Sunday 25th Jun 2017

Cape Argus -

Cape Town – The City of Cape Town has appointed a Water Resilience Task Team, as a matter of urgency, to ensure that the “acute water shortages are avoided”.

On Sunday, Mayor Patricia De Lille requested assistance from water industry specialists to partner with the city to hammer out “a new water resilience approach to water management in the city”, which is less reliant on surface water.
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Parts of Theewaterskloof Dam, one of the Western Cape’s key water sources, stand completely dry in the midst of the worst drought in a century. Picture: Joan Word

“Being resilient in an urban environment means that we have the capacity as individuals, communities, institutions, businesses, and systems within a city to survive, adapt and grow no matter what kind of acute stresses and shocks we experience,” De Lille said.

Caught in the worst drought in 100 years, the city will not be taking the recent rains for granted and is forging ahead in its bid to find as many temporary water solutions as possible.

Under the leadership of the Chief Resilience Officer, the City will on Monday "formally post a Request for Ideas/Information (RFI) to the market for proposed solutions that will enable the City to temporarily establish several small, intermediate and possibly even large plants to supply potable water,” said De Lille.

It the quest for at least 100 million litres to 500 million litres of potable water a day, the city is considering plants that use reverse osmosis, desalination or similar technology from sea water, other surface water sources or treated run-off.

"The City seeks to gauge the interest of for-profit and non-profit entities in forming possible partnerships with the City to supply, install, and operate temporary plants at various locations along the sea shore and at certain inland locations, for the injection of potable water – the standards of which are defined by SANS 241 of 2011 – into the City’s water distribution network,” said De Lille.

Industry responses are due by July 10, with a view to having the first plants operational by August and able to continue production for at least six months.

The City will conduct regular water quality tests at each of these sites.

"It must be stressed that the temporary installation of water plants is intended to build resilience and to ensure that the households and businesses of Cape Town are not adversely affected by acute shortages of surface water,” De Lille said.

Guzzlers could face jail time

Cape Town – Water wasters could face jail time should the city appeal to the courts for tougher action to be taken for non-compliance to Level 4 water restrictions.

"The City has managed to negotiate the maximum spot fine for a contravention and that it be raised to R5 000, rising to R10 000 or even a prison sentence for serious or repeat offences as per the new fine schedule for Level 4 restrictions," Xanthea Limberg, mayoral committee member for Informal Settlements, Water and Waste Services; and Energy, said.
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Normally submerged tree stumps are seen at Theewaterskloof dam near Cape Town

With dam levels still at critically low levels, stored water has risen slightly to 23.1%. This is an increase of 3.7 percentage points over the past two week.

 

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Trento - Le più recenti ricerche scientifiche sulla composizione chimica della dieta mediterranea e i suoi effetti benefici nella prevenzione delle malattie metaboliche, come diabete ed obesità, sono state al centro del convegno organizzato dalla Fondazione Edmund Mach, nell'ambito del Festival dell'Economia (1-4 giugno), a Trento. Introdotto dal presidente Andrea Segrè, il convegno ha visto intervenire illustri esperti internazionali come Kieran Tuohy, responsabile del Dipartimento qualità alimentare e nutrizione FEM, e i due ricercatori israeliani Elliot Berry della Hebrew University di Gerusalemme e Iris Shai della Ben-Gurion University of Negev di Tel Aviv.

“Quando si parla di Dieta Mediterranea, patrimonio Unesco, in realtà bisognerebbe riferirsi al suo etimo greco, ‘diaita’, ovvero stile di vita – ha detto il presidente della Fondazione Mach, Andrea Segrè -. A ragione possiamo parlare di ‘piramide mediterranea universale’ inserendo alla base della stessa la convivialità, l’attività fisica e l'educazione. Questa piramide si può declinare localmente, adattandola a tradizioni, stagionalità e prodotti del territorio: in questo modo essa è anche più sostenibile”.

Elliot Berry ha spiegato come la situazione socio-economica e psicologica di una persona influenzi fortemente la possibilità di adottare uno stile di vita sano. “Con una provocazione – ha evidenziato Berry - posso dire che una persona sportiva, anche con qualche chilo in più, è meglio di una molto magra ma completamente inattiva”.

