunti di riflessione mentre l’aspetto principale che si vuole nascondere è che l’economia Italiana sta andando malissimo e non solo per “colpa” dell’Europa ma prima di tutto per le nostre responsabilità interne, in un paese di fatto senza guida e capacità di comando, ma dove intanto c’è chi fa i propri affari. Nei guai ci siamo fino al collo, ma lo sono soprattutto i disperati delle zone terremotate che sono davvero stati nuovamente abbandonati e non hanno ancora avuto neppure le briciole di quanto loro promesso.
 
ESTERI: GLI ERRORI DI TRUMP
 
Non condivido la decisione di Trump di impedire l'ingresso negli USA ai cittadini di sette diversi paesi a prevalenza musulmana perchè tutti considerati potenziali terroristi.
Al di là degli aspetti etici – che contano! - la trovo una scelta molto demagogica  perché,  se pur  comprendo la necessità di imporre dei filtri agli ingressi, non si può e non si deve mai generalizzare in una materia così delicata.
 
Anche se pare che la maggioranza degli americani sarebbe favorevole a questa stretta (secondo una ricerca Reuters/Ipsos pubblicata oggi il 49%, con il 41% di contrari e il 10% di indecisi) perché mai dovrebbe essere respinto, per esempio, un  medico cristiano perseguitato in Siria, che parli perfettamente l'inglese e che quindi è sicuramente anti-ISIS al 100%  soprattutto se profugo  per aver perso tutto proprio per aver combattuto i fanatici musulmani?

E’ evidente che non si può generalizzare, anche perché allora andrebbero applicate regole stringenti anche contro l’Arabia Saudita e altri paesi che finanziano l’ISIS. Non  si devono mai colpevolizzare tutti i cittadini di uno stato, ma eventualmente  i singoli individui e comunque mai  in base alla religione ma alla loro situazione personale, che semmai va giudicata più attentamente e  caso per caso.
 
Con un pizzico di furbizia in più (per esempio stabilendo un periodo di adattamento per mettere a regime e verificare la concreta applicabilità delle  nuove norme) si ottenevano gli stessi risultati evitando il linciaggio mediatico visto che in parte Trump ha già poi dovuto fare retromarcia.

Con queste superficialità Trump si gioca la popolarità che ha indubbiamente riscosso e dà fianco a quelle critiche feroci - e spesso preconcette – subito espresse da buona parte di quella giunga dei media che gliel'hanno giurata dal primo giorno e sono già tutti pronti e contenti di farlo a pezzi. Oltretutto così perdono alcuni concetti sacrosanti che Trump ha finalmente il coraggio di sostenere come denunciare lo strapotere della Merkel in Europa e chiedere al nostro continente di essere un poco più coerente e risoluto, anche per la questione migramti.
 
ITALIA: NAPOLITANO STIA ZITTO!
 
Ma possibile che neppure la sberla del referendum sia stata in grado di far star zitto l'arrogante ex presidente Giorgio  Napolitano che - dopo aver annunciato che si sarebbe considerato finalmente "in pensione" - non ha neppure finito i 40 canonici giorni di quaresima per tornare a pontificare?

"No ad elezioni anticipate" sostiene  l'ineffabile Presidente emerito ("emerito" di cosa?!) visto che  "Nei paesi civili  alle elezioni si va a scadenza" considerando quindi l'Italia un paese di incivili.

Di più, continua Napolitano, "In Italia c'è un abuso del ricorso alle elezioni anticipate, per togliere la fiducia a un governo deve accadere qualcosa". QUALCOSA??!!  Ma Napolitano - che evidentemente rimpiange i tempi della "sua" URSS quando nel regime comunista non votava nessuno - si è dimenticato che siamo al QUARTO governo NON eletto dai cittadini e con una maggioranza che sta in piedi grazie a deputati eletti con l’opposizione e poi trasmigrati come le mandrie dove rendeva di più?

