Thursday 17th Aug 2017

Pisa - Le persone più suscettibili all’ipnosi possono ridurre della metà l’intensità del dolore percepito. E’ questa una delle conclusioni di un complesso studio realizzato da una equipe di ricercatori delle Università di Pisa e di Siena, del Cnr e del GIFT Institute of Integrative Medicine di Pisa che è stato appena pubblicato sulla rivista scientifica Physiology and Behavior.

L’esperimento, che conferma e arricchisce quanto si conosce sul controllo del dolore è il primo che confronta l’effetto di tecniche fisiche (analgesia condizionata) e cognitive (suggestioni esplicite di analgesia) in soggetti con diverso grado di ipnotizzabilità.

“Lo studio ha prodotto risultati che aprono interessanti prospettiva sul possibile utilizzo generalizzato di tecniche cognitive, per ridurre ad esempio, senza impiego di farmaci, il dolore ‘da procedura’ che i pazienti sperimentano durante la fisioterapia che segue immobilizzazioni e interventi ortopedici, varie procedure strumentali”, spiega la professoressa Enrica Santarcangelo dell’Ateneo pisano responsabile della ricerca. “All’estero - ha aggiunto - contrariamente a quanto avviene nel nostro Paese, l’uso di tecniche cognitive per il controllo del dolore acuto, cronico e ‘da procedura’ (compreso alcuni interventi chirurgici) è ampiamente diffuso”.

Lo studio dei ricercatori toscani ha coinvolto sessanta soggetti sani di entrambi i sessi con una suscettibilità all’ipnosi alta, media e bassa. Senza che fosse alterato il loro stato ordinario di coscienza, cioè in assenza di induzione ipnotica, le persone venivano sottoposte a scariche elettriche ad una mano alle quali in alcuni casi si associava una suggestione verbale di analgesia o in altri tecniche fisiche note come analgesia condizionata. I ricercatori hanno quindi rilevato che, indipendentemente dall’aver ricevuto suggestioni di analgesia o induzione di analgesia condizionata, i soggetti con alti punteggi di ipnotizzabilità (alti) riferivano una riduzione media del dolore di circa il 50%, quelli con punteggi bassi (bassi) di circa il 20% e quelli con punteggi intermedi (medi) di circa il 30%.

“In base a considerazioni cliniche, si considera rilevante una riduzione del dolore quando questa è almeno del 25-30% – ha concluso Enrica Santarcangelo – quindi gli ‘alti’ riducono benissimo il dolore, alcuni ‘medi’ possono farlo, i ‘bassi’ non ci riescono quasi per niente. Comunque, considerato che, secondo le stime più accreditate, il 15% della popolazione ha una suscettibilità all’ipnosi bassa, il 70% media e il 15% alta, questo significa che gran parte della popolazione (gli alti e parte dei medi) riesce a controllare abbastanza bene il dolore attraverso strategie cognitive senza l’uso di farmaci”.

Lo studio conferma quindi l’interesse che la valutazione della suscettibilità all’ipnosi può avere nella pratica clinica perché conoscere il grado di ipnotizzabilità può incoraggiare l’uso di metodi di controllo cognitivo del dolore alternativi ai farmaci, economici e privi di effetti collaterali. Inoltre, la consapevolezza della propria capacità di controllare autonomamente il dolore può migliorare significativamente la qualità della vita di molti pazienti. - (NoveColonneATG)

Write comment (0 Comments)

Il Thc, principio attivo della cannabis, sarebbe in grado di contrastare il declino cognitivo legato all’invecchiamento e di prevenire l’insorgere di demenze ma nei giovani avrebbe l'effetto contrario - 

Simone Valesini - R.it - 

ANTIDOLORIFICO, stimolante dell’appetito, antispastico. Sono molti gli effetti terapeutici della cannabis medica, una sostanza controversa per il diffuso utilizzo ricreativo, ma comunque disponibile in molte nazioni (tra cui la nostra) per i pazienti con gravi malattie neurodegenerative, dolori cronici e tumori. E se la lista dei potenziali effetti benefici è già interessante, in futuro potrebbe aggiungersene un altro, piuttosto importante: la cannabis infatti potrebbe rivelarsi anche un potente antiaging. O meglio, migliorare memoria, apprendimento e facoltà cognitive negli anziani, proteggendo il cervello dagli effetti del tempo. Gli indizi disponibili arrivano per ora dai topi, ma come spiega uno studio pubblicato su Nature Medicine, si tratta di risultati importanti, che giustificano una sperimentazione anche sugli esseri umani.

