Sunday 25th Jun 2017

President Jacob Zuma will attend the 5th Southern Africa Customs Union (SACU) Summit to be held on 23 June 2017 in Swaziland.

SACU, the oldest Customs Union in the world, is constituted of Botswana, Lesotho, Namibia, South Africa and Swaziland.

The Summit of Heads of States and Government of SACU meets on an annual basis to discuss progress in the implementation of the agreed work programme. The Summit also follows high level consultative meetings undertaken by President Zuma in 2016 to discuss the SACU work programme.

Swaziland as the current Chair of SACU has successfully led a process that facilitated discussions within SACU on the transformation of SACU towards a developmental integration agenda. The Summit will receive and consider a report from Council on its activities with the purpose of providing strategic direction on development integration in SACU and to ensure that the SACU Agreement facilitates the implementation of this agenda.

President Zuma will be accompanied by Dr Rob Davies, Minister of Trade and Industry, Ms Maite Nkoana-Mashabane, Minister of International Relations and Cooperation and Mr Sifiso Buthelezi, the Deputy Minister of Finance.

Issued by: The Presidency
Pretoria

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Azzurrini ottavi al World Rugby U20 Championship - 

Tbilisi (Georgia) – Si chiude all’ottavo posto il cammino dell’Italia Under 20 al World Rugby U20 Championship. Agli Azzurrini non basta una bella prestazione per avere la meglio sul Galles che soffre ma che nei minuti finali riesce a ribaltare il passivo e a imporsi 25-24. Per la prima volta, con la nuova formula del Mondiale Under 20, l’Italia si piazza tra le prime otto squadre al mondo a livello Juniores.

L’approccio al match degli Azzurrini, soprattutto nelle prime fasi, è molto aggressivo e il Galles soffre le avanzate del XV guidato da Troncon e Orlandi. Dopo una meta sfiorata da Trussardi prima e Licata poi, l’Italia sblocca il risultato con un calcio piazzato di Rizzi al 7’ ottenuto dopo un’azione prolungata nei 22 metri difensivi avversari. Il Galles prova la reazione, ma la difesa italiana regge l’urto e con una grande azione personale di Rollero arriva il secondo calcio piazzato del match che il numero 10 azzurro realizza da circa 40 metri. Passano soli due minuti e al 19’ l’Italia resta in inferiorità numerica per il cartellino giallo rimediato da Zanon che frutta anche i primi punti per gli avversari con Robson che dimezza le distanze nel risultato. Gli Azzurrini nonostante l’uomo in meno tengono bene il campo, ma al 30’ una incursione centrale di Robson sorprenda la difesa azzurra e porta alla prima meta del match realizzata da Bradbury che vale il sorpasso. Rizzi accorcia le distanze al 33’ e l’Italia sfiora il nuovo vantaggio fermandosi a 5 metri dalla linea di meta. Non sbagliano invece gli avversari che nel finale di tempo trovano un varco sul lato mancino d’attacco con Conbeer che sposta il parziale sul 15-9. Sul ribaltamento di fronte Rizzi centra il palo su calcio piazzato non riuscendo a ridurre lo svantaggio prima dell’intervallo.

Ad inizio ripresa l’Italia trova il nuovo vantaggio con D’Onofrio che raccoglie l’ovale dopo un intercetto e si invola in meta in solitaria. Il buon momento degli Azzurrini continua e, dopo una nuova offensiva di D’Onofrio che mette in difficoltà la retroguardia avversaria, al 52’ Rizzi incrementa il suo score realizzativo portando la sua squadra sul 19-15. Il Galles non riesce a superare il muro azzurro e soffre le offensive dell’Italia che, al 62’, grazie ad una grande azione di squadra va nuovamente in meta con Schiabel. Da una meta quasi fatta per Rizzi, che tocca la bandierina prima di piazzare l’ovale a terra, si passa a quella realizzata da Jones che riporta a contatto il Galles sul 22-24 grazie anche alla trasformazione di Robson. Il XV di Strange al 75’ trova nuovamente il vantaggio con un piazzato di Jones arrivato dopo un duro placcaggio di Bianchi che rimedia anche il cartellino rosso. Gli Azzurrini chiudono in attacco il match, ma il risultato non cambia.

