Monday 18th Dec 2017

Nel corso del 2018 si svolgeranno le elezioni  per il rinnovo del Parlamento italiano, che vedranno coinvolti anche i cittadini italiani residenti all’estero, chiamati ad eleggere i propri rappresentanti alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, votando per i candidati che si presentano nella Circoscrizione Estero.

I cittadini residenti all’estero possono votare in due modi:

Per posta dall’estero
In base alla Legge 27 dicembre 2001, n.459, i cittadini italiani residenti all’estero, iscritti nelle liste elettorali della circoscrizione estero, possono votare per posta. Il Consolato si occuperà di inviarvi i plichi elettorali, da compilare e rinviarci nei termini previsti. Seguiranno ulteriori campagne informative all’approssimarsi delle consultazioni elettorali; per ora non è necessario fare nulla, se non assicurarsi di aver comunicato al Consolato la propra aggiornata posizione anagrafica e di indirizzo/telefono.

In Italia
In alternativa, è possibile scegliere di votare in Italia (ma in questo caso si vota per i candidati nelle circoscrizioni nazionali e non per quelli della Circoscrizione Estero) presso il proprio Comune, esercitando il c.d. diritto di opzione, da comunicare per iscritto (modulo allegato) al Consolato entro il prossimo 31 dicembre.
Segnaliamo che, se si sceglie di rientrare in Italia per votare, la Legge non prevede alcun tipo di rimborso per le spese di viaggio sostenute, ma solo agevolazioni tariffarie all’interno del territorio italiano.

Troverete qui allegato uno specchietto informativo più approfondito, predisposto dal Ministero degli Affari Esteri.
In ogni caso, questo Ufficio Consolare rimane a disposizione per ogni ulteriore chiarimento.
 
Molto cordialmente,
 
Alfonso Tagliaferri
Console
 
VOTO PER CORRISPONDENZA DEI CITTADINI ITALIANI RESIDENTI ALL’ESTERO
  Nel corso del 2018 si svolgeranno le elezioni  per il rinnovo del Parlamento italiano, che vedranno coinvolti anche i cittadini italiani residenti all’estero, chiamati ad eleggere i propri rappresentanti alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, votando per i candidati che si presentano nella Circoscrizione estero.   Si ricorda che il VOTO è un DIRITTO tutelato dalla Costituzione Italiana e che, in base alla Legge 27 dicembre 2001, n.459, i cittadini italiani residenti all’estero, iscritti nelle liste elettorali della circoscrizione estero, possono VOTARE PER  POSTA. A tal fine, si raccomanda quindi di controllare e regolarizzare la propria situazione anagrafica e di indirizzo presso il  proprio consolato.    E’ POSSIBILE IN ALTERNATIVA SCEGLIERE DI VOTARE IN ITALIA PRESSO IL PROPRIO COMUNE, comunicando per iscritto la propria scelta (OPZIONE) al  Consolato entro i termini di legge. Gli elettori che scelgono di votare in Italia in occasione delle prossime elezioni politiche, ricevono dai rispettivi Comuni italiani la cartolina-avviso per votare - presso i seggi elettorali in Italia - per i candidati nelle circoscrizioni nazionali e non per quelli della Circoscrizione Estero.
 
La  scelta (opzione) di votare in Italia vale solo per una consultazione elettorale.
 
Chi desidera votare in Italia deve darne comunicazione scritta al proprio Consolato ENTRO IL 31 DICEMBRE dell’anno precedente a quello previsto per la scadenza naturale della legislatura (marzo 2018), quindi entro il 31 dicembre 2017. In caso intervenga invece uno scioglimento anticipato delle Camere, l’opzione può essere inviata o consegnata a mano entro il 10° giorno successivo alla indizione delle votazioni. In ogni caso l’opzione DEVE PERVENIRE all’Ufficio consolare NON OLTRE I DIECI GIORNI SUCCESSIVI A QUELLO DELL’INDIZIONE DELLE VOTAZIONI. Tale comunicazione può essere scritta su carta semplice e - per essere valida - deve contenere nome, cognome, data, luogo di nascita, luogo di residenza e firma dell’elettore. Per tale comunicazione si può anche utilizzare l’apposito modulo disponibile presso il Consolato, i Patronati, le associazioni, il COMITES oppure scaricabile dal sito web del Ministero degli Esteri (www.esteri.it) o da quello del proprio Ufficio consolare.
 