Si dimentica Napolitano che proprio lui ha sostenuto un referendum dove la "sua" arrogante intellighenzia è andata a sbattere e il "suo" Italicum è stato dichiarato largamente incostituzionale? Ma in una democrazia QUANDO e come - se non con le elezioni -  il popolo ha finalmente il diritto di far sentire la sua voce?

Per favore, insistiamo perchè l'ultranovantenne presidente  passi finalmente i suoi pomeriggi ai giardinetti e finalmente TACCIA, visto che già lo stipendio da senatore lo porta comunque a casa per tutta la vita.

Oppure - se proprio vuol parlare – ci racconti finalmente dei suoi legami sotterranei e delle sue trame ben poco democratiche  per far cacciare governi democraticamente eletti, ma che non gli piacevano politicamente.

Quanta polvere nascosta c'è sotto il Suo augusto tappeto!
 
INFORMAZIONE OBIETTIVA?
 
Sono sempre più critico su come vengono diffuse le informazioni (non solo politiche) in Italia.  Mi sembra viga un regime appiccicoso e fasullo con esasperati, scontati e falsi buonismi, incapace di dire la verità per bella o brutta che sia e soprattutto senza separare  mai i fatti dai preconcetti e dalle opinioni.

Una Tv di stato monocorde e infeudata a sinistra,  giornali-fotocopia  ormai in mano a un paio di potentati che  fanno da specchio e megafono sempre ai soliti  personaggi, volti che poi replicano agli amici, che se la cantano e se la suonano a vicenda dal cinema alla letteratura, dalle interviste ai festival: amici degli amici piazzati ovunque (ma se raccomandi  qualcuno nei guai vai solo se sei all’opposizione o del M5S: quanti ne ha piazzati Renzi, regolarmente impunito?).

Una informazione manovrata, spesso non veritiera, montata ad arte mentre per fortuna cresce la rabbia della gente che non ne può più di queste commedie.
 
ERMELLINI ED IMMIGRATI
 
Mi ha colpito un TG dei giorni scorsi con le immagini dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. Sfilata di giudici in toghe rosse e palandrane in ermellino (che speriamo siano di pelo sintetico), manco fossero arcivescovi circondati da paludati carabinieri in alta uniforme, mi sembravano l’esatta  e sconfortante rappresentazione di un “paese legale” distante mille miglia dalla realtà di quello quotidiano.

Pochi minuti dopo un giornalista spiegava nello stesso TG come il caporalato assuma in Calabria immigrati senza regole a 25 euro  al giorno trattandoli come animali, che gli scafisti hanno creato una solida rete di fatto impunita, che province intere sono in mano alla mafia e relative famiglie. Dov’erano quei giudici?

D'altronde ormai consideriamo normale che a Napoli sia in atto la solita ecatombe per strada e  le statistiche sottolineano l’impennata dei reati che restano senza colpevoli, anche per le prescrizioni incombenti… Dov’è, allora, la “vera” Giustizia?

Le illustri toghe lamentano poco personale, ma non si sono fatte un esame di coscienza sui loro ritmi di lavoro o su certe indagini decisamente un po’ assurde o surreali (siamo al “Berlusconi quater” per la faccenda di Ruby, non si sta demagogicamente esagerando?) nel perdurare invece di una totale assenza dello Stato nel perseguire seriamente ben più gravi reati, a cominciare proprio da quanto avviene a  Milano. Ecco perché poi qualcuno si fa giustizia da sé, mentre cresce l’esasperazione.
 
CRETINATE IN ALITALIA
 
La notizia è di quelle futili, ma che fanno meditare: per ridurre il deficit (400 milioni di euro solo nel 2016 anziché aver raggiunto il sospirato e annunciato pareggio!) Alitalia ha infatti compiuto una scelta strategica di fondamentale importanza per contenere i suoi costi: non ha "tagliato" gli emolumenti ai suoi incapaci dirigenti ma da questo mese niente più snack e patatine – peraltro offerte dalla  “San Carlo” -  sui voli nazionali.

Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere.
 
CONTI A SANREMO

Carlo Conti per presentare il festival di Sanremo riceverà 650.000 euro. Di questi tempi non vi sembra uno spreco?

La RAI si giustifica sostenendo che il festival chiuderà in attivo per i recuperi pubblicitari. Se è così, visto che la Rai TV con il canone inserito da Renzi nella  bolletta Enel sta recuperando somme colossali, perchè non devolverne una parte ai terremotati dell'Umbria? Credo che il gesto potrebbe essere apprezzato da tutti e doveroso per una Rai piena di  sprechi che nei decenni ha parcheggiato e foraggiato chi voleva e oggi campa su un odioso  prelievo coattivo.

Un canone ora imposto "automaticamente" e per il quale i cittadini teleutenti non possono esprime riserve o dissensi non solo su quanto trasmesso, ma che devono pagare anche se non vedono le trasmissioni o neppure si riceve il segnale perchè il canone RAI va pagato per legge.
 
Conti si difende sostenendo che Bonolis per presentare una edizione precedente del festival prese un milione, ma perché la RAI non pubblica allora TUTTI i compensi versati annualmente ad artisti, cantanti, consulenti, amministratori e dirigenti? Forza, perché non si ha il coraggio di farlo e di chiederlo? Eppure la RAI è una azienda pubblica dove il limite degli emolumenti dovrebbe essere di 240.000 euro l'anno e lo steso dovrebbe valere per TUTTE le amministrazioni ed aziende pubbliche. .
 
VCO: LO SVINCOLO DI DOMODOSSOLA
 
Commozione e rispetto per Claudia Bersani, 58 anni, che è stata nei giorni scorsi l’ultima vittima di una lunga serie di incidenti stradali che negli ultimi 25 anni hanno insanguinato lo svincolo di Domodossola, sulla superstrada verso il Sempione.
E’ il punto più pericoloso della strada, dove in curva si passa ad una sola corsia e che nelle ore notturne è desolatamente buio. Una superstrada costruita male, scassata, sempre in riparazione e piena di buchi, pericolosissima se piove e che per di più illumina con decine di lampioni inutili svincoli deserti, ma - chissà perché – viene lasciato da sempre al buio quello più pericoloso.
Per decenni l’ANAS ha promesso interventi ma non li ha mai fatti, così come dice sempre di essere senza soldi ma nel frattempo ha costruito nuovi svincoli e (mal)rifatto più volte il manto stradale eternamente a pezzi.
 
Se il responsabile delle FS Moretti è stato condannato a 7 anni di carcere per indiretta responsabilità per l’incidente ferroviario di Viareggio, non sarebbe ora di chiamare in causa per questi incidenti anche i responsabili dell’ANAS per non aver mai messo in sicurezza un punto di straordinaria pericolosità? Me lo sono chiesto rileggendo le mie interrogazioni parlamentari dove puntualmente si rispondeva “Provvederemo…”. Cosa che invece purtroppo non è mai stata fatta.

Chissà se qualche Magistrato o inquirente locale non cominci finalmente a porsi qualche domanda….
 
Un saluto a tutti, buona settimana    
                    
Marco Zacchera                             

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Gian Guido Vecchi - Corriere della Sera - 