“In tutte le partite di questo Mondiale siamo scesi in campo per ottenere il bottino pieno – ha esordito Carlo Orlandi - . Essere tra le prime otto squadre al mondo a livello Juniores è un risultato di prestigio, ma analizzando le prestazioni delle precedenti partite sappiamo che possiamo avere margini di miglioramento. In ogni caso la sconfitta contro il Galles non cancella quanto di buono fatto e il lavoro svolto in questi mesi. Ripartiremo con più voglia di prima cercando risultati sempre migliori”.

Gli fa eco Alessandro Troncon: “La vittoria all’esordio contro l’Irlanda ha messo in chiaro il valore di questo gruppo. Perdere non è mai bello, soprattutto quando sei in vantaggio a pochi minuti dal termine. Valutando nella complessità il torneo posso definirmi soddisfatto per le prestazioni dei ragazzi. Ci sono alcune cose da migliorare e nei prossimi mesi lavoreremo in questa direzione per essere sempre competitivi ad alto livello”.

L'Argentina XV batte 15-10 l'Italia Emergenti

Montevideo (Uruguay) – Nel terzo ed ultimo incontro della Nations Cup l’Argentina XV ha battuto l’Italia Emergenti all’Estadio Charrua di Montevideo.

Parte forte l’Argentina XV che, dopo il cartellino giallo rimediato da Bruno al 1’ per un placcaggio duro, sblocca il risultato con un’azione corale finalizzata da Cuaranta al 4’. Ristabilita la parità numerica gli Azzurri trovano subito il pareggio con una incursione solitaria di Minozzi che sorprende la difesa avversaria. Gli argentini si rituffano in attacco ma trovano una difesa azzurra ben schierata che in due occasioni respinge al mittente le offensive degli avversari che riescono a trovare il nuovo vantaggio al 23’ con un calcio piazzato di Diaz Bonilla. La formazione di Contepomi attacca e nel finale sfiora la seconda meta del match, ma la difesa italiana conferma la buona prestazione della prima frazione e il primo tempo si chiude sul 10-7.

Dopo un giallo a Medrano, l’Italia centra il pareggio al 46’ con un calcio piazzato di Mantelli che sposta il parziale sul 10-10. Il forte vento condiziona alcune azioni della ripresa, con la mischia che la fa da padrona in molti frangenti del match. Il XV di Guidi tiene bene il campo e i sudamericani faticano ad imbastire azioni di rilievo. Al 66’ Mantelli ha sui piedi la palla del possibile primo vantaggio, ma il numero 10 Azzurro non centra i pali. Dopo una meta dubbia non concessa a Minozzi, l’Argentina XV si riporta avanti con Larrague che va in meta e sposta il parziale sul 15-10. Gli Azzurri si riportano in attacco nei minuti finali mettendo pressione agli avversari che restano in inferiorità numerica per il giallo a Montagner, ma il risultato non si sposta e la partita va in archivio sul 15-10.

“Dispiace per il risultato finale – ha dichiarato Gianluca Guidi - . Abbiamo giocato una ottima partita sia in fase offensiva che difensiva. Siamo passati dal possibile vantaggio nostro allo svantaggio nell’arco di un minuto a causa di un errata valutazione sulla meta non assegnata a Minozzi. Ciò che mi preme sottolineare è sicuramente l’impegno di tutta la squadra che ha mostrato una bella e consistente reazione, dopo la partita con la Namibia, contro una Nazionale importante”.

“Sicuramente ci sono cose da correggere – continua Guidi – ma in questa Nations Cup ci sono anche degli aspetti positivi: è da quelli che bisogna ripartire per il futuro. Ci sono giocatori che hanno ben figurato e che hanno dimostrato di poter giocare a questo livello”.

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Metodo per guarire anima e corpo - 

Davide Turrini - Il Fatto Quotidiano - 

Una nuova psichiatria senza più medicine, e che può ridurre i costi della sanità pubblica. Lo afferma in un libro, Anatomia della guarigione (Anima Edizioni), la dottoressa Erica Francesca Poli: una laurea in medicina e chirurgia, una specializzazione in psichiatria, e da oltre 10 anni alle prese con il metodo ISTDP, validato scientificamente e affermatosi negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Scandinavia, Australia, ma soprattutto in Canada, dove è integrato anche nel settore sanitario statale. Neuroscienze alla base, lavoro di terapia più sul corpo che sull’intelletto, ma soprattutto la possibilità di una nuova medicina integrata dove confluiscono tradizioni differenti dal solo dogma occidentale.