Se la dichiarazione non è consegnata personalmente, dovrà essere accompagnata da copia di un documento di identità del dichiarante.
 
Come prescritto dalla normativa vigente, sarà cura degli elettori verificare che la comunicazione di opzione spedita per posta sia stata ricevuta  in tempo utile dal proprio Ufficio consolare. 
 
La scelta di votare in Italia può essere successivamente REVOCATA con una comunicazione scritta da inviare o consegnare all’Ufficio consolare con le stesse modalità ed entro gli stessi termini previsti per l’esercizio dell’opzione.
 
Se si sceglie di rientrare in Italia per votare, la Legge NON prevede alcun tipo di rimborso per le spese di viaggio sostenute, ma solo agevolazioni tariffarie all’interno del territorio italiano. Solo gli elettori residenti in Paesi dove non vi sono le condizioni per votare per corrispondenza (Legge 459/2001, art. 20, comma 1 bis) hanno diritto al rimborso del 75 per cento del costo del biglietto di viaggio, in classe economica. 
 
L’UFFICIO CONSOLARE E’ A DISPOSIZIONE PER OGNI ULTERIORE CHIARIMENTO 
 
 
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TO ALL SOUTH AFRICAN CITIZENS

Home Affairs has taken note of a message purported to be from the Department announcing that the lifespan of the green barcoded ID book comes to an end on 31 March 2018. No such announcement has been made by the Department.

WE WISH TO MAKE IT CLEAR THAT THE GREEN BARCODED ID BOOK REMAINS A LEGAL FORM OF IDENTIFICATION AND WILL CONTINUE TO BE UNTIL SUCH TIME THAT THE LIVE CAPTURE SYSTEM IS ROLLED OUT TO ALL HOME AFFAIRS OFFICES TO ENABLE SOUTH AFRICANS TO APPLY FOR SMART ID CARDS AT THEIR NEAREST OFFICES.

The Department has developed a plan to systematically phase out the green ID book and ultimately consolidate the restoration, common citizenship, identity and dignity to South Africans. To this end, we call on South Africans to apply for Smart ID cards at any of the 180 offices that are equipped with the Live Capture System. In addition, the Department has established a partnership with FNB, Standard Bank, Nedbank and ABSA to create an online portal where clients can lodge their application without visiting a Home Affairs office. To apply, visit ehome.dha.gov.za/echannel

Statement issued by the Department of Home Affairs
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Lorenzo Kamel - 
    
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’intenzione di voler trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo di fatto la città come capitale dello Stato di Israele.

La decisione giunge settant’anni dopo la dichiarazione che sancì la nascita del Paese, proclamata unilateralmente il 14 maggio 1948 da David Ben-Gurion. Al tempo – così come nei decenni a seguire – non furono stabiliti i confini del nuovo Stato. Anche per questa ragione l’ammissione di Israele alle Nazioni Unite assunse ben presto i caratteri di una priorità strategica. L’ammissione all’Onu costituiva infatti il “modo più sicuro e rapido” per ottenere un riconoscimento ampio e universale.

Il primo tentativo di ammissione di Israele all’Onu fu respinto dal Consiglio di Sicurezza il 17 dicembre 1948. Il secondo, quello che ebbe successo, risale al 24 febbraio del 1949. “I negoziati – garantì al tempo il ministro degli Esteri israeliano Abba Eban, parlando all’Assemblea generale dell’Onu – non influiranno tuttavia sullo status giuridico di Gerusalemme, che dovrà essere determinato sulla base del consenso internazionale”.

Queste garanzie – vincolanti per l’ammissione del Paese all’Onu – vennero fornite circa un anno dopo lo scoppio della guerra del 1947-48 (si veda “sacred mantras” di Uri Avnery sulla questione del “rejectionism”): nessuno degli eventi storici – e relative interpretazioni – occorsi nei successivi sette decenni è in grado di minare la valenza giuridica di quelle garanzie.
Ciò è ancora più rilevante se si considera che quando nel 1980 Israele emanò la “Basic Law” attraverso cui Gerusalemme “completa e unita” venne dichiarata come “capitale di Israele”, il Consiglio di sicurezza dell’Onu reagì adottando la Risoluzione 476, nella quale venne notato che “le misure che hanno alterato il carattere e lo status geografico, demografico e storico della Città Santa di Gerusalemme sono nulle e prive di validità”.

