Saturday 24th Feb 2018

Un libro italiano celebra i 50 anni del primo trapianto di cuore a Cape Town - 
 
E' uscito in Italia, a Bari, un libro che celebra i 50 anni del primo trapianto di cuore con i ricordi del professor Carmine Antonio Curcio, allievo di Christian Barnard, che negli anni ottanta lavorò con il celebre chirurgo al Groote Schuur di Città del Capo e in altri ospedali del Sud Africa, collaborando nel contempo con una "Finestra sul mondo della medicina" prima con il settimanale La Voce e poi con il mensile Azzurro, entrambi diretti allora da Ciro Migliore.
 
Ne siamo stati informati da una lettera dello stesso Curcio, il quale ci dice che nel libro "si parla di Barnard negli anni che trascorsi con lui al Groote Schuur Hospital, del suo reparto di cardiochirurgia e della cosiddetta corsa al primo trapianto".
 
Entro breve il libro sarà disponibile anche in Sud Africa. Lo presentiamo ai nostri lettori utilizzandone la prefazione, scritta da un altro allievo italiano di Barnard:

La prefazione
Ho accettato con grande piacere l’invito a scrivere la prefazione del libro su Barnard che il collega e amico Carmine Antonio Curcio ha voluto pubblicare cogliendo l’occasione del cinquantesimo anniversario del primo trapianto di cuore umano della storia, eseguito la notte del 2 dicembre del 1967. Un avvenimento epocale che segnò il passaggio da una lunga fase di ricerca condotta per quasi 70 anni nel chiuso dei laboratori di chirurgia sperimentale, a una forma definitiva di terapia chirurgica. Oggi, a distanza di tanti anni da quell’evento che catturò l’interesse e l’immaginazione, stupendo il mondo accademico e non, resta intatta l’emozione suscitata da quell’intervento e dalla personalità del chirurgo che lo preparò ed “osò” portarlo a termine, Christian Neethling Barnard.
L’Autore del libro, il prof. Curcio, ha maturato la sua preparazione cardiochirurgica proprio alla scuola di Barnard, al Groote Schuur Hospital e Università di Cape Town, dove ha conseguito la specializzazione in questa disciplina ed ha acquisito il bagaglio di conoscenza ed esperienza che lo hanno portato più tardi a dirigere a Bari uno dei centri più qualificati di chirurgia del cuore. Ciò che oggi lo spinge a scrivere del suo e mio maestro, non è tanto un interesse scientifico, né un obbligo di gratitudine che pure, a suo dire resta grande, ma la necessità di intervenire su alcune valutazioni errate che tendono ad alterare la verità storica sul suo conto. In primis quella secondo la quale Barnard avrebbe “rubato il prestigioso traguardo del primo trapianto a cardiochirurghi più preparati e meritevoli di lui, appropriandosi indebitamente del loro lavoro di ricerca”, e poi alcune altre, ugualmente infondate, che il lettore scoprirà sfogliando le pagine di questo breve volume che ha, tra i suoi pregi, anche quello di poter essere letto in maniera gradevole e scorrevole. Curcio affronta quest’onere con l’autorità di chi, avendo vissuto a lungo e dall’interno quella realtà, ha gli strumenti giusti per poter meglio distinguere il vero dal falso.
 
Ma il libro non è solo questo. Leggendo tra le righe infatti, emerge anche tutta l’ammirazione di Curcio per il grande maestro, mentore e collega; e nessuno più di me può comprenderlo, avendo avuto io stesso il privilegio di lavorare per poco più di un anno in quel reparto, durante un periodo di congedo dall’Università per motivi di studio. È l’ammirazione per la qualità del suo lavoro, sempre privilegiata rispetto alla quantità; per la sua ricerca di soluzioni anche quando all’apparenza impossibili, seguendo la via dell’innovazione, nel più assoluto rigore scientifico; ed infine, per la visione genuina ed onesta della sua vita professionale. Una visione così lontana, come ben sottolinea l’Autore, da quegli atteggiamenti di arroganza e di immodestia che gli sono stati attribuiti, talvolta malevolmente, anche da suoi colleghi.
 
