Friday 20th Oct 2017

Silvio Fantozzi -

Il mio amico Silvio era un campione quando io ero un moccioso con i calzoni corti che sognava di salire un giorno sul ring e diventare il nuovo Carnera. Lui, Silvio, l’avevo visto sui manifesti degli incontri di pugilato che tappezzavano i muri di Asmara, in Eritrea, e qualche volta sul ring quando mio padre mi portava a una “riunione pugilistica”, come si diceva allora. I suoi avversari e colleghi si chiamavano Vaccaro, Rocchi, Pappacena, Ziantona e così via, tutti italiani anche loro, ma c’era anche un Fresghì che era eritreo ed era un antesignano dei tempi a venire. Gli anni erano quelli del dopoguerra, quando l’Eritrea non era più italiana ma non era ancora etiopica e gli inglesi la facevano da padroni, ma dietro le quinte, non da colonizzatori ma da "protettori", prescelti dalle Nazioni Unite per preparare la transizione di quel minuscolo frammento d’Africa, che non amava essere considerato “africano”, verso una qualche forma di autonomia. Se lo contendevano "unionisti", che volevano tornare nel grembo dell’impero etiopico del Negus Neghesti Haile Sellasie; indipendentisti, che sognavano un futuro slegato dalle sorti di altre nazioni, e “pro-Italia”, il partito che raccoglieva coloro che avrebbero voluto un’Eritrea provincia oltremare della nostra penisola, alla quale si erano abituati in circa 60 anni di vita coloniale, nonostante le leggi razziali che nel 1935 avevano reso obbligatori privilegi che gli eritrei ci avevano già concesso spontaneamente. Ma questa è un’altra storia.

Silvio, almeno nella mia fantasia, vinceva sempre, era imbattibile quasi come Superman, Tom Mix o addirittura Flash Gordon. Ma era un pugile gentiluomo, un vero eroe della “noble art”. Era il campione eritreo dei pesi piuma, ma in un mondo pugilistico alquanto limitato le categorie erano piuttosto elastiche e gli era capitato di “tirare” anche contro pesi leggeri e forse anche contro avversari ancora più pesanti. Non che io allora sapessi tutte queste cose. In quegli anni mi bastava sognare di salire sul ring e di ripetere le sue gesta. Fino a quando sul ring ci andai sul serio, con un certo Tiberio che mi aveva preso a cuore e voleva fare di me un pugile. Scesi con il naso rotto e la ferma decisione, sempre mantenuta, di non tornarci più. Ma anche questa è un’altra storia.

Silvio era un vero campione per un motivo che io ancora non conoscevo. Lo era perché prima ancora di essere campione nello sport era già campione nella vita. Lui, infatti, avrebbe dovuto morire quando era da poco uscito dalla culla e la sua famiglia abitava a Ghinda, fra Asmara e Massaua, dove ancora adesso mancano quasi le più elementari strutture di sopravvivenza. Avrebbe dovuto morire perché era stato colpito da due dei mali che in quegli anni facevano strage di bambini e di adulti: il tifo e la poliomielite. Io non lo sapevo, ma quel pugile che combatteva saltellando sulle punte dei piedi, leggero come una farfalla, come disse molti anni dopo Cassius Clay, lo faceva perché la polio gli aveva lasciato la caviglia destra rigida come se fosse ingessata, per cui, se voleva muoversi rapidamente, doveva farlo per forza in punta di piedi. E invece di stare a lamentarsi diceva che la caviglia bloccata gli dava un vantaggio sugli altri, che non erano abituati come lui a stare sulle punte dei piedi, come i pugili dovrebbero sempre fare per ammortizzare i colpi degli avversari. Un altro con meno forza d’animo, meno campione, probabilmente sarebbe diventato un invalido a vita. Lui scelse di diventare un campione di pugilato.

Silvio Fantozzi, il mio amico, è nato a Ghinda il 28 giugno del 1925 e quindi fra nove mesi compirà 85 anni. Tutti vissuti in Africa. Suo padre Giovanni era del 1894 e anche lui era approdato in Africa giovanissimo, quando il sogno coloniale italiano era appena cominciato. La famiglia si era sradicata da Sora, in Ciociaria, per raggiungere il padre che aveva aperto un ristorante a Gibuti, porto francese nel Mar Rosso, unico approdo rimasto fra Etiopia e Somalia da quando la società italiana di navigazione Rubattino aveva comperato Assab e il governo del Regno d’Italia aveva occupato militarmente Massaua e successivamente l’entroterra eritreo, in attesa di tentare anche la conquista dell’Abissinia e di vivere l’incubo della disfatta di Adua nel 1896.

Giovanni e suo fratello Michele non amano il ristorante del padre e trovano lavoro nella ferrovia che collega Gibuti ad Addis Abeba, capitale dell’impero di Menelik. Raggiunta l’età di leva sono entrambi richiamati alle armi in Eritrea e messi a lavorare nella ferrovia italiana che dal 1911 collega il porto di Massaua ad Asmara, superando in meno di 120 chilometri 2400 metri di dislivello, una delle più belle strade ferrate del mondo, raddoppiata pochi anni dopo da una teleferica per il trasporto di carichi più leggeri, un’autentica meraviglia, smantellata durante la guerra dagli inglesi per mettere le mani su tutto il metallo di cui era composta.

Giovanni, avviato a diventare il capo delle officine delle ferrovie italiane in Eritrea, sposa la figlia di un pittore di Sora, la quale nel 1922 mette al mondo un figlio, Giuseppe, prima di soccombere alla durezza intrinseca della vita in colonia. Vedovo e con un bambino da tirar sù, Giovanni torna a Sora per vedere una giovane di cui gli hanno detto un gran bene, cresciuta in collegio con le suore e timorata di Dio. Si chiama Vincenza Florio. Il padre, professore universitario e possidente, aveva lasciato Sora nel 1908, con la moglie, per andare ad assumere un nuovo incarico a Messina, giusto in tempo per restare entrambi uccisi nel terremoto che fece più di centomila vittime. Agli eredi era convenuto affidare la bambina Vincenza alle suore e spartirsi il patrimonio di famiglia senza tenerla in alcun conto. Giovanni non se ne fa un cruccio, la giovane gli piace, la sposa e torna con lei a Ghinda, ai piedi dell’altopiano su cui sorge Asmara. Qui nel 1925 nasce Silvio, mentre la sorella Marcella, quattro anni più tardi, nasce all’Asmara, dove Giovanni ha assunto la direzione delle officine delle ferrovie. Silvio ci arriva con il corpo indebolito dalle malattie ma con un’indomita volontà di non permettere a quella gamba più debole e rigida di condizionarlo minimamente.

Gli anni scolastici trascorrono senza lode e senza infamia, fra un incidente e l’altro che gli lasciano il corpo costellato di cicatrici. Una cicatrice sul braccio a ricordare una caduta in bicicletta. Un affossamento del cranio gli ricorda ancora la mattina in cui, andando a compiere una commissione per la madre prima di andare a scuola, mentre passa sotto un palazzo in costruzione, gli piove sulla testa un secchio pieno di calcina. Ancora sanguinante, dopo aver ripreso conoscenza, non vuole neanche essere portato in ospedale. Torna a casa per ripulirsi e poi via a scuola, come niente fosse. E’ la maestra ad accorgersi in pochi giorni che non ha più la memoria di prima, ma poi a poco a poco torna quasi come nuovo. Tempre di una volta. La volta della cicatrice al braccio stava andando a lavorare con gli amici in bicicletta alle officine delle ferrovie quando all’ultima curva, in discesa, dall’altra direzione sbuca un taxi. Per spostarsi dalla traiettoria d’urto Silvio dovrebbe spingere e magari far cadere l’amico alla sua destra. Preferisce tentare di sfiorare la macchina, ma non ha fatto i conti con le maniglie sporgenti delle vetture dell’epoca. E infatti la maniglia gli si infila appena sopra la parte interna del gomito sinistro, squarciandogli il braccio. Così arpionato dalla vettura, va a sbattere violentemente con la testa contro il finestrino e manda in frantumi il vetro. Quando lo raccolgono da terra ha uno squarcio in viso che gli va dall’orecchio sinistro all’occhio. In ospedale lo ricuciono con 23 punti.

La guerra in Eritrea finisce presto. Già nel 1941 gli inglesi e le loro truppe coloniali, sudafricani, chenioti e sudanesi, liberano l’Abissinia e occupano Asmara, anche il Duca d’Aosta è costretto ad arrendersi e riceve l’onore delle armi. Non si vive più in colonia, ma tutto sommato le cose proseguono più o meno come prima, con la differenza che gli inglesi rastrellano decine di migliaia di italiani e li spediscono verso campi di prigionia in Chenia, India e Sud Africa, e la comunità diventa sempre meno numerosa, ma non meno attiva, anche se rimane soltanto il ricordo dei giorni in cui gli spettacoli di varietà avevano fra i protagonisti attori e cantanti giovani che si chiamavano Totò e Renato Carosone. Silvio è ancora troppo giovane per essere imprigionato e di suo padre hanno bisogno anche gli inglesi, per cui le cose per loro non cambiano drammaticamente.

La passione per il pugilato arriva intorno ai 16 anni ed è in parte genuina e in parte utilitaristica. Ha sentito dall’amico Armando Rocchi che un incontro può fruttare anche dieci sterline o più, quando a lavorare un mese intero non si riesce a fare altrettanto. Va subito a iscriversi alla palestra di Fausto Salvatori, che ritroverà molti anni dopo a Johannesburg, ma scopre che per iscriversi ha bisogno di cinque scellini, che lui non ha. Per fortuna li ha la sorella che si lascia convincere a prestarglieli. E così per Silvio arriva il giorno di infilare i guantoni. Il primo a invitarlo sul ring per misurarsi con un suo “sparring partner” di Massaua è un pugile che si chiama Dea, campione forte ma controverso perché non sempre corretto. In questo caso il suo invito è provvidenziale: Salvatori vede Silvio sul ring e capisce che quel ragazzo ha la boxe nel sangue. Pochi consigli e il primo avversario finisce KO.