Queste affermazioni erano peraltro in linea con lo spirito dei principi affermati 35 anni prima. Nel giugno del 1945, infatti, la Conferenza di San Francisco stipulò nell’Articolo 80 della Carta dell’Onu che l’organizzazione era rivestita dell’autorità necessaria per concludere “trusteeship agreements” volti ad alterare i diritti giuridici che erano stati sanciti dalla Società delle Nazioni nel contesto del Mandato per la Palestina. La formula “international trusteeship regime” venne poi utilizzata nel piano di spartizione (Risoluzione 181) suggerito dall’Assemblea Generale dell’Onu il 29 novembre 1947.

Il peso della Storia
Per quanto rilevanti, gli aspetti giuridici non sono in grado da soli di spiegare le ragioni per le quali le decisioni unilaterali alle quali stiamo assistendo non possono che generare ulteriore violenza e iniquità. È infatti solo volgendo lo sguardo alla complessa storia di questi luoghi che le problematiche legate alle decisioni del presidente Trump emergono nella loro evidenza.

Nonostante le diffuse e crescenti tesi assolutistiche espresse da tutte le parti in causa, “Uru-Shalem” (ovvero la città “fondata da Shalem”, una divinità venerata dagli antichi cananiti), fondata circa 5.000 anni fa, non è appartenuta a un singolo popolo o gruppo religioso nella sua intera storia. È questa una ulteriore ragione per la quale, proprio per la sua natura, Gerusalemme non può che essere internazionalizzata o condivisa.

Ben prima delle tre religioni monoteistiche, la Spianata delle Moschee, sito su cui si ergeva il Tempio di Salomone, rappresentava un luogo sacro per i cananiti. È opportuno ricordare che nella tradizione biblica la città è sovente menzionata con il nome di “Sion”, l’altura sulla quale i suoi primi abitanti costruirono la fortezza originaria dell’attuale città. ?iyôn è per l’appunto un termine di derivazione cananita traducibile come “collina” o “altura”.

Ancora all’inizio del secolo scorso quasi l’80 per cento degli abitanti della città viveva in quartieri ed edifici misti. Ya’acov Yehoshua, padre del celebre scrittore israeliano Abraham B. Yehoshua, testimoniò nelle sue memorie intitolate Yaldut be-Yerushalayim hayashena, (“Fanciullezza nella citta vecchia di Gerusalemme”) che nella città “vi erano edifici abitati da ebrei e musulmani. Eravamo come una famiglia […] I nostri bambini giocavano con i loro nel cortile e, se i bambini del quartiere ci facevano male, quelli musulmani che vivevano nel nostro complesso ci proteggevano. Erano nostri alleati”.

Rapporti ben più complessi
Ciò non mira a negare l’assenza di scontri di natura religiosa o confessionale. Violenze di questo genere sono documentabili già a partire dall’Alto Medio Evo. Esse, tuttavia, non rappresentano che una frazione di un millenario vissuto locale e non riflettono la complessa storia della città. Né, più in generale, quella della regione.

Si potrebbe obiettare che, in particolare nel periodo tardo ottomano, questa “complessa storia” e i relativi equilibri locali non venissero interpretati allo stesso modo da tutti gli osservatori, a cominciare da quelli esterni. Nel 1839, William T. Young, primo vice-console britannico a Gerusalemme, scrisse ad esempio che un ebreo a Gerusalemme non era considerato “molto al di sopra di un cane [much above a dog]”. Anche Young dovette tuttavia ammettere che nel caso di necessità un ebreo avrebbe trovato riparo “prima in una casa di un musulmano che in quella di un cristiano”.[1]

A ciò si aggiunga che molti “osservatori esterni” erano soliti fornire opinioni assai diverse, nonché sovente contraddittorie. Nel 1857, pochi anni dopo Young, il console Britannico a Gerusalemme James Finn notò ad esempio che vi erano “pochi paesi al mondo dove, sebbene l’apparenza suggerisca il contrario, si possa riscontrare una “così concreta tolleranza religiosa come in Palestina”.[2]

In nessun luogo più che nei registri della corte della Shari‘ah di Gerusalemme è possibile comprendere fino a che punto, tanto ai tempi di Finn quanto in altri periodi della storia ottomana, le diverse comunità locali si percepissero come elementi costruttivi del milieu locale. Lo storico americano Amnon Cohen, che per anni ha studiato i documenti conservati nelle corti gerosolimitane, riscontrò mille casi presentati da ebrei tra il 1530 e il 1601.