Iris Shai ha invece presentato in anteprima lo studio DIRECT-PLUS, una ricerca innovativa avviata in collaborazione con la Fondazione Mach, che punta a verificare le proprietà benefiche di prodotti ad alto contenuto di polifenoli, come olio d’oliva e piccoli frutti. Inoltre si è soffermata sulla distribuzione del grasso nel corpo umano in relazione ai disordini metabolici e cardiovascolari.

Kieran Tuohy ha chiuso il confronto con un intervento sul microbiota intestinale. “La galassia di microorganismi che vivono nel nostro intestino – ha evidenziato Tuohy - è stata finalmente riconosciuta come un organo vero e proprio, fortemente connesso con il nostro benessere generale e, in quanto tale, influenzato dalla nostra dieta ma anche dal nostro stile di vita, dall’attività fisica alle ore di sonno”. - (NoveColonneATG)

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Le rimesse dall’estero pesano sul prodotto interno lordo come nel 1878. Dal 2011 l’aumento è stato di 2,3 miliardi a quota 7,2 miliardi. I nuovi emigranti vengono molto più dal Nord che dal Sud, dalle città e dalle aree ad alta densità di laureati - 

Federico Fubini - corriere.it -  

Ogni coincidenza dev’essere senz’altro casuale — ma fa riflettere — se l’Italia per certi aspetti sembra tornata al 1878. Agostino Depretis fu primo ministro in quell’anno di un Paese quantitativamente pari a metà di quello di oggi: lo abitavano poco meno di trenta milioni di persone, contro gli oltre sessanta milioni del 2016; lo lasciavano poco più di 50 mila italiani per cercare fortuna all’estero, contro i 115 mila che ufficialmente hanno compiuto lo stesso passo nel 2016.

In un dettaglio però l’Italia di quasi 140 anni fa e quella attuale si somigliano in modo sorprendente: l’importanza del denaro guadagnato dai suoi cittadini all’estero e portato in patria per garantire il tenore di vita delle famiglie. Quelle somme valevano mezzo punto percentuale del Prodotto interno lordo nel 1878, secondo le stime più accettate, e sono tornate a pesare lo stesso rispetto al reddito nazionale l’anno scorso. Noi italiani non assomigliamo più ai nostri nonni, bisnonni o prozii con le valigie di cartone o i visti laboriosamente ottenuti dopo infinite umiliazioni burocratiche. Non assomigliamo più neppure alla generazione dei nostri padri e alla loro sarcastica e dolorante epopea da pane e cioccolato. Ma siamo tornati a mandare soldi a casa. Neanche pochi.

Il confronto

La sorpresa salta fuori nelle pieghe della bilancia dei pagamenti così come viene declinata negli annessi alla Relazione annuale sul 2016 appena pubblicata dalla Banca d’Italia. L’anno scorso gli italiani hanno guadagnato all’estero e portato a casa 7,2 miliardi di euro. Appena meno di mezzo punto del Prodotto interno lordo, esattamente come nel 1878. Lo hanno fatto, come allora, in grandissima parte come lavoratori dipendenti. Le differenze è che oggi questa tendenza rivela non solo il disagio economico delle famiglie d’origine, ma anche quanto sia entrata nel sangue degli italiani l’integrazione economica internazionale che va sotto il nome di globalizzazione. Un’occhiata ai dati della bilancia dei pagamenti mostra infatti due flussi paralleli di guadagni all’estero, che gli italiani portano o mandano ai loro congiunti in patria. Il flusso più tradizionale riguarda le rimesse, ovvero i soldi guadagnati all’estero e poi spediti in Italia. Dopo quattro decenni di declino, esse risultano in notevole aumento benché pur sempre in dimensioni contenute.
Le rimesse dei migranti dall’estero verso l’Italia valevano 228 milioni di euro nel 2004 e 478 milioni nel 2011, nel pieno della Grande recessione. Poi nel 2015 e l’anno scorso questa voce della bilancia dei pagamenti è cresciuta a quota 646 milioni di euro, quasi triplicata in poco più di dieci anni.
Era prevedibile, dato che l’emigrazione ufficiale degli italiani verso l’estero è più che raddoppiata dalle 50 mila persone l’anno durante il ventennio chiuso nel 2009, fino ai 115 mila del 2016. Il flusso risulterebbe del resto molto più robusto, se si potessero contare con precisione coloro che lasciano l’Italia per Amburgo, Londra o Zurigo ma non compaiono nelle statistiche perché non cancellano la residenza nei Comuni di provenienza. Nel 2014 per esempio l’ufficio statistico della Germania ha contato in arrivo dall’Italia oltre il quadruplo degli italiani che secondo l’Istat, l’autorità statistica di Roma, erano partiti per la Repubblica federale quell’anno. All’Italia ne risultavano 17 mila, alla Germania 84 mila.