Intanto Silvio ha preso a lavorare alle ferrovie come tornitore. Essere figlio del direttore non gli rende la vita più facile, al contrario, il padre mal digerisce che si guadagni più a tirar pugni che a lavorare seriamente! Come se non bastasse, è bravo anche come calciatore e un bel giorno lo convocano anche per vedere come se la cava nel tennis. Lui non ha mai preso una racchetta in mano e lo dice al selezionatore, il quale però dopo averlo visto tirare i primi colpi si infuria, gli ordina di mettersi da parte e lo accusa di aver mentito perché, dice lui, si vede benissimo che ha già giocato e come! L’accusa ingiusta lo fa arrabbiare e anche dopo aver dimostrato con testimonianze di amici che ha detto soltanto la verità, Silvio non ne vuole più sapere della squadra di tennis. Se ne pentirà troppo tardi, anni dopo, perché in effetti il gioco gli piace ma ha perso l’occasione per diventare un campione.

La carriera pugilistica prosegue invece di successo in successo. La prima esibizione pubblica lo oppone al suo amico Claudio Amadori, a suo dire più bravo di lui. In un primo momento rifiutano di indossare i guantoni uno contro l’altro, ma poi capiscono che l’amicizia non può essere un freno se si sceglie di fare il pugile e salgono sul ring per guadagnare entrambi le loro prime dieci sterline, cercando di non farsi troppo male. L’incontro piace e le due carriere decollano, ma non ci saranno più incontri diretti. L’impresa che più si è impressa nella memoria di Silvio è la vittoria in un torneo fra i quattro migliori pugili della sua categoria: lui stesso contro Pappacena, Ziantona e Lerda. Due incontri a testa nella stessa sera. L’idea era stata del titolare di un bar degli sportivi, che aveva incaricato Pappacena di comperare la coppa e scegliere i partecipanti al torneo. Andò a finire che Pappacena e Silvio vinsero i primi incontri con Lerda e Ziantona, dopo di che si trovarono uno di fronte all’altro nella finale. Pappacena era il più navigato dei due, ma fu Silvio a vincere nettamente e ad aggiudicarsi la coppa, che ancora oggi l’avversario e amico chiama “la mia coppa”.

Intanto Silvio ha adocchiato una studentessa di ragioneria, che corteggia con molta circospezione perché lei è di famiglia siciliana e ha fratelli che non fanno mistero del fatto che i bellimbusti non siano visti di buon occhio. Si chiama Rita Fragale e il suo nome di famiglia è destinato negli anni successivi a diventare famoso nel mondo imprenditoriale del Sud Africa, dove molti asmarini finiscono per trasferirsi. Lei per un po’ fa finta di non accorgersi del suo corteggiamento e lo tiene sulla corda più di qualsiasi incontro di pugilato, ma poi a poco a poco il ghiaccio si scioglie e nel 1947 Silvio e Rita si fidanzano, nel 1952 si sposano e vengono ad abitare nelle case Varnero, a Gaggiret, a pochi metri da casa mia. Una coppia come quelle delle favole. Belli e gentili. I ragazzini del quartiere sono al settimo cielo. Però prima di allora tante cose devono ancora succedere.

I tempi stanno cambiando. La situazione politica aggrovigliata, in previsione del referendum sul futuro che le Nazioni Unite hanno fissato per il 1952, ha portato anche il terrorismo e cresce il numero degli italiani che pagano con la vita il rancore di alcuni verso quelli che erano stati i colonizzatori. I posti di lavoro statali e parastatali passano gradualmente dagli italiani agli eritrei e non è raro sentirsi dire, pur essendo nati in Eritrea, “tornatevene a casa vostra”. L’economia dell’ex colonia è in crisi. Le navi bianche riportano in Italia gli italiani che non sono già finiti nei campi di prigionia. La disoccupazione costringe molti a “emigrare”.

Gli americani e gli inglesi hanno messo le mani sui giacimenti petroliferi del Medio Oriente e assumono chiunque sia disposto ad andare a lavorare in Arabia Saudita, a Dahran, Ras Tanura o Gedda o nella città portuale yemenita di Aden, terminale di oleodotti. Molti sono assunti in Italia, ma quelli dell’Eritrea sono più qualificati e costano la metà, per cui in Arabia e Yemen convivono fra i pozzi di petrolio, gli oleodotti e le installazioni militari americane e inglesi “italiani bianchi” e “italiani neri”. Si va in Arabia per bisogno di lavorare, ma anche per risparmiare un gruzzolo, dato che nel deserto non si sa proprio come spendere i soldi guadagnati, a meno che non ci si lasci tentare dai “banditi con un braccio solo”, le “slot-machine”, nel cui ventre rapace alcuni depositano mensilmente tutti i loro guadagni. Io lo so perché dieci anni più tardi, nel 1957, sono a mia volta “emigrato” a Dahran e ho visto con i miei occhi italiani che erano lì da anni e non avevano di che pagarsi un biglietto per andare a vedere un’ultima volta la madre morente. Ma anche questa è un’altra storia.

Silvio sta mettendo su famiglia, pensa al futuro, ha bisogno anche lui di un gruzzolo per sposarsi. Accetta un contratto a Gedda e parte, per la prima e ultima volta senza Rita, a parte quel viaggio di quand’era ragazzino per partecipare ai Campi Dux e a una grande adunata dei Balilla a Roma. Non deve rinunciare al pugilato perché altri suoi colleghi sono pure partiti e si continua a boxare anche in Arabia, fra italiani, ma anche fra inglesi, americani e italiani. Gli americani per cui lavora gli vogliono bene. Uno vuole addirittura spianargli la carriera di attore, raccomandandolo a un parente di Hollywood al quale, sostiene, il suo “look” di latin-lover alla Rossano Brazzi sicuramente piacerà. Ma Silvio non è un sognatore e si fida più dei suoi pugni e della sua bravura di tornitore. Porta a termine il contratto e rientra all’Asmara. Nel 1952 lui e Rita Fragale si sposano e nel 1953 nasce il primogenito Giancarlo.

Un giorno all’Asmara Silvio si ritrova davanti De Motta, un  americano conosciuto a Gedda che lo ha cercato perché vuole che vada ad Aden a dare una lezione di pugilato a uno scozzese della Royal Air Force, tale Mike John, che là è il più forte pugile in circolazione e non è amato per il suo carattere prepotente e arrogante. E’ così che Silvio firma un nuovo contratto e riparte per Aden, dove nel giro di pochi mesi lo raggiungono la giovane moglie e il figlio. E’ una concessione speciale che gli è fatta perché i lavoratori italiani da quelle parti non possono avere con sè la famiglia. A qualcuno quel privilegio fa venire scariche di bile amara e mal di fegato, ma Silvio tira dritto per la sua strada. Va a vedere il suo prossimo avversario e si rende conto che è proprio un osso duro.

La notte della sfida il cartellone prevede anche un incontro di Dea, il quale ha accettato di essere poi nell’angolo di Silvio per assisterlo durante il suo match. Ma Dea ha più muscoli che cervello e durante il suo incontro, che sta vincendo, fa finta di prendere a calci l’avversario. I militari inglesi lo tirano di peso giù dal ring e lo cacciano. Silvio non ha più un assistente esperto nel suo angolo e corre ai ripari chiedendo a un giovane pugile inesperto di sostituire Dea. Gli ufficiali inglesi si accorgono del dramma e il comandante ordina a due dei suoi di mettersi a disposizione di Silvio. Così l’incontro si svolge ad armi pari e ben presto la superiorità di Fantozzi è evidente. Il povero Mike finisce anche al tappeto, ma è un combattente abituato a stringere i denti, si rialza e riesce ad arrivare alla fine delle sei riprese, sconfitto ma in piedi. Ma è Silvio il pugile che il pubblico di militari inglesi porta in trionfo ed è Silvio che il comandante invita alla cena di gala, unico italiano, lui in calzoncini corti fra tanti ufficiali in alta uniforme e signore in abito da sera.

La vita nello Yemen non ha molte distrazioni, ma Silvio ha il suo lavoro da tornitore, il pugilato e anche qualche incontro di calcio con gli indigeni, autorizzato in via del tutto straordinaria dallo sceicco Bin Laden, padre di quell’Osama sul quale oggi gli americani vorrebbero tanto mettere le mani. Passano così due anni, durante i quali in Eritrea si tiene il referendum che induce le Nazioni Unite a scegliere il compromesso di uno Stato Federale fra Eritrea ed Etiopia, dato che nessuno dei partiti ha ottenuto una chiara maggioranza. E’ una scelta saggia, che garantisce all’ex colonia italiana un decennio di pace e progresso. Purtroppo nel 1962 il governo imperiale etiopico di Haile Sellasie riterrà erroneamente maturi i tempi per l’annessione e innescherà una guerra civile che durerà trent’anni, costringendo le ultime migliaia di italiani ad andarsene con la sola valigia degli effetti personali. Ma... questa è un’altra storia.

Nel 1955 la parentesi in Yemen si chiude. Silvio, Rita e Giancarlo si imbarcano su una nave dalla quale sbarcano a Durban. Nel Sud Africa stanno arrivando tanti altri asmarini, fra i quali tutti i loro familiari e parenti. E’ un Sud Africa che offre opportunità a tutti, ma nel quale gli italiani, in quanto cattolici e latini ed ex nemici di guerra, devono ancora fare i conti con vecchi pregiudizi e nuovi rancori, anche se l’odissea dei centomila di Zonderwater e quella di centinaia di sudafricani rientrati dalla prigionia in Italia ha insegnato alla maggioranza dei sudafricani che questa è gente che può dare molto al loro paese in termini di intelligenza, capacità di lavoro e spirito d’iniziativa.

Silvio va di porta in porta, da un’officina all’altra, ma si sente rispondere: “Are you Italian? Go back! Go back”. Finalmente un sudafricano di origini inglesi gli mette in mano un pezzo di metallo, gli mostra un tornio e gli dice: “Let’s see what you can do”. Fammi vedere quello che sai fare. E poi: “The job is yours”. Il lavoro è tuo. D’ora in poi la strada è tutta in discesa, anche se all’orizzonte cominciano ad assembrarsi nuvole minacciose e nelle “township” ribolle il malcontento dei neri. Si prepara una marcia sanguinosa che passerà per Sharpeville e Soweto nella transizione del paese dalla separazione razziale alla democrazia. Gli italiani si tengono fuori dalla politica e riescono una volta di più a farsi apprezzare da entrambe le parti, infrangendo spesso le leggi che vietano di lasciar fare ai neri lavori qualificati.