A farne simbolicamente le spese sembra essere la psicologia classica, con Freud e Jung pronti alla rottamazione. “In realtà, più che metterla da parte la dobbiamo trasformare ed integrare alla luce di nuovi dati neuroscientifici”, spiega la Poli al FQMagazine. “Le analisi junghiana e freudiana, che ho sperimentato anche su me stessa, mi hanno insegnato molto ma nel lavoro clinico portavano a una fase di stallo per molto tempo. Ho aperto la mente ad altre tecniche e mi sono imbattuta nelle scoperte degli ultimi quindici anni nell’ambito delle neuroscienze dove si parla di cervello emotivo”. Il cosiddetto “sistema limbico” che sta sotto la corteccia cerebrale, sede del linguaggio e del pensiero, condiviso dall’uomo con gli altri mammiferi. “Questa parte del cervello è un ‘grande serbatoio’ che funziona come l’inconscio freudiano, dove hanno sede i misteri del cambiamento e anche dell’autoguarigione, perché a questo cervello risponde tanto un’emozione quanto un impulso fisico – continua la Poli –.  Parla il linguaggio delle immagini, dei sogni e delle sensazioni che tra l’altro è il linguaggio della psicanalisi, solo che poi è stato distorto dal punto di vista intellettuale. Il cervello emotivo non fa ragionamenti ma sente, e quando sente attiva una serie di reazioni fisiche”. Rabbia, tristezza, gioia, paura, le più classiche emozioni non sono pensieri, ma in primis eventi corporei. Basti pensare che se un’emozione permane nella persona in quanto non risolta, e magari repressa per tanto tempo, “equivale a centinaia di ormoni, sostanze, messaggi da cellula a cellula, da organo a organo, e di solito c’è un organo target più colpito di altri, che si tradurrà in manifestazione fisica. Questa ‘malattia’ non viene dal niente, ma è il risultato di un lungo processo di informazioni prima emotive, poi energetiche poi fisiche”.

Ed è qui che interviene il metodo di lavoro ISTDP, creato dallo psichiatra Habib Davanloo e sviluppato ai massimi livelli dal medico d’urgenza e psichiatra Allan Abbass, che Poli, e pochissimi altri colleghi in tutta Italia, applica ai pazienti nel suo studio di Milano: “Viene riattivata la stessa catena, la stessa via neurovegetativa che è alla base del problema. Il  sistema limbico riparte, infatti se facessimo una risonanza il consumo di glucosio e il flusso sanguigno in quelle aree cerebrali sarebbero altissimi: è come se ci fosse un incendio che dura da tanto tempo ma viene affrontato finalmente in maniera da spegnerlo, invece che reprimerlo e far sì che si riaccenda al prossimo stimolo, come nella coazione a ripetere di Freud. Ad esempio se c’è un sentiero nel bosco 9 persone su 10 percorrono il sentiero già tracciato, lo stesso avviene nel cervello. Una rete neurale legata all’esperienza d’infanzia, attivata tante volte, che aveva il genitore e ripresa per imitazione, può essere invece sentita  e affrontata diversamente da come è accaduto prima e dunque non più ripetuta: è come uno che entra nel bosco col machete e apre un nuovo sentiero”.