Le famiglie

Viste le dimensioni, queste rimesse di tipo tradizionale probabilmente integrano il reddito di circa 50 o 60 mila famiglie per poche migliaia di euro l’anno. Impossibile dire dove vivano i beneficiari, ma la verità potrebbe sorprendere: forse più a Nord che nel Mezzogiorno, più nelle città che nelle aree rurali. In uno studio per il «National Bureau of Economic Research» americano Massimo Anelli e Giovanni Peri hanno infatti mostrato, sulla base di dati della Farnesina, che l’attuale ondata migratoria verso l’estero viene molto più dal Settentrione d’Italia che dal Sud. E la alimentano più le città e le aree ad alta densità di laureati che le campagne e le aree arretrate. Abbiamo ripreso a mandare soldi a casa, ma non siamo più gente da pane e cioccolata. Produciamo raffinati cervelli in fuga, ma un po’ si sacrificano per la famiglia come i loro progenitori.
Resta il fatto che il grosso dei redditi maturati all’estero entra in Italia in modo meno tradizionale e più contemporaneo. È la linea della bilancia dei pagamenti che mostra in gran parte i redditi dei lavoratori frontalieri (e in parte minore quelli dei dipendenti italiani di aziende del Paese operanti fuori dei confini). Quei valori sono esplosi negli ultimi anni: i redditi dei lavoratori frontalieri riportati in patria valevano 4,5 miliardi nel 2011 e sono saliti fino a 6,6 miliardi l’anno scorso.

Le risorse

Sono i soldi delle decine o centinaia di migliaia italiani che al mattino presto prendono un treno locale e vanno a lavorare in Svizzera, in Francia o in Austria per ritornare la sera. È una forma di emigrazione parziale, sicuramente molto più intonata a un’economia del ventunesimo secolo. Ma conta finanziariamente sempre di più per permettere a centinaia di migliaia di italiani delle provincie del Nord di quadrare la contabilità familiare ogni mese.
La somme delle due fonti di redditi maturati all’estero e trasferiti in Italia — rimesse tradizionali e redditi dei frontalieri — arriva quasi a mezzo punto di Pil. Come nel 1878, se non fosse che allora il pendolarismo attraverso le frontiere era impensabile. La somma totale è comunque salita di 2,3 miliardi di euro fini a 7,2 miliardi dal 2011 e ormai supera quella di tutte le rimesse che gli immigrati stranieri mandano dall’Italia verso il resto del mondo. Quest’ultima, per la crisi e per la repressione di certe frodi dei cinesi a Prato e a Roma, è infatti crollata da 7,3 a 5 miliardi in pochi anni.

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La produzione della pianta famosa per le sue proprietà nutritive ha raggiunto livelli record, spinta dalla domanda mondiale. Ma a quale costo ambientale e di sicurezza alimentare? - 

Emanuele Bompan - La Stampa - 

Eusebio Horaci si gratta con fastidio. Insetti, foglie e semi s’infilano nella maglietta ogni volta che s’issa sulla schiena un fascio da quindici, forse venti chili, di quinoa appena raccolta. «La quinoa deve essere mietuta velocemente, prima che tornino le piogge e facciano rigermogliare i chicchi», spiega Eusebio. A 3.850 metri sul livello del mare, il suo lavoro, di manovale a cottimo, è ancor più faticoso per l’aria povera di ossigeno, il sole violento dell’altipiano e la fretta fatta dai proprietari terrieri. Non guadagna male, dice, anche 100 dollari per una settimana. Intorno a lui il paesaggio costellato dalla quinoa, una chenopodiacea (una pianta erbacea come gli spinaci e la barbabietola, e non una graminacea come molti pensano), rifulge di toni violacei, rossi e verdastri. Colori resi ancora più surreali dal terreno sabbioso, biancastro e arido, che contrasta con il cielo di un blu che solo l’aria rarefatta d’alta quota sa dipingere. In distanza miraggi si riflettono nel cielo, indicando il bordo del Salar de Uyuni, il deserto di sale dell’altopiano boliviano, una distesa bianca di 10mila chilometri quadrati, il più grande deposito salino al mondo.  
 