Nel 1957 arriva Loredana a far compagnia a Giancarlo, nel 1959 i Fantozzi comprano casa a Blairgowrie, alla periferia di Johannesburg. Sono riusciti a mettere da parte un gruzzolo di 400 sterline. Silvio vuole investire in un’officina, Rita vorrebbe una boutique. Vince l’officina. E’ nel rione di Jeppe, nel cuore di Johannesburg, si chiama Steel Rok Engineering e lavora soprattutto per le miniere. Silvio dà lavoro a otto operai neri e due bianchi. Non è abbastanza per diventare ricchi, ma garantisce un tenore di vita senza preoccupazioni e dà alla famiglia la possibilità di cambiare ripetutamente indirizzo, compiendo ogni volta un salto di qualità.

Silvio in officina e Rita a casa costituiscono una coppia formidabile. Lei è un’amministratrice nata e conosce l’arte antica del risparmio che le mamme italiane di una volta trasmettevano alle figlie. Lavora anche lei, in casa, come sarta e ha clienti disposti a pagare bene gli abiti da sposa che le sue mani sapienti sanno modellare, tagliare e cucire. Un giorno sorprende il marito svuotandogli sulla testa un sacco pieno di banconote messe certosinamente da parte. Nel 1974 sente di dover affrontare una nuova sfida, si presenta alla Standard Bank di Bramley e chiede lavoro. “Non so fare niente – dice con disarmante semplicità -, ma ho buona volontà e voglia di imparare”. Contro ogni logica il direttore della filiale l’assume. Ci resta dieci anni e quando dà le dimissioni, nel 1984, cercano di trattenerla con la promessa di un incarico manageriale, ma lei considera ormai l’esperienza chiusa e ha deciso di aprire la sua boutique, “Via Veneto”, nel nuovo centro commerciale galattico di Sandton City. Le bastano due anni per capire che è un gioco difficile e rischioso e per tornare a essere una donna di casa. Tanto più che anche Silvio si avvicina al momento di concedersi un meritato riposo. I guantoni li ha già appesi al muro da tempo, dopo aver frequentato per qualche anno da allenatore la palestra dei fratelli Toweel, scoprendo che la sua fama di quando combatteva in Asmara e nei paesi arabi lo aveva preceduto anche in Italia e in Sud Africa. Nel 1991, a 66 anni, liquida l’officina, ne regala una parte a un italiano che ha bisogno di lavorare e va ufficialmente in pensione, un po’ affaticato adesso che l’età dà maggiore peso ai danni causatigli da quella poliomielite che aveva tentato di negargli il diritto alla vita.

I figli Giancarlo e Loredana hanno spiccato il volo nella vita lavorativa e in quella affettiva, sono entrambi sposati e stanno ormai scrivendo altre storie con altri protagonisti. Loredana addirittura in altri paesi. L’unico nipote, Ricky, lo vedono quando si concedono una vacanza e vanno a trovare Loredana e il marito a Singapore o quando si incontrano in Italia, in Spagna per i mondiali o gli europei di calcio. Silvio tifa Italia, il genero Portogallo e Ricky si divide equamente fra padre e nonno.

Negli ultimi anni Silvio e Rita si sono trasferiti a Città del Capo, in un bell’appartamento davanti alla spiaggia di Blouberg. Ogni sera vedono il sole che tramonta in mare fra Table Mountain e Robben Island. E Silvio racconta agli amici che lo vanno a trovare di quando i suoi sogni si realizzavano fra le corde di un ring.

My friend Silvio: champion in sport, champion in life

By Ciro Migliore
Translated by Francesco Migliore

My friend Silvio was already a champion when I was but a shorts wearing, knee high tot, dreaming of one day climbing into the ring to become the new Carnera. Silvio I knew from the promotional posters that adorned the walls of Asmara whenever a bout was on the cards and the odd occasion that my father would take us to a “pugilistic encounter”. Vaccaro, Rocchi, Pappacena, Ziantona, opponents and colleagues, all Italian, but there was also Fresghi, an Eritrean who was the first of many in the new order of the country. This was after all the period after the Second World War, the country was no longer Italian, nor Ethiopian, it was in English hands but not as colonizers but as protectors, chosen by the United Nations to help in the transition towards some form of autonomy. This tiny sliver of Africa was contested by “unionists”, wanting to return to the Ethiopic empire of Negus Neghesti Haile Sellasie; independents, dreaming of a future with no ties to any other nation; “pro Italy”, Eritreans wishing for their country to become an overseas province of a nation they had never seen and most probably never would, but after 60 years of colonial existence had assimilated enough to feel as this was the correct choice. This though is another story.

Silvio, at least in my mind, was a super hero, unbeatable, like Superman, Tom Mix or even Flash Gordon. A gentleman and a hero of the noble art that is, or rather was, boxing.  He was the Eritrean featherweight champion, but in a limited boxing environment with flexible categories, he had traded blows with lightweights and even heavier classes on occasion. Not that I was in any way aware of this then, in those days it was enough for me to dream of climbing into the ring and emulating his every move. Until one day I did climb into the ring with Tiberio, a man who had taken it to heart to make me into a boxer, I left with a broken nose and an unbroken resolution never to return. This is also another story.

Silvio, unbeknown to me then, was already a champion in life, long before he became a champion boxer. He should have died shortly after leaving his crib in the family home in Ghinda, between Asmara and Massaua, a forlorn area, where even today basic sanitary structures are nowhere to be found. He contracted two lethal ailments of the time, ailments which killed with abandon children and adults without discrimination; typhoid and polio. I did not know that the boxer that danced on his toes like a butterfly, as Cassius Clay would immortalize years later, did so because the polio had rendered his right ankle as hard as a board, if he wished to move quickly it would have to be on his toes. Silvio did not complain about it, on the contrary, he used to say that he had an advantage because other boxers were not accustomed to fighting on their toes as he was. A weaker spirit would probably have been a cripple for life; he chose to be a champion boxer instead.

My friend Silvio Fantozzi was born in Ghinda the 28th of June, 1925 and in a few months will turn 85; all of them lived in Africa. His father Giovanni was of the year 1894 and also found himself in Africa from a very young age, when the Italian colonial dream was still in its infancy. The family had moved from Sora, in Ciociaria, to join their father who had opened a restaurant in the French harbour of Gibuti, on the Red Sea. Last remaining mooring between Ethiopia and Somalia since the Italian maritime company, Rubattino, had purchased Assab and the Italian Kingdom had occupied Massaua and subsequently the Eritrean interior, with the idea of conquering Abissinia, only to suffer the nightmare of the reversal of Adua in 1896.

Giovanni and his brother Michele have no love for the restaurant and so they find work on the railway which connects Gibuti to Addis Abeba, the capital of Menelik’s empire. Until such a time as they reach the age of conscription, when they are put to work on the Italian railway, that from 1911 connects Massaua to Asmara. Climbing more than 2400 metres in less than 120km, one of the most remarkable railroads in the world. Its capacity was later doubled up by a cable car like system, called “teleferica”, for the transportation of lighter cargo, a true marvel of engineering, dismantled by the English during the war to get their hands on the metal with which it was built.

Giovanni, on his way to being director of the workshop for the Italian railways in Eritrea, marries the daughter of a painter from Sora. In 1922 she gives birth to a son, Giuseppe, before succumbing to the hardship of life in the colonies. Widowed, with a child to raise, Giovanni returns to Sora to see a young woman of which he has heard many good things, raised in a college run by nuns, God fearing, her name Vincenza Florio. Her father, a university professor, left Sora with his wife in 1908 to take a post at the University of Messina and arrived just in time to be killed by the earthquake which claimed more than 100 000 victims. His heirs found it convenient to leave Vincenza to the nuns whilst dividing the family fortune without ever including her. Giovanni finds Vincenza to his liking and marries her and together they return to Ghinda, on the foothills of the plateau where one finds Asmara. Here Silvio sees his first day in 1925 and four years later his sister, Marcella, is born in Asmara, where Giovanni has begun his work as director. Silvio arrives with a weakened body from his maladies, but with an unbent will which will not permit his weaker leg to slow him down in any manner.

The years of school pass with no great success nor infamy. The memories of these years are etched in his body, a scar for each episode. The one on his arm from when he fell off his bicycle. The dent in his skull from when a bucket of cement fell on him whilst he passed a construction site on his way to school. After regaining consciousness and still bleeding he goes back home to clean himself up before heading back to school, at no stage going to the hospital. It is his teacher which notices his memory is not what it was, but bit by bit he reclaims his faculties to be almost as good as new. The scar on his arm is from a later period. It occurred whilst riding to work with friends. On the final descent, just metres from the last corner before entering the gates of the railways workshop, a taxi turns into the road, leaving Silvio with the choice of swerving and possibly knocking one of his friends off or edging past the taxi. He chooses the latter and were it not for the large door handles of the vehicles of that era he would have made it. It was one of those handles that caught him just above the elbow, tearing his upper arm open and slamming his head into the side window, shattering the glass. The result; a cut from the left ear to the eye and 23 stitches at the local hospital.

The war in Eritrea is over quickly, in 1941 English troops, alongside their colonial allies, South African, Kenyan and Sudanese, liberate Abyssinia and occupy Asmara; even the Duke of Aosta is forced to surrender. All in all there is not much change, the colony is no more, but life continues pretty much in a similar vein, with the difference that the English arrest many of the younger men to send them off to internment camps in their African colonies. So the population gets smaller, but no less active even if the days of entertainers such as Toto and Renato Carosone are but a memory. Silvio is too young to be held and the English require his father’s services, so life in the Fantozzi family continues almost undisturbed.