CITTÀ DEL VATICANO - I «germi inquinanti» della «maldicenza», gli «influssi mondani contrari a Cristo e al Vangelo» corrompono le comunità cristiane. Nell’Angelus, com’era ovvio aspettarsi, Papa Francesco non fa riferimento esplicito alla vicenda dei manifesti anonimi comparsi sabato nella Capitale e per i quali si indaga nel sottobosco dell’estrema destra romana. Però è significativa la riflessione del pontefice intorno al Discorso della Montagna, l’invito di Gesù ad essere la luce e e il sale della terra: «La missione dei cristiani nella società è quella di dare “sapore” alla vita con la fede e l’amore che Cristo ci ha donato, e nello stesso tempo di tenere lontani i germi inquinanti dell’egoismo, dell’invidia, della maldicenza e così via», ha spiegato Francesco. «Questi germi rovinano il tessuto delle nostre comunità, che devono invece risplendere come luoghi di accoglienza, di solidarietà e di riconciliazione». Così, ha aggiunto il Papa, «per adempiere a questa missione bisogna che noi stessi per primi siamo liberati dalla degenerazione corruttrice degli influssi mondani, contrari a Cristo e al Vangelo: e questa purificazione non finisce mai, va fatta continuamente».

Piazza San Pietro è coma di fedeli, i palloncini verdi segnalano la Giornata della Vita che si celebra nella Chiesa Italiana. «Ogni vita è sacra», scandisce per tre volte Francesco a braccio. Prima di auspicare «una coraggiosa azione educativa in favore della vita umana» ed esortare: «Portiamo avanti la cultura della vita come risposta alla logica dello scarto e al calo demografico; stiamo vicini e insieme preghiamo per i bambini che sono in pericolo dell'interruzione della gravidanza, come pure per le persone che stanno alla fine della vita».

Il pontefice, «perché nessuno sia lasciato solo e l'amore difenda il senso della vita», ha ricordato le Parole di Madre Teresa di Calcutta: «La vita è bellezza, ammirala; la vita è vita, difendila: sia col bambino che sta per nascere, sia con la persona che è vicina a morire».

La critica ai manifesti contro il papa di padre Spadaro
«A Roma sono apparsi manifesti anonimi finto-popolari e ben pagati contro Papa Francesco», ha commentato su Facebook padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, gesuita assai vicino al Papa. «È il segno che sta agendo bene e sta dando molto fastidio. Quei manifesti sono minacce e intimidazioni. In finto romanesco per tentare di far credere che siano popolari. Macché! La gente vera non discetta sull’ordine di Malta, o su canonistici “dubia” cardinalizi. Ma per carità! Dietro c’è gente corrotta e ci sono poteri forti che montano strategie per staccare il Papa dal cuore della gente, che è la sua grande forza. E il risultato è l’effetto l’opposto».

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Osservatore romano -

ROMA - “Mettere in luce la portata straordinaria che la virtù della speranza viene ad assumere nel Nuovo Testamento, quando incontra la novità rappresentata da Gesù Cristo e dall’evento pasquale: la speranza cristiana. Noi cristiani, siamo donne e uomini di speranza”. Così Papa Francesco ha introdotto la sua meditazione in udienza generale. Nell’Aula nervi come sempre piena di fedeli il Papa ha proseguito il ciclo di catechesi sulla Speranza, soffermandosi appunto sul tema la “Speranza cristiana”, guidato dalle parole della Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi (L’elmo della speranza).
 
Quella di Tessalonica, ha spiegato Papa Francesco, “è una comunità giovane, fondata da poco; eppure, nonostante le difficoltà e le tante prove, è radicata nella fede e celebra con entusiasmo e con gioia la risurrezione del Signore Gesù. Quando Paolo le scrive, la comunità di Tessalonica è appena stata fondata, e solo pochi anni la separano dalla Pasqua di Cristo. Per questo, l’Apostolo cerca di far comprendere tutti gli effetti e le conseguenze che questo evento unico e decisivo, cioè la risurrezione del Signore, comporta per la storia e per la vita di ciascuno”.

