Monday 22nd May 2017


Storie di Italiani

Marisa e Uliano: una vita per due

Due vite per la musica e per il canto, due destini che si incontrano e confluisc...

Storie di italiani

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Due vite per la musica e per il canto, due destini che si incontrano e confluiscono in un solo percorso esistenziale destinato a sfidare il tempo e lo spazio. Sembra la materia di cui sono fatte le favole, dove il bello e il buono trionfano sempre sul brutto e sul cattivo. E invece in questo caso è la storia vera e vissuta di due grandi e modesti protagonisti della scena musicale di Città del Capo, tanto grandi da potersi permettere di non attribuire alcuna importanza alle esteriorità così care a personaggi di gran lunga minori. Sono Marisa Farella e Uliano Marchio. Chi non li ricorda, lui seduto con la sua inseparabile chitarra, lei in piedi accanto a lui, in tutte le occasioni importanti della comunità italiana del Capo? Non hanno mai detto di no a nessuno. Nel 2015 hanno festeggiato le nozze d'oro. In questi giorni festeggiano il 52.mo anniversario e questo è il nostro regalo. Insieme o separatamente hanno calcato le tavole dei palcoscenici dei teatri del Sud Africa e di tanti altri paesi. La loro è la storia che oggi vorremmo raccontarvi. E siccome nella vita si entra separatamente e si cammina da soli anche quando ci si unisce in matrimonio, le storie da raccontare sono in effetti due, quella di lui e quella di lei. Cominceremo da quella di lei.

Marisa Farella nasce nel 1944 a Giovinazzo, bellissimo e antico insediamento romano a pochi chilometri da Bari. La guerra sta per finire e presto la sorella maggiore, Santina, sposa un militare del corpo di spedizione sudafricano aggregato alle truppe alleate e diventa la signora Harrison. Il tempo di fare i documenti e la coppia parte per Città del Capo, da dove Santina poi richiama tutta la famiglia lasciata a Giovinazzo: papà, mamma, due fratelli e la sorella Marisa. E' il 1951 e Marisa ha appena raggiunto l'età scolastica. Nelle scuole sudafricane si distingue soprattutto per la bella voce ereditata dalla mamma e per il senso musicale trasmessole dal papà che suonava la tromba nella banda del paese.

Dopo qualche anno gli italiani del Capo, ma specialmente la signora Zaina e il figlio Virgilio, destinato a diventare nel tempo direttore dell'Olivetti Africa, la convincono a entrare a far parte di un gruppo di dilettanti. Il passaggio obbligato è una trasferta a Camps Bay per provare la parte della protagonista in un musical che sta per andare in scena. Le chiedono di fare un "do acuto" e le fanno i complimenti, ma poi le dicono che la parte è andata a un'altra. Marisa prova così la prima delusione, ma subito dopo si prende la rivincita perché i selezionatori ammettono di aver sbagliato e le chiedono se se la senta di subentrare nel ruolo a pochi giorni dall'andata in scena. Accetta e così fa il suo debutto e riscuote un grande successo cantando in pubblico per la prima volta nel ruolo di "Naughty Marietta".

Sembra fino a quel punto il fatto più importante della sua vita, ma in realtà nel frattempo è anche successa un'altra cosa che avrà un peso molto, ma molto più grande nel suo destino: ha incontrato un ragazzo che si chiama Uliano Marchio e che con quasi tutta la sua famiglia e alcuni altri ragazzi compone la Venetian Mandolin Band. E' nato a Cape Town e tutti gli anni partecipa con la sua orchestrina al Community Carnival nel De Waal Park. Quell'incontro ha fatto scoccare in Uliano una scintilla che non si spegnerà mai più, ma di questo riparleremo più avanti.

Gli italiani che chiedevano di cantare al Carnival erano diversi e fra loro anche Angelo Gobbato, agli inizi di una carriera che lo avrebbe portato ai vertici del mondo musicale di Cape Town. E un giorno arrivò anche il signor Angelo Farella con la figlia ormai sedicenne. Le bastò la prima canzone, "Ciribiribin", per mettere in risalto le sue grandi qualità: oltre ad avere una bellissima voce, era intonatissima e aveva un infallibile senso del ritmo. Le chiesero seduta stante di partecipare a un altro concerto e così, per forza di cose, dovette incontrare Uliano almeno due o tre volte l'anno. Nel 1962 è la protagonista di uno spettacolo che il gruppo di Camps Bay mette in scena al Teatro Labia e con il quale entra per la prima volta in uno dei templi della grande musica.