Passion for boxing arrives at the age of 16, partly from genuine interest and partly for monetary considerations. Silvio heard from a friend, Armando Rocchi that an encounter could be worth as much as 10 pounds, more than he could make working an entire month. Immediately he heads to sign up at the gym of Fausto Salvatori, whom he would again encounter many years later in Johannesburg. Only problem is that he needs 5 shillings to register, money he does not have. Once he persuaded his sister to loan the amount, the day arrives that he gets to don the gloves for the first time. The first man to invite him into the ring is Dea, a strong fighter also known for his underhanded tactics when not going too well. The invite turns to be fortuitous; Salvatori could spot talent, and Silvio was born with boxing in his blood. A couple of hints and the odd word see his first opponent knocked out.

In the meanwhile, Silvio began to work at the railways as a turner. Being the son of the director has no benefits; on the contrary, his father could never understand how one could earn more by throwing punches than by working hard. As if his boxing talent were not enough, Silvio is rather handy with a football at his feet, but the biggest surprise arrives when he is asked to try out tennis. Never having picked up a racket, he informs the selectors of this fact, problem is that after a handful of shots, he is sidelined by the furious selector for having lied to him as there is no way he believes Silvio has never played. Even after testimonials from his friends to the veracity of his statement, the selector is not moved, and with this Silvio says to hell with tennis. An action he regrets later in life for it is a game he would have enjoyed and excelled in.

His boxing career goes from strength to strength. His debut fight pits him against a friend, Claudio Amadori, according to Silvio a stronger fighter than himself. At first they are uncomfortable about the fight, but they come to the realization that their friendship cannot interfere with their chosen sport, and once the glove are on they climb into the ring to earn their 10 pounds. The fight is a success and their careers are up and running, but there will be no repeat of the fight. The event which Silvio remembers most vividly, is a tournament between the four best fighters in his weight group; himself against Pappacena, Ziantona and Lerda. The idea came from the owner of a bar: two fights for each of them on the same night. Said bar owner instructed Pappacena to buy the trophy and select the contestants. Pappacena and Silvio meet in the final after disposing of Lerda and Ziantona respectively. Despite having more experience, Pappacena is defeated and to this day Silvio has the trophy which his friend refers to as “my cup”.

In the meantime Silvio has his eyes on a drafts student by the name of Rita Fragale, he courts her very carefully as she is of a Sicilian family and her brothers make it amply clear that they have no time for pretty boys. Her family name is destined to become famous in the business world in South Africa, where many Asmarini relocated to in later years. Rita pretends not to notice his circumspect advances, stringing him along in a manner which no boxing match ever did, but in time the ice melts and they are engaged in 1947 and married in 1952. As a married couple they move to a home in Varnero, Gaggiret, a few metres from my home as the fairytale couple, beautiful and gracious, leaving all the neighbourhood children in seventh heaven. Before all of this though there are many things which still need to occur.

The winds of change are beginning to flutter, in the build up to the referendum which the UN has fixed for 1952. This leads to unrest and terrorism and the number of Italians which lose their lives is on the rise. The price they pay for the resentment felt by some towards the colonizers. Government and parastatal jobs are for Eritreans now and the calls to “return to your own country” are getting louder, even though for many Eritrea is where they are born and bred. The economy is struggling and ships are taking many back to Italy, that is the ones that are not already in prisoner of war camps and lack of work is forcing many to emigrate.

At this time the Americans and the English have got their hands on the oil fields of the Middle East and are offering work to anyone wishing to go and work in Saudi Arabia. Dahran, Ras Tanura and Gedda are cities looking for workers; even Aden where the pipeline ends in this port city is an option. Many are employed in Italy itself, but the ones from Eritrea have more experience and cost less, so amongst the fields of black gold one would find English, American, “white Italians” and “black Italians” living together on military bases of the area. The lack of work elsewhere was a draw card, but not the only one, as in the desert amongst the oil wells there is little to spend money on and hence a good place to build a little nest egg. That is if one could resist the one armed bandits of the casino, something many could not do. This I know first hand from my own sojourn in Dahran in 1957, were I saw with my eyes Italians who had been there for years but did not have enough money to buy a plane ticket home to see their dying mothers. This though is another story.

Silvio is looking to start a family and with this in mind accepts a contract to work in Gedda,  on his way to make his nest egg. It is one of the few times that he travels without Rita, the others being when he went as a boy to participate in the Campi Dux and another time for a grand reunion of Balilla in Rome. The Americans with whom he works are fond of him, so much so that one of them even suggests a move to Hollywood, where he is certain that his Rossano Brazzi good looks would hold him in good stead, even offering a relative as a base for Silvio. Not being a dreamer and still an active boxer, thanks to the fact that many colleagues also made the move to the Middle East plus the new opponents amongst the English and Americans, Silvio puts his faith in his skills as a fighter and a turner. At the end of his contract he returns to Asmara and marries Rita, soon followed by the birth of their first child, Giancarlo in 1953.

Back in Asmara he encounters De Motta, an American from Gedda, who has found Silvio wanting him to go to Aden to take on the Royal Air Force champ, Mike John, a disliked Scotsman thanks to his arrogant and bullying nature. Silvio signs another contract and moves back to the oil fields soon to be joined by his wife and young son, a special concession as Italians are not allowed to bring their families with them, and this leads to envy on the part of some. To Silvio it is water of a ducks back. Once there he heads off to see what his opponent is about and he finds a truly hard man stands in his way.

The night of the contest Dea is fighting on the undercard after which he would sit in Silvio’s corner as an assistant, but more brawn than brain, Dea is hauled out the ring and ejected from the hall for pretending to kick his opponent in a fight he was winning comfortably. All of a sudden, Silvio finds himself with an inexperienced kid in his corner. On seeing this English officials order two of their own men to assist him, thus ensuring the fight proceeds on an even keel. Soon enough Silvio’s superiority is evident and Mike is on the carpet, but being a hard man gets up and finishes the six round contest on his feet, defeated but standing. In the end though it is Silvio that the English cheer as their winner and it is Silvio who is invited to dinner with the commander, the only Italian, with shorts on amongst the officers in high uniforms and ladies in their evening gowns.

Life in Yemen has few distractions other than his work as a turner and his boxing. The odd game of football against the locals is authorized, thanks to the permission granted by sheik Bin Laden, father of Osama, the one the Americans would so love to get their hands on now. In the two years that go by, Eritrea holds its referendum, leading to the UN choosing to form a federal state for Ethiopia and Eritrea. A wise compromise as no party had attained a clear majority and a decision which would allow a decade of peace and progress to the ex-colony. Sadly in 1962, the imperial government of Haille Sellasie erroneously decides that it is time to reincorporate Eritrea, which will lead to 30 year civil war, forcing the last remaining Italians to flee with nothing more than the clothes on their backs, plus the untold carnage on the local population. This though is yet another story.

In 1955 the Yemen experience is done and dusted, Silvio and his family pack their belongings and ship out landing up in Durban, South Africa a popular destination for many Asmarini, including the Fantozzi’s extended families. It is a country offering opportunity to everyone, but the Italians are catholic, Latin and ex-enemies of war, where it is a constant fight against old prejudices and new resentments. At least the hundred thousand prisoners of war in Zonderwater and the returning South Africans, who had been held in Italy, eased the way for the new arrivals. Thanks to their presence, the majority of South Africans have accepted that the new arrivals would be an asset in terms of intelligence, willingness to work and initiative.

Going door to door, Silvio repeatedly hears the question: "Are you Italian? Go home". Finally he encounters a South African of English descent that shows him the tools of his trade and says, “Show what you can do” followed by, "The job is yours". From now on his life is an easier ride, even though the storm clouds are beginning to build in apartheid South Africa. The discontent of the disenfranchised black population is boiling over and it will lead to a bloody road through the townships of Sharpeville, Soweto and many others until the dismantling of a racist state into the democratic one of today. On the whole the Italian community remains out of politics and manages to build appreciation amongst both sides of the divide, often enough infringing on the laws which do not permit people of colour to do qualified jobs.

1957 sees the arrival of Loredana to keep Giancarlo company and in 1959 the Fantozzi family buys a home in the Johannesburg suburb of Blairgowrie. With their 400 pound savings, Silvio wants to start an engineering company and Rita wants to open a boutique; engineering wins and in the heart of Johannesburg, Jeppe, the Steel Rok Engineering firm is founded. Working mainly for the mines, it is a successful business, not enough to make one a ton of money, but sufficient for a comfortable, stress free way of life. Employing 8 black and 2 white people, it allows the family to move residential address regularly, always in an upward trend.

With Silvio in the workshop and Rita in the home, they form a formidable couple. She is a born administrator with the inherent ability to stretch a dime a long way. Working from home as a dress maker with plenty clients willing to pay generously the bridal dresses her hands are capable of designing and manufacturing. One day she surprises her husband by emptying on their bed a bag of money she assiduously saved over the years. 1974 sees Rita looking for a new challenge and so she approaches the Standard Bank branch in Bramley asking for work. In a completely honest manner she declares she has no experience and little knowledge of the trade but she is a quick learner and a hard worker, would they be interested? Against all logic, disarmed by her honesty, the branch manager decides to give her a chance and so for 10 years she gives service to the bank until her resignation in 1984. Despite the offer of a managerial position, Rita has closed the book on this experience and heads into her long held dream of clothing retail. Via Veneto is her store, which she opens in the massive new shopping centre of Sandton City. It takes two years for her to realize that the clothing retail world is a cut throat affair and not something she wishes to be part of, closing up she once again returns to the sanity of family life. At the time Silvio was also approaching the time when he could look forward to a deserved rest. His gloves, long time retired after several years of boxing out of the Toweel brother’s gym, were he discovered his name preceded him from the years of fighting on the Arabian Peninsula; it was time to retire from his other job as well. In 1991, age 66, he liquidates his workshop, gifting part of it to an Italian who needs to work, rather tired now that age is combining with the effects of the polio which had tried to deny him any life at all.

The children, Giancarlo and Loredana, have flown the nest and are now writing their own stories with other characters. Their only grandchild, Ricky, they get to see when they head off to visit Loredana and her husband Tony in Singapore or when they meet in Italy or Spain for the football World Cup or the European Cup. Silvio cheers for Italy, his son in law for Portugal and Ricky divides his allegiance between father and grandfather.