Lo studio. La ricerca è stata portata avanti nei laboratori dell’Università di Bonn e della Hebrew University di Gerusalemme, e ha sperimentato gli effetti della cannabis sui topi, animali dal ciclo vitale piuttosto breve che normalmente iniziano a mostrare segni di declino cognitivo già intorno ai 12 mesi di vita. I ricercatori hanno somministrato agli animali piccole dosi di Thc, il principio attivo della cannabis, all’età di 2, 12 e 18 mesi. E hanno quindi testato le capacità mnemoniche e di apprendimento dei roditori, confrontando i loro risultati con quelli di topi che avevano ricevuto un placebo (una soluzione priva di principio attivo).

I risultati. Sia a 12 che 18 mesi di età i topi che avevano ricevuto il Thc hanno mostrato funzioni cognitive paragonabili a quelle dei giovani di soli due mesi. Mentre nel gruppo di controllo, gli animali a cui è stato somministrato il placebo, il declino cognitivo si è iniziato a manifestare (come previsto) intorno ai 12 mesi di età. “Il trattamento – rivendica il coordinatore dello studio Andreas Zimmer, dell’Università di Bonn – ha invertito completamente il normale declino cognitivo negli animali anziani”. Per comprendere come, i ricercatori hanno analizzato a questo punto il tessuto cerebrale degli animali. E hanno scoperto che a livello molecolare e delle connessioni tra neuroni il cervello dei topi di 18 mesi esposti al Thc risultava molto più simile a quello di animali giovani che a quello di un normale esemplare anziano. “Il Thc – sottolinea Zimmer – sembra quasi portare indietro l’orologio molecolare del cervello”.

E nell’uomo? Le differenze tra topi ed esseri umani sono molte, ma i ricercatori sono convinti che gli effetti della cannabis potrebbero contrastare l’effetto dell’invecchiamento cerebrale anche nella nostra specie. Se così fosse, si tratterebbe di una scoperta importante: la cannabis potrebbe possedere la capacità unica di invertire l’invecchiamento cerebrale, candidandosi come terapia per contrastare il declino cognitivo e l’insorgere di demenze nella terza età. I se, ovviamente, sono ancora molti. Ma i ricercatori si sentono pronti per passare alla fase successiva, la sperimentazione clinica su esseri umani: le dosi di Thc utilizzate sono bassissime, spiegano, inferiori a quelle necessarie per indurre effetti stupefacenti, e i potenziali benefici estremamente interessanti.

Write comment (0 Comments)

La regola: il cibo usato come una medicina. L’importanza del bilanciamento degli alimenti: 40 grammi di verdure, 30 di proteine e 30 di grassi - 

Maria Teresa Veneziani - corriere.it - 

«Dieta in greco significa stile di vita». E per far capire subito che lui predica bene ma poi sa essere coerente assicura che anche quando viene in Italia mangia sempre nello stesso modo: «Un piatto di verdure grigliate, pesce ai ferri con altre verdure e una ciotola di frutta». Barry Sears, biochimico statunitense, classe 1947, è l’inventore della dieta zona e forse il dietologo più famoso al mondo: ha venduto 5 milioni di libri, tradotti in 22 lingue. È in Italia per presentare l’ultimo, Positive Nutrition(Sperling & Kupfer). Dice di aver ricevuto «una chiamata». «Mio padre e i miei fratelli sono morti cinquantenni per cardiopatie. Potevo restare lì ad aspettare il mio turno o darmi da fare. Ho smesso di considerare la scienza come carriera e ho cominciato a studiare il cibo come medicina del futuro. E ho deciso di non valutare più gli aspetti molecolari dei lipidi per indirizzarmi alla capacità di controllare lo stato infiammatorio responsabile non solo dell’obesità, ma anche delle patologie croniche e dell’invecchiamento precoce».

Ora Sears lancia un approccio positivo alla dieta. Per la prima volta non si abolisce quello che fa male, ma ci si concentra su ciò che fa bene, basandosi sullo studio delle popolazioni più longeve delle cosiddette «Zone Blu»: Sardegna, Ikaria in Grecia, Loma Linda in California, Okinawa in Giappone. Come si fa ad essere positivi se si hanno 20-30 chili da perdere? «Non è facile, perché ci sono strutture biologiche che rendono difficile la riduzione della massa grassa. Un obiettivo realistico è quello di scendere del 5% in 6 mesi-un anno. La vera difficoltà è non re-ingrassare e per questo si dovrà continuare a seguire un corretto regime alimentare per tutta la vita». Nessuna discriminazione tra le persone in sovrappeso e quelle in linea, «perché i principi della zona servono a tutti per mantenersi in salute e invecchiare bene».

