Sunday 25th Jun 2017

Mario Angeli dal suo balcone italiano - 

È un adagio che ciascuno completa in fretta, perché è ancora piuttosto diffuso, sebbene ne prevalga l’uso figurato rispetto a quello reale e concreto che lo originò: infatti oggi è raro essere assaliti da quel terribile mal di denti che spaccava il cervello, rendeva incapaci di qualsiasi riflessione o azione, che spesso aveva come esito finale una temutissima seduta dal dentista, per subire la necessaria tortura del trapano, che pareva avere una punta di smisurata lunghezza, oppure l’estrazione del dente, con il dentista che raccomandava al malcapitato di reggersi forte alla poltrona fino a quando, dopo torsioni e strattoni, quel dente maledetto si svelleva con le sue radici che sembravano essere state abbarbicate fino al tallone; oggi, grazie agli enormi progressi della odontoiatria, la sofferenza maggiore non viene dal dolore fisico, ma da quello finanziario, considerate la parcelle solitamente onerose.

Però la lingua continua a battere dove il dente duole ogni volta che ritorniamo su una questione o un argomento o una situazione che ci sta a cuore e che si vorrebbe veder mutare in meglio: lo si può fare anche solo come fugace atto mentale, nel senso di richiamarsi alla mente quella problematica e passar oltre perché forse non vale la pena di prendersela troppo, oppure, sperando di ottenere qualche risultato, quella lingua che batte non più su un dente ma su qualche terminazione cerebrale o etica ti induce ad utilizzare proprio la lingua, intendo quella parlata o scritta, magari per parlare proprio della lingua, quella scritta e parlata.

Il nome lingua si presta a svariate interpretazioni e potrebbe anche generare qualche equivoco.

Ad esempio, riferendomi al contesto sudafricano che mi capita di frequentare con una qualche assiduità, ho potuto conoscere le Società Dante Alighieri ed i Club Italiani, due benemerite realtà associative che hanno in comune, pur in forme e misure differenti, le finalità di aggregare le persone di origine italiana e di conservare e diffondere l’italianità, utilizzando come veicolo la lingua: ma c’è lingua e lingua.

La Società citata si serve della lingua di Dante, che è l’unico ed inequivocabile strumento per caratterizzare e contraddistinguere un italiano da tutti gli altri, per far sì che se ne conservi un utilizzo vivo tra chi vanta origini italiane e che se ne diffonda la conoscenza tra chi parla lingue differenti, perché anche costoro penetrino efficacemente dentro la cultura italiana, se almeno sono ritenute ancora valide le motivazioni di chi inventò tale Società; anche il Club si occupa di lingua, ma quella salmistrata o in salsa verde, cioè, più precisamente, attraverso il potente richiamo della smisurata gastronomia italiana, favorisce l’aggregazione sociale tra appartenenti a culture diverse che, almeno a tavola, potranno meglio conoscersi e comprendere la differenza tra il parmesan ed il parmigiano, tra il similzola ed il gorgonzola, tra il gelato al pistaccio e quello al pistacchio.

Nella libera espressione delle mie convinzioni, mi è capitato più volte, sia attraverso le pagine della Gazzetta sia con alcuni commenti su facebook oggi tanto in voga, di battere sul dente dolente della pratica, da parte di qualche Dante, in Sudafrica come altrove, di non utilizzare la lingua italiana nel diffondere o commentare iniziative, programmi, eventi connotati di italianità, poiché li presenta alla pubblica attenzione esclusivamente nella lingua locale; la ragione della sofferenza… dentale sta proprio nell’avverbio esclusivamente, perché, pur non avendo dubbi che per raggiungere un pubblico più vasto bisogna esprimersi nella lingua del posto, assai di meno ne ho sul fatto che l’esclusione della lingua italiana umilia gli italofoni, snerva l’efficacia comunicativa, fa venir meno un compito istituzionale della Dante: quindi il bilinguismo dovrebbe essere la buona pratica corrente.