Intanto però Uliano ha deciso di andare a Londra a studiare chitarra classica. Un venerdì si presenta alla scuola di lei per dirle che parte e che vuole salutarla. L'accompagna a casa con la sua macchina. Lei si fa lasciare all'angolo e gli dice che la settimana dopo avrebbe interpretato Marietta. Lui le fa avere un mazzo di fiori. Poi si imbarca per Londra, pensando "chissà se torno". E' il 1962 e lui ha 25 anni, lei 18. Le manda una cartolina da Madeira. Poi sbarca a Londra e vi rimane per qualche tempo, ma alla fine di quell'anno si sposta a Barcellona, dove per la prima volta negli ultimi 80 anni cadde la neve. Quel Natale, all'uscita della Messa di mezzanotte, nevica. Tutti attoniti per lo stupore e la meraviglia. Qualche giorno dopo scrive a Marisa, sua "penfriend", "Mi aspetteresti?". Marisa apre la lettera e la passa alla sorella perché la legga e ne faccia la traduzione alla mamma. La reazione è un "visto che te lo dicevo?". "Scrivo sì?". "No, non devi sembrare troppo disponibile". Due settimane di commedia all'italiana, fra sì, no e forse, e poi la risposta: "Sono troppo giovane, dammi un po' di tempo".

Uliano a Barcellona fa progressi, suona anche per la radio spagnola, poi decide di fare un giro in Europa. Autostoppista. Qualche volta si riduce a dormire sotto i ponti o nelle stazioni. Mangia poco e dopo lunghi intervalli. Arriva in Norvegia e riesce a suonare in un programma radiofonico di chitarra classica. Gli fanno l'audizione e poi lo "registrano". Gira per le strade di Oslo quando si sente chiamare per nome. E' la signora della stazione radio. Gli dice: "La tua musica è piaciuta, puoi passare a prendere il compenso". Soldi che gli basteranno per un bel po' e che gli permettono di raggiungere anche la Germania.

Intanto Marisa (nella foto sopra in una scena con Angelo Gobbato) ha preso lavoro alla BP e incontra regolarmente la signora Agnes Marchio, vedova da quando Uliano aveva 13 anni. Insieme aspettano il ritorno del figlio, che avviene alla fine del 1963. Nel gennaio del 1964 si fidanzano, nel febbraio del 65 si sposano. Nel febbraio del 2015 festeggiano le nozze d'oro.

Dopo il ritorno di Uliano, Marisa si rimette a studiare canto, ma la svolta importante arriva nel 1972, quando la coppia si trasferisce in Europa e Marisa va a studiare alla Royal Academy di Londra. Al ritorno a Cape Town cambia insegnante e presto viene scelta per il ruolo di Mimì in una Boheme della quale il regista è Angelo Gobbato (con lei nelle vesti di cantantenella prima immagine del fotomontaggio in fondo all'articolo), mentre il tenore che veste i panni di Rodolfo arriva dal Covent Garden, è canadese, si chiama Andrè Turp, ha studiato a Milano e il suo italiano è perfetto. Diventano amici e lui prende l'abitudine, quando è a Cape Town, di andare ad assistere alle sue lezioni di canto. Qualcosa non lo convince e Turp si offre di continuare a insegnarle lui. Lezioni nel bagno della piccola casa dei Farella. Poi una parentesi londinese con almeno due ore e mezza di lezione al giorno e infine il rientro a Cape Town per una "Traviata" in inglese che fa andare Turp fuori dai gangheri perché a suo parere la lingua inglese non ha nulla a che vedere con l'opera. Alla fine della rappresentazione l'insegnante abbandonato va a congratularsi con lei e le dice: "Se tu fossi rimasta con me non avresti mai potuto cantare così". Quella Traviata va in tournèe in tutta la provincia del Capo, che all'epoca includeva anche l'Eastern Cape.

Uliano, dal canto suo, costruisce una brillante carriera da musicista e insegnante di musica. Dalle sue lezioni nasce la cattedra di chitarra classica al College of Music dell'Università di Cape Town. Racconta: "Non ero un pesce grande in un piccolo mare, ero l'unico pesce". Due concerti al mese alla radio, concerti da solista con la Cape Town Simphony Orchestra nella City Hall.

Intanto a Pretoria la cantante che doveva fare la parte di Annina deve rinunciare per un lutto in famiglia e chiede a Marisa di sostituirla. Il critico musicale dell'epoca, abitualmente molto esigente e severo, scrive di quella prestazione: "Una voce di lusso per questo ruolo secondario".