Sears riassume la sua filosofia con la regola del tris (40-30-30); 40% di carboidrati, che sono dati quasi interamente da verdura e frutta: 30% di grassi e 30 di proteine. Ogni giorno si può mangiare fino a un chilo di verdura (80%) condita con un cucchiaio di olio extravergine; poi frutta (20%). Si comincia con un piatto di verdure, si prosegue con un pezzo di pesce o pollo «grande quanto il vostro palmo» e si chiude con una ciotola di frutta. È bene che non passino più di cinque ore tra i pasti. Sono concessi tre spuntini, incluso un bicchiere di latte prima di coricarsi. Una dieta antinfiammatoria prevede una riduzione di acidi grassi idrogenati (pasticceria, fast food, zucchero «causa squilibri ormonali», insaccati, fritture). «Consiglio due integratori Omega-3 e polifenoli derivati dalla frutta.

Ho scritto un libro 20 anni fa dove ponevo i fondamenti della zona. Sono state fatte 30 sperimentazioni, molte ad Harvard. E le raccomandazioni per il trattamento del diabete sono simili». Che cosa c’è di nuovo? «La scoperta che le parti dell’organismo causa dell’infiammazione silente non sono solo sangue e cervello, ma anche l’intestino, che deve essere protetto con fibre fermentate (carciofi, asparagi, cipolle e aglio, avena, orzo, frutti di bosco e mele)». Che cosa risponde a chi dice che la dieta Mediterranea resta la migliore? «L’unica differenza sono pane e pasta, nella zona sostituiti con le verdure, ma se mangi un piatto di pasta dopo due ore hai fame, perché a ridurre la fame sono le proteine». La zona concede 1.200 calorie per la donna e 1.500 per l’uomo. Sembra affamante... «No, è stata sperimentata per ridurre la sensazione di fame e stanchezza. Alzarsi non sazi è la prima regola di lunga di vita».

Sears riassume i quattro pilastri della Positive Nutrition: «Oltre a una strategia nutrizionale anti infiammatoria, e agli integratori derivati dai superfood quali il pesce, le alghe, le verdure, le spezie, a sostenere la dieta zona nel loro fondamentale compito c’è l’attività fisica che deve essere fatta almeno tre volte la settimana ma che se è troppa diventa dannosa perché aumenta lo stress e quindi l’infiammazione. L’ultimo pilastro è rappresentato dalle tecniche antistress, appunto, quali yoga e meditazione». Finita l’intervista scappa a fare ginnastica. Per i suoi 70 anni è perfettamente in forma.

Write comment (0 Comments)


Riccardo Lautizi - Dionidream -  

I farmaci causano oltre 100.000 morti all’anno solo negli Stati Uniti e provocano reazioni gravi in 1.5 milioni di persone che hanno effetti collaterali così severi che devono essere ricoverati in ospedale.

I farmaci sono attualmente responsabili ogni anno di più morti rispetto alle droghe illegali. Secondo Tom Frieden, il direttore del CDC stesso, “è un grosso problema, e sta peggiorando”.
Su 783.936 morti annuali da errori della medicina convenzionale, circa 106.000 di questi sono il risultato dell’uso dei farmaci. Secondo il Journal of the American Medical Association, 290 persone negli Stati Uniti sono uccise dai farmaci ogni giorno.

Anche quando i farmaci da prescrizione non uccidono letteralmente un paziente, lentamente uccidono la loro mente e il loro corpo, come accade spesso con gli psicofarmaci ad esempio.
Le reazioni avverse sono ora la quarta causa di morte negli Stati Uniti. Ogni medicinale porta alcuni rischi e la perdita di memoria è un effetto collaterale molto comune.

I 4 tipi di farmaci che causano perdita di memoria
Ecco quali farmaci possono causare demenza e perdita di memoria.

I farmaci “anti”
Se prendi un farmaco che inizia con “anti”, come antistaminici, antidepressivi, antipsicotici, antibiotici, antispasmodici o antipertensivi, è probabile che influirà i livelli di acetilcolina.

L’acetilcolina è il neurotrasmettitore principale coinvolto nella memoria e nell’apprendimento. La bassa acetilcolina può portare a sintomi come demenza, confusione mentale, delirio, visione offuscata, perdita di memoria e le allucinazioni.

Sonniferi
Le pillole del sonno prescritte sono risapute per causare perdita di memoria. Uno studio ha infatti dimostrato che le benzodiazepine sono una classe di farmaci comunemente utilizzati da adulti più anziani per l’insonnia, ansia e disturbi depressivi, aumentano il rischio di demenza e accelerano il declino cognitivo portando anche all’Alzheimer.