Come ogni opinione, anche queste possono degnamente convivere con quelle di chi pensa invece che, per aprirsi alla società la cui lingua franca non è l’italiano, sia preferibile escludere la nostra lingua: è la varietà dei pareri che, spesso, arricchisce la dialettica ed il confronto, purché non prevalga la piccola malcelata vanità di possedere una dose maggiore di verità in nome di posizioni di autorevolezza istituzionale o accademica, come mi è capitato di dover incassare.

Non nascondo un timore: che un giorno o l’altro la Dante si trasformi in una delle tante scuole di lingua che pullulano ovunque, dove gli utenti imparano più o meno a dire “ciao maestra come stai” ed i cui docenti, italianissimi e magari vissuti in Italia fino a poco prima, per darsi un dolente tono da giovani Werther utilizzano l’inglese anche conversando tra loro.

Sarà allora giunto il momento di un cambiamento linguistico apparentemente insignificante, ma dolorosamente anti-italiano: non più Società Dante Alighieri, ma Dante Alighieri Society o altro.

A rinforzo dell’amore per la lingua italiana, che sa adattarsi ad ogni registro espressivo, segnalo la poesia Ballata della lingua, di Giovanni Giudici (1924-2011), dalla vasta produzione poetica, poeta finissimo purtroppo trascurato sia a livello scolastico che accademico; sono otto strofe (riportate interamente in calce), di cui trascrivo di ciascuna il primo verso, con quell’incalzante amoroso mia lingua, ed integralmente l’ultima strofa:

Mia lingua – italiana…

Mia lingua – innocente…

Mia lingua – puntuale…

Mia lingua esitante…

Mia lingua – militare…

Mia lingua – esclusiva…

Mia lingua – ossequiente…

Mia lingua – mia vita…

Mia lingua – italiana

variante umile tosco-genovese

lingua del mio bel paese

guastata nei futili suoni

di vacue clausole

e perfide commozioni

Mario Angeli

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Entro il 30 settembre le domande di partecipazione alla seconda edizione del  concorso promosso dall’Associazione Padovani nel Mondo -
 
PADOVA – Il 30 settembre sarà il termine ultimo per l’invio delle domande di partecipazione alla seconda edizione del concorso “Cittadino padovano che ha onorato l’Italia nel mondo” . Il concorso è  promosso dall’Associazione Padovani nel Mondo “al fine di riconoscere i meriti dei cittadini padovani che con il lavoro, le attività svolte nel campo sociale e culturale e  l’attaccamento alle origini hanno dimostrato le loro elevate capacità e hanno contribuito a diffondere la cultura, le tradizioni venete e padovane in particolar modo, raggiungendo risultati di rilievo”. Saranno premiati tre cittadini di origini padovane che si siano distinti in campo imprenditoriale, professionale, scientifico, artistico, culturale e sociale.

Il concorso è riservato a: cittadini nati o residenti in un Comune della Provincia di Padova, che siano emigrati all’estero da almeno 5 anni dalla data di presentazione della domanda o che siano rientrati in un Comune della Provincia di Padova dopo aver trascorso almeno 5 anni all’estero e che abbiano svolto attività lavorative per non meno di 35 anni se lavoratori o 30 se lavoratrici, apprendistato compreso; figli o nipoti discendenti in linea retta (2^ e 3^ generazione) anche di un solo genitore, o progenitore, di origini padovane emigrato all’estero da almeno 5 anni, possono essere residenti all’estero o rientrati dall’estero in un Comune della Provincia di Padova e che abbiano svolto attività lavorative per non meno di 35 anni se lavoratori o 30 se lavoratrici, apprendistato compreso; titolari di imprese all’estero che con la loro attività abbiano contribuito all’affermazione dell’iniziativa italiana nel mondo;    lavoratori e pensionati che all’estero si siano particolarmente distinti nell’esercizio delle loro funzioni; cittadini che si siano particolarmente distinti a beneficio della comunità italiana o che abbiano svolto un ruolo significativo nelle istituzioni pubbliche o in campo artistico, culturale o sociale.

La cerimonia di premiazione si svolgerà domenica 3 dicembre.