In particolare, “la difficoltà della comunità non era tanto di riconoscere la risurrezione di Gesù, tutti ci credevano, ma di credere nella risurrezione dei morti. Sì, Gesù è risorto, ma la difficoltà era credere che i morti risorgono. In tal senso, questa lettera si rivela quanto mai attuale. Ogni volta che ci troviamo di fronte alla nostra morte, o a quella di una persona cara, - ha commentato il Santo Padre – sentiamo che la nostra fede viene messa alla prova. Emergono tutti i nostri dubbi, tutta la nostra fragilità, e ci chiediamo: “Ma davvero ci sarà la vita dopo la morte…? Potrò ancora vedere e riabbracciare le persone che ho amato…?”. Questa domanda me l’ha fatta una signora pochi giorni fa in un’udienza, manifestando un dubbio: “Incontrerò i miei?”. Anche noi, nel contesto attuale, abbiamo bisogno di ritornare alla radice e alle fondamenta della nostra fede, così da prendere coscienza di quanto Dio ha operato per noi in Cristo Gesù e cosa significa la nostra morte. Tutti abbiamo un po’ di paura per questa incertezza della morte. Mi viene alla memoria un vecchietto, un anziano, bravo, che diceva: “Io non ho paura della morte. Ho un po’ di paura a vederla venire”. Aveva paura di questo”.

Di fronte ai timori e alle perplessità della comunità, Paolo “invita a tenere salda sul capo come un elmo, soprattutto nelle prove e nei momenti più difficili della nostra vita, “la speranza della salvezza”. È un elmo. Ecco cos’è la speranza cristiana. Quando si parla di speranza, possiamo essere portati ad intenderla secondo l’accezione comune del termine, vale a dire in riferimento a qualcosa di bello che desideriamo, ma che può realizzarsi oppure no. Speriamo che succeda, è come un desiderio. Si dice per esempio: “Spero che domani faccia bel tempo!”; ma sappiamo che il giorno dopo può fare invece brutto tempo… La speranza cristiana – ha sottolineato il Papa – non è così. La speranza cristiana è l’attesa di qualcosa che già è stato compiuto; c’è la porta lì, e io spero di arrivare alla porta. Che cosa devo fare? Camminare verso la porta! Sono sicuro che arriverò alla porta. Così è la speranza cristiana: avere la certezza che io sto in cammino verso qualcosa che è, non che io voglia che sia. Questa è la speranza cristiana”.
 
La speranza cristiana “è l’attesa di una cosa che è già stata compiuta e che certamente si realizzerà per ciascuno di noi. Anche la nostra risurrezione e quella dei cari defunti, quindi, non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell’evento della risurrezione di Cristo”. In questo senso, quindi, “sperare significa imparare a vivere nell’attesa. Imparare a vivere nell’attesa e trovare la vita. Quando una donna si accorge di essere incinta, ogni giorno impara a vivere nell’attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Così anche noi dobbiamo vivere e imparare da queste attese umane e vivere nell’attesa di guardare il Signore, di incontrare il Signore. Questo non è facile, ma si impara: vivere nell’attesa. Sperare significa e implica un cuore umile, un cuore povero. Solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sé e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in sé stesso”.

Richiamate ancora le parole di san Paolo: “Egli [Gesù] è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui”, il Papa ha osservato come tali parole siano “sempre motivo di grande consolazione e di pace. Anche per le persone amate che ci hanno lasciato siamo dunque chiamati a pregare perché vivano in Cristo e siano in piena comunione con noi. Una cosa che a me tocca tanto il cuore è un’espressione di san Paolo, sempre rivolta ai Tessalonicesi. A me riempie della sicurezza della speranza. Dice così: “E così per sempre saremo con il Signore”. Una cosa bella: tutto passa ma, dopo la morte, saremo per sempre con il Signore. È la certezza totale della speranza, la stessa che, molto tempo prima, faceva esclamare a Giobbe: “Io so che il mio redentore è vivo […]. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno”. E così per sempre saremo con il Signore. Voi credete questo? Vi domando: credete questo? Per avere un po’ di forza vi invito ad dirlo tre volte con me: “E così per sempre saremo con il Signore”. E là, con il Signore, ci incontreremo”. (aise)

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