E’ noto inoltre da molti anni che l’uso di benzodiazepine per oltre un mese porta ad assuefazione (necessità di dosi maggiori per ottenere lo stesso effetto), dipendenza (difficoltà o impossibilità di interromperne l’assunzione), e la sospensione può causare sintomi di astinenza (recidiva dei sintomi, più tipicamente la potenziale caduta della pressione arteriosa, allucinazioni, psicosi, allucinazioni, convulsioni, malessere).

Statine
Questi farmaci che riducono il colesterolo possono essere il gruppo peggiore di farmaci per il tuo cervello. Considera che  un quarto del tuo cervello è costituito da colesterolo. Il colesterolo è necessario per la memoria, l’apprendimento e il pensiero veloce. Quindi non è una sorpresa totale che i farmaci che abbassano il colesterolo influenzano negativamente il cervello.

Antiacidi
Gli antiacidi contengono alluminio che è dimostrato essere legato al morbo di Alzheimer. Moltissime persone mi hanno contattato perché informandosi online hanno scoperto che la causa della loro sempre più frequente perdita di memoria era legata ai farmaci che consumavano tutti i giorni. Puoi chiedere al tuo medico di sostituirli con antiacidi che non contengono alluminio.
E’ importante disintossicarsi dall’alluminio.

20 farmaci noti per causare perdita di memoria
Ecco un elenco di farmaci conosciuti per causare perdita di memoria come un possibile effetto collaterale. Questa lista è stata raccolta da Richard C. Mohs, Ph.D., ex vice presidente del Department of Psychiatry at the Mount Sinai School of Medicine.

Per Parkinson – scopolamina, atropina, glicopirrolato
Per l’epilessia – fenitoina o Dilantin
Antidolorifici – eroina, morfina, codeina
Sonniferi – Ambien, Lunesta, Sonata
Benzodiazepine – Valium, Xanax, Ativan, Dalmane
chinidina
naproxene
steroidi
Antibiotici (quinoloni)
antistaminici
interferoni
Farmaci ad alta pressione sanguigna
insulina
Beta-bloccanti (in particolare quelli usati per il glaucoma)
metildopa
Antipsicotici – Haldol, Mellaril
Antidepressivi triciclici
litio
Barbiturici – Amytal, Nembutal, Secondo, fenobarbital
Farmaci chemioterapici

Cosa fare per eliminare la perdita di memoria
Stai prendendo uno di questi farmaci? In caso affermativo, ti consigliamo di parlare con il tuo medico se noti che stanno influendo negativamente sulla tua memoria.
Esistono delle abitudini alimentari ed integratori utili per migliorare la memoria e rigenerare i danni cerebrali:
Evitare lo zucchero
Olio di cocco. 3 cucchiai al giorno
Curcuma. 1 cucchiaino al giorno
Gingko Biloba. Dose sulla confezione

Usare il cervello. Teniamoci attivi intellettualmente, leggiamo, informiamoci, aiutiamo i figli/nipoti a scuola, eccetera.

Write comment (0 Comments)

Angela Nanni - La Stampa - 

La vitamina D è una vitamina liposolubile che si accumula nel fegato e nel tessuto adiposo, si sintetizza soprattutto attraverso la pelle per esposizione ai raggi solari, mentre è scarsamente presente negli alimenti.  
 
«È bene sottolineare che la vitamina D, a dispetto del suo nome, non è affatto una vitamina ma un vero e proprio ormone che regola il metabolismo del calcio: appartiene alla famiglia degli ormoni steroidei come gli ormoni del surrene e gli ormoni sessuali - tiene a precisare il dottor Claudio Pagano, specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo e Professore Associato di Medicina Interna presso l’Università di Padova, che aggiunge anche - Il fatto che per definizione sia liposolubile, implica la sua capacità di distribuirsi molto bene nei tessuti ricchi di grassi. Per questo motivo lo spazio in cui questo ormone si deposita è molto maggiore nelle persone con eccesso di peso; in altri termini maggiore è il peso corporeo, maggiore è la quantità di vitamina D che deve essere assunta per raggiungere livelli ottimali nel sangue».
 