Silvio and Rita now live in Cape Town in a beautiful apartment facing the beach in Blouberg. In the evening they watch the sun setting into the background of Table Mountain and Robben Island. Silvio relives with the friends that go visit them his memories of when his dreams where becoming reality whilst floating like a butterfly on the canvas of the boxing ring.

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Il genetliaco dell’Imperatore e la fine della Federazione fra Eritrea ed Etiopia -

Il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, quando ha fatto gli auguri a Nelson Mandela per il compleanno, ha scritto: “In occasione del suo genetliaco...”. Nel leggerlo sono tornato indietro con la memoria di mezzo secolo. Nei primi anni sessanta, infatti, poco più che ventenne, ero il più giovane redattore del “Quotidiano Eritreo” e non avrei mai osato scrivere del “compleanno dell’Imperatore”. Il suo non era un compleanno ma un “genetliaco”. Visto che Napolitano ha usato lo  stesso termine per Mandela, suppongo sia considerato il giusto modo di riferirsi ai compleanni delle persone importanti. Tanto è vero che un amico lo ha usato quest’anno per mia moglie.

L’Imperatore era Haile Sellasie (nella foto con suor Marianora Onnis, rettore magnifico dell'Università di Asmara), "Potenza della Trinità", che già molti in Giamaica e altrove veneravano da vivo come una deità con il suo rango e nome giovanili: “Ras Tafari”, da cui deriva il culto dei “rastafariani”. Indirettamente e da molto lontano era il mio datore di lavoro, in quanto il “Quotidiano Eritreo” – uno di due quotidiani in lingua italiana che uscivano in Asmara – era pubblicato dal Dipartimento per le Informazioni del Governo Imperiale Etiopico. L’altro quotidiano era il “Giornale dell’Eritrea”, stampato prima dal Corriere Eritreo e poi dal Poligrafico – diverso nome della stessa tipografia - ed emanazione della comunità italiana. Avevo cominciato qui a fare giornalismo quando avevo ancora i calzoni corti, come usava allora, perché avevo meno di quindici anni e mi era passata la voglia di andare a scuola. Un’offerta di lavoro diceva: “Vi piacerebbe lavorare in un giornale?” ed eravamo corsi in parecchi per l’intervista di assunzione. Fummo presi in tre e scoprimmo che si trattava di fare gli apprendisti “linotipisti” e non i giornalisti. Io tenni duro e nel giro di qualche mese cominciai a scrivere i primi articoli direttamente alla “linotype”, che era una macchina infernale con una caldaia piena di piombo fuso e un magazzino di matrici che quando venivano a contatto con il metallo liquido lasciavano l’impronta delle varie lettere dell’alfabeto. Alla fine del ciclo la macchina sputava “una fila di lettere”, una riga di piombo che dopo essere stata inchiostrata lasciava sulla carta una serie di parole come quelle che state leggendo. I linotipisti, se esistono ancora, sono i più abili al mondo nel leggere le parole al contrario perché è così che le vedono sulle righe di piombo confezionate dalla loro macchina. Un po' come Leonardo con la sua scrittura speculare.

Ricordare il “Genetliaco dell’Imperatore” mi ha portato a ripensare ai momenti più importanti dei miei sette anni al servizio del Governo Imperiale Etiopico. C’è stato uno di questi momenti che non potrò mai scordare perché quel giorno cessò di esistere la Federazione fra Etiopia ed Eritrea e cominciò la guerra dei trent’anni che soltanto negli anni novanta si è conclusa con la nascita dell’Eritrea indipendente. Quel giorno fui testimone inconsapevole delle azioni che scatenarono quella sanguinosa guerra civile.

Gli storici dicono che era il 14 novembre 1962. Io non ho tenuto a mente la data, ma so che il 2 novembre era l’anniversario dell’incoronazione dell’Imperatore ed era consuetudine rendergli omaggio con una riunione dell’Assemblea per ascoltare un discorso del suo rappresentante e fargli quindi gli auguri. La redazione del Quotidiano Eritreo era in quello che era stato il Corso Italia ed era stato ribattezzato Avenue Haile Sellassie, per poi diventare viale dell'unità e poi della libertà o qualcosa di simile. L’edificio ospitava l’Assemblea Eritrea e gli uffici dei giornali pubblicati dal Dipartimento delle Informazioni nelle varie lingue parlate nell’ex colonia italiana. L’Assemblea era nata dopo il referendum del 15 settembre 1952 che, sotto l’egida delle Nazioni Unite, aveva fatto nascere la Federazione fra Eritrea ed Etiopia. L’Eritrea aveva un suo governo espresso appunto dall’Assemblea Legislativa e l’Imperatore aveva in Eritrea un suo rappresentante che fungeva da governatore, ma soprattutto una divisione del proprio  esercito, qualche stormo dell’aviazione e un paio di unità navali nel porto di Massaua.

Quando arrivai in redazione, quella mattina, mi aspettavo una presenza militare più forte del solito, perché l’Assemblea riceveva la visita del generale Abiy Abbebe, rappresentante dell’Imperatore. Ma quel giorno la presenza militare era molto più visibile e nervosa. I colleghi italiani non mostrarono di essersene accorti, gli eritrei non ne parlavano volentieri. Il direttore Enrico Mania era già nell’aula dell’assemblea per presenziare al discorso del capo del governo Asfaha Uoldemicael. La sua testimonianza è riportata in questa pagina così com'è apparsa nel suo libro "Non solo cronache dell'Acrocoro", pubblicato una decina di anni fa in Italia.

Lavorai per qualche tempo a un articolo che stavo scrivendo, poi annunciai: “Vado a sentire cosa stanno dicendo”. Era un’abitudine: attraversavo il corridoio, aprivo una porta ed entravo nell’emiciclo dell’Assemblea per “ascoltare” l’atmosfera dell’aula più che le parole, dato che gli oratori si esprimevano in tigrino o in amarico e io potevo sperare di capire soltanto qualche parola qua e la. Questa volta non ascoltai un bel niente. Aperta la porta del nostro ufficio, mi ritrovai davanti alla canna di un mitra e alla faccia feroce di un “thor serawit” (soldato) che, muovendo l’arma in su e giù, a pochi centimetri dal mio petto, mi fece capire senza dire niente che dovevo starmene chiuso dentro. Tornai dai colleghi e dissi che secondo me stava succedendo qualcosa di importante perché non ci era mai capitato di essere sequestrati in redazione.

Non successe nulla di clamoroso, apparentemente, e poco dopo il generale e il suo seguito di civili e militari se ne andarono e finalmente potei uscire per andare al Bar Rex a prendere un caffé. Chiesi a qualche parlamentare che conoscevo cosa fosse accaduto in quella seduta a porte chiuse. “Asfaha ha parlato e noi abbiamo battuto le mani. Ha detto che certamente noi eritrei vogliamo bene all’Imperatore e continueremo a dimostrarglielo comportandoci da buoni cittadini”. Ma non era proprio così. Il capo del governo aveva detto che era giunto il momento di fare il funerale alla Federazione e di riunire l’Eritrea alla madrepatria etiopica. Solo che la questione non era stata messa ai voti. Quell’applauso fu spacciato per un voto all’unanimità e le cose per l’Eritrea e l’Etiopia non furono mai più come prima. Uscendo, e poco dopo rientrando, vidi i militari trafficare con le aste delle bandiere davanti al Palazzo dell’Assemblea. Rimasi per un po’ a guardare e poi rientrai di corsa in ufficio. Adesso sì che ero spaventato. I militari avevano ammainato la bandiera della Federazione e issato al suo posto quella dell’Etiopia. I deputati eritrei avevano votato per acclamazione, forse senza saperlo, la fine della Federazione e l’annessione della loro terra all’Impero Etiopico. L’Eritrea cessava di essere nazione sovrana per diventare una provincia dell’Impero Etiopico. Qualche giorno dopo ci fu il primo attentato in città, che ci portava a diretto contatto con la guerriglia che già insanguinava le zone periferiche della provincia e soprattutto le aree a prevalenza islamica, verso il confine con il Sudan. Dopo di allora, per sei anni, fui regolarmente inviato dal giornale ad assistere alla pantomima di ribelli eritrei che si arrendevano e giuravano fedeltà all’Impero. Ma intanto la guerriglia continuava e aumentava.

L’Eritrea tornò indipendente soltanto il 24 maggio 1991. L’Imperatore Haile Sellassie morì in circostanze mai chiarite nel 1975, durante il “terrore rosso” del dittatore Menghestu Hailemariam. Io lasciai Asmara con la mia famiglia nel 1968 e ci tornai nel 2001 con una troupe della Rai per filmare le truppe dell’Onu e i carabinieri italiani che si schieravano a cuscinetto sul confine etiopico per impedire ulteriori scontri lungo le zone che le due parti continuano a contendersi. La vera pace da quelle parti è ancora un sogno.

Ciro Migliore

La fine della Federazione nella cronaca di Enrico Mania tratta dal suo libro: "NON solo CRONACA dell'ACROCORO"

Il 14 novembre 1962 la tensione ad Asmara si tagliava con il coltello: pattuglie militari, armate di tutto punto, percorrevano lentamente, a bordo di jeep, le strade del centro. Si comportavano come se avessero conquistato una citta nemica. Ovunque, angolo dopo angolo e metro dopo metro, stanziavano, con elmetto e armi in pugno, agenti di polizia. Soprattutto nelle strade attorno al Palazzo dell'Assemblea. L'atmosfera non era di quelle aperte alla gioia. Sulle finalita della seduta assembleare, nessun annuncio. I funzionari di govemo, invitati a prendere parte, venivano perquisiti prima di accedere nel posto riservato al pubblico. Tre soli stranieri presenti: l'avvocato Alfonso Giovane, che esercitava le funzioni di avvocato generale del govemo eritreo; e, fra i giornalisti, l'autore di questa cronaca e la corrispondente della Reuter.

I deputati, anche quelli che si erano dati per ammalati, erano presenti: la polizia si era assunta il compito di ritrovarli e accompagnarli in aula.

La seduta, fatta la conta e constatata la presenza del numero legale, venne aperta da Dimitros Ghebremariam. Egli si limitava a preannunciare l'arrivo del Bituodded Asfaha Uoldemicael per una "importante comunicazione".