Bando integrale e relativi allegati sono pubblicati nel sito  www.padovaninelmondo.it (Inform)

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Suva – Dominio nelle fasi statiche, disciplina impeccabile, carattere e concentrazione che non vengono meno nemmeno nei momenti più difficili: solo un drop allo scadere del numero dieci figiano Volavola, dopo una perdita di possesso nei ventidue ospiti a tempo scaduto, nega all’Italia il primo risultato utile in terra figiana. L’undicesimo scontro diretto tra gli Azzurri e gli isolani, giocato nella notte italiana all’ANZ Stadium di Suva, finisce 22-19, deciso dal calcio di rimbalzo all’ultimo secondo del numero dieci di Fiji dopo che l’Italia aveva saputo reagire ogni volta alle marcature del XV di casa, rimanendo fedele al proprio piano di gioco, dominando in mischia ed in rimessa laterale e mostrando grinta e coraggio, ma anche intelligenza tattica e capacità di mantenere il controllo nei momenti più duri.
L’Italia ha poi lasciato Fiji per Brisbane, dove sabato prossimo chiuderà il tour estivo 2017 affrontando i Wallabies australiani.

La cronaca
La gara inizia subito in salita per gli Azzurri: Sarto commette un in avanti nei propri ventidue, è mischia per Fiji che muove subito palla  al largo. Volavola imbecca Vasiteri nel traffico: il primo centro figiano trova un’autostrada dentro i propri ventidue e vola in mezzo ai pali. 7-0. Gli Azzurri mettono però subito in chiaro di chi sia il dominio in mischia e riescono ad accorciare con un piazzato di Allan dopo un fallo del pack figiano.

La mischia italiana mette in difficoltà il pacchetto avversario, conquistando  prima del quarto d’ora un piazzato che Allan sceglie di spedire in touche. Sull’azione che segue la rimessa vinta dall’Italia arriva una nuova perdita di possesso ma sono ancora i primi otto uomini dell’Italia ad ottenere una punizione su pallone introdotto da Fiji. Dalla piazzola Allan porta l’Italia sul 7-6.

Ma Fiji, palla in mano, si conferma avversario temibilissimo e sulla ripresa del gioco, alla seconda visita nei ventidue italiani, segna ancora: palla al largo e Vatubua trova lo spazio per toccare il pallone oltre la linea.

L’Italia prova ad aggrapparsi al proprio pacchetto di mischia, ottiene un nuovo calcio piazzato sull’avanti di Vasiteri che evita la terza meta e si riporta nei 22 isolani, ma concretizzare per Minto e compagni si rivela più difficile che per gli avversari.

Allan, dopo l’ennesimo fallo contro il pack figiano, riporta l’Italia sotto break con il calcio del 14-9.

Le fasi statiche vedono un netto dominio dell’Italia, che sfrutta le mischie ordinate per conquistare penaltouche e riportarsi nella metà campo ospite: al 32’ un maul italiano viene spinto in rimessa laterale ad un passo dalla linea di meta isolana nella prima, chiara occasione da meta degli Azzurri.

E’ un buon momento per l’Italia, che tiene sotto pressione la squadra di casa: al 35’ Campagnaro si mette in moto, corre nello spazio figiano ma perde palla a contatto entrando nei ventidue ospiti.
 
Fiji è pericolosissima, ancora una volta, nelle battute finali del primo tempo: grande touche trovata da Volavola e difesa italiana che riesce ad evitare la terza meta forzando la perdita di possesso. I primi quaranta minuti si concludono sul 14-9 per la squadra di casa.

Fiji prova a riproporre lo stesso copione in avvio di ripresa, andando a cercare quelle situazioni di gioco rotto in cui sfruttare le proprie sorprendenti individualità: al quarto minuto, da una mischia italiana sulla metà campo, Steyn e Violi provano ad attaccare il lato chiuso ma vengono intercettati da Goneva, che vola alla bandiera. E’ 19-9 per Fiji.

