Friday 20th Oct 2017

È successo allo scrittore Geda, diretto da Torino al Nord della Sardegna per parlare al Festival Tuttestorie della Letteratura per ragazzi. Aveva provato a chiedere aiuto agli uffici di Fiumicino e Cagliari, invano. Ora cerca i suoi benefattori su Facebook - 

Valentina Santarpia - corriere.it -

Quando si è accorto di aver lasciato il suo giubbotto, con dentro tanto di portafogli, documenti e carte, su una sedia del gate B4, dove si era imbarcato da Torino diretto a Cagliari, era troppo tardi. Fabio Geda, 45 anni, autore di libri per ragazzi, diretto ad un festival di letteratura, ha realizzato solo mentre era in volo di aver dimenticato tutti i suoi averi all’aeroporto di Fiumicino. L’hostess gli ha detto che non poteva avvisare nessuno e che gli toccava contattare l’ufficio lost and found dell’aeroporto di arrivo. Ma anche lì lo hanno rinviato ad un altro ufficio, analogo, a Fiumicino. Ovunque gli hanno dato la stessa, irritante, risposta: «Non fa parte delle procedure». Secondo il responsabile della sicurezza di Fiumicino, gli addetti non possono cercare il suo giubbotto, deve essere qualcuno a segnalarne la presenza, identificandosi personalmente, e riportandolo all’ufficio competente. Scrive Geda: «Chiamo ogni ora fino alle undici di sera: nessuno ha consegnato il mio giubbotto. Chiamo la mattina dopo dalle otto fino a dopo pranzo: nessuno ha consegnato il mio giubbotto. Quindi lo dò per perso. Blocco il bancomat eccetera».

L'incontro nella scuola

Ma il portafogli non era affatto perso, anzi, era finito in ottime mani: mentre Geda, circondato di ragazzini, si accingeva a salutare il pubblico al termine del suo incontro a Valledoria, estremo nord della Sardegna, una donna nordafricana si è avvicinata. «Mi dice: Ti ho cercato. Questi sono tuoi. Io non credo ai miei occhi. Non capisco- scrive Geda su Facebook- Cosa ci fanno il mio giubbotto e il mio portafoglio abbandonati a Fiumicino, a Valledoria, tra le mani di una donna nordafricana? Balbetto: Grazie. Ma. Com’è che li hai tu? Chi sei? Lei con un accento marcato ripete: Ti ho cercato su Facebook. Te li ho portati. Io prendo il giubbotto, prendo il portafoglio, lo apro. Lei dice: C’è ancora tutto. Sono stordito. Mi sporgo e abbraccio la donna. Lei ricambia. Dico: Ma grazie. Ma spiegami. Lei parla di un volo da Fiumicino, stesso pomeriggio, stesso gate. Mi ha cercato su Facebook. Vorrei fare altre cinquanta domande, ma sono troppo confuso, così senza pensarci semplicemente apro il portafoglio, prendo gli ottanta euro che avevo e faccio per darglieli. Lei rifiuta, dice: No, solo venti. Se posso chiederteli. Ché per portarteli sono venuta da lontano. Insisto che li prenda tutti e ottanta. Lei ripete no, bastano venti. Io prendo i venti, ci nascondo dentro una banconota da dieci e glieli dò. Lei sorride. Ci abbracciamo di nuovo. Alle sue spalle, in quel momento, noto un uomo, nordafricano anche lui. La sta aspettando. Vociare dei ragazzini. La donna mi saluta e un secondo dopo non ci sono più». Avevano percorso 287 chilometri per incontrarlo, e restituirgli tutto, in barba alle procedure.