Christian N. Barnard è nel novero dei grandi della Medicina e vi resterà. Il mondo lo ha conosciuto e applaudito per la sua opera pionieristica in tema di trapianto di cuore e non solo. Curcio ne illustra sfaccettature e aspetti che solo chi ha condiviso a lungo con lui la quotidianità clinica può essere in grado di rivelare. A lui va anche il mio sincero ringraziamento. Auspico che questo volume trovi la meritata accoglienza non solo da parte del mondo accademico, e mi riferisco soprattutto agli studenti di Medicina, così bisognosi di punti di riferimento, ma anche di tutti coloro interessati alle conquiste scientifiche ed al progresso delle conoscenze.
 
Prof. Guido Regina
già Professore ordinario di Chirurgia Vascolare
Università di Bari
 
L'autore
Carmine Antonio Curcio
nato a Picerno in Basilicata, classe 1942, cardiochirurgo.
Conseguita la laurea in Medicina e Chirurgia a Milano, trascorre molti anni all’estero, prima negli Stati Uniti e poi in Sud Africa, dove si specializza in Cardiochirurgia alla scuola di Christian Barnard presso il Groote Schuur Hospital e l’Università di Cape Town.
Consultant di cardiochirurgia e docente nella stessa disciplina, prima a Cape Town e poi a Johannesburg e Pretoria, dove riceve l’incarico di professore associato alla Medical University of Southern Africa.
Rientrato in Italia nel 1987, esercita la professione di cardiochirurgo presso la Casa di Cura Villa Maria di Cotignola (RA), oggi capostipite di uno dei più grandi gruppi di sanità privata in Italia. Durante tale periodo contribuisce a fondare il reparto di cardiochirurgia presso la Casa di Cura Santa Maria in Bari, dove occupa il ruolo di primario cardiochirurgo dall’inizio dell’attività nel 1992, fino al 1998. Successivamente va a dirigere il dipartimento di cardiochirurgia della casa di cura accreditata Villa Bianca, del gruppo CBH – Città di Bari Hospital, dove rimane fino all’età del pensionamento.
Oltre a numerosi lavori scientifici, ha pubblicato nel 2009 “Storie di Santi, di Eroi e di Emigranti”, Ed. La Matrice, e nel 2013 “Scienza e Fede, Dove conduce la ragione”, Ed. Schena,
collana di filosofia Sapientia.
Il libro
Dopo il suo primo trapianto, Barnard divenne una star internazionale da un giorno all’altro. Egli stesso ne rimase sorpreso e stupito, per quanto possa sembrare implausibile. Pur consapevole dell’importanza storica di quel passo, non si aspettava che l’intervento avrebbe suscitato così tanto clamore. Dopotutto non si trattava di un balzo in avanti della conoscenza scientifica, ma solo di un traguardo chirurgico, non più importante di tanti altri che erano passati addirittura inosservati.
“Altri organi erano stati trapiantati in precedenza, senza suscitare una reazione così diffusa e sentita. Il cuore, in fondo non era che una semplice pompa”.
 
Si sbagliava ovviamente Barnard. Il cuore era una semplice pompa per lui, ma non lo era per gran parte dell’umanità, che invece lo considerava da sempre l’organo dell’identità, delle emozioni, del sentimento, dell’amore, del coraggio e persino la sede dell’anima e il centro della vita. Si poteva ridurlo a una semplice pompa?
 
Il plauso, anche se diffuso, non fu unanime. Fu acclamato e conteso un po’ dappertutto, ma non mancarono le critiche, talvolta anche dure, che riguardarono sia la sua vita privata, che la
sua condotta professionale.
 
In questo libro, l’autore, cardiochirurgo anche lui, che nel reparto di Barnard lavorò per molti anni, interviene su alcuni aspetti tuttora controversi dell’operato professionale del maestro e su alcune valutazioni che tendono ad alterare la verità storica sul suo conto.
 
“Lo fa con l’autorità di chi, avendo vissuto a lungo e dall’interno quella realtà, ha gli strumenti giusti per poter meglio distinguere il vero dal falso”, le luci dalle ombre.
 