O’Shea manda in campo forza fresche – Van Schalkwyk e Bigi – e gli Azzurri continuano a rimanere fedeli al piano di gioco, sfruttando le fasi statiche. Al tredicesimo, il numero otto Naqusa ferma Sarto sneza palla e lascia i suoi in quattordici per dieci minuti. Sull’azione che si sviluppa dal piazzato che segue il sin-bin la maul avanzante dell’Italia arriva sino in fondo con Maxime Mbandà, riaprendo nuovamente l’incontro. Allan trasforma il 19-16.

L’Italia sembra avere il controllo del match, ma ogni palla controllata dalla squadra di casa rappresenta un pericolo per la retroguardia azzurra, che deve raddoppiare spesso e volentieri i placcaggi.

Al sessantottesimo l’Italia ha una nuova occasione da rimessa laterale, prova a sfruttare il maul ma questa volta la difesa isolana è impeccabile e riesce a respingere fuori dal campo la testuggine azzurra.
 
L’inerzia del match non cambia, gli avanti italiani dominano il campo ed al settantaseiesimo mettono sul piede di Allan il piazzato del possibile pareggio, che il numero dieci di Treviso no  sbaglia: è 19-19, ma Minto e compagni non si accontentano e tornano nei ventidue per cercare il calcio o l’azione della vittoria.

In una manciata di secondi, la storia della partita cambia: l’Italia perde palla, Fiji passa attraverso la ruck senza venire penalizzata, copre sessanta metri palla in mano con Nakarawa ma commette un in avanti. E’ mischia per l’Italia, che pasticcia nel possesso, non calcia fuori l’ovale e lo riconsegna ai figiani. E’ vantaggio per la squadra di casa, che non deve neanche attendere il fischio dell’arbitro e la punizione: Volavola droppa e regala la vittoria ai suoi.

Andrea Cimbrico

O’SHEA: “FELICE E DEVASTATO AL TEMPO STESSO”
Suva – “Abbiamo perso e non posso non essere dispiaciuto”. Il CT azzurro Conor O’Shea incontra la stampa locale all’ANZ Stadium di Suva quando la sconfitta allo scadere contro Fiji si è consumata da pochi minuti.

“Sono felice e devastato al tempo stesso. Felice perché abbiamo avuto una reazione alla sconfitta contro la Scozia della scorsa settimana, abbiamo creato opportunità, avuto un ottimo possesso, preso delle decisioni difficili che non sempre sono andate per il verso giusto. Devastato perché è difficile uscire sconfitti dopo aver dominato la partita in molte fasi di gioco ed averlo fatto con una squadra giovane, con poca esperienza internazionale, che è arrivata qui dopo un lungo viaggio”.

“Congratulazioni alle Fiji per aver portato a casa il successo – ha aggiunto O’Shea – ma sono veramente orgoglioso della performance che la squadra ha saputo offrire e so che siamo sulla strada giusta. Dobbiamo continuare a cambiare molte cose per fare in modo che questi ragazzi possano essere sempre più nelle condizioni per competere al massimo livello possibile e per diventare la migliore Italia della storia”.

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Sommario: Filippine, Pakistan - 