«Vorrei riabbracciarli»

«È stata una bella cosa- dice ora, mentre è in viaggio verso la Svizzera, a incontrare altri studenti - Non amo mai generalizzare, la vicenda mi avrebbe colpito egualmente se, invece di nordafricani, fossero stati italiani o svedesi. Non amo dire son tutti bravi o cattivi, ma accogliere singolarmente le persone. E pensare che fossero arrivati fin da Cagliari solo per me mi ha emozionato moltissimo: uno che usa una parte considerevole della sua giornata pe raggiungermi e darmi le mie cose mi sembra molto bello». Non deve essere neanche stata una restituzione facile: «No, ero in un posto anche difficile da raggiungere, hanno aspettato anche che finissi l'incontro con i ragazzi: c'è stata una disponibilità e un'attenzione incredibili. È bello avere la percezione che ci siano persone sconosciute disposte a usare del tempo per te: la cosa assurda è che ci stupiamo, riteniamo gesti come questi eccezionali anche se invece dovrebbero far parte della nostra quotidianità». Ora Geda è solo riconoscente e vorrebbe incontrarli di nuovo, per dire loro grazie, per ascoltare la loro storia. Ma non sa come fare: e allora, scrive su Facebook. Sperando che anche stavolta il telefono senza fili funzioni. «Vorrei solo riabbracciarli, e ascoltare la loro storia».

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Appuntamento con la storia per ricordare e festeggiare i 90 anni della Società "Dante Alighieri" di Johannesburg. C'erano tutti i rappresentanti politici e istituzionali dell'Italia in Sudafrica e assieme alla comunità italiana hanno partecipato al ricordo prima e ai festeggiamenti dopo.

Particolarmente gradita ed emozionante è stata la presenza del prof. Alessandro Masi, segretario generale della Dante Alighieri Society. Il prof. Masi ha portato i saluti e le congratulazioni del presidente, prof. Andrea Riccardi, ed ha confermato che la "Dante Alighieri" Society conserva un posto di rilievo nel cuore dell'Italia.

"L'ambasciata italiana e la rete consolare in Sudafrica continueranno a sostenere la Dante Alighieri Society e quanti operano in questo bel paese", ha dichiarato il dott. Pietro Giovanni Donnici, ambasciatore italiano in Sudafrica.

Il dott. Marco Petacco, Console Generale d'Italia a Johannesburg, ha anche sottolineato il suo sostegno pieno e incessante. Il Console Generale si è soffermato non solo sul passato della "Dante Alighieri" Society, ma anche sul suo futuro. "Questo 90° anniversario dovrà essere il tesoro a cui attingere, per costruire il futuro della Dante Alighieri Society".

Dopo gli interventi e gli attestati di stima delle autorità, il presidente della Dante di Johannesburg, cav. Gaetano Giudice, ha dichiarato: "L'articolo 10 della Costituzione italiana rispecchia la missione della Dante, il nostro obiettivo è quello di proteggere e diffondere l'amore per la cultura e la lingua italiana nel mondo. Sentire tutti questi attestati di stima mi stimola a continuare la nostra importante missione, per raggiungere altri prestigiosi traguardi".

Venerdì 29 settembre, nella sede della "Dante Alighieri" Society, è stato offerto un cocktail alle numerose personalità e sabato 30 in una sala gremita di oltre 200 ospiti, del "Johannesburg Royal Country Golf Club" si è svolta la cena conclusiva. Alla cena, fra gli ospiti d'onore, il Segretario Generale della Dante dott. Alessandro Masi, venuto per l'occasione da Roma, la dott.ssa Mirta Gentile, rappresentante dell'Ambasciata Italiana di Pretoria, il Console Generale d'Italia dott. Marco Petacco e la dott.ssa Anna Amendolagine dell'Istituto di Cultura di Pretoria, il Presidente del Comites Salvatore Cristaudi, siciliano di Riposto, il Consigliere del CGIE Riccardo Pinna e Giuseppe Berinato Corrispondente del Progetto Sicilia nel Mondo.

Tutte le componenti della comunità italiana: professionisti, artisti, diplomatici e tanti connazionali, hanno celebrato la tradizione e l'orgoglio italiano. L'evento è stato sponsorizzato in parte dall'Istituto Italiano della Cultura di Pretoria.