Il capo dell'esecutivo, gia in attesa all'esterno che finissero le formalità, entrava e prendeva posto, assieme con i sei segretari, al banco del governo.

Asfaha, avuta la parola, con tonalità di voce impercettibile, quasi stesse segretamente pregando, si infilava in frasi di circostanza per dire, nella forma piu incolore possibile, che erano trascorsi dieci anni dal momento in cui era stata riconosciuta, internazionalmente, la etiopicità degli eritrei. Dopo il preambolo, entrava nel cuore del problema, premettendo che gli eritrei non avevano mai capito "cosa fosse la Federazione: una trovata straniera che non ha nulla in comune né con la storia né con le tradizioni del popolo etiopico".

Un discorso breve, senza ricorrere agli usuali voli pindarici negli anfratti delIa storia del territorio. Per il capo dell'esecutivo il popolo eritreo si trovava in uno stato di "avvilimento", in una condizione giuridica "antistorica". Per eliminare le discrepanze che andava elencando, proponeva ai membri dell'Assemblea l'accoglimento di una mozione per
l'abrogazione, sic et simpliciter, della Federazione. Le sue parole, mondate di retorica, erano giunte quasi in sordina, come se si fosse trattato di un'azione privata, di parole dette in confessionale e non, come era, in una sala assembleare, i cui membri erano i co-autori e spettatori di un avvenimento tremendamente vero e, per quel che vale, storico. Una costituzione, che era costata tanta fatica, semplicemente veniva stracciata.

Una sala, quella dell'Assemblea, che tornava a essere poca cosa. Durante la guerra italo-etiopica, da sala della Federazione dei fasci dell'Eritrea, era stata trasformata in "sala stampa" e, dopo il conflitto, tornava ad essere la sede della Federazione fascista. Lo stesso balcone, dal quale avrebbe parlato Mussolini, era inserito in un corpo di fabbrica che era un fascio stilizzato. Durante l'occupazione britannica divenne sede temporanea del Municipio e, poi, sala di lettura e quindi di sede del C.R.I.E., oltre a sede di associazioni professionali, di associazioni sportive e di circoli ricreativi della comunita italiana.

Ora la grande sala stava per perdere la sua ultima identità, appena reciso il cordone ombelicale dello status federativo. Nel più completo silenzio Asfaha leggeva la mozione proposta:

"CONSCI del fatto che il nome di Federazione non trova riscontro sia nella nostra storia che nella nostra tradizione; CONVINTI del fatto che essa fu imposta al popolo perché potesse divenire un'arma di disgregazione nelle mani dei nostri nemici; RESICI CONTO dell'impossibilità di realizzare qualsiasi pro a beneficio del nostro popolo fin tanto che sussisteranno due sistemi e due amministrazioni e che a nulla valgono se non a disperdere forze ed energie; PERSUASI che per un popolo come il nostro, che si sente di essere etiopico, continuare a vivere secondo le impostazioni dettate da altri non torna a beneficio della sua unità; INTERPRETANDO il pensiero e le aspirazioni del nostro popolo, DECIDIAMO UNANIMAMENTE perché la Federazione, con tutto il suo significato e le sue implicazioni, venga, da questo momento, definitivamente abolita. Da oggi viviamo in COMPLETA UNIONE con la Madrepatria, l'Etiopia".

Erano le 10,55 di mercoledì 14 novembre 1962. I deputati non avevano ancora sciolto le loro perplessita e allontanate le loro paure, quando una bordata di applausi, diretta da un'invisibile regia, partiva dal settore riservato al pubblico. I battimani erano così fragorosi e calorosi da coinvolgere, a mana a mano, i deputati. Un gesto che si tramutava in assenso incondizionato allo proposta "mozione", per divenire consenso per "acclamazione".

D'altronde, c'erano dei precedenti. Per applauso i deputati avevano abolito la bandiera, il sigillo e lo stemma. Battere le mani era diventata un'espressione di voto collettivo per sfuggire all'assunzione di una responsabilità individuale.

La Federazione, ottenuta con grandi sforzi e difficili negoziati, aveva esalato, così, con un applauso, l'ultimo respiro!

The short life of the Federation

The Federation of Ethiopia and Eritrea was a structure between Eritrea and Ethiopia. It was created by the approval of the Federal Act in Ethiopia and the Eritrean Constitution on 15 September 1952.
 
Prior to the annexation of Eritrea the Chief Justice of Eritrea was removed and the official Eritrean languages were eliminated in favor of Ethiopia's national language Amharic. During the Federation the encroachment of the Ethiopian Crown was felt on the Chief Executive of Eritrea. This was in direct contravention of the UN Resolution 390-A(V) which established the Federation.
 
The Federal structure, or some semblance of it, existed between 15 September 1952 and 14 November 1962. On 14 November 1962 the Federation was officially dissolved and Eritrea was annexed by Ethiopia. This was done by Haile Selassie I pressuring the Eritrean Assembly to abolish the federation.

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"Meskel": la Festa della Croce

Questo articolo sulla festa del Meskel, scritto dal Sig. Ghebremicael Besserat, apparve su un giornale italiano (di cui purtroppo non conosciamo il nome) che capitò fra le mani di Vincenzo Acquaviva oltre 40 anni fa ad Addis Abeba. Essendo molto interessante e istruttivo dal punto di vista storico-religioso, egli staccò la pagina e la conservò tra le tante cose che si è sempre portato dietro. Qualche anno fa Enzo lo ha inviato al Chichingiolo, sito online della diaspora asmarina, che lo ha riproposto ai suoi lettori.

E' così che l'ho trovato io, con l'emozione che si prova quando si incontra un caro amico del quale da tanto tempo non si sapeva più niente. Sì, perché l'autore, Grebremicael Besserat, era mio amico. Quando io ero un redattore del Quotidiano Eritreo, in Asmara, lui occupava l'ufficio accanto al nostro ed era il direttore del quotidiano in lingua tigrina pubblicato dal Dipartimento per l'Informazione del Governo Imperiale Etiopico, che pubblicava anche il nostro giornale. Dopo il mio rientro in Italia, nel 1968, mentre le fiamme della guerra civile avvolgevano e distruggevano milioni di eritrei ed etiopici, non ho mai più saputo nulla di lui. Ma non l'ho mai dimenticato. Il mio è il ricordo di un uomo pieno di dignità e di cultura, un amico del quale essere orgogliosi. (Nella foto lui è il secondo da destra e io il terzo, quello con lancia e scudo, mentre mia moglie ha la pelle di gattopardo che ci hanno regalato per rendere omaggio al nostro spirito battagliero alla vigilia della nostra partenza per l'Italia). Gli rendo oggi omaggio proponendo ai nostri lettori questa sua bella pagina, scritta da lui direttamente in italiano:

La festa del Meskel - La più suggestiva tradizione etiopica

Grebremicael Besserat

Il "MESKEL", che letteralmente significa la festa della Croce, è una delle più importanti e suggestive feste celebrate dalle popolazioni cristiane dell'Etiopia. Questa festa, che ricorre annualmente al 17 "Meskerrem" (27 Settembre), trae origine da un'antichissima tradizione che gli etiopici, di profondi sentimenti cristiani, si sono tramandati di generazione in generazione e che ha conservato tutto l'originale candore ed il senso più genuino del carattere degli antichi etiopici cristiani.

Secondo la tradizione, il "MESKEL" ricorda il ritrovamento della croce di Cristo ad opera della Regina Elena, madre di Costantino. Si racconta che gli ebrei avevano seppellito la croce di Cristo, in mezzo a quelle dei due ladroni, e avevano continuamente ammucchiato su di esse le loro immondizie, che dopo trecento anni erano letteralmente diventate delle montagne, per evitare che i cristiani continuassero a venerare il simbolo della loro redenzione.

Nessuno avrebbe detto che, dopo trecento anni, si sarebbe riusciti ad individuare il luogo dove la reliquia era stata seppellita, eppure Dio volle che anche questo miracolo venisse compiuto, e scelse Elena, la madre di Costantino, donna pia e di virtù preclare, per questa grande missione.

Elena, che aveva sempre desiderato ardentemente di scoprire il luogo dove giaceva sepolta la croce di Cristo, un giorno, dopo tante ricerche, consultò tre vecchie persone, e loro, un po' con le buone e un po' con le cattive, indicarono i tre mucchi, o montagne di immondizie, dove, secondo la leggenda, era stata seppellita insieme a quelle dei due furfanti, 300 anni prima.

Elena, donna saggia, vedendo che c'erano tre montagne di rifiuti di uguale altezza e non sapendo in quale delle tre poteva essere sepolta la croce sulla quale Gesù fu crocefisso, prima di iniziare il lavoro degli scavi volle innalzare a Dio un sacrificio, bruciando una catasta di legna (che è il Damerà) per ottenere un'indicazione divina su quale dei tre monti doveva scavare. Dio accettò il suo sacrificio e piegò le fiamme verso la montagna di mezzo, che venne scavata dal 17 "Meskerrem" fino al 30 "Megabit" (settembre- marzo), e gli sforzi di Elena vennero coronati da grande successo in quanto la sacra reliquia venne ritrovata.

Gli Imperatori d'Etiopia, non sapendo il luogo dove in seguito Elena aveva deposto la croce, e bramando di possederla, anche loro si misero in cerca della santa reliquia e dopo infinite peripezie il destino volle che fosse l'imperatore Davide a trovarla. Infatti egli andò a Gerusalemme ed ottenne un pezzo della croce di Cristo. Davide morì martire durante il suo viaggio di ritorno, ma il pezzo della croce raggiunse l'Etiopia. Da allora in poi il popolo d'Etiopia ha continuato a celebrare solennemente questo grande avvenimento, con sincere dimostrazioni di fede e di attaccamento alla croce sulla quale Cristo morì per salvare l'umanità.

Questa commemorazione simbolica di alto contenuto spirituale in cui esulta l'anima profondamente religiosa degli etiopici, si svolge con festose manifestazioni e con solenni cerimonie religiose.