Filippine

A più di tre settimane dall’escalation del conflitto fra le forze di sicurezza di Manila e i militanti del gruppo separatista islamista Maute a Marawi City, capoluogo della Provincia meridionale filippina di Lanao del Sur (nel sud delle Filippine), l’Esercito filippino ha chiesto il supporto delle Forze speciali degli Stati Uniti per cercare di liberare la città dal gruppo affiliato al Daesh. I soldati statunitensi fornirebbero un’assistenza tecnica e strategica, ma le autorità hanno smentito l’espletamento di attività dirette sul campo. Regolamentata da accordi quali il Mutual Defense Treaty (firmato nel 1951), il Visiting Forces Agreement (1998) e l’Enhanced defense Cooperation Agreement (2014),  la cooperazione militare fra le Forze statunitensi e quelle filippine rappresenta uno dei pilastri della strategia di sicurezza di Washington nel Pacifico. Uno dei più efficaci banchi di prova di questa sinergia è stata l’operazione di contro-terrorismo Enduring Freedom-Philippines, lanciata nel 2001 per eradicare il network qaedista e neutralizzare ogni forma di jihadismo dal Paese. Tuttavia, un raffreddamento delle relazioni fra i due Paesi durante gli ultimi mesi dell’amministrazione Obama, aveva portato il Presidente Duterte a chiedere l’allontanamento delle truppe americane dalle Filippine.
La rinnovata cooperazione militare potrebbe pertanto indicare una nuova distensione dei rapporti anche a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza del sud delle Filippine, che ha indotto Duterte a promulgare la legge marziale per 60 giorni nell’intera isola di Mindanao lo scorso 23 maggio.
Sul piano politico, il riavvicinamento potrebbe essere dettato da un lato dall’appoggio che Trump ha espresso a Duterte in merito alla strategia di tolleranza zero nei confronti dei trafficanti e dei consumatori di droga, caposaldo della sua politica interna, dall’altro dalla prioritarizzazione della questione jihadista nella politica regionale del sud-est asiatico di Washington. Infatti la grave crisi di sicurezza nell’intera regione, che vede la presenza di gruppi jihadisti affiliati ad ISIS anche in Indonesia e Malesia, ha condotto i tre stati alla decisione di pattugliare insieme il mare di Sulu, fra Indonesia e Filippine.

Pakistan

L’8 giugno, lo Stato Islamico (IS) ha rivendicato il rapimento e l’uccisione di due cittadini cinesi nei pressi di Quetta, capoluogo della Provincia del Balochistan. Poiché Daesh non ha una presenza strutturata nella provincia occidentale pakistana, il sequestro potrebbe essere l’opera di facilitatori, verosimilmente appartenenti al gruppo Lashkar-e-Jhangvi Al-Almi, che negli ultimi mesi ha instaurato una collaborazione operativa con la branca regionale del Califfato, conosciuta con il nome di Daesh nel Khorasan. benchè sembrerebbe che i due cittadini cinesi appartenessero ad un gruppo di predicatori non autorizzato nella città di Quetta, il rapimento e la presunta uccisione sembrano rispondere alla volontà di colpire gli interessi delle autorità di Islamabad più che ad una ritorsione di matrice religiosa. L’episodio, infatti, potrebbe diventare un fattore di criticità per le relazioni bilaterali tra Pakistan e Cina, in un momento in cui il governo pakistano sta puntando sulla partnership con Pechino per rilanciare l’economia interna e il ruolo del Pakistan nella regione. Dal 2015, infatti, Islamabad e Pechino hanno firmato l’accordo per la costruzione del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CECP), nell’ambito dell’iniziativa One Belt One Road (OBOR), per un investimento di 46 miliardi di dollari in infrastrutture. Poiché il tratto finale del corridoio, che culmina nel porto di Gwadar (sul mare Arabico), passa proprio attraverso il Balochistan, la sicurezza in questa provincia rappresenta uno dei punti più dolenti nel rapporto tra il colosso cinese e il governo pakistano. Non appare casuale, infatti, che il Presidente cinese Xi Jinping, dopo aver appreso della presunta uccisione dei due cittadini cinesi, abbia deciso di posticipare l’incontro con il Primo Ministro pakistano Nawaz Sharif a margine del summit Shangai Cooperation Organization (SCO).
La sicurezza in Balochistan, tuttavia è da sempre fortemente compromessa dalla presenza di gruppi separatisti, che rivendicano la propria indipendenza da Islamabad, e da realtà appartenenti al variegato panorama dell’insorgenza talebana locale che, negli ultimi anni hanno sviluppato rapporti di collaborazione con il nuovo gruppo jihadista al di là del confine afghano e che sfruttano l’incontrollabilità della frontiera per pianificare e condurre le proprie operazioni in Pakistan.

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She is a 12-year-old schoolgirl who aspires to become a doctor. But Masalanabo Modjadji is no ordinary pre-teen, she is South Africa’s only female traditional ruler, with claims of mystical rainmaking powers. Queen Modjadji is the hereditary ruler of the Balobedu, an ethnic tribe in South Africa’s northern province of Limpopo.

She will be formally crowned when she turns 18, having ascended to the throne as a three-month-old infant when her mother, the previous queen, died in 2005.