Apparentemente un terreno inospitale, eppur perfetto per questa pianta. Eusebio parla senza mai smettere di lavorare. «Vorrei andare a Bergamo, in Italia, dove si trova una grande comunità boliviana», confessa. Migrante nella sua stessa terra, arriva da Potosí, una città mineraria del sud, come tantissimi altri braccianti, che nella stagione della raccolta invadono il desertico altopiano meridionale. «Almeno in questa stagione c’è la quinoa, e metto da parte qualcosa». Tantissima quinoa.
 
Percorrendo la lunga strada che porta fino al confine verso il deserto dell’Atacama ogni chilometro è costellato da monoculture di chenopodiacea. Un vero e proprio boom agricolo, che ha visto la produzione della pianta, famosa per i suoi chicchi dietetici, passare da circa 27mila tonnellate nel 2008 a oltre 50mila nel 2013. La Bolivia, principale produttore mondiale insieme al Perù, sta vivendo una vera e propria “corsa alla quinoa”, data la costante crescita della domanda e dei prezzi. Oltre il 55% va in esportazione verso i paesi occidentali.  
 
L’Italia è uno dei maggiori importatori d’Europa, con una domanda in crescita verticale, in particolare da parte di consumatori vegetariani e vegani, essendo la quinoa un’alternativa proteica alla carne. Le proprietà nutritive della pianta sono note d’altronde, quasi miracolose: contiene fibre e minerali, come fosforo, magnesio, ferro e zinco. E’ un’ottima fonte di proteine vegetali. E senza grassi: i pochi che possiede sono in prevalenza insaturi. Eccellente per chi cerca di essere in forma e adatta anche per i celiaci, poiché totalmente priva di glutine. Questo basta a spiegare l’ossessione attuale del mondo occidentale per questo pseudo cereale, assurto al ruolo di “super-food”.  
 
In Bolivia il consumo fa parte del pasto tradizionale da migliaia di anni. Secondo gli archeologi esistono prove che la quinoa era al centro dell’economia alimentare dell’altopiano fin dal decimo secolo. «In questi depositi di pietra abbiamo trovato semi fossilizzati di quinoa» spiega Cirillo Quispe che fa il guardiano del sito archeologico precolombiano di Alcaya. E più sotto, alla base della cittadella di pietra edificata dalla popolazione Aymara, «si vedono ancora i recinti per gli accoppiamenti dei lama, che insieme alla quinoa erano la base del sostentamento. Gli antichi conoscevano questo equilibrio. Noi l’abbiamo dimenticato», continua Quispe.  
 
La corsa alla quinoa, infatti, ha alterato notevolmente gli equilibri naturali e sociali. Prima la quinoa si coltivava sui pendii, mentre nelle piane erbose si allevavano camelidi, come il lama o anche l’alpaca. Ora, per massimizzare la resa, gli allevamenti sono spariti ovunque, o al più confinati nelle zone collinari per far spazio alla coltura. Intorno a Salinas de Garci Mendoza, sita nella parte settentrionale del Salar, le comunità, che prima avevano migliaia di capi, oggi ne hanno meno di un centinaio. «La febbre della quinoa ha fatto dimenticare l’allevamento dei lama», spiega il coltivatore Rubén Ignacio Ignacio, 58 anni del villaggio di Puki. «Tutti vogliono fare soldi coltivandola. Nessuno consuma più quinoa: è più conveniente venderla. Qua vengono tanti agricoltori improvvisati dalla città, prendono terreni, seminano e poi tornano dopo sei mesi per raccogliere tutto. Senza badare alla qualità, a quanto fertilizzante usano, alle misure per non far impoverire il suolo». Si usano di frequente prodotti chimici di scarsa qualità in abbondanza, che inquinano i suoli e stanno spingendo la popolazione di condor locale all’estinzione. Il terreno si impoverisce: in alcune zone, da quando è iniziato il boom della quinoa, le rese sono passate da 800 chili per ettaro a meno di 560 nel 2014. Gli abitanti locali hanno capito che il futuro potrebbe non essere così roseo.  
 