Nel 1982, anno dei mondiali di calcio, a Marisa viene offerto il ruolo di protagonista nel "Suor Angelica" di Puccini per due rappresentazioni al Teatro Romano di Benevento. La notizia arriva all'ambasciata del Sud Africa a Roma, dove i Marchio sono ben conosciuti, e Uliano riceve a sua volta l'invito a portarsi la chitarra per tenere con la moglie un concerto nella sede della rappresentanza diplomatica. Rientrati in Sud Africa, si guardano e si dicono: "Andiamo in Italia?". Così decidono di andare per un paio d'anni a Roma. Ma le cose vanno così bene che si fermano in Italia per i successivi vent'anni. Abitano in un monolocale a Borgo Pio, poi traslocano a Prato Falcone e infine a San Lorenzo, vicino alla stazione Termini, dove finalmente hanno anche il telefono. Lavorano in Italia e anche all'estero nei programmi del Ministero degli Esteri, grazie ai quali visitano Turchia, Grecia, Polonia, Inghilterra, Spagna e Bagdad. Nel 2004 il rientro, dopo essersi di nuovo guardati e aver deciso insieme di voler tornare. Uliano riprende l'insegnamento alla Westerford High School e alle Lambrechts School, dove ancora oggi entrambi insegnano, Marisa alla scuola di musica.

Il ritorno a Roma era stato causato da una telefonata che li invitava all'Hilton perché a Marisa era stato assegnato il Premio Mario Del Monaco, che le fu consegnato dalla moglie e dal fratello del grande tenore. Fu una intensa stagione, che la vide cantare anche nella chiesa di San Clemente, poi a Trieste nella "Coscienza di Ulisse" al fianco di Fernando Pannullo e Giulio Pizzirani e poi al Festival di Todi dove fu premiata con la Maschera con lauro d'oro che aprì le porte del Maurizio Costanzo Show. Scaparro la volle conoscere e le offrì il ruolo della cantante in cerca di lavoro nel Teatro Comico di Goldoni con Pino Micol e Valeria Moriconi al Teatro di Vicenza - tutto di legno, costruito nel 1585. Infine un mese di repliche a Roma.

Ecco. Questa, frammentaria e lacunosa, è la storia di due grandi persone, una grande donna e un grande uomo, che per grazia di Dio sono ancora fra noi, nella nostra comunità, modesti e sempre disponibili, pronti a suonare e cantare ogniqualvolta si chiede loro di farlo per una ricorrenza o una festività. Dobbiamo tutti esserne veramente orgogliosi.

Ciro Migliore

Perché Uliano?

Al termine di una lunga chiacchierata per poter stendere l'articolo qui sopra, non siamo riusciti a sopprimere la curiosità e abbiamo fatto la domanda che da tempo chiedeva insistentemente di essere formulata: "Perché Uliano?". E la risposta ha reso necessario ancora un periodo di attesa: "Ve lo dirò la prossima volta che ci vedremo".

La prossima volta Uliano Marchio è arrivato con un libretto  di poco più di un centinaio di pagine.Intestazione: "Diario Italiano". Titolo: "Disertore a Vladivostok". Autore: Francesco Marchio. E in fondo alla copertina, a destra, una striscia nera diagonale con sopra scritto: "Premio Pieve - Banca Toscana 1994". Così il mistero invece di sciogliersi si infittiva. Poi la spiegazione.

Il libro contiene i ricordi di guerra del padre di Uliano, Francesco. Fu il figlio a trovare il manoscritto e a farne dono all'Archivio dei memoriali, diari ed epistolari di Pieve Santo Stefano, unico nel suo genere in Italia. Nel 1991 fu pubblicato e tre anni dopo anche premiato. Nelle sue pagine la spiegazione di quel nome insolito.

Per farla breve, dovete sapere che Francesco Marchio, nato a Fiume nel 1887 e quindi cittadino suo malgrado dell'Impero Austro-Ungarico, fu arruolato, ancora suo malgrado, nel 1914 e spedito con le truppe austro-ungariche a fronteggiare i russi in Galizia e poi altrove. A Vladivostok disertò, assieme agli altri italiani in divisa austriaca, arrivò fino in Cina e poi rifece tutta la strada a ritroso per tornare nel 1920 a Fiume, diventata italiana.