Until her coronation, Masalanabo is not making any public statements. But AFP gained rare access, meeting her in a suburb outside Johannesburg where she lives during term time with her guardian Mathole Motshekga, who speaks on her behalf.

Masalanabo arrived back from school driven in an ordinary sedan car, and quickly swapped her black uniform tracksuit for a black-and-white traditional robe and a multi-coloured beaded headband. She sat quietly next to her guardian, listening carefully and smiling.

“She knows that this is her position by birth, so she doesn’t have to hurry,” said Motshekga, describing her as the “earthly representative of the rain goddess.”

“She wants to be well-prepared because the world is modern and her subjects are going to be educated people, so she wants to be educated so that she matches with the times.”

Masalanabo will sit on the dynasty’s throne in her ancestral village of Modjadjiskloof in the fertile valley of Molototsi, 400 kilometres (250 miles) north of Johannesburg. The monarchy, which originated in what is today southeastern Zimbabwe, has been ruled by women for over 200 years.

Her mother was the first queen able to read and write. She could speak English, was computer literate and drove a car. Last year, after a long campaign, and a succession dispute, the Balobedu queen was officially recognised under South African law for the first time since apartheid.

It means the royal family will qualify, when the queen turns 18, for government money under the 1996 constitution that was designed to involve tribal rulers in the newly democratic South Africa. ”For the first time in the history of South Africa, we have a legally accepted queenship,” said Motshekga, who is also an ANC lawmaker and from the Balobedu tribe.

He said Masalanabo, who has met President Jacob Zuma, has friends and is on social media, but that she is also preparing for how to balance her regal duties with the realities of everyday life. When not at school or playing with her friends, she spends time with Motshekga’s wife Angie Motshekga, who is the country’s basic education minister and is Masalanabo’s custodian mother. ”They discuss everything from politics to traditions,” he said.

During school holidays, Masalanabo, who has an older brother studying at university, heads to the royal palace at Modjadjiskloof, where she undergoes early initiation teaching. Traditionally the Modjadjis conduct rainmaking rituals during the southern hemisphere spring.

The ceremonies, which are restricted to the members of the royal family, with the queen leading the rain prayers, are held at five different shrines over five weekends. On the final day, if all goes to plan, the first rains of the season fall, welcome news in South Africa, which has suffered a series of recent severe droughts.

The ritual involves a specially-chosen cow, drinking traditional beer, and singing and dancing in the palace courtyard where shoes are strictly forbidden. ”The animal (cow) will come and drink the special brew,” explained John Malatji, head of the Modjadji Royal Council, sitting in the middle of a circular palace courtyard. The remaining beer is then shared among family members — young and old — before prayers are said, calling for rain. ”Finally we spend the night dancing to special divine songs,” he said. At another shrine, Phiphidi Falls, the rites are conducted on a treacherously slippery slope where devotees risk slipping and falling into the water below.

“It is very important to come here every year. The rituals are a way of thanking the ancestors and asking for things that we want for the coming year,” said researcher Fathuwani Mulovedzi.

Traditional rulers do not have any formal power in South Africa, but they still wield influence, and the government money is highly sought after.

Zulu king Goodwill Zwelithini will receive 59 million rand ($4.5 million, 4 million euros) this year alone, helping fund a lifestyle that includes several royal palaces, six wives and nearly 30 children. The rain queen is seen by her community as “a sacred person”, said Wits University cultural anthropologist David Copland. Her relevance in modern society is representing “a spiritual sense of identity and special powers (just as) people think the Pope has powers,” he said.

The queen’s family life will also be distinctive. After she is crowned, she will marry several maiden women, paying their families “lobolo” money, which is normally paid by a husband to his new wife’s family.

The wives then have children with other royal relatives, and the children are counted as the queen’s own. She, too, can have children, but only with a relative whose identity remains secret.

“The queen is both male and female. That’s how she expands her family,” said Motshekga. South Africa legalised same-sex marriage in 2006, but for the Balobedu queen it was nothing new. ”We have been doing that for hundreds of years. It’s our way,” said Malatji. -AFP

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