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Buona domenica a tutti gli italiani in Sudafrica. Siamo Lilly e Tonino, appassionati velisti, al momento impegnati in un giro del mondo con la barca a vela MAGIC. Ci piacerebbe scambiare due chiacchere in italiano con voi. Se volete potete contattarci al cell +27 (0) 603668577 oppure via mail a : This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.. In questo momento siamo al TuziGaza marina a Richards Bay. Sul nostro sito trovate le notizie del nostro viaggio che dura oramai da 4 anni www.magicsail.it  Spero a risentirci presto! Lilly&Tonino del Magic.
 
Diario di bordo
Giovedì 23 novembre abbiamo ormeggiato il MAGIC alla banchina pubblica nel “small boat harbour” di Richards Bay. Siamo arrivati in Sudafrica dopo una navigazione di circa 5.000 miglia con 4 scali (Cocos Keeling, Rodrigues, Mauritius e La Reunion), più un breve scalo tecnico in Madagascar per evitare un fronte con venti contrari. La traversata del sud-Indiano è stata veloce e senza particolari difficoltà, non abbiamo subito danni a parte qualche piccolo strappo alle vele, peraltro prontamente riparato. Sappiamo che non è così per tutti, questo mare è famoso per le sue burrasche improvvise e le grandi onde che si incontrano avvicinandosi al continente africano. Di sicuro abbiamo avuto fortuna ma, la prudenza, l’approfondito studio delle rotte e della meteo e una buona barca, sono stati determinanti per affrontare e concludere con successo questa difficile prova. I nostri ospiti Monia e Alessandro hanno fatto la loro parte con entusiasmo e competenza, dando un importante contributo alla navigazione del MAGIC. Adesso ci aspettano circa 1000 miglia lungo la costa da qui a Città del Capo, nostra ultima meta in Sudafrica prima di affrontare la risalita dell’Oceano Atlantico. Anche questa sarà una navigazione molto tecnica e impegnativa, si tratta di evitare di incappare nelle burrasche da SW che si alternano a brevi periodi di vento favorevole lungo questa rotta. Doppieremo Cape Agulhas, all’estremo sud del continente africano, sarà la prossima conquista prima del tranquillo Atlantico che ben conosciamo. Ancora una volta ringraziamo tutti gli amici che seguono questo nostro viaggio, rinnovando l’invito a scriverci e, perchè no... a considerare la possibilità di raggiungerci per navigare un po’ con noi. 
 
Abbiamo quasi ultimato il nostro nuovo libro che descrive il viaggio dalla Nuova Zelanda al Sud Est Asiatico. Oltre 250 pagine di diario e tante magnifiche fotografie scattate da Lilly. Per prenotare l'acquisto scriveteci una mail!
 
VUOI IMBARCARTI CON NOI PER PARTECIPARE DA PROTAGONISTA AL NOSTRO VIAGGIO? SCRIVI A: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
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President Jacob Zuma will on Tuesday, 5 December 2017, address the Terminal Operators' Conference Africa (TOC) at the Inkosi Albert Luthuli International Convention Centre in Durban.
 
The two day conference will bring together experts and investors involved in logistics, liner shipping, ports, terminals, inland transport and equipment manufacturers to discuss improving trade flows across the African continent.
 
The TOC augurs well for the country’s economic growth prospects, using KwaZulu-Natal’s two world-class deep water ports of Durban and Richards Bay to bolster its oceans economy. The world-class trade exhibition and networking conference coincides with big-ticket investment undertakings in the country to expand the capacity of its major commercial ports to support the projected increases of cargo volumes.
 
The conference will also showcase to the world the vast array of investment opportunities and capabilities on offer at the world-class ports which also have an established history as the gateway into the rest of Africa.
 
Issued by: The Presidency
Pretoria
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Giampaolo Silvestri, Maria Laura Conte - 
    
Il Vertice che si è svolto ad Abidjan il 29 e il 30 novembre ha le potenzialità per segnare un cambio di passo nei rapporti tra Ue e Africa e andare oltre la formula del Summit che si consuma in dichiarazioni di intenti. Questo perché – forse? – la realtà si sta finalmente imponendo, sotto la forza d’urto delle migrazioni, che non lasciano più tregua (anche per le campagne elettorali che cadenzano la vita europea), e della spinta demografica da Sud. Nel 2050 l’Africa avrà il quadruplo degli abitanti dell’Europa: che cosa possono fare i vecchi (e non metaforicamente) europei?, costruire paratie nel Mediterraneo?