Una guerra che non avrebbe mai voluto fare, prima di tutto perché si sentiva italiano e poi perché era fra i giovani proletari che in quegli anni si erano perdutamente innamorati degli ideali comunisti. Innamorato al punto da dare al figlio come nome il cognome del massimo esponente di quella nuova e affascinante proposta politica, noto in tutto il mondo e a tutte le generazioni con il nome di Lenin, ma in effetti titolare dei nomi Vladimir Ilyich Ulyanov. Uliano, appunto. Mistero svelato.

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"Mandi" - ha detto il console Alfonso Tagliaferri rivolgendosi domenica ai friulani e amici radunatisi nell'azienda vinicola Da Capo della famiglia Bottega per festeggiare il trentacinquesimo anniversario della nascita del Fogolar Furlan del Capo -. Poi ha estratto dalla tasca il suo cellulare e ha fatto ascoltare la musica di "Mandi Friul" in versione jazz, registrata d'impulso qualche sera prima al concerto del complesso Dark Dry Tears di Danilo Gallo a Città del Capo. Due momenti ulteriori di friulanità che hanno sigillato una giornata nella quale è stato facile sentirsi tutti friulani e partecipare, come ha detto il console, alla festa di un popolo e di una lingua che arricchiscono l'inestricabile mosaico che compone e rende tanto difficile da capire ma anche tanto facile da amare la nostra meravigliosa nazione italiana.
Friuli dappertutto: nel panorama fatto di colline verdeggianti e di vigneti sparsi negli spazi lasciati liberi dalla vegetazione indigena, nei vini degli assaggi che hanno aperto in vero stile friulano la festa; nei ricordi di Michela Sfiligoi che ha fatto dell'assaggio dei vini un verso corso di cultura enologica, affiancata e sostenuta da Giorgio Dalla Cia, Roberto Bottega e Pedro Estrada Belli dell'azienda Vinotria che importa i vini del Collio, dei Colli Orientali e delle Grave del Friuli; nel menù che offriva anche salsicce, brovada e frico e si chiudeva con un tiramisù che ha visto recentemente riconosciuta la sua origine friulana; nel risuonare di tante conversazioni in marilenghe nel salone del ristorante; nel messaggio del presidente di Friuli nel Mondo Adriano Luci; nel grande striscione che proclamava orgogliosamente il raggiungimento del trentacinquesimo compleanno; nel mosaico dell'artista Tafara Karidza che riproduce il simbolo del Fogolar; nella chiacchierata in friulano della vice presidente Marina Martin; nei formaggi tipici friulani importati da Cheese Affair di Andrea Vola; nella grande torta al cioccolato con le sue 35 candeline; nei ricordi legati al quarantesimo anniversario del terremoto, risvegliati dalla proiezione del documentario "Quando la terra chiama", proiettato a fine giornata per la prima volta lontano dall'Italia.
Come sempre, nello stile del Fogolar, brevi i momenti sottratti al convivio dai discorsi e dalle inevitabili e necessarie pause dedicate ai ringraziamenti, due dei quali diretti alla presidentessa Giuliana Loi Cockcroft, la più giovane nella storia dell'associazione, che ha dato al Fogolar nuova vitalità e ha portato alle sue manifestazioni una crescente partecipazione di giovani. Un ringraziamento anche a Roberto Bottega e alla sua famiglia per l'ospitalità e la perfetta organizzazione dell'evento, e uno agli chefs emersi dalla cucina per il caloroso applauso meritato grazie alla bontà di un menù per loro quasi completamente sconosciuto eppure realizzato con bravura tale da fare arrossire qualsiasi ristorante friulano.
E non possiamo dimenticare il dono meraviglioso fatto dal maestro Angelo Gobbato, il quale, rispondendo alle sollecitazioni del capo famiglia Alberto Bottega, ha offerto un'interpretazione di "Mamma" ricca di sentimento e di amore, interpretando i sentimenti di tutti i peresenti. Molto gradita anche l'insolita esibizione dei coniugi Dalla Cia in veste di interpreti di canzoni popolari italiane.
Una doverosa deviazione dalla friulanità la presenza dei bucatini all'amatriciana, graditi da tutti non soltanto perché molto buoni ma soprattutto perché nessuno come i friulani (e naturalmente gli aquilani) è in grado di comprendere la tragedia che ha colpito il paese di Amatrice e le zone circostanti a causa del recente terremoto. I friulani hanno così partecipato alla gara di solidarietà che coinvolge i ristoranti italiani nel mondo, impegnati a versare al fondo pro terremotati una porzione dei proventi procurati da ogni piatto di pasta all'amatriciana. In più hanno dato un ulteriore contributo attraverso l'acquisto dei biglietti di una lotteria che offriva in premio un pranzo per due al ristorante dell'azienda vinicola Idiom, orgoglio dei Bottega.
Il giorno della friulanità adesso è storia, ma la friulanità è una ricchezza destinata a durare per sempre.
La cronaca della giornata si completa con un accenno alla presenza fra gli ospiti del primo segretario dell'Ambasciata d'Italia in Addis Abeba, Giuliano Fragnito, al Capo per una breve vacanza, con il discorso della presidentessa Giuliana Loi Cockcroft e con il messaggio di Adriano Luci, che vi proponiamo qui di seguito così come sono stati letti ai presenti in sala:
 