La "Dante Alighieri" Society ha reso omaggio ai suoi associati e alla sua storia, con una serata elegante e di grande socializzazione. Tra i discorsi, i premi e gli artisti si è vista una comunità in movimento, con tanti talenti italiani locali. Momenti di svago sono stati regalati dagli allievi di una Scuola di Ballo, che ha presentato quattro spettacoli, tutti molto interessanti e applauditi.

Alla festa di compleanno sono arrivati da importanti aziende partner dei doni, messi in palio con una lotteria, due crociere sono state sorteggiate come primo e secondo premio e poi tanti altri, per la felicità di tutti gli intervenuti.

Messina, 14 ottobre 2017

 

 

 

 

Il Direttore dott. Domenico Interdonato giornalista
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"Noi dobbiamo costruire sussidiarietà per i cinque milioni di italiani all’estero. Il nostro obiettivo, con risorse purtroppo calanti, è quello di costruire per l’Italia fuori dal’Italia un sistema di protezione paragonabile a quello italiano che dia assistenza, orientamento al lavoro e percorsi di inclusione per le giovani generazioni" -

ROMA – Nel corso della presentazione a Roma della XII edizione del “Rapporto Italiani nel mondo”, promosso dalla Fondazione Migrantes, è intervenuto Vincenzo Amendola, sottosegretario agli Esteri con delega agli Italiani nel Mondo. Amendola, nel ricordare la propria esperienza migratoria, ha sottolineato come la storia e il presente migratorio del nostro Paese siano caratterizzati dall’estrema complessità del fenomeno, che non può essere inquadrato attraverso stereotipi ed appare caratterizzato da identità plurime . Dopo aver rilevato che la mobilità rappresenta una grande possibilità per il nostro Paese ma anche una necessità del mondo globale, Amendola ha evidenziato la necessità di attrezzare il Sistema Italia per rendere il mondo degli italiani all’estero patrimonio di identità e di azione.

“L’emigrazione storica va protetta – ha precisato Amendola dopo aver ricordato la battaglia condotta nel Regno Unito per tutelare per la libera circolazione dei cittadini europei – e ad essa vanno aggiunti i figli delle seconde e terze generazioni con identità già plurima, che vivono l’italianità, anche se non parlano l’italiano. Poi ci sono le nuove generazioni che partono oggi. Dentro i 124.000 che segnala il Rapporto non ci sono però solo i ‘cervelli in fuga’, cioè coloro che hanno un patrimonio ed un bagaglio culturale fortissimo che gli permette di reggere e costruire un progetto di vita. Se la famiglia italiana che vive oltre i confini è così ampia e l’obiettivo così complesso, - ha proseguito il sottosegretario - noi dobbiamo aggiornare il meccanismo e uscire assolutamente dalla nostalgia e dalla recriminazione , dando all’emigrazione storica la dignità che merita per l’esperienza fatta, e alle nuove generazioni la forza di sentire questa identità plurima, senza chiudere il nostro paese, proprio noi che abbiamo alle spalle questo patrimonio, all’8% degli immigrati che giungono in Italia”.

Amendola ha poi segnalato come la grande crescita del nostro export sia dovuto anche alle tante imprese italiane all’estero, solo in Tunisia ve ne sono 900, che costruiscono il benessere fuori dall’Italia dando lavoro alla manodopera in loco e a tanti italiani.

“Noi dobbiamo costruire sussidiarietà – ha proseguito Amendola - per i cinque milioni di italiani all’estero. La nostra ossessione, con risorse purtroppo calanti, è quella di costruire per l’Italia fuori dal’Italia un sistema di protezione paragonabile a quello italiano. E per fare questo la nostra rete diplomatica consolare lavora per costruire, insieme alle realtà che esistono sul territorio come le associazioni regionali, i Comites, i consiglieri del Cgie, i patronati e sindacati, un sistema a maglia larga che ci consenta di arrivare al nostro obiettivo: cioè dare un segnale protezione ai nostri cittadini all’estero, e non solo per le emergenze come quella drammatica del Venezuela , ma per costruire assistenza, orientamento al lavoro e alla sanità e percorsi di inclusione per le giovani generazioni. Ricordando anche il lavoro dei nostri enti gestori, le scuole e gli Istituti Italiani di Cultura per la costruzione di una rete del patrimonio della lingua”. Una rete di protezione tra pubblico e privato che, secondo Amendola, potrebbe fornire informazioni anche a chi è in procinto di partire per un determinato Paese e dove tutti i soggetti interessati siano in grado di comunicare fra di loro facendo circolare le esperienze non solo di chi ha avuto successo, ma anche di chi prima di rinunciare e tornare in patria è in cerca di una possibilità in più. (G.M.-Inform)