In Canada, dove l’ISTDP è affiancato pari grado nei pronto soccorso alle analisi di routine, ha permesso di ridurre drasticamente i costi della sanità pubblica, i giorni di malattia dei lavoratori, e l’uso di medicinali invasivi come: antidepressivi, ansiolitici, antiacidi, antidolorifici, sonniferi. “Parliamo di una psichiatria senza medicine, ciò non vuol dire che i farmaci non debbano più essere necessariamente utilizzati, ma nel protocollo ISTDP il target non sono i sintomi ma le emozioni represse da cui questi sintomi provengono. Il Prof. Abbass, con cui collaboro da anni, ha effettuato studi su moltissime patologie come il colon irritabile, la sclerosi multipla, la cefalea, l’ipertensione, la fibromialgia per citare solo alcuni esempi.  Recentemente, è stato svolto anche uno studio sui tremori essenziali, privi di causa precisa, che vengono curati con betabloccanti o impianti chirurgici a livello cerebrale per bloccarli. Il risultato è che chi aveva usato l’impianto non ha tratto benefici, mentre facendo sedute di questa nuova terapia il tremore è scomparso”. “Sono tutti dati rintracciabili in rete e pubblicati su importanti riviste scientifiche – prosegue la dottoressa –. Del resto è l’OMS fin dal 2009 ad aver richiesto a tutti gli stati membri di introdurre le medicine tradizionali, alternative e olistiche nei piani sanitari nazionali. Io stessa sono stata chiamata da tre deputati del Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati nel marzo 2015 per dare il mio contributo alla Nuova Legge Sanitaria che recepirà i dettami dell’OMS. L’unica regione italiana ad aver già applicato le direttive è la Toscana: a Putignano c’è il primo ospedale integrato con agopuntura e omeopatia. Ci tengo a precisare che ho solo suggerito parti della Proposta di Legge. Poteva chiamarmi qualunque partito, a me basta far passare il messaggio”.

Al cuore del nuovo paradigma c’è infine anche l’integrazione della medicina occidentale con tecniche mediche tradizionali, come l’ayurveda, la cinese, la tibetana: “Integrative, non alternative. È ora di superare questo conflitto tra fazioni. Noi siamo fatti di anima, mente, emozioni e anche di corpo, siamo integrati per definizione, quindi la medicina deve essere integrata. La terapia farmacologica non va necessariamente buttata. Dipende dalla fase, dalla situazione, dalla consapevolezza della persona che magari in un dato momento non ha disposizione d’animo per quella cura: sarebbe assurdo non utilizzare altri metodi. La “nostra” medicina occidentale utilizza un paradigma meccanicistico: considera il corpo fatto di parti come una macchina, gli arti si rompono e noi li aggiustiamo. Cerchiamo una parte esterna, un incidente, un inquinante per spiegare come mai il pezzo si è rotto. Invece le medicine alternative hanno un paradigma diverso: sono medicine del ‘terreno’, se capita quella cosa il tuo terreno era permissivo, la malattia è quindi il risultato composito del tuo terreno e di un agente esterno. Chiaro che per eliminare il bacillo non c’è niente di meglio di un antibiotico, ma se contemporaneamente non ti curi del tuo terreno, non guarisci”.

Nello studio della Poli si curano “persone” per 10/11 ore al giorno, talvolta anche il sabato e nei festivi, e la lista d’attesa è di due mesi (“ci stiamo comunque attrezzando con una equipe e uno dei miei collaboratori ora è in grado di sostituirmi”). E se all’inizio la predominanza di pazienti era al femminile (70%) oggi si è arrivati a un pareggio (“gli uomini quando ci si mettono sono dei panzer”), con una media di sedute, per i disturbi cosiddetti dell’area nevrotica, che farebbe rabbrividire qualunque blocco delle ricevute dello psicanalista di lungo corso: 7 a paziente, di circa un’ora e mezzo o talvolta anche tre, e il problema è risolto: “In Canada è stato fatto un esperimento. Sono stati presi 58 terapeuti diversi, alcuni si stavano ancora formando, e la media delle sedute per risolvere la malattia dei pazienti è stata di 7,8. Insomma, non è il carisma del singolo a far aumentare i risultati, ma la validità del metodo. Se ciò ha cambiato la politica sanitaria in altri paesi, spero la cambi anche nel nostro”.

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Il numero uno di Apple invita i giovani a trovare la propria “mission” e parla della sua visita a Papa Francesco: «E' stato l’incontro più incredibile della mia vita» - 

di Tim Cook

Grazie e congratulazioni, classe 2017.[...]È un grande onore per me essere qui oggi con le vostre famiglie e i vostri amici, in un giorno così importante e straordinario. Il Mit e Apple hanno molto in comune: entrambi amano i problemi difficili. Amiamo cercare nuove idee e soprattutto amiamo trovare quelle idee. Idee realmente grandi, idee che possono cambiare il mondo.[...] Sono tante le cose di cui potete andare fieri. State concludendo un ciclo per passare alla meta successiva del vostro viaggio di vita, e state certi che ci saranno giorni in cui vi chiederete «dove mi sta portando tutto questo?», «qual è lo scopo?», «qual è il mio scopo?». Sarò onesto, mi sono chiesto anch’io le stesse cose e mi ci sono voluti quasi 15 anni per trovare una risposta. E forse, parlandovi del mio viaggio, vi aiuterò a risparmiare tempo.