Discorso del Presidente
Welcome to all of our members and friends and special guests. A special welcome to our Italian Consul Alfonso Tagliaferri.
Thirty five years ago, almost to the day, on 26 October 1981, Luigi Bottega, Giovanni Colussi, Angelo Schincariol, Gabriella Stefanutto and Biagio Talotti formed Fogolar Furlan Cape Town. This was after a wonderful evening of Friulan fellowship held at Friends of Italy in July 1980. Since then the Fogolar and its many committee members and presidents have organized at least 4 events each and every year, including Christmas Parties, lunches and picnics. It is an honour to be involved with this Fogolar and we are arguably the only active Italian regional organisation in the Western Cape. Fogolar Furlan Milano celebrated their 70th anniversary last week! So we are quite young. New Fogolars keep being added to the 157 in existence, from Madagascar to Michigan, the fires keep burning. I am sure you will all agree that we should keep it going for at least another 35 years.
In solidarity with the victims of the recent earthquake in central Italy, an in commemoration of 40 years since the earthquake in Friuli, we will be collecting donations towards the Amatrice Fund during the course of the day. Idiom restaurant and Fogolar Furlan will also be donating funds towards this. Each R20.00 collected qualifies for a lucky draw. On your tagles you will find information on this as well as info on the documentary we are going to show after lunch. This is the first time "Quando la terra chiama" will be shown outside of Italy and should not be missed.
Porgo il benvenuto a tutti i soci, amici ed ospiti qui presenti. Uno speciale benvenuto al Console Italiano di Città del Capo, Alfonso Tagliaferri.
Trentacinque anni fa, quasi esattamente da oggi, il 26 ottobre 1981, Luigi Bottega, Giovanni Colussi, Angelo Schincariol, Gabriella Stefanutto e Biagio Talotti formarono il Fogolar Furlan di Città del Capo. Ciò accadde dopo una piacevole serata in amicizia, tenutasi durante Friends of Italy nel luglio 1980. Da allora, il Fogolar con i suoi vari comitati e presidenti ha organizzato almeno quattro eventi ogni singolo anno, come il paryy di Natale, i pranzi e i picnic.
E' un onore fare parte di questo Fogolar, essendo questo l'unica associazione regionale italiana in attività nel Capo Occidentale. Il Fogolar Furlan di Milano ha celebrato i 70 anni la scorsa settimana! Per cui siamo ancora giovani. Nuovi Fogolars vengono continuamente fondati in aggiunta ai 157 esistenti, dal Madagascar al Michigan, i focolai continuano a bruciare. Sono certa che converrete con me che dovremo portare avanti l'attività per almeno altri 35 anni.
In solidarietà con le vittime del recente terremoto in centro Italia, e in commemorazione dei quarat'anni dal terremoto del Friuli, raccoglieremo donazioni a favore del Fondo Aatrice durante il corso della giornata. Inoltre, anche il ristorante Idiom e il Fogolar Furlan doneranno fondi in favore della suddetta causa. Ogni R20 che raccoglieremo darà diritto a partecipare a un'estrazione a sorpresa. Sui vostri tavoli troverete informazioni al riguardo, nonchè informazioni sul documentario che proietteremo dopo pranzo. Questa è la prima volta che "Quando la terra chiama" viene mostrato al di fuoi dell'Italia, non perdetevelo.
We would like to extend our sincere gratitude and appreciation for all of the hard work and dedication provided by the following:
- Roberto Bottega and family for once again opening their beautiful venue for this occasion and for the fantastic food.
- To Lidia Swain, Giuseppina Loi, Lindo Borean, Rosemary Richard, Renata Dutra for all your assistance.
- To you the members and friends, thanks for your undying support.
- Thanks to our exceptionally talented mosaic artist Tafara Karidza, a graduate from the Spier Arts Academy who is creating our beautiful 35th anniversary mosaic.
- Thanks to Stanislav Angelov for providing the accordion music.
- Ente Friuli nel MOndo for their support and for the gifts they have sent us.
Marina Martin, our Vice President, will read a letter from Adriano Luci, the president of Ente Friuli nel Mondo, our parent organisation in Udine.
Thanks again for being here today and I hope you are enjoing the day so far.
 