Dall’italsimpata al “mondo italiano”: gli orizzonti di Riccardi (Dante Alighieri) alla presentazione del rapporto italiani nel mondo

ROMA - Le identità multiple degli italiani all’estero, il ruolo delle istituzioni chiamate oggi più che mai a fare rete, abbandonando i vecchi schemi nostalgici verso nuovi orizzonti. Questi i temi al centro delle riflessioni di Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri che è intervenuto alla presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo a Roma.

L’Italia “per decenni ha affrontato la questione migratoria con la prospettiva della italnostalgia”. La Dante – che oggi conta circa 500 comitati – “nacque dall’idea risorgimentale che la Patria non fosse solo quella dentro i confini della Nazione”. A quel tempo – era il 1889 quando fu fondata da un gruppo di intellettuali guidati da Giosue Carducci – “la Dante e l’Italia dovevano tenere vivo il ricordo di una lingua e di una cultura che l’emigrato – povero nella maggior parte dei casi – dimenticava in fretta” e negli anni “le politiche governative non hanno fatto granchè per modificare questa impostazione”, ricorda Riccardi citando i fondi che gli altri Paesi investono nella promozione della lingua e cultura che vedono l’Italia da anni come fanalino di coda.

Il Paese “pur avendo pezzi di italianità nel mondo non ha mai fatto rete”. Ma oggi “ha una chance nuova: il quadro internazionale è cambiato, il va e vieni è realtà. La globalizzazione introduce nuove prossimità e sposta i confini”.

La globalizzazione “ha provocato la ristrutturazione di tutte le identità: degli Stati, delle regioni, delle religioni, delle comunità etniche. Non è un mondo appiattivo tutto cosmopolita, piatto come a Davos”. La globalizzazione “ha prodotto un mondo di identità che si misurano, si combattono, si ripensano” tanto che oggi “il mondo globale non è più solo il mondo delle Nazioni. È anche quello delle identità personali, plurime e arricchite”.

Di fronte a questo scenario, quindi, occorre “ripensare il posizionamento internazionale del Paese con una nuova visione”.

“C’è una forte domanda di Italia e della sua lingua”, ha aggiunto Riccardi. “Gira questo mito sull’italiano come quarta lingua studiata nel mondo, lo lasciamo circolare, ma rimane un mito”, ha precisato, prima di ricordare che nella promozione occorre “qualità e competitività perché l’inglese è una necessità, l’italiano è ancora oggi una lingua di elezione”.
Per Riccardi “ci sono frammenti italiani esportabili, ma non in maniera disconnessa: sono frammenti che fanno parte di un orizzonte da allargare per collocare tutti i pezzi di Italia e di italianità: la lingua, la cultura, lo stile, l’umanesimo italiano”.

Elemento decisivo, in questo nuovo orizzonte, “la mobilità degli italiani”, che oggi continuano a partire ma che, al contrario del passato, non dimenticano la loro lingua “perché non devono più dimettere la loro identità per essere accettati. Oggi non rinunciano a inserirsi nella società di accoglienza, ma neanche alla cultura italiana. Ecco l’identità multipla”.

Per questo “dall’italnostalgia si deve passare all’italsimpatia per rafforzare un vero e proprio “mondo italiano” fuori dall’Italia dove tutto si tiene insieme; uno scenario in cui collocare anche gli immigrati che arrivano qua in Italia. Bisogna trasformare l’unidirezionalità in circolarità”.