Cosa succederà quando i prezzi della quinoa scenderanno? Paesi come il Canada, la Cina, gli Emirati, l’India, il Kenya e il Marocco e persino l’Italia stanno pensando di produrla a livello commerciale. Per le Nazioni Unite è “un’arma perfetta per sconfiggere la fame”, vista la facilità con cui si coltiva e l’elevato potere nutritivo. Però un incremento della produzione mondiale potrebbe avere impatti devastanti per la Bolivia. «Bisogna prevenire questo scenario di potenziale crisi», spiega Rómulo Caro, responsabile FAO Bolivia. «La soluzione richiede un miglioramento della qualità del prodotto e un potenziamento dei processi di sostenibilità, integrati con i camelidi, lama e alpaca e con altre strategie per garantire la sovranità alimentare del popolo».  
 
Un allarme che la Cooperazione italiana del Maeci ha colto in tempo dando il via al progetto “Sistema Agroalimentare Integrato Quinoa/Camelidi”, implementato da FAO e ACRA-CCS, una Ong italiana. «Il programma – illustra Caro, coinvolto come responsabile progetto – si realizza in quaranta comunità del Municipio di Salinas de Garci Mendoza, nel Dipartimento di Oruro, e del Municipio di Colcha K, dipartimento di Potosì, e punta a promuovere l’agricoltura familiare comunitaria sostenibile nell’Altopiano boliviano nella zona del Salar, focalizzando le sue attività sul binomio quinoa/camelidi». Uno dei primi passi è stato quello di trasferire ai locali nuove tecniche per coltivare in maniera sostenibile. Come al villaggio Capura, trentasette famiglie, quasi tutte con un doppio lavoro nel campo o in miniera, dove la produzione è interamente biologica.  
 
Uno dei punti saldi per garantire la fertilizzazione sostenibile del suolo è la reintroduzione e il potenziamento dell’allevamento integrato dei lama, famosi per il loro pelo e per la carne, usatissima nella cucina dell’altopiano. «L’allevamento è importante», spiega Rómulo Caro. «Fa crescere le rese, sfruttando le deiezioni dei lama come fertilizzante naturale. Per non far impoverire il terreno. E come strategia di sicurezza alimentare. Cosa succede quando tutta la quinoa è esportata? Oppure se arriva una malattia e decima il raccolto?». Anche il cambiamento climatico fa la sua parte. «Il clima è incerto», dice Gonzalo García, ventinove anni, contadino, ma con un diploma in ingegneria a La Paz. «Lo osservano tanti contadini, non c’è bisogno di scienza. Sta cambiando, le piogge sono più intense e più sporadiche. Ciò non va bene per la quinoa».
 
Nel piccolo pueblo di Tambillio Ledezma, al corral Domodest, la giornata inizia all’alba. «Qui somministriamo antibiotici per i parassiti, tagliamo il pelo, selezioniamo i maschi migliori per fecondare le femmine», spiega Modesto Huayta, sessantacinque anni, proprietario del corral, mentre entra nel recito dei lama. I suoi figli e parenti si muovono rapidi per bloccare gli animali adulti a mani nude. Stanno vaccinandoli, scegliendone alcuni per tosarne il pelo. Sono quasi trecento gli splendidi lama marroni e bianchi ad accalcarsi nel recinto. Un maschio è individuato come non idoneo per figliare. In un attimo, con un gesto abile del coltello, il malcapitato viene castrato. «Selezionare gli animali migliori è fondamentale: in agricoltura come in allevamento è il modo per garantire un miglioramento della specie».  
 