Chi si occupa a Bruxelles della cooperazione allo sviluppo ha deciso che è giunto il tempo della responsabilizzazione di tutte le parti in causa, al punto da spingere le politiche pubbliche nei confronti dell’Africa verso una maggiore “imprenditorialità”, nel senso letterale del termine.

Il lancio del nuovo External Investment Plan
Qui si innesta il nuovo External Investment Plan che è stato lanciato ufficialmente ad Abidjan e che punta sugli investimenti del settore privato nell’interesse economico dell’Africa, ma anche della stessa Europa. Il payoff di questo piano è “Meno aiuti, più investimenti”: ovvero le concessioni a pioggia cominciano ad appartenere al passato remoto, mentre avanzano strumenti finanziari per nuove forme di partenariato. Tradotto in cifre: l’Eip mette sul piatto 4,1 miliardi di euro che, come leva finanziaria, vogliono mobilitare finanziamenti privati per una cifra di 44 miliardi.

L’obiettivo è dichiarato: combattere la povertà e favorire lo sviluppo attraverso la creazione di dai 15 ai 20 milioni di posti di lavoro all’anno in Africa, ma con una ricaduta anche “a casa nostra”. Chance economiche in loco per le nuove generazioni africane, infatti, hanno risvolti quali il contenimento in prospettiva delle migrazioni, l’apertura di nuovi mercati, la crescita delle imprese private europee, oltre che di quelle locali. All’obiezione, scontata pure ad Abidjan, “chi investirà mai in posti a così alto rischio?”, la Ue risponde con un fondo garanzia di 1,5 miliardi di euro, riservati a coprire i rischi delle aziende che oseranno spingersi oltre il mare.

Attese e debolezze: l’esperienza di chi opera in loco e le CSOs
Il ‘piano di Abidjan’ solleva molte attese, dunque, ma che ha un punto debole, specie se si guarda attraverso la lente di alcune esperienze vissute da realtà come Avsi. Bruxelles potrebbe finalmente provare a puntellarlo: il ruolo riservato alle CSOs, le organizzazioni della società civile.

L’EU External Investment Plan, infatti, riconosce l’importanza del ruolo delle organizzazioni della società civile nell’advocacy dei diritti dei più vulnerabili e nel watchdog, cioè nel controllo del rispetto dei diritti umani. Questioni importanti. Ma se si considera tutta l’ampiezza dell’azione di un’organizzazione che fa cooperazione allo sviluppo sul territorio, questo ambito rischia di diventare un recinto stretto, pure piuttosto asfittico.

Andiamo quindi alle esperienze, non alle teorie della cooperazione, e in particolare prendiamo spunto dal SDG 7, l’accesso all’energia. Si stima che 1.3 miliardi di persone non abbiano accesso all’energia, il 95% delle quali vivono nell’Africa sub-sahariana e in Asia, prevalentemente in zone rurali. Nel continente africano, il 30% delle scuole e degli ospedali operano senza energia elettrica e nella zona sub-sahariana sette persone su 10 non vi accedono.

Consapevole di muoversi in questo contesto, Avsi ha avviato una serie di collaborazioni con esponenti del settore privato di taglie diverse, sia grandi multinazionali che imprese medio-piccole.

Le collaborazioni dell’Avsi nel settore energetico
Con Eni, Avsi ha sviluppato esperienze significative in Congo Brazzaville e Mozambico: qui i progetti si occupano di sviluppo sociale, sostenibilità ambientale, formazione, educazione e sviluppo imprenditoriale. Avsi in particolare è responsabile di valutazione di fattibilità, analisi del mercato partendo dalla collaborazione con gli stakeholders locali, analisi e report dell’impatto ambientale, sociale e sanitario e analisi d’investimento nelle comunità.