DOVE E COME È PRESENTE  
Quando ci si riferisce alla vitamina D è bene sapere che è disponibile in diverse forme, da qui i diversi nomi che si possono leggere sulle confezioni dei prodotti o dei farmaci che la integrano. A tal proposito il dottor Pagano chiarisce ancora: «Il colecalciferolo o vitamina D3 rappresenta la forma inattiva dell’ormone prodotta dall’uomo sotto l’azione dei raggi solari nella cute; in questa forma la vitamina D è anche abbondante nel fegato, negli oli di pesce e in alcuni pesci marini come aringa, salmone e sardina. L’ergocalciferolo o vitamina D2 è di origine vegetale, si assume quindi con il cibo, ma è una forma molto meno attiva del colecalciferolo (da 50 a 100 volte). Il calcifediolo e il calcitriolo, infine, sono forme modificate della vitamina D, differiscono nella formula chimica: vengono fatte tutte queste distinzioni, perché quando la vitamina D è carente, di solito è sufficiente ricorrere a una supplementazione con calciferolo o calcifediolo, ma nei pazienti affetti da insufficienza renale cronica o ipoparatiroidismo si deve ricorrere all’uso del calcitriolo, una forma di vitamina D già attiva che non deve subire proprio il processo di attivazione a livello di fegato e reni».
 
A CHI MANCA LA VITAMINA D  
La sua carenza, negli ultimi decenni, sta diventando molto più frequente che in passato; a lamentarne un deficit sono soprattutto le persone anziane (costrette in casa o nelle strutture di ricovero e che quindi non riescono a godere a sufficienza dell’irradiazione solare), coloro che non si possono esporre al sole a causa di problemi dermatologici, le persone con la pelle scura, le donne che indossano veli o che comunque espongono scarsamente il loro corpo al sole, le persone che fanno uso di filtri solari (protezioni molto elevate) o la presenza di patologie che interferiscono con l’assorbimento della vitamina D come la celiachia.
 
«La prevalenza del deficit di vitamina D nella popolazione italiana è condizionata da diversi fattori: nei giovani ad esempio il problema è molto meno sentito (15%) rispetto alla popolazione anziana (70-80%). Altri fattori importanti che determinano bassi livelli di questo ormone nel sangue sono, in ogni caso, l’eccesso di peso e il trascorrere gran parte della giornata in ambienti chiusi» precisa ancora il dottor Pagano.
 
QUANTA NE SERVE  
Il fabbisogno di vitamina D è molto diverso a seconda della fascia di età: si parte dalle 200 unità\die per i bambini e gli adulti, alle 400 unità\die per le persone di età compresa fra i 50 e i 70 anni fino alle 600 unità per gli anziani con più di 70 anni.
 
Una carenza di vitamina, in età pediatrica, incide negativamente sulla calcificazione ossea , mentre in età avanzata contribuisce all’osteoporosi. La vitamina D, infatti, gioca un ruolo chiave nel metabolismo del calcio e del fosforo e una sua carenza si riflette in un’aumentata fragilità ossea.  
 
Senza la vitamina D il calcio non si assorbe come dovrebbe e a tal proposito il dottor Pagano conclude: «In assenza di adeguati livelli di vitamina D attiva nel sangue, il calcio contenuto negli alimenti non viene assorbito adeguatamente nell’intestino e quindi l’organismo è costretto a mobilizzare le scorte interne rappresentate dall’osso attraverso un altro ormone coinvolto nella regolazione del metabolismo del calcio, il paratormone. Se questo meccanismo si prolunga per tempi lunghi l’osso viene progressivamente indebolito ed esposto a rischio di frattura».
 
RACCOMANDAZIONI PER LA PEDIATRIA  
«L’ipovitaminosi D, condizione che va dall’insufficienza al deficit di vitamina D, riguarda in Italia oltre un bambino su due, con punte massime in epoca neonatale e nell’adolescenza, dove si arriva a percentuali del 70%. Primo fattore di rischio per la condizione è la scarsa esposizione solare e poi sono a rischio i bambini obesi perché il tessuto adiposo “sequestra” la vitamina D e quelli con la pelle scura perché questa non permette ai raggi solari di filtrare - precisa il dottor Alberto Villani, presidente della Società Italiana di Pediatria, che aggiunge – La SIP per tutti i neonati fino al compimento del primo anno di vita raccomanda la profilassi con vitamina D, indipendentemente dal fatto che l’allattamento sia fatto al seno oppure no, poiché né il latte materno né quello in formula, anche se addizionato, riescono a soddisfare il fabbisogno di vitamina D. Dal compimento del primo anno e fino ai 18 anni la profilassi con tale vitamina si raccomanda solo nei bambini di etnia non caucasica ed elevata pigmentazione, che si espongono poco al sole, che seguono regimi alimentari come la dieta vegana oppure affetti da condizioni patologiche come l’insufficienza renale o l’epatite cronica, l’obesità o la celiachia o le malattie infiammatorie croniche»

Write comment (0 Comments)