Quello dell’identità, ha aggiunto, “è un problema non solo per chi se ne va, ma anche per chi resta. Certo sono più facili e naturali le identità all’ombra dei muri; in realtà, come osserva il franco-libanese Maluf, l’identità non è la pelle, è una maglietta spesso che si indossa, fatta di costruzioni storiche, personali, culturali, fatta di scelte. Contro il muro, l’identità non può che essere dialogica” ed è “la lingua che mette in relazione con gli altri, che dà accesso al mondo”.

In quest’ottica “la diffusione dell’italiano è decisiva. Gli Stati generali di Firenze promossi dalla Farnesina hanno dato una bella scossa; la Dante stessa è protagonista di un processo di rinnovamento, una realtà su cui la politica sta investendo in maniera più copiosa”.

L’Italia “è un paese di media grandezza che può diventare protagonista di un mondo transazionale, che si mescola con altri, ma che mantiene il suo “sapore” italiano. E allora parliamo di un “mondo italiano”; non un’appartenenza anonima”, ma caratterizzata dalla specialità di “regioni e territori”.

“Se non c’è una svolta, se il Rapporto Italiani nel mondo con i 5 milioni di italiani all’estero non si colloca in un orizzonte di italsimpata e di “mondo italiano”, se restiamo ancora legati ad una cultura di nostalgia facciamo un danno ai connazionali e perdiamo una grande opportunità”. (m.c.\aise)

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Lettera aperta del senatore Claudio Micheloni ai Senatori della Repubblica Italiana – 