In Uganda, sul lago Vittoria, Avsi opera in partnership con Absolute Energy Servizi Srl in un progetto di elettrificazione rurale per portare soluzioni off-grid nell’isola di Kitobo e fornire servizi alla comunità. Oltre a programmi di coinvolgimento della popolazione, il partenariato qui sta innescando la promozione di start up e d’imprese locali, oltre che di educazione all’uso efficiente dell’energia e di capacity-building. I beneficiari del progetto, quindi, sono i 1500 abitanti, ma anche le 50 micro-imprese del luogo.
Un altro esempio ancora: in Kenya Avsi e Absolute Energy Servizi Srl stanno sviluppando un impianto idroelettrico nella contea di Meru per 30.000 persone in partnership con un’associazione comunitaria. Grazie al contributo di Avsi, l’azienda creerà una utility locale in cui l’associazione diventerà azionista in virtù del lavoro offerto alla creazione dell’impianto e delle infrastrutture già costruite e diventerà co-gestore dell’utility. Il modello di business è pensato dunque per favorire un ritorno diretto di benefici sulla comunità e al tempo stesso per garantire la sostenibilità sociale del business nel lungo periodo.

Coinvolgere le CSOs nel ciclo di un progetto dall’inizio alla fine
Ecco quindi: in questa prospettiva una organizzazione della società civile può essere contemplata solo come una paladina di advocacy? No, perché vorrebbe dire ridurne lo specifico e rinunciare a una porzione di impegno già verificato come indispensabile nella costruzione di partnership efficaci nel breve e lungo termine.

Proprio in coerenza con l’obiettivo ultimo del piano europeo che sarà presentato ad Abidjan, le CSOs vanno coinvolte nell’intero ciclo del progetto, dall’individuazione alla valutazione passando per l’implementazione. E questo attraverso un sistema per cui nella fase di selezione e valutazione dei progetti sia prevista una premialità per i soggetti che coinvolgono CSOs.
Perché? Mettiamo ancora più a fuoco il punto, alla vigilia di Abidjan: perché se la CSO è insostituibile nella formazione (capacity building) di realtà locali che non possono essere tagliate fuori nell’azione di sviluppo o nella sensibilizzazione alle opportunità che un determinato progetto crea, essa è d’aiuto essenziale anche nell’individuazione di eventuali nuovi consumatori appartenenti alle classi più povere e nella costruzione di una nuova domanda del mercato attraverso, per esempio, per restare all’energia, la costituzione di attività produttive che chiedono energia.

Dalla Corporate Social Responsibility al Creating Shared Value
Capaci per il loro profilo di coinvolgere tutti gli stakeholders, le CSOs sanno come porre le premesse perché un ambiente diventi favorevole agli investimenti, in vista di quello che tecnicamente viene chiamato Creating Shared Value. Il processo di creazione di valore condiviso – per cui l’azienda raggiunge i suoi obiettivi aziendali attraverso la promozione dello sviluppo delle comunità in cui opera – è un passo in avanti rispetto alla Csr (Corporate Social Responsibility) perché ha a che vedere con il core business stesso dell’azienda. Non è solo uno scotto da pagare in cambio di uno sfruttamento, ma un guadagno per l’impresa in termini finanziari e di mercato.

Infine, forse basta un’istantanea: pensiamo a un’impresa che voglia entrare in uno slum per portare la sua energia in modo regolare, trasformando gli abitanti in clienti paganti. Come ci entra? Certi slum non sono proprio i posti più cordiali della terra. L’unica via è passare attraverso i volti noti di chi da anni sta là e lavora, con i piedi nel fango all’occorrenza, per portare aiuti e interventi sociali. Come un vicino, non (solo) come un cane da guardia.
Giampaolo Silvestri, segretario generale AVSI
 
Maria Laura Conte, direttrice comunicazione AVSI
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The Presidency has noted media reports suggesting that Government has taken a decision to move South African Airways (SAA) out of National Treasury to the Department of Transport.
 
The reports are incorrect. No such decision had been taken by Government.
 
While there are many views about where certain entities may be better located as Government continues to look for ways of improving the performance of State-Owned Enterprises (SOE), that does not translate into a decision.
 
SAA remains located at the National Treasury where it will continue to receive support and guidance as it rebuilds itself following the appointment of a new Board and CEO.
 
Issued by: The Presidency
Pretoria
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