Alla vigilia si osserva un digiuno rigoroso e si inizia il caratteristico cerimoniale della festa. Gli uomini si cingono il capo con una corona di ramoscelli di albero freschi, mentre i giovani del paese dopo il tramonto del sole si riuniscono e, accese delle torce, composte di rami secchi d'albero ed euforbie, si recano prima in chiesa per compiere i rituali tre giri, poi girano per le case esprimendo i loro auguri. Queste giulive fiaccolate simboleggiano, oltre che la luce del cristianesimo, anche la fine della stagione delle piogge con le sue nebbie e l'inizio della stagione dei raccolti con i suoi prati fioriti, dove spicca, vivace e caratteristico, un fiore dai petali gialli chiamato appunto "ghelghele meskel". Anche le ragazze e le donne uniscono le loro voci argentine ai canti che i giovani, portando in giro le loro torce accese, improvvisano come augurio di una stagione di letizia e di felicità. Inoltre, durante queste manifestazioni canore è consuetudine invitare gli uomini e le donne a compiere un piccolo salto sulle torce accese. Questo simboleggia, anche, il trapasso dalla stagione delle piogge e delle nebbie alla bella stagione del raccolto con il sole sfolgorante, fonte perenne di vita e di luce.

Così, mentre la notte della vigilia, illuminata dal bagliore delle fiaccole e resa dolce dal canto dei giovani e delle ragazze, si dilegua, sorge l'alba del giorno del "MESKEL".

La mattina, la popolazione nei suoi abiti di festa, si muove allegramente verso la chiesa o verso il piazzale dove si trova il "DAMERA": una catasta di euforbie o alberi secchi legati con dei nastri che ricorda quella della Regina Elena.

Quivi il popolo si affolla nel suo abbigliamento vivace e festoso formando un magnifico quadro di colore e di letizia. I preti e i diaconi nei loro sacri e multicolori paramenti accompagnati dai ritmi dei tamburi e dei sistri, come pure dai suoni del "meleket", dell' "embeità" e da altri strumenti musicali, procedono lentamente verso il luogo della cerimonia, mentre la popolazione si inchina devotamente davanti al sacro "TABOT" (l'ARCA) che portano in solenne processione.

Il sacro "TABOT" preceduto dal clero in policromi paludamenti e accompagnato dalle massime autorità con i "mezemeran" che cantano inni liturgici, formano un imponente corteo che gira tre volte intorno al "DAMERA' ", che, dopo essere stato benedetto, viene acceso dai preti officianti. Appena la catasta comincia a bruciare fra il clamore giulivo del popolo, il "TABOT" si sposta lentamente dalle fiamme che divampano, mentre la popolazione in gruppi di uomini e donne, di ragazze e ragazzi a cui si uniscono i militari presenti, girano intorno alle fiamme cantando canzoni di gioia e di buon augurio per la nuova stagione. Intanto il popolo, con un crescendo di attenzione che diventa ansia, segue la direzione verso cui le fiamme si piegano e da questo segno si traggono gli auspici per il futuro e cioè se l'avvenire sarà foriero di pace o di guerra.

Se i presagi sono favorevoli, allora l'esultanza trabocca e le manifestazioni diventano frenetiche. Danze, canti, grida di gioia s'intrecciano in un festoso tumulto. Una esplosione di allegria generale: intorno alle fiamme i più bravi cavalieri galoppano per dimostrare la loro abilità nel cavalcare e sparano per dar prova delle loro perizia nell'uso delle armi. E' una scena d'entusiasmo popolare veramente indescrivibile.

Durante la festa del "MESKEL" avvengono anche le premiazioni. In questo giorno le autorità conferiscono titoli, onori, medaglie e gradi a coloro che si sono distinti durante l'anno. Pertanto a molti questa festa significa anche il giorno della ricompensa del loro lavoro e della loro fedeltà al paese. E' da ricordarsi infine che una settimana prima del "MESKEL", il giorno 10 "Meskerem" (20 Settembre) viene celebrato l'"AZIE MESKEL". In tale ricorrenza esponenti del clero, accompagnati dai "MEZEMERAN" si recano dalle massime autorità per porgere dei fiori, come espressione dell'inizio della stagione dei fiori e del buon raccolto.

Tutte significative cerimonie che dimostrano la gentilezza dei costumi e l'attaccamento alle tradizioni della gente etiopica, la cui fede inalterabile e continua nel corso solenne dei secoli, rappresenta un patrimonio spirituale ammirevole ed ammonitore in questi tempi di freddo materialismo.

Damerà e Pignarul

Mi ha molto colpito, quando sono andato a vivere in Friuli, dopo aver lasciato Asmara, la tradizione friulana del "Pignarul", molto simile a quella etiopica, visto che anche i friulani, a fine anno, accendono una pira di legno per poter trarre dalla direzione delle fiamme e dalla direzione in cui la pira finirà per cadere gli auspici per il nuovo anno. Il mondo, per certi versi, è più piccolo di quanto pensiamo. Anche gli aborigeni australiani hanno credenze molto simili a quelle dei "San" o boscimani, diretti discendenti dei capostipiti dell'umanità. - Ciro Migliore
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Nel 2001 andai in Etiopia ed Eritrea come "produttore" di un Dossier del TG2. La Rai aveva inviato da Roma la giornalista Paola Angelici e l'operatore Fabio Chiucconi, oggi anche lui inviato speciale soprattutto nelle zone di guerra. In Etiopia la nostra guida fu Maurizio Melloni, in Eritrea ci spostammo quasi sempre insieme ai carabinieri che l'Italia aveva inviato a far parte del contingente delle Nazioni Unite che doveva far rispettare la tregua fra  le due nazioni. A fine incarico, accompagnati i colleghi all'aeroporto, entrai al Bar Impero. Era domenica mattina e il locale era pieno, ma proprio vicino alla porta, ad un tavolino per quattro, sedevano tre anziani eritrei, vestiti di tutto punto come gli italiani degli anni sessanta la domenica mattina per andare alla messa in cattedrale. Da uno di loro arrivò l'invito in perfetto italiano: "Vuole accomodarsi?". Accettai con piacere. Appena seduto arrivò a bruciapelo la domanda: "In quale anno gli italiani arrivarono ad Asmara?". Trasecolato, diedi la risposta giusta. Fortunatamente avevo ripassato la storia della città perché le informazioni sarebbero servite nel compilare il Dossier per la Rai. Ma siccome non tutti gli italiani e neanche tutti gli asmarini potrebbero rispondere a una domanda così su due piedi, ecco un po' di storia sulla nostra adorata città natale (C.M.):

da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Asmara (tradizionalmente L'Asmara, in passato anche Asmera, è la capitale, la città più popolosa (579.000 abitanti) e il principale centro industriale, economico e culturale dell'Eritrea. È anche capoluogo della Regione Centrale.
 
Sorge su un altopiano a oltre 2.300 m s.l.m. e gode di un clima particolarmente mite e salubre (la temperatura media annua è di circa 17°C). Sede universitaria, ospita industrie tessili, dell'abbigliamento e della lavorazione della carne.
 
Nella città è ancora abbastanza diffuso l'utilizzo dell'italiano (molto più che nel resto del paese), che ha, peraltro, influenzato significativamente anche il Tigrigna localmente parlato. Anche la maggior parte degli italo-eritrei risiede in questa città.
 
Asmara nacque nel XII secolo, dall'unione di quattro villaggi. Originariamente vi erano infatti quattro clan che occupavano l'area dove sorge oggi la città: i Gheza Gurtom, i Gheza Shelele, i Gheza Serenser e i Gheza Asmae. Incoraggiati dalle famiglie, i leader dei quattro clan decisero di unirsi per fronteggiare i banditi che imperversavano nell'area. Dopo la vittoria, la zona fu chiamata Arbaete Asmara, che in lingua tigrina significa: "I quattro sono uniti". Nonostante quella fusione, Asmara (il suffisso Arbaete cadde ben presto in disuso) continuò a essere un villaggio di etnia tigrina, e tale rimase ancora a lungo: fu infatti solo a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo che la popolazione della località iniziò ad incrementarsi in maniera significativa, anche grazie all'attribuzione del ruolo di capoluogo della regione e alla fondazione di un mercato locale per ordine di Ras Alula (colui che in seguito guidò l'attacco del 1887 ai soldati italiani a Dogali).
 
Un'altra leggenda narra che in queste zone la Regina di Saba avesse dato alla luce il figlio di Re Salomone, Menelik I.
 
La città fu occupata dall'Italia nel 1889 e divenne capitale della colonia nel 1897. Nel 1887 gli italiani, sotto la direzione dell'ingegnere E. Olivieri, costruirono la prima tratta della ferrovia che partendo da Massaua raggiungeva il forte militare di Saati, a poche decine di chilometri da Asmara. Successivamente, durante l'amministrazione del Governatore Ferdinando Martini, la linea fu prolungata, sotto la direzione dell'ingegnere F. Shupfer, fino ad Asmara, raggiunta nel dicembre del 1911, passando attraverso la città di Ghinda. Fin dagli anni venti, grazie al governatore trevigiano Jacopo Gasparini, ma ancor più nel decennio successivo, il profilo architettonico della città mutò radicalmente, con la costruzione di nuove strutture ed edifici in stile razionalista, che portarono la città ad essere soprannominata "Piccola Roma". L'edilizia degli anni venti e anni trenta e la presenza coloniale italiana sono ancora oggi ben rintracciabili, sia nei principali edifici della città, sia nel nome di numerosi locali pubblici ed esercizi commerciali ("Bar Vittoria", "Pasticceria moderna", "Casa del formaggio", "Ferramenta", "Casa degli Italiani").

Tra gli edifici più notevoli del periodo coloniale fascista da segnalare il Cinema Impero, costruito nel 1937 e considerato uno degli esempi più emblematici in stile Art Déco, e la stazione di servizio Fiat Tagliero, un impressionante edificio in stile futurista costruito nel 1938 a forma di aeroplano e dotato di due incredibili "ali" autoportanti che destano viva impressione ancora oggi.

Il primo aprile 1941, durante la II Guerra Mondiale, Asmara fu occupata, insieme al resto dell'Eritrea, dalle truppe britanniche del generale William Platt.
 