Cohen giunse alla conclusione che gli ebrei gerosolimitani preferissero ricorrere alle corti della Shari‘ah piuttosto a che quelle rabbiniche: “Gli ebrei ottomani”, scrisse Cohen, “non avevano motivo di lamentarsi del proprio status o delle loro condizioni di vita. Gli ebrei della Gerusalemme ottomana […] rappresentavano un costruttivo e dinamico elemento dell’economia e della società locale, e potevano contribuire – come effettivamente fecero – al suo funzionamento”.

Il passato nel presente
Arthur Balfour, che diede il nome alla celebre Dichiarazione del 1917, visitò la Palestina nel 1925: fu la prima visita della sua vita in Terra Santa. In quella occasione presiedette, con Chaim Weizmann e sua moglie Vera, l’apertura dell’Università ebraica di Gerusalemme.

Pur avendo una conoscenza molto limitata della realtà locale, Balfour era stato a lungo mosso dalla granitica convinzione che le azioni e le idee da lui sostenute fossero radicate “in antiche tradizioni, in bisogni attuali e in speranze future ben più importanti dei desideri e dei pregiudizi dei 700.000 arabi che abitano al momento quella terra antica”.[3]

Ogni lettore e ogni storico può avere un’opinione differente su queste considerazioni, nonché sull’approccio di Balfour. “La verità”, parafrasando Oscar Wilde, “è raramente pura e mai semplice”. La questione di fondo tuttavia rimane: il presidente Trump, come Balfour un secolo fa, ha scelto di imporre una visione unilaterale della realtà locale senza conoscere molte sfumature del suo complesso passato e presente. I movimenti più oltranzisti, dentro e fuori la regione, hanno tutto da guadagnare da questa decisione. A pagarne il prezzo più alto saranno invece quanti credono ancora in una pace equa. 
 
[1] The National Archives (TNA) FO 78/368 – Young a Palmerston, 25 maggio 1839.
[2] Israel State Archives (ISA) RG 160/2881-P. Finn, Gerusalemme, 1 gennaio 1857.
[3] TNA FO 371/4185. Balfour a Curzon, 11 agosto 1919.
    
Lorenzo Kamel insegna Storia moderna e contemporanea all’Università di Bologna ed è responsabile di ricerca allo IAI.
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The Presidency rejects the media reports alleging that The Presidency has started composing draft regulations for a state of emergency and that President Jacob Zuma has appointed a team to draw up such regulations.

The Presidency is not working on regulations for a state of emergency.

Issued by: The Presidency
Pretoria
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Chiara Rogate - 
    
Il 27 novembre scorso, il primo ministro d’Etiopia Hailemariam Desalegn ha lanciato il Programma di elettrificazione nazionale, con l’obiettivo di fornire servizi elettrici a tutta la popolazione entro il 2025, in anticipo di cinque anni rispetto all’ambizione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Il Programma è stato lanciato all’interno del Mission Electrification Workshop, organizzato in partnership con la Banca mondiale, che ha riunito esperti internazionali e delegazioni da tutto il continente africano. Condividere best practices, imparare dalle reciproche esperienze, e riflettere insieme sulle sfide comuni, sono stati i temi al centro del dibattito durato due giorni ad Addis Abeba.

Elettricità e sviluppo
Con una superfice di 1 milione 104 mila chilometri quadrati e 100 milioni di abitanti, l’Etiopia è il secondo Stato più popoloso del continente africano dopo la Nigeria. Negli ultimi vent’anni, il Paese ha raggiunto considerevoli traguardi: quasi tutti i Millennium Development Goals dell’Onu, mentre dal 2005 al 2016 il tasso di crescita annuale del Pil è stato dell’11%, facendo di Addis Abeba l’economia in più rapida crescita della regione.