Molte di queste pratiche sono state insegnate da Stefano Brilli, un italiano che lavora nel progetto Quinoa/Camelidi, per conto della Ong ACRA-CCS «Noi facciamo formazione per migliorare la qualità delle carni e del pelo, garantendo una maggiore longevità agli animali», racconta Brilli. La sua faccia consumata dal sole racconta gli infiniti chilometri percorsi per formare i tantissimi villaggi di allevatori. «La gente è attenta, il margine per far aumentare la produttività non manca». Sempre per migliorare la qualità nutrizionale dei locali (quinoa e carne di lama non compongono una dieta equilibrata), il progetto Fao ha introdotto una serie di serre, nei pressi delle scuole dei villaggi, per coltivare ortaggi e legumi. «Serve pensare sempre di più in maniera integrata e diversificare. Puntare sulle monoculture in maniera non sostenibile può essere dannoso», continua ancora Caro mentre la jeep sfreccia sulla sabbia bianca del Salar.Da lontano il monte sacro Tunupa veglia sui campi e pascoli. La leggenda narra che sia la madre dal cui latte sia nato il grande deserto bianco del Salar, ragione per cui il luogo è venerato religiosamente. «Qua la natura è tutto», spiega Caro, «la Pacha Mama, la Madre Terra, che ogni cosa ci offre e per questo deve essere rispettata». Così sperano i responsabili del progetto quinoa/camelidi. Per preservare la sicurezza alimentare delle Ande.

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Hai voglia di impegnarti per un anno nel mondo della cooperazione internazionale, in Italia o in Africa?

LVIA ti offre l'opportunità del Servizio Civile: un’esperienza di crescita umana e professionale, un tuffo nella multiculturalità, la conoscenza di mondi e culture diverse sui territori italiani e africani in cui LVIA è impegnata da 50 anni con alta professionalità, dedizione e passione.

Il servizio civile, nazionale e internazionale, ha durata di un anno, durante il quale il giovane riceverà una remunerazione e potrà acquisire competenze ed esperienze curriculari spendibili nel mondo del lavoro.
 
Leggi la ricerca "Servizio civile all'estero crescita personale e arricchimento umano" redatta da FOCSIV e CENCIS  che dà i risultati dell'impatto del SCN all'estero sulle opportunità occupazionali e la crescita di cittadinanza attiva dei giovani partiti negli ultimi 10 anni.

LVIA RICERCA 10 VOLONTARI PER L’ESTERO E 4 PER L’ITALIA
BANDO PER IL SERVIZIO CIVILE APERTO FINO AL 26 giugno 2017, alle h. 14:00

Di seguito i progetti di servizio civile LVIA in attesa dell'uscita del bando:
4 giovani nelle sedi di Torino e Cuneo. I giovani selezionati opereranno, affiancati dallo staff LVIA, nell’organizzazione di campagne di sensibilizzazione e raccolta fondi, realizzeranno attività e laboratori nelle scuole e coinvolgeranno i giovani del territorio per lavorare sui temi dell’intercultura, della cittadinanza attiva, della sostenibilità ambiente, dei diritti e delle migrazioni. Il bando per l’Italia è denominato “Giovani energie per un servizio di pace”.

10 giovani nelle sedi in 5 Paesi africani: Senegal, Guinea Conakry, Kenya, Mozambico, Tanzania. I giovani selezionati opereranno, affiancati dallo staff LVIA, nella realizzazione di progetti agricoli, idrici, ambientali, di inclusione sociale nei villaggi e nelle città di questi Paesi africani, inserendosi in progetti di cooperazione internazionale. Il bando per l’estero è denominato "Caschi bianchi: interventi umanitari in aree di crisi 2017".

PROGETTI SERVIZIO CIVILE :
Guinea Conakry
Italia
Kenya
Mozambico
Senegal
Tanzania

I requisiti necessari
Ad eccezione degli appartenenti ai corpi militari e alle forze di polizia, possono partecipare alla selezione coloro che:
Hanno un’età compresa tra i 18 e i 29 anni (non compiuti alla data di presentazione della domanda – 28 anni e 364 giorni);
Sono cittadini italiani;
Sono cittadini degli altri Paesi dell’Unione Europea;
Sono cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia;
Non hanno riportato condanna anche non definitiva alla pena della reclusione superiore ad un anno per delitto non colposo ovvero ad una pena della reclusione anche di entità inferiore per un delitto contro la persona o concernente detenzione, uso, porto, trasporto, importazione o esportazione illecita di armi o materie esplodenti, ovvero per delitti riguardanti l’appartenenza o il favoreggiamento a gruppi eversivi, terroristici o di criminalità organizzata.

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