Carissime colleghe e colleghi,

tra pochi giorni saremo chiamati ad esprimerci sulla nuova legge elettorale.
Come sapete, il testo confezionato alla Camera dei Deputati contiene una modifica del voto all'estero, tale da prevedere la possibilità di candidare nella circoscrizione estero anche cittadini residenti in Italia.
C'è chi dice si tratti di una umiliazione delle ragioni storiche che hanno prodotto quella legge, io tra questi, così come c'è chi lo considera un modesto cambiamento di natura tecnica, inteso a "ripristinare la reciprocità", cioè, pare di intendere, sanare una contraddizione, un'aporia. Si tratta di un argomento che considero serissimo, eppure domando la vostra attenzione non tanto per dirvi cosa penso io, ma per raccontarvi cosa ne pensano altri.
Vuole essere, questa, una lettura d'incoraggiamento, per quanti di voi dovessero condividere con me una certa malinconia nell'osservare la politica dei nostri giorni e questa legislatura che volge al termine. Sia bandito il pessimismo! La Repubblica può confidare nel futuro, forte di ingegni versatili, di stampo rinascimentale, devoti alla verità. Ve ne presento un paio.
L'onorevole Fiano, giunto al costituzionalismo muovendo dalla professione di architetto (e io, che son geometra, non posso che averne la massima considerazione), è intervenuto per sgombrare il campo da equivoci e cattivi pensieri: "Si intende, in tal modo, superare una diversità di trattamento tra cittadini italiani residenti in Italia e cittadini residenti all'estero in tema di elettorato passivo. (...) Si tratta, del resto, di una delle questioni maggiormente dibattute nel corso dell'iter di approvazione della legge sul voto degli italiani all'estero, la ben nota legge n. 459 del 2001. Da parte della dottrina sono stati addirittura avanzati dubbi sulla costituzionalità della limitazione dell'elettorato passivo ai soli cittadini residenti all'estero..."
La "dottrina": quale? Tutta? Perchè non citare qualche nome, così da non lasciarci nell'oscurità? Pensando di fare cosa utile, mi sono addentrato nell'iter della "ben nota" legge citato da Fiano, ed è pur vero che dubbi ne furono sollevati, tant'è che Tremaglia chiese pareri a diversi costituzionalisti di chiara fama: un Presidente emerito della Corte, due professori ordinari e addirittura due professori straordinari.
Li trovate qui, ma se proprio non avete tempo, sappiate che dissero tutti più o meno la stessa cosa: date le precedenti revisioni costituzionali con le quali fu istituita la Circoscrizione Estero, la limitazione dell'elettorato passivo prevista dalla L.459/2001 non solo non è in contrasto con i principi di uguaglianza e di libertà, ma costituisce la conseguenza "logica", "necessaria" del dettato costituzionale. Fiano, probabilmente, avrà consultato una versione novecentesca della Carta: cose che capitano, anche agli innovatori più incalliti.
Generoso com'è, non si è limitato alla dottrina: "Aggiungo, a mo’ di cronaca, che, per quello che riguarda il gruppo del PD, noi pensiamo che sia giusto candidare i rappresentanti delle nostre comunità all'estero." Quindi è inutile polemizzare ed è scorretto ipotizzare, anzi, dovremmo apprezzare il fatto che si fa strada un approccio indubbiamente nuovo, destinato a cambiare in profondità l'ordinamento e la nostra vita quotidiana: a che serve una norma, una odiosa costrizione, quando basta mettersi d'accordo tra persone di buona volontà? Il PD non lo farà, anzi, sfida gli altri a dimostrarsi all'altezza: con lo stesso criterio, potremmo estendere l'immunità parlamentare anche all'omicidio, allo stupro; o forse abrogare direttamente le norme che li proibiscono, legate al tempo triste in cui il legislatore non aveva considerato il principio cardine della vita civile: il buon senso.
C'è un altro pensatore, in questo caso un ragioniere, anch'egli attorniato mattina e sera da costituzionalisti prodighi di consigli, che segue l'impostazione di Fiano ma, essendo più alto in grado, si concede una variazione sul tema degna della massima attenzione: l'onorevole Rosato.
"Capisco e rispetto chi dice che quella esclusività deve rimanere... Vorrei però che si ragionasse anche di un altro profilo: in una fase in cui la mobilità internazionale si sta sviluppando fortemente, assumendo caratteri di maggiore dinamismo e anche di sensibile circolarità tra diversi luoghi di lavoro e iniziativa professionale e imprenditoriale, è giusto o sbagliato rendere più flessibili i criteri di accesso della rappresentanza in modo da cercare di raccogliere anche queste istanze? E' sicuro che la realtà estera, nel suo complesso, sia meglio conosciuta da chi per decenni non si è mai spostato da un luogo di lavoro e di vita, anziché da chi ogni giorno la frequenta spostandosi da un'area ad un'altra e da un Paese ad un altro, come ormai da tempo sta accadendo?"
Dubbio certamente legittimo, pur essendo curiosa questa rappresentazione in cui gli emigranti non si schiodano da casa; chi siamo noi per giudicare? Verrebbe dunque da pensare che il PD intenda attingere a queste risorse residenti negli aeroporti: manager, imprenditori, intermediari della 'Ndrangheta. Ma non è così: "Confermo che il PD alle prossime elezioni saprà valorizzare... l'impegno dei singoli e la spinta collettiva che ha fatto di quelle esperienze un punto avanzato delle battaglie politiche di questi anni. E tutto questo è possibile proprio perché i nostri candidati sono residenti nei continenti che rappresentano, forti del loro radicamento."
Ricapitoliamo: da una parte si rivendica la correzione di una presunta discriminazione, originata dal dettato costituzionale, con una legge ordinaria; dall'altra ci si interroga su quanto sarebbe più moderno e dinamico approfittare della nuova opportunità, ma vi si rinuncia (per adesso, perché in politica "valorizzare" non vuol dire candidare). E così ci liberiamo di quell'altro vetusto orpello del passato che è il principio di non contraddizione: Aristotele non avrebbe trovato posto nel PD, indipendentemente dalla sua residenza.