In cerca di risposte

La mia ricerca è iniziata presto. Al liceo ho pensato di aver capito quale fosse lo scopo della mia vita quando ho trovato una risposta alla classica domanda «cosa vuoi fare da grande?». E invece no. All’università credetti di averlo scoperto quando riuscii a rispondere alla domanda «cosa sai fare meglio?». Ma non c’ero ancora. Poi pensai di averlo capito quando trovai lavoro. In seguito mi dissi che ci voleva qualche promozione. Ma neanche questo ha funzionato. Cercavo di convincermi che la risposta fosse sempre dietro l’angolo successivo. E invece no. Questa situazione mi stava distruggendo. Una parte di me continuava a spingermi ad andare avanti e a raggiungere l’obiettivo successivo. L’altra parte invece continuava a chiedere «è tutto qui?». [...] Dopo una miriade di tentativi, alla fine, vent’anni fa, la mia ricerca mi ha portato in Apple. A quei tempi l’azienda stava lottando per sopravvivere. Steve Jobs era appena tornato e aveva lanciato la campagna «Think different». Voleva dare la possibilità ai folli — agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso — di fare al meglio il loro lavoro. Steve pensava che bastasse questo per poter davvero cambiare il mondo.

Le parole dei Steve Jobs

Prima di allora non avevo mai conosciuto un leader con una tale passione, o un’azienda con uno scopo così chiaro e trascinante: servire l’umanità. Tutto lì, servire l’umanità. Ed è stato in quel momento, dopo 15 anni di ricerca, che è scattato qualcosa. Mi sentivo finalmente allineato. Allineato con un’azienda che creava cose rivoluzionarie con uno scopo ancora più sensazionale. Allineato con un leader convinto che la tecnologia che non esisteva ancora avrebbe reinventato il mondo di domani. Allineato con me stesso e la mia profonda esigenza di fare qualcosa di più grande. Naturalmente, all’epoca non ne ero consapevole. Ero semplicemente grato che mi fosse stato tolto un peso psicologico. Ma, con il senno di poi, tutto ha acquisito un senso. Non avrei mai trovato il mio scopo lavorando in un’azienda che non avesse un suo scopo ben definito. Steve e Apple mi hanno dato la possibilità di dedicarmi con tutto me stesso al lavoro, di abbracciare la loro mission e di farla mia. Come posso servire l’umanità? Questa è la domanda più importante della vita. Quando lavori a qualcosa che è più grande di te, trovi un senso, trovi lo scopo. Quindi la domanda che spero vi poniate da questo momento in poi è «come posso servire l’umanità?».

Risolvere i grandi problemi

La buona notizia è che essendo qui oggi, siete sulla buona strada. Al Mit avete imparato che la scienza e la tecnologia hanno il potere di migliorare il mondo. Grazie alle scoperte fatte proprio qui, miliardi di persone stanno conducendo una vita più sana, produttiva e appagante. E se mai riuscissimo a risolvere anche uno solo dei grandi problemi del mondo, dal cancro ai cambiamenti climatici, alla disuguaglianza educativa, sarà grazie alla tecnologia. Ma la tecnologia da sola non basta. E talvolta può anche essere parte del problema.