Messaggio di Adriano Luci
Il 35.mo anniversario del Fogolar Furlan di Cape Town costituisce un traguardo prestigioso, testimone della vitalità di un sodalizio che ha saputo farsi interprete delle migliori e più autentiche caratteristichedell'identità friulana ed affermarsi, con le sue meritorie iniziative, nel novero delle comunità nazionali presenti in Sud Africa.
A nome mio personale, degli Organi Direttivi e di tutti i Soci dell'Ente Friuli nel Mondo, desidero far giungere il più sentito ringraziamento a tutti coloro che, in questo lungo tempo, hanno contribuito ad animare il Fogolar, adoperandosi per la conservazione e promozione della lingua, delle tradizioni, della cultura e dei valori della nostra terra.
I Friulani giunti in Sud Africa hanno scritto con il loro lavoro, il loro sacrificio e la forza dei loro ideali personali e sociali, pagine di storia delle quali oggi possono andare fieri; pagine che onorano il Friuli e delle auli tutti i Friulani, ovunque residenti, si sentono parimenti orgogliosi.
Formulo per questo a lei, cara Presidete Giuliana Loi Cockcroft, ed a tutti gli amici friulani oggi presenti le espressioni di più viva gratitudine per l'esemplare spirito che Vi guida dal 1981, con l'augurio che il Vostro esempio possa rinnovarsi e sempre più rafforzarsi nel passaggio delle generazioni.
Colgo l'occasione per ringraziarVi per l'attenzione che avete sempre dedicato alle iniziative promosse dall'Ente Friuli nel Mondo e, cello stesso tempo, Vi confermo come la sede di Udine intenda esserVi sempre vicina e partecipe delle Vostre attività.
Purtroppo, concomitanti impegni istituzionali non mi consentono di essere con voi oggi a Cape Town ed affido i miai saluti a queste righe. Vi prego di accogliere le espressioni del mio sincero rammarico e spero di poter incontrarVi in una prossima occasione.
Con questo auspicio Vi saluto con un fraterno mandi di cur ed auguro al Fogolar Furlan ancora tanti anni di attività e di meritati successi, nel segno dell'armonia e della solidarietà fra tutti i suoi soci, le loro famiglie e l'intera comunità di Cape Town che vi ospita.
 
Siamo debitori verso Giuseppina Loi per gran parte delle fotografie che arricchiscono questa pagina.
 
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Guido Raffaele Monzali

Nato a Zocca di Modena, piccolo villaggio di montagna vicino a Bologna, il 14 marzo 1877, da genitori poveri, Guido Raffaele Monzali era destinato a diventare un gigante in Sud Africa, tanto grande che probabilmente non se ne vedrà mai più l’uguale.

A 14 anni, dotato di scarsissima educazione, decise di emigrare in America alla ricerca di un futuro per sé e della possibilità di aiutare la famiglia rimasta a casa. Quelli erano tempi difficili in Italia e non c’era il tempo di essere adolescenti. I bambini poveri passavano direttamente dall’essere dati in adozione a diventare adulti, uomini e donne. Con l’unico patrimonio rappresentato da ciò che avevano loro insegnato i genitori, questi giovani si avventuravano nel mondo e andavano incontro a un futuro oscuro, nella speranza di guadagnare abbastanza per fare una vita dignitosa e migliorare la loro condizione sociale.

Giunto nel Midwest americano, Guido fu costretto ad accettare un lavoro da minatore per alcuni anni, rientrando in Italia brevemente per ripartire subito dopo e andare a lavorare alla ferrovia Transiberiana a Vladivostok, in Russia. Poi da lì al Sudan, nella torrida Africa, per partecipare alla costruzione di una diga in quel paese e imparare un nuovo mestiere.