La permanenza delle truppe inglesi e del Commonwealth britannico ad Asmara si protrasse fino al 1952, anno dell'associazione dell'Eritrea, come unità federata dotata di ampia autonomia, all'Impero d'Etiopia. In quello stesso anno la città tornò a essere capitale dell'Eritrea, e vi restò fino al 1960, allorquando l'Etiopia, in forma del tutto unilaterale e contro la volontà del popolo eritreo, iniziò a smantellare le strutture federali che univano i due paesi (per dare vita, nel 1962, ad uno stato fortemente centralizzato), declassando Asmara al rango di semplice capoluogo di provincia. Il 31 gennaio 1975 iniziò la guerra di liberazione dal dominio etiopico con l'attacco alla città da parte del F.P.L.E. Il 24 maggio 1991 la città venne liberata definitivamente dalla dominazione etiopica dal F.P.L.E., la massima organizzazione patriottica eritrea, da tempo in lotta contro l'esercito di occupazione abissino presente sul posto. Il trionfale esito del plebiscito popolare per la definitiva separazione del Paese dall'Etiopia (con oltre il 98% di consensi a livello nazionale) permise ad Asmara, due anni più tardi, di divenire capitale di un'Eritrea repubblicana e indipendente (1993).
 
Personalità italiane legate ad Asmara:

 Bruno Lauzi (Asmara, 8 agosto 1937 – Peschiera Borromeo, 24 ottobre 2006), cantautore, compositore e poeta italiano.
 Lara Saint Paul (Asmara, 30 aprile 1946), cantante italiana.
 Remo Girone (Asmara, 1 dicembre 1948), attore italiano.
 Nando Cicero (Asmara, 22 gennaio 1931 – Roma, 30 luglio 1995), è stato un regista e attore italiano.
 Calogero Antonio Mannino (Asmara, 20 agosto 1939) - politico italiano, più volte Ministro della Repubblica Italiana.
 Giovanni Boselli Sforza (Asmara 1924 - Roma, 24 giugno 2007), è stato un fumettista italiano.
 Vittoria Febbi (Asmara, 13 febbraio 1939), è una doppiatrice e attrice italiana.
 Fiorello Toppo (Asmara, 12 Luglio 1980), è un cestista italiano.

L’Asmara italiana, patrimonio dell’umanità

Salvate l'Asmara italiana: il centro storico della città eritrea, costruito tra 1935 e 1941 dai coloni di Benito Mussolini, è stato incluso nella lista dei cento siti storici più a rischio compilata ogni due anni dal World Monument Fund (Wmf). Il Fondo, una istituzione privata americana che in collaborazione con American Express ogni anno punta i riflettori su monumenti in pericolo, ieri a New York ha presentato la sua «top 100», che include anche siti in Italia, tra cui i trulli, e in altre parti del mondo, ad esempio la casa di Hemingway a Cuba, il Cyclorama di Gettysburg, in Pennsylvania, costruito tra 1958 e 1961 per ospitare un dipinto panoramico sulla omonima battaglia della guerra civile. È stato incluso in blocco tutto l'Irak (è la prima volta che nell'elenco viene messo un intero Paese).

«L'Asmara - dice il Wmf - ha una delle più alte concentrazioni del mondo di architettura modernista. Il suo centro urbano rappresentò un ardito tentativo di creare una città ideale basata sugli ideali della pianificazione architettonica», si legge nella motivazione della campagna lanciata ieri per salvare dalle minacce dello sviluppo gli oltre 400 edifici rimasti del periodo della colonizzazione italiana, tra cui lo straordinario teatro disegnato in uno stile eclettico e affreschi Art Nouveau da Oduardo Cavagnari.

La capitale eritrea, descritta talora come la Miami o la Latina dell'Africa, è il frutto di un esperimento architettonico radicale voluto dal fascismo determinato a costruire in fretta: un progetto urbanistico che non avrebbe probabilmente trovato favore nel più conservatore ambiente culturale europeo.

L'Asmara fu costruita quasi tutta in sei anni, a partire dal 1935, quando un massiccio influsso di coloni nella capitale della regione (la popolazione salì in quel periodo da quattromila a 45mila) rese necessario un drastico intervento urbanistico. «I coloni italiani in Eritrea usarono la città come una tela bianca per progettare e costruire la loro utopia in Africa», ha sostenuto in un libro recente Naigzy Gebremedhin, architetto della Mit e autore di «Asmara: Africa's Secret Modernist City».

Dal momento che questa tela bianca era così lontana dalla madrepatria, gli architetti italiani ebbero le mani libere per sperimentare: il risultato è un mix eclettico, un cocktail di edifici futuristi come il garage Fiat Tagliero costruito per sembrare un aeroplano, di villini che potrebbero avere il loro posto sul Gianicolo a Roma, di facciate monumentali e austere in puro stile littorio.

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Il venditore di beles -

Il grido arrivava prima di lui:

"Beles, beles...".

Poi dall'angolo spuntava la figura scheletrica di un uomo con una grande tanica sulla testa o con due ceste appese a un lungo bastone che era sostenuto dal suo collo e a sua volta sosteneva le ceste e le sue braccia, girate attorno al legno. Il passo ondeggiante era quello di una persona stanca, ma abituata a camminare e a portare grandi pesi. Come tutti gli eritrei, Tesfai - ma se preferite Tecle o Abraha - era abituato a coprire grandi distanze a piedi. La stanchezza non era quindi causata dalla lunga camminata che lo aveva portato a Gaggiret, bensì dalla fatica del suo lavoro e dal peso del suo carico.

Tesfai cominciava infatti a lavorare quando tutti dormivano. Scendeva lungo i tornanti della rotabile Asmara-Massaua sul far del tramonto, dormiva qualche ora fra i cespugli e si alzava prima dell'alba per la raccolta dei frutti. Il percorso, che dal nostro quartiere di Gaggiret doveva essere non meno di una ventina di chilometri, lo faceva, se era fra i più ingegnosi, con un carrettino reso mobile da cuscinetti a sfera applicati alle estremità di due legni, uno sul davanti e uno sul di dietro di una tavola larga una cinquantina di centimetri e lunga forse  settanta o giù di lì, che lui dirigeva con uno spago fissato alle estremità dell'asse anteriore, mobile quel tanto da permettergli di voltare a destra o a sinistra. Sul far della sera scendeva lungo i primi tornanti in direzione di Nefasit e il bassopiano, alle prime luci dell'alba risaliva verso le luci della città che illuminavano fiocamente il suo orizzonte. La zona di raccolta dei frutti era denominata Arbaroba. Il suo raccolto erano i beles delle piante che coprivano ogni centimetro di terreno delle pendici occidentali dell'altopiano eritreo.

Tesfai aveva le mani callose e dure come cuoio mal conciato, che si apriva in tanti minuscoli taglietti. La durezza dei suoi calli lo proteggeva almeno parzialmente dalle spine. Tesfai non aveva guanti.

La raccolta dei frutti era relativamente facile al principio della stagione, quando erano più vicini alla strada, ma diventava sempre più difficile, a mano a mano che i raccoglitori dovevano addentrarsi sempre più fra le piante, fitte come gli alberi delle foreste equatoriali.

Il terreno era pieno di dirupi e la raccolta era anche pericolosa, ma i raccoglitori non avevano alternative. Quella era praticamente l'unica raccolta che potevano permettersi perché non costava nulla. Le piante erano selvatiche e i frutti abbondanti e deliziosi. E loro se ne cibavano prima di venderli.

La raccolta era complicata dalla distanza fra il raccoglitore e i rami che ancora recavano frutti dopo le prime raccolte. Tesfai adoperava per questo una lunga pertica, sulla cui punta, siccome voleva che i suoi frutti non fossero danneggiati, aveva fissato una tanichetta capace di accogliere anche i frutti più grossi. Una volta imprigionato il frutto nella scatoletta, una torsione della pertica gli consentiva di acquisire l'oggetto dei suoi desideri, che in città avrebbe venduto per pochi centesimi. I raccoglitori più pigri, che non erano riusciti a procurarsi una scatoletta delle dimensioni giuste - rare in quell'epoca - utilizzavano un lungo chiodo con il quale infilzavano il frutto per strapparlo alla pianta e deporlo nella loro cesta o tanica.

Durante il giorno Tesfai e i suoi colleghi percorrevano le strade di tutti i quartieri di Asmara. Quando erano fortunati vendevano tutto il raccolto in poche ore, qualche volta anche a un solo compratore, altrimenti dovevano continuare a macinare chilometri fino al tardo pomeriggio, a mano a mano riducendo il prezzo della mercanzia in offerta. I primi compratori, infatti, sceglievano i frutti più belli e ai ritardatari restavano i meno attraenti e per di più peggiorati durante le ore di esposizione al sole, nonostante le foglie con cui Tesfai e amici cercavano di coprirli.

Qualche volta i clienti volevano alcuni frutti che avrebbero poi lavato e sbucciato loro stessi, ma più spesso i compratori erano ragazzi che lo aspettavano per strada e Tesfai deponeva il suo carico, si accosciava, tirava fuori il suo coltello - che altro non era se non un pezzo di lamiera sottile fatto arrotare dal passaggio di un treno sulle rotaie - e con tre colpi precisi toglieva la buccia e offriva il frutto al cliente, stando ben attento a far sì che le spine non toccassero la polpa.

Venduto tutto il carico, Tesfai si rimetteva in cammino ed era tardo pomeriggio, le ombre si allungavano e attorno alla discarica municipale dei rifiuti che si trovava proprio dove cominciava la discesa verso le piantagioni di madre natura. Le jene cominciavano a sostituire i corvi e i falchi che per tutto il giorno si erano cibati dei rifiuti della variegata umanità che popolava Asmara.

Tesfai fra poco si sarebbe disteso fra i cespugli a riposare per quanto restava della notte e prima del sorgere del sole si sarebbe rimesso all'opera, riprendendo il ciclo estenuante di raccolta e vendita che gli permetteva di guadagnare qualche soldo. A metà mattina i residenti dei quartieri avrebbero di nuovo sentito il suo grido:

"Beles, beles, belli, maturi freschi, senza chiodo".

E un bambino avrebbe attirato l'attenzione della madre gridando:

"Mamma, mamma, è arrivato il venditore di fichidindia".

Ciro Migliore

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