L’incontro col Papa

L’anno scorso ho avuto l’opportunità di conoscere papa Francesco. È stato l’incontro più incredibile della mia vita. È un uomo che ha passato più tempo a dare conforto agli abitanti delle favelas che a colloquio con i capi di Stato. Non ci crederete, ma sa tante cose sulla tecnologia. Era evidente che avesse studiato la materia, le sue opportunità, i rischi e l’aspetto morale. Quello che mi ha detto durante l’incontro, in una sorta di preghiera, è qualcosa che ci sta molto a cuore in Apple. Ma ha espresso questa preoccupazione condivisa in un modo completamente nuovo: l’umanità non ha mai avuto così tanto potere su se stessa, eppure nulla può garantire che questo potere sarà usato saggiamente. Oggi la tecnologia è parte integrante di quasi tutti gli aspetti della nostra vita, e la maggior parte delle volte viene usata a fin di bene. Eppure, le potenziali conseguenze negative sono sempre più concrete e incombenti. Le minacce alla sicurezza e alla privacy, le notizie false e i social media che diventano antisociali. A volte quella stessa tecnologia che è stata concepita per unirci finisce per dividerci. La tecnologia può fare grandi cose. Ma non vuole [consapevolmente, ndr] fare grandi cose. Non vuole fare niente. Questo ruolo spetta a noi. Spetta ai nostri valori e al nostro impegno verso i nostri familiari, i vicini di casa, le nostre comunità, spetta al nostro amore per la bellezza e alla convinzione che le nostre fedi sono interconnesse, al nostro senso civico e alla nostra bontà d’animo.

Intelligenza artificiale

Non ho paura che l’intelligenza artificiale dia ai computer la capacità di pensare come gli esseri umani. Sono più preoccupato delle persone che pensano come i computer, senza valori o compassione, senza preoccuparsi delle conseguenze. Questo è quello che vi chiedo di aiutarci a combattere. Perché se la scienza è una ricerca nell’oscurità, allora l’umanità è una candela che ci mostra dove siamo e i pericoli che dobbiamo affrontare. Come disse una volta Steve, la tecnologia da sola non basta. È la tecnologia unita alle arti liberali, a loro volta unite alle scienze umanistiche, che fa cantare i nostri cuori. [...]

Passione e scelte

Qualsiasi cosa facciate nella vita e qualsiasi cosa noi facciamo in Apple, dobbiamo infonderla dell’umanità con cui ciascuno di noi è nato. È una responsabilità enorme, ma lo è anche l’opportunità che ci offre. Sono ottimista perché credo nella vostra generazione, nella vostra passione, nel vostro viaggio per servire l’umanità. Contiamo tutti su di voi. Là fuori ci sono tante cose e persone che cospirano per rendervi cinici. Internet ci dà tanto ed è di supporto a moltissime persone, ma può anche essere un luogo dove le regole del buon gusto smettono di esistere e dilagano invece superficialità e negatività. Non lasciate che queste piccolezze vi portino fuori strada. Non lasciatevi abbindolare dagli aspetti triviali della vita. Non date retta ai troll e soprattutto, vi prego, non diventatelo voi stessi. Misurate il vostro impatto in termini di umanità e non di «mi piace», considerando le vite che andate a toccare; non in termini di popolarità, ma di persone che aiutate. Mi sono accorto che vivo meglio da quando ho smesso di preoccuparmi di ciò che gli altri pensano di me. Sarà lo stesso per voi. Rimanete concentrati su ciò che conta davvero. Ci saranno volte in cui la vostra dedizione a servire l’umanità verrà messa a dura prova. Siate pronti. La gente cercherà di convincervi che dovete tenere l’empatia al di fuori della vita lavorativa. Non accettate questo falso presupposto. A un’assemblea degli azionisti di alcuni anni fa qualcuno ha messo in discussione l’investimento e l’impegno di Apple a favore dell’ambiente. Mi ha chiesto di fare in modo che Apple investisse esclusivamente in iniziative ecologiche che garantissero un ritorno sull’investimento. Ho cercato di essere diplomatico. Ho sottolineato il fatto che Apple crea molte cose, per esempio le funzioni di accessibilità per chi è affetto da disabilità, che non generano un ritorno. Facciamo le cose che facciamo perché sono le cose giuste da fare, e salvaguardare l’ambiente ne è un esempio concreto. Quella persona ha continuato a insistere, finché non ho perso la pazienza e gli ho detto «se non accetti la nostra posizione, non dovresti essere un azionista Apple».