Nel 1898, già con un’intera vita alle sue spalle, ma appena ventunenne, mentre era tornato a lavorare in Europa, arrivò la chiama per il servizio militare nell’Esercito Italiano e la sorte lo rispedì in Sudan, dove era in corso la guerra contro i Dervisci, scoppiata al confine con l’Eritrea, divenuta colonia italiana. Qui ebbe modo di distinguersi nuovamente e per il suo valore fu decorato dopo una battaglia per aver salvato la vita di un commilitone esposto al fuoco nemico.

Fra i corrispondenti di guerra in quel conflitto era anche il futuro comandante della Legione Italiana nella prossima Guerra Boera in Sud Africa (1899-1903), Camillo Ricchiardi.

Terminato il servizio militare, Guido tornò alla costruzione di ferrovie in Svizzera e poi andò a lavorare anche a Parigi prima di partire per il lontanissimo continente australiano, continuamente accumulando esperienza e migliorando le proprie qualifiche di costruttore. Ma si ammalò nel Madagascar, isola dell’Oceano Indiano, e fu trasferito via nave a Durban, dove arrivò alla fine della guerra anglo-boera, alla veneranda età di 25 anni. Qui riuscì ad aggiudicarsi il suo primo contratto che consisteva nel raccogliere legna da ardere per i civili internati in un campo di prigionieri di guerra britannico.

Il sogno di Guido era però sempre stato quello di avere una propria impresa di costruzioni. L’occasione si presentò quando vinse un contratto con la “Middelton Brothers” di Durban per la costruzione di una linea ferroviaria lungo la costa del Kwa Zulu-Natal. Completato con successo questo primo progetto e soddisfatte le aspettative degli appaltatori, gli fu subito assegnato un nuovo contratto per il tronco di ferrovia fra Pietermaritzburg e Franklin (East Griqualand), seguito nel 1907 dalla linea fra il Capo e il Kwa Zulu-Natal e nel 1908 dal completamento del tronco Newcastle-Utrecht. Successivamente completò tratti della linea Nord verso Port Shepstone e quindi il tratto Estcourt-Mooi River. Nel 1912-13 portò a termine la linea da Bandolier Kop a Musina in Mpumalanga, ritornando poi a costruire la linea Maritzburg-Rietspruit.

Nel 1913-14 lo troviamo a estrarre gesso a Greytown per la “Pretoria Cement Company”.  E nel 1917, durante la prima guerra mondiale, dopo aver completato un contratto sulla deviazione Pentrich-Cato Ridge, sempre nel Kwa Zulu-Natal, andò a costruire la linea Cato Ridge-Clairwood, lungo la quale, a Delville Wood e a Shongweni, costruì due delle gallerie più lunghe esistenti all’epoca in Sud Africa. Poi, realizzando molti contratti con la “Durban Corporation”, inclusa la costruzione della deviazione della linea Nottingham Road-Cedara, nel 1928 costruì un viadotto a nove arcate, il più lungo del paese, a Chaka’s Kraal. A Umgeni acquistò anche una cava di pietra e qui, sul fiume omonimo, costruì un ponte ferroviario a doppio binario, usando il sistema italiano a cilindri. La struttura era lunga 360 metri, aveva undici luci e le fondamenta, 59 metri più in basso, erano all’epoca le più profonde al mondo.

Il ponte, inaugurato ufficialmente nel 1925, ossia un paio di anni prima, era stato già costruito da un contrattore inglese del posto, ma soltanto 18 mesi dopo era crollato all’arrivo della prima inondazione della zona, il che aveva indotto le autorità locali a riprendere in considerazione l’offerta di appalto di Monzali, il quale ebbe così il compito di costruire il nuovo ponte. Purtroppo però, siccome la cerimonia di inaugurazione era già stata fatta dopo la costruzione del primo ponte, Monzali non potè avere la soddisfazione di vedere il suo ponte inaugurato alla fine dei lavori. Quel ponte è ancora in servizio oggi, solido come una roccia.

Monzali costruì successivamente il Ponte Athlone, chiamato così per onorare il Governatore del Sud Africa, Lord Athlone, che costò 69.000 sterline inglesi. Seguì il Ponte Gouritz, anch’esso a Durban.

In quel tempo operava a Durban anche Adolfo Ascoli, di Carrara, un importatore di marmi apuani, il quale passò poi a opere in bronzo, come la statua di Dick King, completata a Durban nel 1912.