Tuttavia, con un reddito pro capite di 660 dollari, l’Etiopia rimane uno dei Paesi più poveri al mondo (il 15esimo).

Nel 2015, il governo ha lanciato il secondo Piano di crescita e trasformazione (Gtp II) per il quinquennio 2015-2020. Il Piano consiste nello sviluppo dell’infrastruttura etiope per la diversificazione dell’economia e l’ottenimento dello status di Paese di reddito medio entro il 2025 (ovvero di un Paese in cui il reddito pro capite sia tra 1.026 e 12.475 dollari, secondo la definizione della Banca mondiale).

Accesso universale ai servizi elettrici e modernizzazione dell’economia vanno di pari passo, e sono obiettivi da raggiungersi entrambi entro il 2025. L’Etiopia è caratterizzata da una transizione demografica molto più rapida degli altri Paesi africani, con il 60% della popolazione al di sotto dei 25 anni.  Il Gtp II prevede una crescita annua del settore industriale del 20% per la creazione di nuovi posti di lavoro. L’accesso ai servizi elettrici è imprescindibile per non lasciare un’altra generazione al buio.

‘Luce per Tutti’
L’Etiopia ha un contesto energetico unico. È seconda in Africa per capacità installata e disponibile (4.200 megawatt), nonché rinnovabile (idroelettrica, ma con 50.000 megawatt di potenziale solare, eolico e geotermico). Ha un surplus di produzione (con esportazioni già effettive), e negli scorsi anni ha lanciato uno dei piani di elettrificazione più di successo, con l’estensione dell’infrastruttura al 60% del Paese (circa 80% della popolazione), mentre il 10% della popolazione è servito da tecnologie off-grid.

Lancio del Programma di elettrificazione nazionale 
Il Programma di elettrificazione nazionale segna un cambiamento strutturale nella strategia del governo, che passa dall’estensione della rete alla fornitura di servizi. Il Piano riflette un approccio pragmatico con target annuali per connessioni alla rete (65%) o accesso off-grid (35%), con priorità per scuole ed ospedali. Per la prima volta, l’esecutivo di Addis Abeba ha stimato i costi annuali, identificato le immediate necessità di assistenza tecnica, e definito un programma di finanziamento (per il 40% pubblico) per i primi cinque anni di implementazione, per una somma totale di 1 miliardo e mezzo di dollari.

A differenza di altri, l’Etiopia ha adottato un approccio programmatico ed olistico, coinvolgendo gli stakeholders del settore: tutte le istituzioni pubbliche hanno un ruolo da giocare e alle istituzioni finanziare internazionali è richiesto di coordinare le attività per evitarne la frammentazione e duplicazione (conformemente alla dichiarazione di Parigi del 2005 sull’efficacia degli aiuti allo sviluppo).

Il Programma identifica le responsabilità di tutti gli attori per la pianificazione, regolamentazione, ed implementazione delle attività. Il governo è in procinto di creare una direzione generale per l’Elettrificazione (una task-force è già operativa), che guiderà e monitorerà le attività del programma, che dovrà far riferimento a un Comitato direttivo interdisciplinare formato dai principali ministeri, con il compito di risolvere prontamente possibili ostacoli all’implementazione, nonché assicurare l’impatto economico e sociale del Programma.

Risorse finanziarie
Il Gtp II riconosce il ruolo fondamentale degli investimenti pubblici per lo sviluppo del Paese. Tuttavia, l’arrivo di 600 milioni di dollari è previsto da fonti internazionali.

Un approccio ben definito, finanziariamente credibile ed olistico è alla base di un Programma che si presta a diventare il maggiore di tutta l’Africa. La Banca mondiale ha già negoziato un progetto di investimento per 375 milioni di dollari, e altri finanziatori internazionali hanno già dimostrato interesse a farne parte. ‘Berhan Le Hulu’ – l’intento di dare luce a tutti in Etiopia – è oggi un giorno più vicino.

Chiara Rogate è ‘Energy Access Specialist’ alla Banca mondiale. - L’articolo è stato scritto dall’autrice a titolo personale.
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