L’idea migliore

Quando siete certi che la vostra causa è giusta, dovete avere il coraggio di difenderla. Se vedete un problema o un’ingiustizia, pensate che nessuno tranne voi può risolverlo. Proseguendo nel vostro cammino, usate la vostra mente, le vostre mani e i vostri cuori per creare qualcosa che sia più grande di voi. Ricordate sempre: non esiste un’idea migliore di questa. Come disse Martin Luther King , «tutte le vite sono interconnesse. Siamo tutti legati in un unico destino». Se tenete sempre ben presente questa idea, se scegliete di vivere la vostra vita a metà strada tra la tecnologia e le persone che aiuta, se vi impegnate a creare il meglio, a dare il meglio e a fare il meglio per tutti, non solo per alcuni, allora oggi l’umanità può ben sperare.

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Bari - Dal sito archeologico di Jebel Irhoud, in Marocco, sono venuti alla luce i più antichi fossili di Homo sapiens mai trovati: si tratta di reperti che risalgono a circa 300 mila anni fa e che portano quindi indietro di circa 100 mila anni la data di origine della nostra specie. La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, è stata condotta da un team internazionale guidato da Jean-Jacques Hublin del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia (Germania) e da Abdelouahed Ben-Ncer del National Institute for Archaeology and Heritage di Rabat (Marocco), a cui ha partecipato anche Stefano Benazzi, docente al Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna.

I nuovi reperti non solo retrodatano di circa 100 mila anni la prima testimonianza fossile di Homo sapiens, ma rivelano inoltre una storia evolutiva complessa dell’umanità, che coinvolge con ogni probabilità l’intero continente africano. Che la nostra specie sia nata in Africa è confermato sia dai dati genetici dell’uomo di oggi, sia da quelli emersi dai reperti fossili. Poiché però, fino ad oggi, i più antichi reperti di Homo sapiens - risalenti a un periodo compreso tra 195 mila e 160 mila anni fa – erano stati rinvenuti in siti archeologici etiopi, si pensava che gli uomini attuali fossero discesi da una popolazione umana vissuta in Africa orientale, circa 200 mila anni fa. La nuova scoperta in Marocco impone ora un cambio di prospettiva.

“Al contrario di quanto si era pensato fino ad oggi – spiega il paleoantropologo Unibo Stefano Benazzi – i nostri nuovi dati rivelano che l’Homo sapiens si è diffuso attraverso l’intero continente africano circa 300 mila anni fa. Quindi, molto tempo prima della cosiddetta dispersione ‘out-of-Africa’ della nostra specie, deve essere avvenuta una dispersione all’interno dell’Africa”.

Noto fin dagli anni ‘60 per i fossili umani che ha restituito e per i suoi manufatti appartenenti alla Media Età della Pietra (280 mila – 50 mila anni fa), il sito di Jebel Irhoud in Marocco è stato protagonista di un nuovo progetto di scavo iniziato nel 2014 grazie al quale sono venuti alla luce nuovi fossili di Homo sapiens. In particolare, si tratta di crani, denti e ossa lunghe appartenuti ad almeno cinque diversi individui. Utilizzando un metodo di datazione basato sulla termoluminescenza applicato agli strumenti di pietra bruciati rinvenuti negli stessi depositi, le pietre analizzate hanno restituito un’età approssimativa di 300 mila anni.

Ma che aspetto avevano questi nostri antichissimi antenati? Già allora, assomigliavano molto a noi. Utilizzando tecniche di analisi digitale all’avanguardia, il team di ricerca ha infatti mostrato come lo scheletro facciale dei fossili di Jebel Irhoud sia pressoché indistinguibile dal nostro, mentre la forma della scatola cranica resta invece ancora allungata e piuttosto arcaica. Dati, questi, che suggeriscono come la morfologia facciale dell’uomo moderno si sia probabilmente formata prima della forma del cervello. Alcune recenti ricerche che hanno messo a confronto DNA antico estratto da Neandertaliani e Denisova con quello degli uomini moderni, hanno infatti mostrato differenze nei geni che incidono sul cervello e sul sistema nervoso. I cambiamenti evolutivi nella forma della scatola cranica sono quindi con ogni probabilità legati ad una serie di cambiamenti genetici che hanno inciso sulla connettività, l’organizzazione e lo sviluppo del cervello dell’Homo sapiens rispetto a quello dei nostri parenti e antenati estinti. - (NoveColonneATG)

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