La più grande opera di Monzali in Sud Africa fu tuttavia la costruzione della diga di Shongweni, la maggior riserva d’acqua di Durban. Un giornalista italiano di passaggio, arrivato dall’Italia a Durban con il piroscafo “Sistiana”, visitò il cantiere della gigantesca diga e scrisse il seguente commento: “Il signor Raffaele Monzali, di Zocca di Modena, uno dei più ricchi uomini d’affari di Durban, ha insistito perché io visitassi gli imponenti lavori di costruzione della diga a Shongweni. Questo lavoro colossale è stato cominciato da lui (Monzali) e da diversi altri italiani che hanno partecipato al completamento di questo audace progetto. È un bacino in costruzione dal 1922 e sarà completato nel 1927. Fornirà acqua potabile a Durban, lontana circa 30 chilometri e sarà in grado di erogare 90 milioni di litri d’acqua al giorno nei periodi di siccità. Il completamento del bacino costerà alla fine 750.000 sterline e l’acqua raccolta sarà sufficiente per una popolazione di 200.000 abitanti. La diga di sbarramento, fatta completamente in cemento armato, avrà un’altezza di 30 metri sul letto del fiume e poggerà su una base di granito. Ci saranno 4 tunnel per la lunghezza complessiva di 6 chilometri e un diametro variante fra 2 e 5 metri per incanalare l’acqua dal bacino alle condotte di ferro. Il lavoro nei tunnel è affidato principalmente agli italiani. Grazie a questi italiani, presto di residenti della Città di Durban disporranno di una grande quantità di acqua per usi commerciali e domestici”.

Nel 1930 Monzali decise di costruire una grande residenza, o meglio un castello, il “Castello Monzali”, come tutti lo conoscono, nella Town Bush Valley, vicino a Hilton, Pietermaritzburg, dove si può ancora ammirare (ma con altri proprietari, dei quali è la residenza privata). Grazie ai coraggiosi tentativi di Maria Grazia Martinengo, che è penetrata nella proprietà del Castello Monzali ed è stata quasi arrestata dai nuovi proprietari per ingresso abusivo, per la prima volta La Gazzetta del Sud Africa è in grado di farvi vedere una fotografia della magnifica residenza.

Monzali fu anche un grande sostenitore del “Railway Contractors Handicap”, una corsa di cavalli che si disputava a Scottsville, Pietermaritzburg, e che fu popolare per molti anni.

Durante la seconda guerra mondiale molti prigionieri italiani finirono a lavorare in casa Monzali e nelle loro due aziende agricole. In quel periodo a Pietermaritburg fu costruita dai prigionieri italiani una cappella che esiste ancora. In questa cappella il grande Gregorio Fiasconaro, il “padre dell’opera” in Sud Africa, cominciò la carriera musicale che lo rese famoso dopo la guerra, dopo essere diventato professore continuando i suoi studi all’Università di Cape Town. Fiasconaro era un ufficiale dell’Aeronatutica Italiana, abbattuto durante la guerra da caccia inglesi. Gravemente ferito, fu curato dai suoi catturatori al Cairo prima di essere spedito in discrete condizioni di salute al campo di prigionia di Pietermaritzburg, dove diventò poi il direttore delle attività musicali e ricreative, giungendo infine a dare concerti con la sua Orchestra Italiana perfino nella City Hall di Durban. Fiasconaro scrisse la propria autobiografia in un libro intitolato “Lo rifarei”. Suo figlio, Marcello, divenne altrettanto famoso come  atleta sudafricano e italiano, vestendo i colori delle due nazionali e vincendo molte gare importanti e stabilendo anche nuovi record nazionali e mondiali nel mezzofondo.

Durante la guerra Monzali stava completando un altro grande progetto, avviato nel 1938 con la costruzione del “Mike's Pass”, completata il 28 maggio 1949. Era il passo di montagna più difficile mai costruito in Sud Africa e fu proprio là, nelle fasi d’avvio del progetto, che avvenne la tragedia. Monzali, guidando un camion su un costone molto ripido, perse il controllo del veicolo, che si capovolse, fratturandogli la schiena e causandogli atroci sofferenze sino alla sua morte nel 1953. Gli sopravvisse la moglie, Michelina Ricci, di Bologna, sposata nel 1909, e i quattro figli, Gastone, Niel, Nola e Marcella.

Quell’uomo che si era fatto da sé, con il suo magnifico senso dell’umorismo, non era più, ma il suo ricordo vive ancora attraverso le sue grandi opere che si possono ancora ammirare, specialmente nel Kwa Zulu-Natal, dove divenne veramente un gigante fra gli uomini.

Viva l’Afritalia.

André G. Martinaglia

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