La Confsal Unsa Esteri sui candidati residenti in Italia: altro esempio di arroganza della partitocrazia

ROMA - “Anche noi abbiamo la nostra da dire sulla riforma del voto italiano all’estero: non hai mai messo piede all’estero? Non ti preoccupare: sarai il nostro candidato per l’America, per l’Australia, per l’Africa o per l’Europa. Ci penserà il tuo partito a piazzarti bene! Saranno questi i discorsi delle centrali operative dei partiti politici italiani, in vista delle prossime elezioni?”. A chiederselo è il coordinamento esteri della Confsal Unsa, che commenta ferocemente la riforma del voto all’estero contenuta nella legge elettorale approvata dalla Camera, ora all’esame del Senato. 
“La riforma della legge elettorale prevede, infatti, che per candidarsi in una circoscrizione estera non è più necessario il presupposto della residenza oltreconfine”. Il Coordinamento Esteri “sta nuovamente puntando il dito su una decisione “politica” perché questi sono anche fatti nostri! Se partiamo dal presupposto che il lavoro è regolato dalle leggi dello Stato e che queste leggi sono fatte in Parlamento e scritte e corrette e approvate da parlamentari, il lavoro parlamentare rientra nei “fatti nostri”. E se consideriamo che grande parte degli iscritti alla Confsal-Unsa/Coordinamento Esteri vive, lavora e ha i propri interessi quotidiani all’estero, la legge sul voto italiano oltre confine fa parte dei “fatti nostri”. E nasce da qui – e solo da qui - l’esigenza di chiedersi, dopo la riforma elettorale: gli interessi dei lavoratori italiani all’estero – ivi inclusi quelli della Farnesina - sottoposti in futuro alle tattiche elettorali dei partiti politici?”.
E ancora: “Con chi dovremmo interloquire in futuro, per portare le questioni dei nostri lavoratori all’estero all’attenzione del Parlamento? Con bravi soldati di partito, premiati con una buona candidatura in qualche lista blindata sulla circoscrizione estero? Speriamo di no. Speriamo – prosegue il sindacato – di non dover parlare dei servizi consolari con chi non ha mai fatto una fila davanti a un Consolato. Speriamo di non dover parlare del necessario rafforzamento della Rete consolare a favore degli italiani all’estero con chi all’estero non ha mai dovuto recarsi in ricerca di una sistemazione. Speriamo di non dover parlare della necessità di ridurre ambasciate e consolati al servizio della vanità di alti funzionari, per riportarli al servizio di una collettività italiana all’estero di quasi sei milioni di cittadini, con chi non ha mai visto un funzionario in vita sua. Speriamo di non dover parlare in futuro della stringente necessità di miglioramento delle condizioni di lavoro delle Aree Funzioni e del personale a contratto in servizio sulla Rete estera con chi non conosce nemmeno da lontano la strutturazione interna del personale di ambasciate e consolati”. 
“Speriamo – continua la Confsal Unsa – che i partiti politici ricevano la spinta sufficiente per candidare unicamente iscritti AIRE, al fine di ostacolare lo svuotamento del significato del voto all’estero, quale importante momento di emancipazione di coloro i quali, nonostante la lontananza, continuano a sovvenzionare e sostenere il proprio Paese. E mentre noi speriamo, - denuncia il coordinamento esteri – piomba un’altra decisione sugli italiani all’estero, senza interpellare chi all’estero veramente ci vive e ci lavora. Un altro esempio dell’arroganza e dell’autosufficienza della partitocrazia, mentre dal centro dell’Europa ci giungono lezioni di vita e di democrazia”. 
“Risale a poche settimane fa – ricorda il sindacato – la partecipazione di Angela Merkel, la donna alla guida di uno dei Paesi più potenti al mondo, al congresso del sindacato del pubblico impiego tedesco VERDI. Attenzione: la signora Merkel sente la necessità di interloquire con i sindacati. La Signora Merkel che gestisce un potere immane. Una gestione di potere che ha però una sola ragione di essere: il dialogo democratico accompagnato da serietà e umiltà. Serietà e umiltà che il Coordinamento Esteri della Confsal/Unsa continuerà a chiedere instancabilmente a chiunque gestisca poteri conferiti dallo stato e che – conclude il sindacato – intaccano coloro che per questo stato lavorano quotidianamente con serietà e con umiltà”. (aise) 

 

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Roma - Da gennaio a dicembre 2016 le iscrizioni all’AIRE per solo espatrio sono state 124.076 (+16.547 rispetto all’anno precedente, +15,4%), di cui il 55,5% (68.909) sono maschi. Il 62,4% sono celibi/nubili e il 31,4% coniugati/e. E’ quanto si legge nella XII edizione del “Rapporto Italiani nel mondo”, della Fondazione Migrantes, presentato il 17 ottobre a Roma.

Oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia alla volta dell’estero nell’ultimo anno ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni (oltre 9 mila in più rispetto all’anno precedente, +23,3%); un quarto ha tra i 35 e i 49 anni (quasi +3.500 in un anno, +12,5%).

Le partenze non sono individuali ma di “famiglia” intendendo sia il nucleo familiare più ristretto, ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia “allargata”, quella cioè in cui i genitori – ormai oltre la soglia dei 65 anni – diventano “accompagnatori e sostenitori” del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale).

A questi si aggiunga il 9,7% di chi ha tra i 50 e i 64 anni, ovvero i tanti “disoccupati senza speranza” tristemente noti alle cronache del nostro Paese poiché rimasti senza lavoro in Italia e con enormi difficoltà di riuscire a trovare alternative occupazionali concrete per continuare a mantenere la propria famiglia e il proprio regime di vita.

Le donne sono meno numerose in tutte le classi di età ad esclusione di quella degli over 85 anni (358 donne rispetto a 222 uomini): si tratta soprattutto di vedove che rispondono alla speranza di vita più lunga delle donne in generale rispetto agli uomini.

Secondo monsignor Guerino Di Tora, presidente della fondazione Migrantes “oggi la migrazione è un fenomeno globale e bisogna coniugare il diritto di partire e il diritto di restare. E’ doveroso dare la possibilità a tutti di restare nella propria terra”.

L'emigrazione è un "fenomeno complesso e in costante trasformazione" che va compreso è studiato: "Lo studioso deve affiancare le istituzioni. E' necessario il passaggio dallo studio all'azione, all'operatività".

Guardando al dettaglio regionale resta la preponderanza (50,1%) dell’origine meridionale dei cittadini italiani iscritti all’AIRE (Sud: 1.632.766 e Isole: 859.547, +47.262 rispetto ai 2.445.046 iscritti di origine meridionale nel 2016), mentre il 34,8% è di origine settentrionale (Nord-Ovest: 817.412 e Nord-Est: 806.613, +82.892 rispetto a 1.624.025 del totale Settentrione del 2016) e, infine, il 15,6% è originario del Centro Italia (774.712, +32.620 rispetto al 2016).

A livello provinciale torna il protagonismo del Meridione. Tra i primi quindici territori provinciali, infatti, solo tre sono del Nord Italia. Ad esclusione della Provincia di Roma, in prima posizione, si distinguono solo Milano, Torino e Treviso rispettivamente in sesta, nona e decima posizione. Nell’analisi comunale, accanto a grandi aree urbane vi sono territori dalle dimensioni molto più ridotte ma dalle incidenze molto più elevate. Tre esempi, tutti siciliani e più specificatamente agrigentini, estratti dalla graduatoria dei primi 25 comuni per numero di iscritti all’AIRE nello stesso comune sono: Licata (16.236 residenti all’AIRE e un’incidenza del 43,4%); Palma di Montechiaro (11.014 residenti e 48,0%) e Favara (10.319 e 31,7%).

I valori dello stato civile seguono l’aumento generale con alcuni lievi cambiamenti: aumentano i nubili o celibi (57,0%, +2,7 milioni) mentre i coniugati scendono di un punto percentuale rispetto al 2016 (36,5%, +1,8 milioni). Il divorzio caratterizza l’1,9% (+117 mila) e lo stato di vedovanza l’1,9% (+123 mila). - (NoveColonneATG)

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